Dave Mustaine

dave-mustaine-megadethIl tostissimo Dave Mustaine, leader incontrastato dei tostissimi Megadeth, ha una storia alquanto curiosa che merita di essere raccontata, seppur per sommi capi.

Il nostro è un chitarrista-cantante californiano, classe 1961, che nei primi anni Ottanta fa parte di una band chiamata Metallica in compagnia di Lars Ulrich (batteria), James Hetfield (chitarrista-cantante anch’egli) e Cliff Burton (basso). Ma la compagnia non sembra gradirlo molto e lo sbatte fuori nel 1983, poco prima d’incidere il primo album dei Metallica, “Kill ‘Em All”. Pare che Mustaine si drogasse tantissimo e per questo il temibile duo Ulrich-Hetfield lo avesse messo alla porta: in realtà, Dave non era soltanto un bravissimo chitarrista ma anche un prolifico autore… è la solita storia dei troppi galli nel pollaio.

Tuttavia, nel primo e nel secondo album dei Metallica, alcune canzoni sono accreditate anche a Mustaine, che viene quindi rimpiazzato da Kirk Hammett: i reciproci crediti autoriali si ripetono anche nell’album “Killing Is My Business… And Business Is Good!”, il primo album dei Megadeth. Sì, perché il nostro non perde tempo e mette su un altro gruppo, i Megadeth, per l’appunto. Mentre sono in procinto d’incidere il secondo album, i Megadeth vengono contattati da una major discografica, la Capitol-EMI, che pubblica così il fantastico “Peace Sells… But Who’s Buying?”. Quest’album, uscito nel 1986, è una pietra miliare del metal anni Ottanta: rientra in quel filone chiamato progressive-metal perché Mustaine e l’altro grandissimo chitarrista che l’accompagna, Chris Poland, s’inventano una tessitura che cambia più volte tempo e atmosfera ad una velocità incredibile. La forza d’urto è tremenda, ascolare Wake Up Dead per credere!

Nel corso del 1987 le cose cambiano: Mustaine sbatte fuori il bravissimo Poland a causa della sua crescente tossicodipendenza (certo che farsi cacciare da Mustaine per una cosa simile risulta un po’ comica) e dà vita ad una seconda formazione dei Megadeth (nel corso degli anni la storia si ripeterà spesso, avrete capito tutti che Mustaine è il padrone assoluto in casa Megadeth): al principio del 1988 esce quindi “So Far, So Good… So What!”, il terzo album della band americana. E’ l’album dei Medageth che preferisco: si apre con uno strumentale da brividi, Into The Lungs Of Hell, che ricorda un tema western di Ennio Morricone in chiave metal. Segue Set The World Afire, un’esperienza sonora sconvolgente… mi mette la pelle d’oca se l’ascolto mentre sono al volante. Segue ancora Anarchy In The U.K. (cover dei Sex Pistols, alla quale partecipa Steve Jones, chitarrista degli stessi) e poi la fantastica Mary Jane. L’altro brano memorabile è In My Darkest Hour, che Mustaine scrive all’indomani della morte di Cliff dei Metallica… pare che il povero Cliff fosse l’unico col quale Dave fosse rimasto in buoni rapporti.

Il successivo album dei Megadeth, il grandioso “Rust In Peace” (1990), segna una svolta nella carriera della band: i ritmi rallentano, il suono è più un potente hard rock che un metal, dovuto all’importante cambiamento occorso alla vita di Dave. Durante l’anno, il nostro si fa beccare drogato alla guida dell’auto: si becca una grossa multa e la condanna alla riabilitazione. Ma anche Dave si rende conto che si è spinto troppo oltre e accetta di buon grado la cura disintossicante. Negli anni successivi, Dave si sposa, ha dei figli, ritrova la fede religiosa… insomma, inizia a fare il bravo padre di famiglia e la cosa traspare inevitabilmente anche nella sua musica, che si fa via via più accessibile: l’album del ’92, “Countdown To Extinction”, vola infatti al 2° posto della classifica USA.

Da qualche parte ho letto che era meglio il Mustaine degli anni Ottanta, quello eroinomane che produceva della musica potente ed unica, mentre i suoi dischi successivi (diciamo quelli compresi fra il già citato “Countdown” e “The World Needs A Hero” del 2001), per quanto pregevoli, non hanno aggiunto più nulla. Anche per me, i primi quattro album dei Megadeth sono superiori, ma non posso però contestare la scelta d’un uomo che ha deciso d’uscire dal tunnel e di mettere la testa a posto. E poi, a parte il cambiamento della scena musicale negli anni Novanta, c’è da dire che anche le rockstar più sfrenate invecchiano… è difficile mantenere una rabbia credibile quando si ha un lauto conto in banca.

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Syd Barrett

syd-barrettRoger Keith Barrett, ben più noto come Syd Barrett, è l’uomo attorno al quale è sorta la leggenda dei Pink Floyd, una band che ha cambiato il modo d’intendere la musica leggera e l’idea stessa di rockstar. Vediamo di ripercorrere l’affascinante storia di Syd intrecciandola a quella dei primi anni della band.

Syd nasce nel 1946 nei pressi di Cambridge ed inizia a suonare la chitarra all’età di quattordici anni: in questo periodo già compone le sue prime canzoni, alcune delle quali, come The Effervescing Elephant, vedranno la luce diversi anni dopo. Qualche esperienza musicale in giro qua & là e poi, ai tempi del college, Syd conosce Roger Waters, che lo invita a far parte del suo gruppo, gli Architectural Abdabs. Barrett ne diventa ben presto il cantante principale mentre, dopo l’abbandono del bassista Bob Klose, Waters passa dalla chitarra al basso. Gli altri due componenti del gruppo sono Richard Wright (tastiere, piano, organo) e Nick Mason (batteria), già compagni di studio di Waters. Lo stile di questa band è fondamentalmente blues, tanto che Syd pensa bene di ribattezzarla The Pink Floyd Sound, ovvero ‘il suono di Pink Anderson e Floyd Council‘, due bluesmen americani particolarmente apprezzati da Syd.

I Pink Floyd Sound iniziano a suonare in diversi club alternativi della swinging London: tra il ’66 e il ’67 sono i protagonisti assoluti in locali come l’Alexandra Palace o l’UFO. Anche Paul McCartney e John Lennon vanno a sentirli/vederli giacché il loro uso di luci e fondali applicato alla loro miscela di pop-blues psichedelico è qualcosa di totalmente innovativo per l’epoca. Il nome del gruppo cambia definitivamente in Pink Floyd e, nel corso del ’67, la band viene messa sotto contratto dalla EMI, la stessa etichetta dei Beatles (le due formazioni avranno anche modo di conoscersi personalmente negli Abbey Road Studios di Londra).

In quel fatidico 1967 escono così i primi due singoli dei Pink Floyd, Arnold Layne e See Emily Play, seguìti in estate dall’album “The Piper At The Gates Of Dawn”: tutto materiale scritto da Barrett, a parte una manciata di brani. Tra il ’67 e il ’68 escono altri singoli ma Syd non è più lo stesso: il suo consumo eccessivo di lsd, unito ad una fragilità psicologica incapace di reggere le pressioni dello show-business, lo conducono sulla soglia della follia. Il suo comportamento diventa sempre più irrazionale, soprattutto sul palco e nel corso delle interviste: se i Pink Floyd vogliono andare avanti devono ricorrere ad un sostituto, almeno per i concerti.

Il sostituto si chiama David Gilmour, classe 1946 anch’egli, amico di Syd da lungo tempo; i due iniziarono a strimpellare insieme la chitarra e in gioventù fecero un viaggio in Francia come musicisti di strada. Inizialmente il ruolo di Dave è quello di cantare e suonare la chitarra dal vivo mentre Syd è libero di scrivere nuove canzoni per il gruppo: Jugband Blues e Vegetable Man nascono in questo periodo, con la prima che figurerà come unico contributo autoriale di Barrett al secondo album dei Floyd, “A Saucerful Of Secrets” (1968), mentre la seconda resterà inedita. Ci sono alcune foto dei Pink Floyd come quintetto ma la cosa non dura a lungo: nel febbraio ’68, Barrett esce dal gruppo (con la benedizione del management che decide di seguirlo) e in primavera inizia ad incidere il suo primo materiale da solista.

Le sessioni si rivelano caotiche perché le condizioni psicologiche di Syd sembrano peggiorare giorno dopo giorno (in realtà, il musicista rivela commoventi lampi di lucidità che riversa in molte delle sue composizioni): dopo l’avvicendamento di due produttori, subentra proprio l’amico Dave Gilmour nel seguire Syd in studio. Il primo singolo solista di Barrett, Octopus, prodotto da Gilmour con Roger Waters, esce nel dicembre ’69, mentre il primo album, “The Madcap Laughs” vede la luce solo nel gennaio 1970. Il lavoro tuttavia continua, con Syd e David che tornano in studio per dare un seguito all’album: le sessioni sono ancora più confuse, con Gilmour che suona il basso e coinvolge i Soft Machine per riempire gli spazi lasciati vuoti da Barrett. Il lavoro che ne risulta, “Barrett”, pubblicato a fine anno, è comunque pregevole.

Poi Syd si ritira in un suo mondo, sempre più piccolo, sempre più lontano dalle luci della ribalta. Torna a casa della madre ed accetta di farsi curare in un istituto psichiatrico, mentre la carriera dei Pink Floyd prende il volo nel 1973, con lo straordinario album “Dark Side Of The Moon”. In quel periodo sono diversi gli artisti/produttori che cercano di convincere Barrett a tornare sulle scene: tra questi vi è David Bowie (che aveva già aiutato i Mott The Hoople, Lou Reed e gli Stooges di Iggy Pop) che però dovrà infine accontarsi di inserire una sua cover di See Emily Play nel suo album “Pinups”. In effetti, Barrett torna in studio nel 1974 ma non ne esce nulla di buono e così ripiomba nel suo isolamento.

Seguono anni d’anonimato durante i quali Syd si limiterà a ritirare le sue quote autoriali dalle vendite dei dischi suoi e dei Pink Floyd. Le sue interviste, sempre sopra le righe, sono rarissime così come le sue apparizioni pubbliche. Altri lo cercano: nel ’77 i Damned, in procinto d’incidere il loro secondo album, si rivolgono al management dei Pink Floyd per convincere Syd a produrre il disco. Anche loro, come Bowie, non ottengono nulla da Syd; sarà comunque Nick Mason a produrre l’album “Music For Pleasure” ma questa è un’altra storia.

La leggenda del quinto membro impazzito dei Pink Floyd cresce negli anni Ottanta, tanto che la EMI pubblica un’interessante collezione di brani più o meno inediti di Barrett, “Opel” (1988), contenente la bellissima Opel, una gemma perduta di Syd risalente al 1969. Intanto il talento del nostro si riversa – pur se privatamente – nella pittura di quadri firmati col suo vero nome, Roger Barrett, come se l’artista volesse dare un taglio definitivo al suo passato di musicista. Per il resto, la vita di Syd Barrett continua nell’ombra fino al luglio del 2007, quando muore fra le mura domestiche in seguito ad alcune complicazioni da diabete.

Gli altri componenti dei Pink Floyd, nessuno escluso, lo omaggiano (l’home page del sito di Waters era listata a lutto, subito dopo la triste notizia) e Dave Gilmour continua a proporre composizioni barrettiane nei suoi concerti.

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Sex Pistols

sex-pistolsAmo i Queen, i Genesis, i Pink Floyd ma, evidentemente, i giovani inglesi della metà degli anni Settanta non la pensavano come me. Pareva che i campioni dell’art-rock, del progressive e dell’hard rock fossero troppo distanti dai comuni mortali, e così l’intraprendente Malcolm McLaren, proprietario d’un negozio di tendenza a Londra chiamato Sex, fiutò il cambiamento dei tempi e decise d’investire tempo & denaro per costituire una nuova band che rompesse coi cliché tipici delle rockstar del passato. Partì quindi da Glen Matlock (basso), commesso del Sex, e vi aggiunse due ragazzi di strada, abituali frequentatori del negozio: Steve Jones (chitarra) e Paul Cook (batteria). Mancava ancora un cantante ma McLaren non ebbe dubbi quando al Sex vide entrare un ragazzo dai capelli verdi e con una maglietta strappata dei Pink Floyd con la scritta ‘li odio’. Si chiama John Lydon ma a causa della sua dentatura compromessa venne soprannominato Johnny Rotten (‘Marcio’): la band è quindi completa, assumendo il nome Sex Pistols.

Nel corso del 1976, prima Londra e poi l’Inghilterra intera s’accorsero di questo nuovo fenomeno che stava scuotendo le fondamenta della musica. Anche le case discografiche fiutarono l’affare e si misero a caccia dei Pistols: la spuntò la EMI che pubblicò il loro primo singolo, Anarchy In The U.K., un titolo che è tutto un programma. I Sex Pistols erano però troppo oltraggiosi, estremi & volgari per i gusti del britannico medio e così la EMI stracciò il contratto. Subentra così la A&M ma anch’essa in poco tempo scarica la band che, nonostante tutto, beneficiò degli indennizzi per inadempienze contrattuali e soprattutto di pubblicità gratuita. Siamo intanto nel 1977, le punk band sono ormai una realtà in Inghilterra con gruppi quali Damned, Clash, Generation X, Siouxsie And The Banshees e altri, coi tempi che sono ormai maturi per l’esplosione del genere. I Sex Pistols firmano infine con la Virgin e pubblicano lo strepitoso singolo God Save The Queen per il giubileo della regina: il ritornello della canzone canta ‘no future’ ed è tutto dire in una nazione in piena recessione economica.

Intanto Malcolm McLaren pensò bene di sostituire il musicista più dotato, Glen Matlock, con Sid Vicious, un fan della prima ora dei Pistols che nel corso dei loro concerti aveva inventato il pogo; in precedenza, Sid aveva militato nei Banshees e nei fantomatici Flowers Of Romance. A fine anno, dopo diverse polemiche e boicottaggi, uscì finalmente “Never Mind The Bollocks“, album straordinario (nel vero senso della parola) che volò al primo posto della classifica inglese. Alcune parti di basso sono suonate da Glen Matlock (riassunto, pare, per completare il lavoro in studio) e altre da Steve Jones ché Vicious non ne era capace, anche se dal vivo la cosa non aveva alcuna importanza. Ormai tutti parlavano di questa nuova band che sapeva suonare a malapena (così si diceva), che cantava di aborto, di precariato, di mancanza d’ideali e d’anarchia, che insultava tutti, compresi pubblico e manager. Il gioco dura poco, però: nel gennaio ’78, mentre la band si trovava in tour negli USA, Rotten pensò d’averne avuto abbastanza e mollò malamente i Pistols, mentre Vicious era ormai un tossicodipendente che correva a folle velocità sulla strada per l’autodistruzione.

Per un po’ la band fu data per spacciata – Johnny nel frattempo fondò i mitici PiL con Keith Levene – ma nel corso dell’anno riuscì a risorgere in un modo o nell’altro: iniziarono le audizioni per un nuovo cantante e McLaren trovò addirittura i fondi per realizzare un film con & sui Sex Pistols. Steve Jones e Paul Cook, i due elementi più legati nel gruppo, si assunsero il compito di scrivere nuovi brani, molti dei quali cantati dallo stesso Jones. Incisero un paio di canzoni pure con Ronnie Biggs, un fuorilegge inglese rifugiato in Brasile. Sid Vicious partecipò cantando in due cover, My Way e Somethin’ Else, per il resto era diventato un solista che a quanto pare andava avanti solo per procurarsi i soldi necessari per la droga. La grandiosa e delirante colonna sonora del film “The Great Rock ‘N’ Roll Swindle” uscì nel 1979, quando ormai Sid era già morto per overdose, mentre il film vero e proprio uscì nelle sale nei primi mesi del 1980, quando Jones e Cook ne avevano avuto abbastanza anche loro dei Sex Pistols e di Malcolm McLaren.

Intanto, se nel ’78 Rotten recuperò il suo vero nome, John Lydon – e come già detto diede vita ai Public Image Ltd. – Sid Vicious diventò un cantante solista, facendosi accompagnare dal vivo dalle stelle più in vista del punk rock: il suo collega nei Pistols Glen Matlock, poi Steve New, Mick Jones dei Clash, Rat Scabies dei Damned, e altri. Ma il suo gioco durò poco perché una fatale overdose lo stroncò nel febbraio ’79, dopo essere finito in galera per il suo presunto omicidio di Nancy Spungen, la sua discussa fidanzata. Sid ci ha lasciato parecchi bootleg (le incisioni illegali) e un solo disco ufficiale, il trascurabile “Sid Sings”, registrato dal vivo.

Glen Matlock fondò un gruppo con Steve New alla chitarra e un emergente Midge Ure al microfono: sono i Rich Kids, che pubblicarono però un solo album, “Ghosts Of Princes In Towers”. Poi Ure si unirà prima ai Visage e poi definitivamente agli Ultravox, mentre Matlock entrò nella band del grande Iggy Pop, accompagnandolo sia sul palco che nelle sessioni in studio. Nel corso degli anni Ottanta, Glen darà vita ad altre band, suonando con numerosi altri artisti, prima di pubblicare il suo primo album solista nel 1996, “Who He Thinks He Is When He’s At Home”.

Steve Jones e Paul Cook, invece, decisero di restare uniti, del resto la band originale era nata attorno a loro due: nel 1980 formarono così un nuovo gruppo, The Professionals, che, nonostante il grande album “I Didn’t See It Coming” (1981), giunse al prematuro scioglimento nel 1982, con Jones che ormai era entrato nel tunnel della tossicodipendenza. Ma i due sono tosti e non si arresero: entrambi suonarono con The Avengers, Sham 69, Thin Lizzy, Joan Jett, Johnny Thunders, mentre Cook produsse le Bananarama e, in seguito, suonò per diversi altri artisti (soprattutto Edwin Collins). Jones, nonostante i suoi problemi, fu però più attivo: prima fondò i Chequered Past (che pubblicarono un solo album nel 1984), poi suonò per Iggy Pop (a più riprese), per i Megadeth, per Andy Taylor dei Duran Duran e negli anni Novanta fondò i Neurotic Outsiders con membri dei Duran Duran, dei Guns N’ Roses e dei Cult. Nella seconda metà degli anni Ottanta, comunque, Jones si ripulì e pubblicò due album solisti: il primo, “Mercy” (1987), è un disco caldo e melodico, sembra incredibile che sia dello stesso uomo che solo dieci anni prima suonava la chitarra nei Pistols; l’altro è “Fire And Gasoline” (1989), più tosto, che si avvale di musicisti d’eccezione come Axl Rose, i Cult e Nikki Sixx dei Motley Crue.

Siamo ormai negli anni Novanta, John Lydon scioglie i PiL nel ’93 e tre anni dopo accetta di riunirsi ai Sex Pistols per una serie di concerti. Sì, perché nel 1996 Matlock, Jones, Cook e quindi Lydon suonano in giro per il mondo nel corso del “Filthy Lucre Tour”, riportando in auge il nome dei Sex Pistols. La reunion si ripete nel 2002, in occasione del secondo giubileo della regina d’Inghilterra e per il 25° anniversario del punk. Per l’occasione, la Virgin pubblica un cofanetto di tre ciddì che ripercorre la storia dei Pistols, mentre il regista Julien Temple celebra la band col film “The Filth And The Fury”.

Beh, ormai avrete capito tutti che, piacciano o no, questi Sex Pistols si sono conquistati un posto nella storia della musica e che la loro, a ben vedere, è una vicenda molto più lunga ed influente di ciò che la loro esigua discografia lascia supporre.

The Smiths

the-smithsE’ il caso di parlare degli Smiths, lo devo a Lois Lane che me li ha citati più d’una volta. Premetto che nei primi anni Novanta, quando inizio ad appassionarmi di rock, leggo dappertutto critiche positive nei confronti di questa band a me sconosciuta, una band alla quale viene riconosciuto il merito d’aver pubblicato un capolavoro, tale “The Queen Is Dead”.

Passano gli anni e degli Smiths non ascolto praticamente nulla, forse soltanto un loro brano in uno spot televisivo, finché m’imbatto nell’elleppì “Bona Drag” (1990) di Morrissey. Scopro che si tratta dìuna raccolta e, visto il prezzo basso, decido di comprarmi quell’elleppì: rimango incantato dalla voce suadente di questo cantante, la musica mi piace molto e quindi mi decido a scoprire la band nella quale militava in precedenza, The Smiths per l’appunto.

Scopro così che gli Smiths si formano a Manchester, città inglese che dà i natali a tanti altri celebri gruppi (Joy Division, New Order, Simply Red, Happy Mondays, The Stones Roses, ecc.) e che le menti creative al loro interno sono due, Morrissey (che scrive i testi) e il chitarrista Johnny Marr (autore delle musiche). Gli altri due sono Andy Rourke e Mike Joyce, rispettivamente bassista e batterista. L’album omonimo degli Smiths esce nel 1984 ma è con il successivo “Meat Is Murder” che gli Smiths raggiungono il 1° posto della classifica inglese. In quello stesso anno, il 1985, esce anche “Steve McQueen” dei Prefab Sprout, una band che assieme agli Smiths contribuisce a riportare il suono della chitarra in un territorio più quieto, lontano dalla furia del punk e dei suoi derivati degli anni ’77-’83.

E’ “Meat Is Murder” il primo disco degli Smiths che ascolto: mi piace tutto, tranne l’ultima canzone, la title-track che si erge a portabandiera dei vegetariani (non ce l’ho coi vegetariani, è la struttura del brano che non mi piace) ma soprattutto ascolto a ripetizione How Soon Is Now?, che canta ‘sono un umano e ho bisogno d’essere amato’; non so come procedono le parole del testo ma l’effetto, unito alla tremolante chitarra di Marr, è assolutamente fantastico. Tuttavia mi rivendo il disco di lì a poco perché volevo comprarmi un ciddì di Billy Idol: senza rinnegare il buon Billy, oggi mi pento amaramente d’aver dato via “Meat Is Murder”, prometto che appena vedrò l’elleppì in un mercatino lo acquisterò di nuovo.

Tornando alla storia del gruppo, nel 1986 esce il tanto acclamato “The Queen Is Dead” e anche questo, un paio di anni fa, lo trovo in forma d’elleppì e lo faccio mio. La copertina è stupenda, nelle note interne scopro che si tratta d’un fotogramma preso da un film con Alain Delon, ma la musica, seppur grande, non m’impressiona più di tanto. Ma come, ne parlano tutti come d’un capolavoro?! Lo ascolto un paio di volte e lo metto via, senza però fare il madornale errore di rivendermelo. E, puntualmente, una sera del maggio scorso, mentre stavo pulendo la mia stanza dallo schifo che vi s’era accumulato dopo giorni e giorni di disordine, decido di mettere “The Queen Is Dead” sul piatto come sottofondo. Il lato A scorre tranquillamente…beh, certo, la prima canzone è potente e fantastica e mi fermo a sentirla per bene, poi procedo con le pulizie. Scorre il lato B e m’incanto: ma queste canzoni sono stupende, mi dico, come ho fatto a non capirle prima! Ce n’è una, There Is A Light That Never Goes Out, che è eccezionale, ha una coda strumentale bellissima. Finisce il disco ma le pulizie no, sono rimandate al giorno dopo…

Dopo “The Queen Is Dead” gli Smiths pubblicano un altro paio di album fra dischi dal vivo e raccolte ma nel 1988 già esce “Viva Hate!”, primo disco di Morrissey, avviato verso una brillante carriera solista che dura tuttora. La band si scioglie, di Joyce e Rourke non so nulla, invece Johnny Marr me lo ritrovo, più in forma che mai, nello spettacolrare “Mind Bomb”, l’album dei The The datato 1989. Marr figura anche in diversi album dei Pet Shop Boys (fra cui il bellissimo “Behaviour” del 1990) e mi pare di riconoscerlo anche in The Crying Game, un bel singolo di Boy George prodotto dagli stessi Boys. So inoltre che, verso il 1989, Marr mette su una band chiamata Electronic con Bernard Sumner, il cantante dei New Order.

Insomma, una storia breve, quella degli Smiths, nata e conclusasi negli anni Ottanta. Tuttavia una storia intensa, che ha creato album e singoli memorabili che in un prossimo futuro, ne sono sicuro, entreranno in diverse copie a casa mia!

– Mat

(ultima revisione: 22 settembre 2008)

The Sisters Of Mercy

the-sisters-of-mercy-logoI Sisters Of Mercy nascono a Leeds, nota città industriale della Gran Bretagna, nel 1980. Inizialmente la formazione è composta da due amici, Gary Marx (chitarra, batteria elettronica) e Andrew Eldritch (voce, batteria elettronica) che prendono il nome per il loro gruppo dalla canzone omonima di Leonard Cohen. I due creano anche dal nulla una piccola etichetta indipendente, la Merciful Records, e pubblicano così il loro debutto discografico, il singolo The Damage Done.

Nessuno sembra accorgersi della novità, il suono è troppo grezzo e la voce di Eldritch è troppo cupa per vantare una facile presa sonora. I due ragazzi comunque non demordono: credono fortemente nella loro miscela di rock, dark e tecnologia (la loro batteria elettronica, che distinguerà da qui in avanti lo stile dei Sisters, figura anche come membro del gruppo, tale Doktor Avalanche) e, in breve tempo, il loro stile giunge ad una prima maturazione. Nel 1982 pubblicano un singolo straordinario, Alice, e iniziano a suscitare l’interesse delle case discografiche, che fiutano l’affare del post-punk.

Intanto la formazione s’è allargata e ha assunto dei ruoli ben precisi: ci sono un secondo chitarrista, Ben Gunn, e un bassista, Craig Adams, mentre Marx compone la maggior parte della musica e Eldtrich si concentra sulla scrittura dei testi. Dopo un’altra manciata di singoli e il mini “The Reptile House E.P.” (1983), arriva finalmente l’interessamento d’una major, la Warner Bros. La band, che beneficia dell’ingresso in formazione di Wayne Hussey dei Dead Or Alive (Gunn va via per sparire nel nulla), pubblica il primo lavoro per la Warner, il singolo Body And Soul nel 1984. Di lì a poco usciranno altri due singoli, favolosi entrambi, No Time To Cry e Walk Away, ma l’album vero e proprio non è ancora pronto: manie di perfezionismo da parte di Eldritch, un suo smodato consumo di amfetamine e la frustrazione crescente di Gary Marx posticipano il disco al 1985.

L’attesa non è però vana, almeno per i fan: l’album “First And Last And Always” è un’autentica pietra miliare, uno di quei dischi che segnano il cammino della storia del rock e, molto probabilmente la migliore realizzazione per i nostri. Ascoltare Black Planet, Marian, Some Kind Of Stranger e i due singoli per credere. Ma i troppi galli nel pollaio iniziano a starvi stretti: Eldritch è quasi intrattabile, si riserva il diritto di cantare solo le sue parole, mentre il talento autoriale di Marx subisce la concorrenza diretta di quello di Hussey. Nel corso del 1985, Marx se ne va – più in là darà vita ai Ghost Dance con Anne Marie Hurst degli Skeletal Family – mentre gli altri procedono come trio: provano brani nuovi composti da Hussey, come Garden Of Delight, ma le cose non vanno avanti. Wayne Hussey decide quindi di uscire dai Sisters per fondare un nuovo gruppo: Craig Adams lo segue e Eldritch prende inizialmente la cosa senza rancore.

Gli umori cambiano quando Hussey e Adams chiamano The Sisterhood la nuova formazione, che si avvale anche dei nuovi acquisti Simon Hinkler e Mick Brown. Scoppia una guerra legale: viene stabilito che la prima delle due parti che pubblica un nuovo lavoro avrà il diritto di chiamarsi The Sisterhood e potrà vantare un credito autoriale di 25mila sterline. Eldritch recluta così la bassista Patricia Morrison (già coi Gun Club), il cantante Alan Vega (già coi Suicide) e altri collaboratori: batte sul tempo Hussey e Adams pubblicando “Gift” nel 1986, il primo (e unico) disco dei Sisterhood. Il nome è suo (gli altri adotteranno il nome The Mission), i soldi pure, la collaborazione con la Morrison si rivela proficua, e così Eldritch s’impegna per il nuovo album, stavolta a nome Sisters Of Mercy.

Nel 1987 vede quindi la luce lo strabiliante “Floodland”, il secondo album dei Sisters Of Mercy, ora ufficialmente un duo composto da Andrew Eldtrich e Patricia Morrison. Che dire d’un disco che contiene due brani immaginifici e potenti come Lucretia My Reflection e This Corrosion? Sono davvero unici, non ho mai sentito niente di simile: un mix tra rock, dark e sinfonia… ascoltare il tutto quando siete in macchina e poi mi direte. Se vogliamo, l’unico neo di “Floodland” è che suona un po’ troppo come il prodotto d’una mente sola, quella di Eldtrich ovviamente, mentre il precedente “First And Last And Always” suona più come il prodotto d’un gruppo.

Evidentemente se ne accorge anche lo stesso Eldtrich che nel 1989, dopo che la Morrison se ne va per poi unirsi ai Damned, inizia a contattare musicisti per creare una band vera e propria. Tra questi, risponde alla chiamata Tony James (già bassista dei Generation X e poi coi Sigue Sigue Sputnik) e così la nuova band (un quartetto più Doktor Avalanche) inizia ad incidere il nuovo album in Danimarca. I lavori durano quasi un anno, Eldtrich è un perfezionista e agli altri la cosa pesa non poco, e quindi il terzo album dei Sisters Of Mercy esce solo nel 1990. Si chiama “Vision Thing” e, seppur contenga grandi canzoni, appare di un livello inferiore ai primi due album, che si dimostrano quindi come vette inarrivabili per stile ed unicità.

Nel 1991 la nuova formazione dei Sisters è già dispersa ma l’anno seguente esce una fondamentale raccolta: “Some Girls Wander By Mistake” include infatti tutto il materiale inciso dalla band nel suo periodo indipendente, ovvero gli anni 1980-83. Intanto Eldtrich reincide un brano del 1983, Temple Of Love, e si fa accompagnare da una vocalist d’eccezione, Ofra Haza. Il singolo con Temple Of Love 1992 giunge al 3° posto della classifica inglese e sprona la Warner a pubblicare una seconda raccolta, “A Slight Case Of Overbombing”, nel 1993. La compilation contiene tutti i singoli usciti tra l’84 e il ’92, più una nuova canzone, la stupenda Under The Gun, una ballata struggente e potente al tempo stesso, dove Eldritch duetta con un’altra bella voce femminile, quella di Terri Nunn dei Berlin. Anche “A Slight Case” si rivela un successo e la Warner spinge per un nuovo album di inediti. Eldritch, tuttavia, è giunto ai ferri corti con la casa discografica, sia perché non si sente un artista a comando (figuriamoci, proprio lui!) e sia perché non ha dimenticato lo scarso appoggio che la Warner ha dato al tour dei Sisters nel ’91 coi Public Enemy.

Per liberarsi dalla Warner, Eldritch sottopone quindi ai suoi dirigenti un pesante album techno: il disco viene respinto ed Eldritch è legalmente libero da ulteriori vincoli contrattuali con la Warner. Da questo punto in poi la storia dei Sisters Of Mercy entra in un limbo fatto di concerti, di nuovi brani presentati dal vivo ma mai ufficialmente pubblicati, di un fantasmagorico nuovo album in lavorazione che non vede mai la luce. Il tutto mentre Gary Marx, riavvicinatosi al suo ex collega e amico, gli propone delle nuove basi strumentali per un ipotetico prossimo album a nome Sisters Of Mercy.

Nell’aprile del 2006 ho avuto comunque la fortuna di vedere i Sisters dal vivo, a Roma: Eldtrich non rinnega nulla del suo passato, va da Alice a Vision Thing, passando per i brani incisi come Sisterhood e presentando nuove canzoni (sconosciute ma belle, devo dire). Tuttavia tutto si può dire tranne che Eldtrich (classe 1959) sia un animale da palcoscenico, dato che lo spettacolo è freddino e mi ha fatto sorgere una domanda spontanea: perché non mi pubblica un nuovo disco visto che dal vivo non si scompone più di tanto?! Ma Eldritch è Eldritch, ormai avrete capito di che razza di personaggio si tratti!

– Mat

Wayne Hussey

Wayne HusseyMi sembra sia giunto finalmente il momento di parlare di uno degli artisti che più apprezzo, il cantante-chitarrista Wayne Hussey. A molti il suo nome potrà non dire molto, ma io dirò subito che ha fatto parte degli incredibili Sisters Of Mercy, dei grandiosi Mission e, addirittura, dei Dead Or Alive…dài, quelli che negli anni Ottanta cantavano You Spin Me Roud (Like A Record)! Vediamo però di procedere con ordine…

Wayne Hussey, originario di Liverpool, esordisce discograficamente con varie formazioni fra gli ultimi anni Settanta e i primi Ottanta, ma è coi Dead Or Alive che debutta in una band sotto contratto con una major. E così Wayne suona la chitarra (sia 6 che 12 corde) e canta nell’album “Sophisticated Boom Boom” (1983), il primo per i Dead Or Alive. Bellissimi i duetti con Pete Burns (il vero leader del gruppo) in Misty Circles e la cover di That’s The Way (I Like It). Ma le ambizioni di Wayne sono differenti e così, dopo aver lasciato amichevolmente i Dead Or Alive, coglie l’opportunità di entrare nei Sisters Of Mercy, in procinto d’incidere il loro primo album per la Warner Bros.

Il lavoro di Hussey nei Sisters si rivela piuttosto complesso, soprattutto a causa della tensione crescente tra i due membri fondatori, Andrew Eldritch (cantante e principale autore dei testi) e Gary Marx (chitarrista e principale autore delle musiche), tuttavia l’attesa vale il risultato. Nel 1985 esce finalmente “First And Last And Always”, l’album dei Sisters Of Mercy che amo di più: il contributo di Wayne Hussey è piuttosto evidente, addirittura compone le musiche dell’intero lato A (mentre il lato B è affidato a Marx), canta i cori (ma non più di tanto perché Eldritch è Eldtrich e ne parlerò in altra sede) e suona la sua inconfondibile dodici corde. Un esempio? Walk Away oppure la magnifica Black Planet… da lasciare senza fiato.

Purtroppo le relazioni interne ai Sisters peggiorano nel corso del tour promozionale per l’album: Marx se ne va per fondare i Ghost Dance e per un breve periodo la band prova ad andare avanti come trio, iniziando anche a comporre nuovi brani. Le cose però non funzionano e Wayne Hussey, portando con sé il bassista Craig Adams, molla il gruppo per fondare una nuova band, The Sisterhood. Scoppia una guerra legale con Eldtrich, che non gradisce la similitudine dei nomi fra le due band: Eldtrich vince la causa (ma ne riparlerò in altra sede), mentre Hussey e Adams (con il batterista Mick Brown e il chitarrista Simon Hinkler) fondano i Mission.

La nuova band inizia già a pubblicare una serie di straordinari singoli nel circuito delle etichette indipendenti finché, nel corso del 1986, viene messa sotto contratto dalla Phonogram. All fine dell’anno esce quindi il primo album dei Mission, l’avvincente e immaginifico “Gods Own Medicine”: la voce di Wayne è incredibile (è un peccato se si pensa che per tanti anni sia stata nell’ombra dei pur validissimi Burns e Eldtrich), la sua chitarra a 12 corde è fantastica, l’album è uno dei migliori degli anni Ottanta. Non aggiungo altro. La carriera di Wayne Hussey coi Mission giunge all’anno cruciale 1991: dopo aver pubblicato gli strepitosi album “The First Chapter” (1987), “Children” (1988 – sentite la straordinaria Heaven On Earth, con la voce e la chitarra di Hussey in primissimo piano… ho i brividi solo a pensarci!), “Carved In Sand” (1990) e “Grains Of Sand” (1990), Simon Hinkler molla la band e il nostro medita l’incisione d’un album solista. La cosa non si concretizza, il materiale viene lavorato daccapo con Adams e Brown più alcuni turnisti e ne esce fuori un nuovo album dei Mission, il controverso “Masque” (1992). Metà dell’album è eccezionale, basta la sola Never Again a giustificare l’acquisto dellalbum, tuttavia l’altra metà del disco si rivela ben al di sotto delle aspettative, anche per chi come me adora questo sound.

Ulteriori defezioni e ritorni faranno in modo che la carriera dei Mission prosegua ben oltre l’anno 2000, passando per imbarazzanti periodi bassi – vedi l’album “Blue” del 1996 – e splendidi ritorni di forma – vedi l’album “Aura” del 2001 – con Wayne Hussey calato perfettamente nel ruolo di leader indiscusso della band. Nell’ottobre 2005 l’ho vista dal vivo a Roma, c’era solo Wayne a rappresentare i ‘vecchi’ membri del gruppo ma che concerto, gente!

I Mission si sono dimostrati più in forma che mai in quell’occasione, trasferendo il momento di grazia anche su disco, grazie al loro ultimo album, “God Is A Bullet” (2007), nel quale tornava a figurare in alcuni pezzi anche la chitarra di Simon Hinkler. Tuttavia quello che è seguito all’uscita dell’album è stato annunciato come il tour d’addio dei Mission, con Wayne in procinto di lanciarsi definitivamente nella carriera solista. Un suo primo album, “Bare”, è già pronto e ora si attendono interessanti sviluppi.

– Mat

(ultimo aggiornamento: 3 ottobre 2008)

John Lydon, in arte Johnny Rotten

john-lydon-johnny-rotten-pil-sex-pistolsForse l’essere troppo schietti & diretti non paga sempre, ma se c’è un campione di anticonformismo che, come John Lennon, ha trasferito pienamente la sua personalità nella propria arte, questo è John Lydon.

Classe 1956, Lydon nasce a Londra da genitori d’origini irlandesi e vent’anni dopo è già un’icona inconfondibile nel panorama musicale: si fa chiamare Johnny Rotten e fronteggia la band più strafottente del mondo, i Sex Pistols. Con loro pubblica un solo disco, il fondamentale “Never Mind The Bollocks“, poi se ne va nel gennaio ’78 mentre i Pistols sono in tour negli USA. John entra subito in causa con Malcolm McLaren, il manager-mentore-ideatore dei Pistols, una causa che durerà per tutti gli anni Ottanta, visto che McLaren si rifiuta di dargli i soldi che gli spettano e gli proibisce l’uso del nome Rotten, in quanto un marchio di fabbrica all’interno dei Pistols, secondo McLaren ed i suoi legali.

Il nostro, con grande dignità, recupera allora il suo nome originale, si unisce ad un autentico genio della chitarra – quel Keith Levene scacciato dai Clash – e fonda così i Public Image Ltd. Questa formidabile accoppiata realizza nel giro di soli tre anni alcuni dei dischi più immaginifici e senza compromessi che io abbia mai sentito: “First Issue” (1978), “Metal Box” (1979) e “Flowers Of Romance” (1981); nei primi due contribuisce al lavoro l’inventiva del bassista Jah Wobble (e si sente), ma è l’alchimia Lydon-Levene che fa la differenza. Alchimia che, poveri noi, finisce di funzionare nel 1983, quando i due prendono strade separate a causa delle divergenze artistiche e dei problemi di droga di Levene: il risultato è comunque il pregevole “This Is What You Want, This Is What You Get” (1984). Sempre nel 1983, inoltre, Johnny debutta come attore in una produzione cinematografica italiana, “Copkiller”, dove recita al fianco di Harvey Keitel.

Tornando alla musica, nell’autunno 1985 la formazione ufficiale dei PiL è ridotta al solo John Lydon: il cantante prosegue il suo cammino, come è sempre stato nel suo stile, e si unisce al celebre bassista-produttore Bill Laswell, col quale aveva già lavorato qualche tempo prima, quando John partecipò al singolo di Africa Bambaataa, World Destruction. Laswell coadiuva le idee di Lydon aggiungendovi uno scenario stellare: Steve Vai, Ginger Baker e Ryuichi Sakamoto sono alcuni dei musicisti che suonano (e come suonano!) nel nuovo album dei PiL, uscito nel 1986 e chiamato “Album” (l’edizione in ciddì si chiama “Compact Disc”, quella su cassetta… “Cassette”).

John Lydon ricrea però una formazione dei Public Image Ltd. nel 1987: con John McGeoch (già nei Magazine e poi con Siouxsie And The Banshees) e Allan Dias forma un sodalizio artistico di buon livello che giunge fino al ’93, realizzando gli album “Happy?” (1987), “9” (1989) e “That What Is Not” (1992). I tempi cambiano, il rock giunge alla sua storicizzazione, il panorama musicale degli anni Novanta diventa sempre più deprimente, i Sex Pistols acquisiscono lo status di pilastri della storia del rock. L’inevitabile reunion giunge nel 1996 col tour “Filthy Lucre” e sarà ripetuta nel 2002 con un’altra serie di concerti. Nel frattempo John Lydon pubblica un’autobiografia (dagli anni giovanili al periodo come frontman dei Pistols) nel ’94 e un coraggioso album solista nel ’97, “Psycho’s Path”, seguìto da una formidabile raccolta nel 2005.

Tuttavia, contrariamente alle aspettative, il signor Rotten non si dedicherà (più) a un nuovo progetto solista, bensì a una grande operazione nostalgia che – dopo averlo riportato a capo dei Sex Pistols per un tour mondiale fra il 2007 e il 2008 – ha coinvolto anche i PiL al termine del 2009. Reclutati nuovamente Lu Edmonds e Bruce Smith (già nella band nella seconda metà degli anni Ottanta, rispettivamente alla chitarra e alla batteria) e il nuovo acquisto Scott Firth, al basso, i Public Image Ltd. hanno realizzato due nuovi album tra il 2012 e il 2015, intervallati oltre dall’attività concertistica anche dalla rinnovata autobiografia di John, “Anger Is An Energy”, della quale aspettiamo ancora l’edizione italiana. Intanto, tra il 2016 e il 2017 hanno visto la luce le riedizioni deluxe da quattro ciddì dei due album storici più amati dei PiL, ovvero il “Metal Box” e “Album”.

– Mat

(ultimo aggiornamento: 16 marzo 2017)

Big Audio Dynamite

big-audio-dynamiteDopo essere stato scaricato senza troppi complimenti dai Clash nell’estate del 1983, il chitarrista, cantante e compositore Mick Jones decide immediatamente di formare un nuovo gruppo.

Inizialmente chiamata TRAC, la nuova band che Jones assembla col bassista Leo Williams e lo stesso storico batterista dei Clash, Topper Headon, debutta nel 1984 a nome Big Audio Dynamite, col singolo The Bottom Line. Della formazione fanno ora parte anche Don Letts (principale regista dei video dei Clash), Greg Roberts (che quindi ha rimpiazzato l’inaffidabile Topper) e qualche tempo dopo anche il tastierista Dan Donovan.

Nel 1985 esce il primo album dei B.A.D., “This Is Big Audio Dyanamite” (contenente il singolo E=MC^2), che entra in diretta concorrenza con “Cut The Crap”, l’album a nome Clash che Joe Strummer e Paul Simonon realizzano nello stesso anno. Da fan dei Clash, posso affermare in tutta serenità che il disco di Mick è decisamente superiore, innovativo dal punto di vista musicale, in linea col suono degli anni Ottanta, mentre la nuova musica di Strummer & soci cercava inutilmente di portare indietro le lancette dell’orologio. E’ evidente, inoltre, come Mick abbia continuato la strada che gli stessi Clash avevano intrapreso con l’album “Sandinista!” del 1980, mentre i Clash post-Jones hanno decisamente… smarrito la strada.

Nel 1986, con i Clash ufficialmente sciolti, esce “Nr. 10, Upping St.”, il secondo album dei Big Audio Dynamite. Oltre alla favolosa resa sonora, il disco contiene una grande sorpresa: è prodotto da Jones con Joe Strummer, mentre la maggior parte delle canzoni è accreditata, come ai bei tempi, a Strummer/Jones. In quel periodo si parla di una reunion dei Clash ma la cosa non avviene e i B.A.D. vanno coraggiosamente avanti.

Il terzo album di Jones & soci, “Tighten Up, Vol. 88”, esce nel 1988: anche in questo album c’è lo zampino di un altro membro dei Clash, infatti Paul Simonon disegna la vivace copertina del disco. Disco che, tuttavia, risulta inferiore ai due precedenti, penalizzato dalla consapevolezza di voler piacere a tutti i costi a discapito dalla spontaneità sonora e delle idee creative. C’è da dire che il primo singolo estratto dal nuovo album, Just Play Music!,è comunque molto piacevole.

Dopo una grave malattia che stava per portare Mick Jones all’altro mondo, nel 1989 esce il coraggioso ed innovativo “Megatop Phoenix”, un disco enormemente contaminato, un sound che già prefigura gli anni Novanta (è il migliore dei B.A.D., secondo la mia modesta opinione), nonché il canto del cigno dei Big Audio Dynamite nella loro formazione originaria.

L’anno dopo, infatti, Jones darà vita ai Big Audio Dynamite II con altri musicisti, mentre Don Letts, Leo Williams, Dan Donovan e Greg Roberts si dedicheranno ad altri progetti musicali. Tempo qualche anno e Mick formerà un nuovo gruppo, i Big Audio, che pubblicheranno soltanto un album, il debole “Higher Power” del 1994 (a dispetto del titolo, a ben vedere… non pochi fecero notare con sarcasmo come i Big Audio fossero privi di… Dynamite), prima di resuscitare, seppur per poco tempo, il nome storico dei Big Audio Dynamite.

Ad ogni modo, in seguito al successo della riedizione deluxe da due ciddì del primo album, “This Is Big Audio Dynamite”, edito dalla Legacy/Sony nell’autunno del 2010, i B.A.D. si sono brevemente riformati al principio del 2011, con tanto di tour celebrativo. C’è da dire, purtroppo, che il tour ha interessato soltanto la nativa Gran Bretagna, anche se la band ha partecipato ad alcuni importanti festival internazionali come quello di Coachella e il celebre Lollapalooza. Dal 2011 ad oggi, tuttavia, non si sono viste ulteriori ristampe del catalogo storico della band, né Jones o Letts hanno espresso l’intenzione di tornare in pista con qualcosa di nuovo. Il profilo facebook dei B.A.D., se non altro, resta ancora attivo, con aggiornamenti sporadici di tanto in tanto, uno dei quali, nell’agosto 2016, ricordava il giorno che avrebbe segnato il sessantaquattresimo compleanno di Joe Strummer. A parte tutto, è un piacere sapere che qualcosina all’interno dell’universo Clash, per piccola che sia, continua a muoversi.

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Depeche Mode

depeche modeBasildon, Inghilterra, 1980, tre compagni di scuola – Vince Clarke, Andy Fletcher e Martin Gore – stanno cercando un cantante per il loro gruppo, i Composition Of Sound, che adotta una strumentazione completamente elettronica fatta di tastiere e sintetizzatori. Il cantante in questione si rivela essere Dave Gahan, il quale propone anche un nuovo nome per la band, ovvero Depeche Mode: si riferisce a una rivista di moda francese, tale Mode Depeche, cioè ‘moda spicciola’, ‘moda veloce’.

I Depeche Mode debuttano quindi discograficamente col brano Photographic, incluso in una compilation d’artisti vari per l’etichetta Some Bizarre, ma la svolta avviene dall’incontro con Daniel Miller, proprietario dell’etichetta Mute, casa per la quale i nostri hanno incideranno fino al 2009 (nonostante il marchio sia stato precedentemente acquistato dalla EMI). Nel febbraio ’81, quindi, esce il singolo Dreaming Of Me, seguìto qualche mese più tardi dall’album “Speak & Spell”. Da questo primo album dei Depeche Mode vengono estratti i singoli New Life e la famosa & scanzonata Just Can’t Get Enough che permettono a “Speak & Spell” di piazzarsi nella Top Ten inglese.

Tuttavia, poco prima delle registrazioni per il secondo album, Vince Clarke abbandona la band: Vince è a quel punto il tastierista più abile nonché l’autore delle canzoni (Martin Gore scrive solo un paio di brani su “Speak & Spell”) e i Depeche Mode sono dati già per spacciati. Vince se ne va per fondare gli Yazoo con la bravissima Alison Moyet (più tardi The Assembly con Feargal Sharkey e poi, definitivamente, gli Erasure con Andy Bell) mentre i Depeche Mode decidono di andare momentaneamente avanti come trio, con Martin ad assumersi l’intera responsabilità compositiva. E’ come trio che la band realizza così “A Broken Frame”, pubblicato nel 1982: il singolo See You fa addirittura meglio di Just Can’t Get Enough in classifica, restituendo fiducia alla band. Ma è con l’ingresso nella formazione di Alan Wilder – abilissimo tastierista, pianista e percussionista, nonché fine arrangiatore – che i Depeche Mode iniziano a puntare in alto: pubblicano il singolo Get The Balance Right (gennaio ’83) e approntano del nuovo materiale, togliendosi di dosso una volta per tutte le sonorità più smaccatamente pop e adottando uno stile più dark e sperimentale. Nel corso dell’anno esce quindi “Construction Time Again”, preceduto da uno dei singoli più famosi dei nostri, Everything Counts. In questo terzo album, mixato a Berlino, è prevalente l’uso dei campionatori: il brano Pipeline, cantato da Martin, è realizzato totalmente con queste macchine; uno stile che sarà ancora più evidente nel successivo “Some Great Reward”, album che vede la luce nel 1984.

“Some Great Reward” si spinge oltre i confini raggiunti con “Construction Time Again”: inciso a Berlino, il suono complessivo dell’album è più duro, più metallico e dalle tematiche più cupe. Brani come i singoli People Are People, Master And Servant e Blasphemous Rumours sono la perfetta combinazione tra elettronica, industrial e pop di classe; ma non mancano i momenti romantici, come la toccante Somebody, cantata da Martin. “Some Great Reward” estende la notorietà del gruppo ma segna anche un punto di non ritorno per i Depeche Mode: nel 1985 pubblicano infatti una raccolta, “The Singles 81>85”, che capitalizza il successo acquisito presentando anche due nuovi brani, la ritmata It’s Called A Heart e soprattutto la bellissima Shake The Disease. Il tempo della maturità è finalmente giunto.

Nel marzo ’86 esce un singolo strepitoso, Stripped: i Depeche Mode non avevano mai pubblicato niente di simile, un mix fra musica ambient, ritmi orientali, campionamenti e atmosfere dark ed intimiste, con quell’incrocio finale tra le voci di Gahan e Gore che mette i brividi. Stripped fa da apripista al nuovo album, il grandioso “Black Celebration”, che porta i Depeche Mode al 3° posto della classifica inglese. Oltre ad essere una pietra miliare nella carriera dei Depeche Mode, “Black Celebration” chiude anche un’altra importante fase: è l’ultimo album a figurare un contributo autoriale di Alan Wilder (da qui in avanti tutto il resto sarà scritto da Martin), l’ultimo ad avvalersi della preziosa collaborazione tecnico-sperimentale di Gareth Jones, l’ultimo a figurare nella produzione anche Daniel Miller. Ma è anche il primo album che apre la lunga e prolifica collaborazione dei Depeche Mode col noto fotografo/videomaker Anton Corbijn: insieme girano l’ultimo estratto di “Black Celebration”, A Question Of Time, con Corbijn che col tempo diverrà il direttore d’immagine della band.

Nel 1987 i Depeche Mode sono al lavoro col produttore Dave Bascombe: ne esce il miglior album degli anni Ottanta per la band, ovvero “Music For The Masses“, supportato da due singoli incredibilmente potenti e melodici come Strangelove e Never Let Me Down Again (quest’ultima è una delle canzoni che più amo in assoluto). Segue un fortunatissimo tour internazionale che culmina nel luglio 1988 al Pasadena Rosebowl Stadium (California), di fronte a 72mila fan estasiati. Il tutto viene immortalato dal film e dal doppio elleppì “101”, entrambi usciti nel 1989. Ma i Depeche Mode non dormono sugli allori: già ad agosto esce infatti Personal Jesus, uno dei loro singoli più famosi e fortunati, mentre il gruppo si getta a capofitto nell’incisione del prossimo album, realizzato con la produzione di Flood.

Anticipato dalla superlativa Enjoy The Silence (forse la canzone più famosa e rappresentativa dei nostri), edita come singolo nel febbraio ’90, “Violator” conduce i Depeche Mode al 2° posto della classifica britannica. E’ l’album della band che amo di più, per me è il loro biglietto da visita, quello che contiene, oltre a Personal Jesus ed Enjoy The Silence, alcune delle migliori canzoni dei Depeche in assoluto, come The Sweetest Perfection, Policy Of Truth, Clean, Halo e la ballata d’atmosfera Blue Dress… dimenticavo Waiting For The Night, duetto suggestivo tra Martin e Dave. Insomma, un disco stupendo! Il World Violation Tour ha successo in tutto il mondo e i Depeche Mode sono invitati dal regista Wim Wenders a fornire una canzone per il suo film “Fino alla Fine del Mondo”: anche Death’s Door, cantata da Martin, è una canzone stupenda, testimoniando ancora una volta un periodo di grande forma compositiva ed espressiva della band.

Periodo che prosegue nel corso del 1992, mentre i Depeche Mode sono impegnati tra Spagna e Germania per il nuovo album, ancora con Flood alla console. Ma in realtà ci sono alcune crepe: Dave dichiara che non è più interessato a fare brani danzerecci coi Depeche Mode, vedendo nella nascente scena ‘alternative’ americana il futuro della musica. Ed è proprio di genere ‘alternative’ il nuovo miracolo dei Depeche Mode: pubblicato nella primavera del ’93, “Songs Of Faith And Devotion” giunge al 1° posto sia in patria che negli USA. Promosso da cinque singoli straordinari (I Feel You, One Caress, Walking In My Shoes, Condemnation e In You Room), il nuovo album – che contempla l’uso di chitarre, batterie, orchestre e coriste – viene supportato con un tour lungo un anno e mezzo che porta praticamente i Depeche Mode in ogni angolo del pianeta. Ma la stanchezza e gli eccessi si fanno sentire: dopo il Devotional Tour, Dave Gahan, ormai tossicodipendente, tenta il suicidio mentre Alan Wilder decide di lasciare il gruppo nel giugno ’95. Ancora una volta i Depeche Mode sono dati per spacciati ma ancora una volta la storia smentirà tutte le peggiori ipotesi.

Anche col formidabile Wilder fuori dai ranghi, i Depeche Mode tornano in azione nel febbraio ’97, col potente singolo Barrel Of A Gun. Poi è la volta d’un altro singolo, il fortunatissimo It’s No Good, e finalmente del nuovo album, “Ultra“. Seguìto da altri due singoli eccezionali, Home e Useless, “Ultra” si rivela un successo mondiale confermando ancora una volta l’amore incrollabile dei fan per i propri beniamini. Dave Gahan si è ripulito una volta per tutte e nel 1998 la band è pronta per tornare in pista: un tour in grande stile promuove in tutto il mondo la nuova raccolta dei Depeche Mode, “The Singles 86>98”, un altro grande successo. La storia si ripete anche all’uscita dei due successivi album in studio della band, “Exciter” (2001) e “Playing The Angel” (2005, album che per la prima volta si avvale anche del contributo autoriale di Dave): singoli bellissimi e performance generose fanno dei Depeche Mode uno dei gruppi più amati e credibili dell’odierna scena musicale.

Mentre la band terminava il Playing The Angel tour (anch’io c’ero il 17 luglio 2006 allo stadio Olimpico di Roma), la Mute ha rimasterizzato & ripubblicato tutti gli album da studio dei Depeche Mode, mentre in autunno è uscita una raccolta comprensiva del periodo 1981-2005 più un brano inedito, Martyr. Dopo alcune escursioni solistiche (ricordo il bell’album di cover realizzato da Martin Gore nel 2003, “Counterfeit2”, i due album realizzati dal solo Dave Gahan tra il 2003 e il 2007, e anche il progetto Client curato da Andy Fletcher), i Depeche Mode sono tornati in grande stile nel 2009 con un nuovo album, “Sounds Of The Universe”, e un nuovo tour internazionale di grande successo.

Gli anni Dieci del nuovo millennio hanno visto un riavvicinamento alla band non solo di Alan Wilder ma addirittura anche di Vince Clarke: se entrambi hanno curato un remix a testa per un’antologia tematica dei Depeche Mode, Vince ha perfino realizzato un album con Martin, un curioso album techno chiamato “Ssss” e pubblicato nel 2012. Ad ogni modo, già l’anno successivo i Depeche Mode come gruppo sono tornati in azione con l’album “Delta Machine“, il primo dopo il prestigioso passaggio alla Sony, e la relativa tournée mondiale.

Anticipato dal singolo Where’s The Revolution, il nuovo album “Spirit” ha visto la luce nel marzo 2017, con i Depeche Mode già in fase di riscaldamento per l’imminente tour mondiale. Torneremo presto a parlarne.

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