Pink Floyd

pink-floyd-classifica-immagine-pubblica-blogLa mia conoscenza di questo gruppo inglese parte veramente da lontano, molto lontano: in casa ho delle fotografie di quando avevo solo tre anni che mi mostrano con delle enormi cuffie collegate al potente stereo di mio zio… in famiglia mi hanno detto che stavo ascoltando proprio loro, i grandissimi Pink Floyd.

In un post precedente, parlando di Syd Barrett, ho citato l’esordio di questa celebre band, per cui vado avanti con la storia, che riparte quindi dal principio del 1969. I Pink Floyd, un quartetto costituito da Roger Waters (voce e basso), Richard Wright (tastiere e voce), Nick Mason (batteria) e dal nuovo acquisto David Gilmour (voce e chitarra), sembrano aver smarrito la strada del pop e pensano di riciclarsi come compositori di musiche per film. Accettano così la proposta del regista francese Barbet Schroeder di musicargli il film “More”: ne esce fuori una colonna sonora apprezzabile, chiamata anch’essa “More”, che restituisce fiducia ai quattro e li spinge a tornare in studio per un terzo album.

I Pink Floyd, stavolta, intendono realizzare un disco altamente sperimentale e psichedelico, e per rendere più appetibile il tutto lo abbinano ad un elleppì dal vivo, contenente anche una fantastica versione della barrettiana Astronomy Domine: il doppio album vede la luce in ottobre col titolo di “Ummagumma”, uno slang studentesco per indicare il rapporto sessuale. Ma la creatività del gruppo non si arresta e porta alla composizione d’una lunga suite strumentale che viene presentata in Francia con un corpo di ballo. Il brano diventerà Atom Heart Mother grazie alla collaborazione dell’arrangiatore e orchestratore Ron Geesin (ai primi del 1970 al lavoro con Roger Waters su un’altra colonna sonora, “The Body”) e costituirà l’intera facciata A del nuovo album dei Pink Floyd, l’omonimo “Atom Heart Mother”. Sul lato B ci sono tre canzoni scritte e cantate dai rispettivi autori (If per Waters, Summer ’68 per Wright e Fat Old Sun per Gilmour) più l’incredibile pezzo psichedelico Alan’s Psychedelic Breakfast, una composizione collettiva tra le più suggestive dei nostri. “Atom Heart Mother” viene pubblicato nell’ottobre 1970 e la sua copertina è una delle più famose ed imitate al mondo: la mucca al pascolo che si gira a guardarci incuriosita, chi non ce l’ha presente?!

Sempre nel ’70, i Pink Floyd incidono anche alcuni brani per la colonna sonora del film di Michelangelo Antonioni, “Zabriskie Point”, ma l’esperienza non si rivela delle più ispirate. Comunque, nel 1971, la band torna con un nuovo album, “Meddle”, contenente la famosa One Of These Days e la mastodontica suite di Echoes. In estate i Pink Floyd suonano dal vivo fra le rovine di Pompei e vengono quindi immortalati nel suggestivo film musicale intitolato “Live At Pompeii” (1972).

Nel ’72 la band è nuovamente in pista con un’altra colonna sonora: si tratta di musicare il seguito di “More”, un film chiamato “La Vallée”. Ne viene fuori “Obscured By Clouds”, probabilmente l’album più debole dei Pink Floyd, tuttavia interessante per alcune soluzioni che adotta e che saranno riproposte con ben altri risultati nei lavori successivi. Nel corso di quell’anno, inoltre, i Floyd presentano dal vivo quello che viene comunemente inteso come il loro capolavoro, “Dark Side Of The Moon”, un album straordinario che viene pubblicato nel marzo ’73. Il disco riscuote subito un enorme successo mondiale, spedendo per la prima volta i Pink Floyd in vetta alla classifica americana. Tuttora “Dark Side” è l’album che nella storia del rock è stato per più tempo in classifica: dal ’73 al ’88 è stato ininterrottamente tra i cento dischi più venduti negli USA, ricomparendo più volte negli anni successivi.

Tornando al 1973-74, per i Pink Floyd il successo e il clamore diventano una sbornia che lascia i segni: il gruppo è ormai ‘arrivato’, s’è fatto un sacco di soldi, la sua musica è la sintesi magnifica di cinque anni consecutivi di sperimentazioni. Che altro possono fare, si chiede soprattutto Roger Waters. Fino a quel punto ogni membro dei Pink Floyd ha collaborato, chi più chi meno, alla composizione del materiale e alla sua produzione. Dopo “Dark Side” la storia cambia, con Roger che inizia ad assumere il controllo della band: è grazie al suo impulso che i Pink Floyd tornano in studio alla fine del ’74 per dare un seguito a “Dark Side”. Si lavora sul tema dell’assenza, che Roger percepisce dai rapporti tra i membri del gruppo, ma anche dalla nostalgia per Syd Barrett. Da qui canzoni malinconiche come Wish You Were Here e Shine On You Crazy Diamond, ma anche brani che cantano la disillusione per i lustrini dello show-business come Have A Cigar e Welcome To The Machine. Checché ne dica Waters, l’atmosfera in studio genera un nuovo capolavoro, “Wish You Were Here”, forse l’album più immaginifico dei Pink Floyd. Altro numero uno in tutto il mondo & uno dei dischi più venduti ed apprezzati della storia del rock.

“Wish You Were Here” non vede nessun contributo compositivo da parte di Mason, mentre il successivo album, “Animals”, non contemplerà nessun contributo compositivo da parte di Wright. “Animals”, pubblicato nel gennaio ’77, può essere infatti considerato il primo d’una trilogia di album fortemente watersiani, dove il bassista diventa il protagonista indiscusso del suono e delle tematiche floydiane. Se i suoni si fanno più duri e cattivi, i testi diventano via via più personali e sempre più intrisi di cruda realtà (il dramma della guerra, l’abuso della grande industria ai danni dell’ambiente, la competizione arrivistica, i sistemi oppressivi sperimentati fin dalla scuola, lo status di rockstar che comporta barriere tra se stessi e le persone amate) a dispetto dell’immaginazione e della divagazione psichedelica. Tutto ciò sfocia in maniera più compiuta nell’album successivo, il celeberrimo “The Wall”, un doppio album che viene pubblicato nel novembre 1979. L’album, oltre ad avvalersi della sola composizione di Waters (soprattutto lui) e Gilmour, non viene più prodotto dai Pink Floyd, bensì dai soli Waters e Gilmour col produttore-arrangiatore canadese Bob Ezrin. I tre danno però vita ad un capolavoro indiscusso del rock, il mio album preferito in assoluto.

Ma “The Wall” è un concept-album che travalica l’idea stessa di album musicale: i Pink Floyd vi lavoreranno per altri tre anni, rappresentandolo in una serie di concerti e immortalandolo in un film diretto da Alan Parker. L’album conclusivo della trilogia watersiana, chiamato profeticamente “The Final Cut”, vede comunque la luce nella primavera del 1983: in pratica è un album solista di Roger, tanto che viene dedicato a suo padre, morto nel ’44 durante la guerra. Ai lavori partecipano i soli Mason e Gilmour, seppur col minimo apporto, con Wright che viene fatto fuori al termine del tour di “The Wall” nel 1981 (anche se la sua effettiva partecipazione alle sedute di “The Wall” è discutibile). Checché se ne dica, “The Final Cut” è uno dei dischi migliori dei Pink Floyd, un sincero e sentito atto di accusa contro la guerra, nonché una commovente commemorazione dei caduti per un mondo migliore, un mondo che finora non ha mantenuto di certo le sue promesse.

Per la prima volta dopo la pubblicazione d’un loro album, i Pink Floyd non vanno in tour, anzi ognuno torna in studio per contro proprio tanto che nel 1984 usciranno quattro album solisti, uno per ogni componente della band. La storia sembra concludersi definitivamente solo nel dicembre ’85, quando Roger Waters annuncia la sua dipartita dai Floyd: nella sua mente, la band non ha più nulla d’aggiungere e perciò merita un dignitoso scioglimento. Non così nella mente di Dave Gilmour, il quale pensa bene di continuare come Pink Floyd: inizialmente come duo col solo Mason e più tardi contattando Wright come semplice turnista. E così nel 1987 esce “A Momentary Lapse Of Reason”, fortunato album dei redivivi Pink Floyd, accompagnato da un fortunatissimo tour mondiale che si conclude nel 1989 a Venezia.

Roger Waters non resta di certo a guardare: tra le due parti inizia una lunga serie di reciproche accuse e soprattuto di cause legali per l’uso del nome e della spartizione dei diritti. Waters ottiene tutto quello che vuole ma non può impedire ai Pink Floyd di continuare ad esistere: nel ’94 esce quindi un altro album, il rock struggente di “The Division Bell” (qui Wright è un membro a tutti gli effetti e il sound ci guadagna). Segue un altro fortunato tour in giro per il mondo al termine della quale i Pink Floyd sembrano riposare una volta per tutte.

Intanto, negli anni Novanta, il pop-rock giunge alla sua storicizzazione, anche perché il panorama musicale è piuttosto povero: tutti gli album dei Pink Floyd vengono ristampati, con tanto di nuove raccolte, altri dischi dal vivo e divvuddì, spesso tornando nei quartieri alti delle classifiche. Poi nel 2005 il miracolo: Bob Geldof già organizzatore dello storico Live Aid, annuncia al mondo la reunion dei Pink Floyd con tanto di Roger Waters! La cosa si materializza a luglio, rendendo il momento storico del Live 8 ancora più storico di quello che sarebbe stato. I Pink Floyd, come tutti gli altri protagonisti in programma, eseguono un set di soli venti minuti ma sono venti minuti di grandi emozioni per tutti. Personalmente, mentre il gruppo suonava Comfortably Numb e alle sue spalle si materializzava lo slogan ‘make poverty history’ con la stessa grafica di “The Wall” proiettata sulla copertina di quel disco… beh, ho avuto la pelle d’oca!

All’indomani del Live 8, il sito ufficiale di Roger Waters scriveva ottimisticamente che ‘tutto è possibile’ su una foto dei quattro musicisti riuniti, lasciando ben intendere per una reunion più sostanziosa in futuro. Invece, a parte le recenti dichiarazioni di Dave Gilmour sul fatto che ormai i Pink Floyd appartenenvano definitivamente al suo passato, il 15 settembre 2008 è venuto improvvisamente a mancare Richard Wright. A questo punto – e lo scrivo con profondo rammarico – i Pink Floyd appartengono al passato di tutti noi.

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Bauhaus

bauhaus-immagine-pubblicaUna delle band alle quali sono più affezionato e a cui più tengo – anche se non la ascolto propriamente dalla mattina alla sera – sono gli inglesi Bauhaus, originari di Northampton. Amo molto la loro unica commistione fra etica punk e rock teatrale, il loro essere dark senza però scadere nel manierismo del genere.

La storia di questo gruppo inizia nel 1978 quando due compagni di scuola, Peter Murphy (voce) e Daniel Ash (chitarra), uniscono le forze a quelle dei fratelli David J e Kevin Haskins (rispettivamente bassista e batterista), per formare i Bauhaus 1919, dal nome della storica scuola d’arte tedesca. Nel corso del ’79 il nome diventa definitivamente Bauhaus e il quartetto pubblica per una piccola etichetta, la Small Wonder, già il suo capolavoro, il singolo autoprodotto Bela Lugosi’s Dead. Questo disco (sulla facciata A c’è appunto Bela Lugosi’s Dead, sulla facciata B troviamo Boys e una versione embrionale di Dark Entries, peraltro non accreditata sulla confezione) è un’autentica pietra miliare del rock: dà praticamente il via al filone gothic rock, anche se i Bauhaus non gradiranno mai quest’etichetta, definendosi tuttalpiù una band di dark rock ‘n’ roll. Bela Lugosi’s Dead, dedicata al celebre attore Bela Lugosi (interprete hollywoodiano di fortunate pellicole dedicate al conte Dracula negli anni Venti e Trenta), è un originale intreccio tra rock, progressive, cabaret, noise e dark che dura oltre nove minuti… e se poi pensiamo che, rispettosi dell’etica punk, il singolo è stato autoprototto da questi ragazzi con un’età compresa tra i 19 e i 22 anni il tutto è ancora più strabiliante.

Un tale singolo non può passare certamente inosservato e così, nel 1980, i Bauhaus firmano per la celebre etichetta alternativa 4AD che, nel corso dell’anno, pubblica quindi il primo album della band, “In The Flat Field”: un disco selvaggio, irrequieto, originale, come l’approccio strumentale del trio Ash-Haskins-Haskins e la voce incredibile di Murphy, una delle più belle che io abbia mai ascoltato.

Nel 1981 è la volta di “Mask”, album che segna un ulteriore progresso nel sound dei Bauhaus: entrano elementi funky (Kick In The Eye e In Fear Of Fear) ma anche brani più lenti e atmosferici, come la tetra e bellissima Hollow Hills. A partire da quel 1981, inoltre, i dischi dei Bauhaus iniziarono ad essere pubblicati dalla casamadre della 4AD, ovvero la Beggars Banquet. Nell’82 esce così quello che secondo me è l’album più riuscito dei Bauhaus, “The Sky’s Gone Out”, contenente brani di incredibile forza e originalità espressiva come Silent Hedges, Swing The Heartache, Spirit e la fantastica All We Ever Wanted. Anche il singolo di quell’anno, non pubblicato su album, Lagartija Nick, è una delle esperienze sonore più convincenti & esaltanti della band, così come la potente cover di Ziggy Stardust di David Bowie (uno dei miti della band assieme a Elvis Presley, Iggy Pop e Syd Barrett), pubblicata anch’essa come singolo nel 1982.

Purtroppo il bel gioco dura poco e le crepe avanzano nel corso dell’83: Peter si ammala durante le sessioni del quarto album ma gli altri continuano senza di lui, cantando a turno le proprie canzoni, accreditate però come sempre alla firma collettiva Bauhaus. Quando Peter torna, presenta le sue canzoni, canta dov’è richiesto e ne esce fuori un album comunque bello, “Burning From The Inside”, con una copertina indimenticabile. I brani degni di nota sono la stupenda She’s In Parties (dark rock che si fonde con sonorità dub-reggae), Who Killer Mr. Moonlight (cantata da David J), la malinconica Kingdom’s Coming e la conclusiva Burning From The Inside, un crudo rock lungo nove minuti dove Peter urla ossessivamente ‘never more’ (mai più).

Nel 1983, dopo un’ultima serie di concerti e un prezioso regalo ai membri del fan club (il singolo inedito The Sanity Assassin / Spirit In The Sky), i Bauhaus giungono così all’inevitabile scioglimento. In un primo momento, Daniel Ash fonda i Tones On Tail (ai quali si unirà anche Kevin Haskins), poi, nel 1985, esce il primo album dei Love And Rockets, ovvero i due fratelli Haskins con lo stesso Ash, ovvero ancora i treqquarti dei Bauhaus. E Peter Murphy? Nel 1984 dà vita ai Dalis Car col grande bassista Mick Karn (libero giacché anche la sua band, i Japan capitanati da David Sylvian, s’è ormai sciolta): il duo pubblica l’interessante “The Waking Hour” ma poi ognuno per sé, con la carriera di Peter che va a gonfie vele anche oggi, dopo ventidue anni di attività solista.

La nostalgia dei Bauhaus è comunque dura a morire: nel 1985 esce uno straordinario doppio elleppì, “Bauhaus 1979-1983”, che include i singoli non pubblicati sugli album (come la magnifica Double Dare), gli estratti dagli album e l’inedita (tranne per i membri del fan club) & tosta The Sanity Assassin. L’anno seguente, “Bauhaus 1979-1983” viene stampato con brani aggiunti in due distinti ciddì, “Volume One” e “Volume Two”… da avere assolutamente per chi vuole ritenersi ammiratore dei Bauhaus!

Gli anni passano, le ferite rimarginano, le fratture si ricompongono e i Bauhaus risorgono nel 1998 con il Resurrection Tour, in giro trionfalmente in tutto il mondo. Nello stesso anno esce una formidabile raccolta, “Crackle”, che risveglia l’interesse per i Bauhaus: la Beggars Banquet, infatti, ristampa tutti gli album del gruppo, compreso il live del 1982 “Press The Eject And Give Me The Tape”, con tracce aggiunte di notevole interesse (praticamente tutti i lati A e B dei vari singoli). Nel ’99 esce invece “Gotham”, un doppio ciddì registrato a New York che testimonia ancora una volta la grandezza dal vivo dei Bauhaus: inutile dirvi che si tratta d’un disco bellissimo, impreziosito anche dal primo inedito in studio dei Bauhaus dal 1983, ovvero la cover di Severance dei Dead Can Dance.

Dopo altri progetti solistici (Peter Murphy lo seguo sempre, ho tutti i suoi dischi…), i Bauhaus tornano per una serie di concerti nel 2006, presentando anche alcuni nuovi brani. E’ il preludio ad una reunion più prolifica che porterà la band nuovamente in studio per un quinto – e a quanto pare conclusivo – album, “Go Away White”, pubblicato nel marzo 2008.

– Mat

(ultimo aggiornamento: 20 marzo 2008)

Prince

prince-immagine-pubblicaPrince Roger Nelson nasce a Minneapolis (Minnesota) il 7 giugno 1958 da genitori musicisti: papà John Nelson è un pianista jazz, mamma Mattie (d’origini indiane) è invece una cantante. Prince, insieme a fratelli e sorelle, è quindi abituato fin da piccolo alla musica: all’età di dieci anni suona già piano, batteria e chitarra. Tuttavia l’armonia in casa Nelson dura poco perché i genitori si separano e il piccolo Prince viene sballottato a destra e a sinistra. Trova l’equilibrio nella musica, fondando il gruppo dei Grand Central, band nella quale militano anche Terry Lewis e Jimmy Jam, in futuro fortunatissimi produttori discografici.

Le ambizioni di Prince, così come la sua esuberante personalità, sono però troppo grandi per restare confinate in un gruppo che, tuttavia, desta l’attenzione della Warner Bros. E’ proprio con la Warner che il ventenne Prince debutta quindi su disco: “For You” esce nel 1978 e contiene già un singolo memorabile, Soft And Wet. L’anno successivo è la volta dell’omonimo album “Prince”, contenente l’altrettanto memorabile I Wanna Be Your Lover ma anche Why You Wanna Treat Me So Bad?, dove il nostro dimostra la sua grande abilità chitarristica. Nell’80 esce “Dirty Mind”, con Prince che perde definitivamente la sua innocenza e diventa quell’artista che oggi tutti conoscono; già la copertina è tutta un programma, mentre i testi, soprattutto Head, sono molto espliciti sessualmente. Altra evoluzione nel 1981, con l’album “Controversy”: in copertina, Prince assume quel look glam e sgargiante che lo caratterizzerà per gran parte degli anni Ottanta ma soprattutto il disco contiene l’omonima Controversy (singolo tra i migliori di Prince), Do Me Baby e un primo esempio di critica sociale nella sua musica, ovvero Ronnie Talk To Russia.

Fin qui, il genio di Minneapolis ha dato prove convincenti della sua abilità polistrumentistica ma anche vocale, dato che spesso tutte le voci che si ascoltano sono sempre sue. Abilità, queste, che torneranno utili spesso & volentieri nel corso della sua lunga discografia, anche se, nel periodo 1982-83, Prince appronta una band di collaboratori più o meno fissi, alla quale darà il nome The Revolution. Il primo frutto di questa collaborazione è l’album “1999”, uscito nell’82: secondo i più, è il primo album importante di Prince, quello nel quale getta le fondamenta dello stile e della musica princiana da qui al futuro. E’ vero comunque che “1999” contiene il primo grande hit del nostro, Little Red Corvette, ma anche l’omonima 1999 e Delirious. Prince è ormai giustamente considerato un astro nascente: apre il tour americano dei Rolling Stones e inizia a scrivere, produrre e suonare canzoni per altri artisti, tra cui The Time, Vanity 6 e Apollonia 6.

Nel 1983 le ambizioni di Prince raggiungono un nuovo stadio: vuole realizzare un film con relativa colonna sonora, una storia parzialmente autobiografica dal titolo “Dreams”. Nel frattempo contatta il regista Albert Magnoli, affida la parte femminile ad Apollonia Kotero e inizia a comporre coi Revolution alcune delle sue canzoni più straordinarie: Let’s Go Crazy, I Would Die 4 U, Baby I’m A Star ma soprattuto quello splendido inno che è Purple Rain. Sarà proprio “Purple Rain” il titolo scelto per il film e la colonna sonora, entrambi editi nell’84. Il film è in parte bello e doloroso, mentre la colonna sonora, il primo album di Prince co-accreditato ai Revolution, è la cosa che più m’interessa: si tratta del primo grande successo mondiale di Prince, il quale diventa un’affermata star internazionale. Il disco, a mio avviso, contiene un solo brano brutto (Darling Nikki, che poco sopporto) con tutti gli altri che sono uno meglio dell’altro. Vi sono anche canzoni incise completamente dal solo Prince, come le stupende The Beautiful Ones e When Doves Cry; quest’ultima, pubblicata anche su singolo, riceve un Grammy come miglior brano del 1984.

Prince e i Revolution, comunque, non dormono sugli allori e tra la promozione del film, del disco e del tour di “Purple Rain” tornano in studio per registrare un nuovo album. “Around The World In A Day” esce così nell’85: sulla scia di “Purple Rain” ha un enorme successo istantaneo ma sul lungo termine le vendite risultano meno significative e l’album riceve diverse critiche. Certo, è un lavoro meno immediato di “Purple Rain” ma il suo gusto psichedelico, quasi beatlesiano, la dice lunga sul talento di un uomo che non si ferma di fronte a nulla, nemmeno alle sicurezze del successo. C’è da dire che “Around The World In A Day” include alcuni dei brani migliori di Prince, quali Paisley Park (dal nome del suo celebre studio/quartier generale di Minneapolis), Pop Life, Condition Of The Heart, America e Raspberry Beret. In questi anni risalta un’altra caratteristica di Prince: la sua strabordante creatività che lo spinge a inserire nuovi brani dappertutto, in particolare nei lati B dei singoli. Spesso i B-side non hanno nulla d’eccezionale, invece quelli di Prince (così come quelli di pochi altri artisti) sono assolutamente meritevoli di stare negli album, ascoltare ad esempio 17 Days per credere. Ma ce ne sono innumerevoli nella storia di Prince, soprattuto nel periodo 1981-1993: per chi volesse andare fino in fondo, consiglio il fondamentale box-set di tre ciddì “The Hits/The B-Sides” del ’93.

Prince e soci tornano alla carica nel 1986 con un nuovo film, “Under The Cherry Moon” (girato in bianco e nero, per lo più a Parigi) e la relativa colonna sonora, “Parade”. Il film viene stroncato e non ottiene la stessa entusiastica risposta di pubblico di “Purple Rain”, mentre “Parade” è riconosciuto come uno dei dischi migliori di Prince, soprattutto perché trainato da uno dei suoi singoli più celebri e amati, Kiss. L’album contiene comunque altri episodi felici come Mountains, Sometimes It Snows In April, Girls & Boys e Life Can Be So Nice. Nella seconda parte dell’86, Prince torna in studio per incidere “Dream Factory”, il suo quarto album coi Revolution, ma le cose non vanno nel verso giusto: i Revolution si sciolgono e ognuno va per la propria strada (il duo femminile Wendy & Lisa otterrà anche un discreto successo negli anni Ottanta), soprattutto Prince che torna ad essere un artista solista finalmente libero di dare sfogo alla sua incredibile creatività. Il genio di Minneapolis produce album (c’è chi dice che li scriva, li canti e li suoni pure) per i Madhouse, Sheila E. (una bravissima percussionista che continua a collaborare con Prince anche oggi) e Jill Jones, collabora segretamente anche con Miles Davis e di questo ne parliamo in seguito. Da solo, il nostro incide un intero album con uno pseudonimo, Camille: l’album contiene otto brani decisamente funky dai testi piccanti ma viene ritirato per motivi ignoti. Prince incide anche un triplo album dal titolo “Crystal Ball” ma la Warner glielo contesta: troppo lungo, che diamine! Prince risponde con un nuovo album, un doppio, “Sign ‘O’ The Times“, pubblicato nella primavera del 1987: anticipato dal superbo singolo omonimo, “Sign ‘O’ The Times” riscuote un grosso successo di vendite e di critica in tutto il mondo ed è tuttora considerato uno dei lavori migliori di Prince. Dal tour internazionale di “Sign ‘O’ The Times” Prince ricava anche l’omonimo film-concerto ma, anche in questo caso, non dorme sugli allori.

Nel corso dell’anno torna in studio e registra il suo album più funky, dal titolo emblematico di “The Black Album“. Infatti la grafica del disco è interamente nera, senza crediti e senza informazioni, le uniche scritte, quelle relative al numero di catalogo, sono stampate in color rosa-pesca. Non è prevista altresì alcuna promozione, niente video e tanto meno interviste (le interviste di Prince sono comunque rare) mentre la Warner stampa il disco e s’appresta a pubblicarlo per il Natale ’87. Anche in questo caso però, all’ultimo momento, il “Black Album” viene ritirato dal mercato: pare che i dirigenti della Warner ma anche lo stesso Prince abbiano manifestato dubbi su testi troppo espliciti sessualmente o troppo duri. Ancora una volta, comunque, il genio di Minneapolis decide d’andare avanti e per la primavera dell’88 fa uscire un nuovo album, “Lovesexy”, uno dei suoi migliori in assoluto, anticipato dal formidabile singolo Alphabet Street. Sempre dell’88 è la colonna sonora del film “Bright Lighs Big City” con Michael J. Fox: vi è inclusa l’inedita Good Love, uno degli otto brani incisi sotto lo pseudonimo di Camille (Prince che canta con la voce accelerata…, altri brani sono finiti in “Sign ‘O’ The Times”, nel “Black Album” e in alcuni singoli del periodo 1987-89, lasciando in archivio la sola Rebirth Of The Flesh).

Nel 1989 esce un nuovo album di Prince, la colonna sonora del celebre “Batman” di Tim Burton, per il quale il nostro scrive le canzoni. Il singolo Batdance vola al 1° posto trascinandovi anche l’album, mentre Prince ha una storia con la protagonista femminile del film, Kim Basinger (addirittura i due partecipano al singolo The Scandalous Sex Suite, titolo che è tutto dire). Non so se lavorare a “Batman” abbia risvegliato la passione per il cinema in Prince ma tant’è che nel 1990 esce il suo terzo film vero e proprio, “Graffiti Bridge”, accompagnato dall’omonima colonna sonora. Il film è il seguito di “Purple Rain” ed è girato dallo stesso Prince come un lungo e patinato videoclip: agli ammiratori di Prince come me il film è piaciuto, meno al grande pubblico e alla critica. La colonna sonora, che figura anche altri artisti (ri)lanciati da Prince (George Clinton, Tevin Campbell, Mavis Staples, The Time, Ingrid Chavez…) contiene ottime canzoni quali Thieves In The Temple, Still Would Stand All Time, The Question Of U e New Power Generation. Nel ’90 esce anche Nothing Compares 2 U, il brano più famoso e fortunato di Sinéad O’Connor, scritto da Prince qualche anno prima per un altro dei suoi protetti, The Family. In quel periodo la O’Connor ha anche una breve relazione con Prince, dopo che questi ebbe pure una storia con Madonna.

Nel 1991 la carriera di Prince riparte con una nuova band, The New Power Generation (o anche NPG), e un nuovo disco, “Diamonds And Pearls”. L’album include dei brani bellissimi e innovativi come il singolo Cream (al 1° posto della classifica USA), la ballata Diamond And Pearls (dove Prince duetta con la sua nuova scoperta, Rosie Gaynes), Money Don’t Matter 2Nite, Gett Off e Thunder, e riscuote un grosso successo internazionale. Tra il ’91 e il ’92 la formazione dei NPG subisce un cambiamento d’organico: la Gaynes se ne va per dedicarsi alla carriera solista e il suo posto è rilevato da Mayte che, seppur meno dotata artisticamente, è una gran bella figliola! Nel ’92, dopo che Prince firma per la Warner il secondo contratto discografico più lauto della storia (lo batte solo Michael Jackson che aveva rinnovato l’anno prima con la Sony), esce l’omonimo album “Prince And The New Power Generation”, contraddistinto da un fantasioso simbolo grafico che celebra l’unione tra uomo e donna, da cui anche il soprannome di “Love Symbol” al disco in questione.

I due album realizzati da Prince coi NPG definiscono un nuovo sound per l’artista di Minneapolis: la sua musica, se possibile, è diventata ancora più black, dato che il rap e i suoni urbani dell’hip-hop la fanno da padroni. Una caratteristica comune a tante altre stelle nere della musica: negli anni Novanta, artisti del calibro di Michael Jackson, Whitney Houston ma anche la grande Aretha Franklin, tanto per fare degli esempi, hanno accentuato i tratti salienti del black sound a discapito del tipico orientamento pop-rock che più piace ai bianchi. Evidentemente, per gli artisti afroamericani, gli anni Novanta hanno rappresentato l’affermazione definitiva della black culture nell’industria discografica di massa, anche a costo d’una parziale contrazione del pubblico bianco.

Nel ’93 la carriera discografica di Prince compie quindici anni: è tempo di celebrazioni e, per l’occasione, escono due stupende raccolte in simultanea chiamate “The Hits 1” e “The Hits 2” che includono i maggiori successi di Prince, più rarità, inediti e il nuovo rockeggiante singolo di Peach. Esce anche un’edizione limitata in tre ciddì chiamata “The Hits/The B-Sides” che include i due compact “Hits 1” e “Hits 2” più un terzo disco contenente rarità e la maggior parte dei tanti lati B dei singoli. Ma c’è anche qualcosa di nuovo, di strano, che coinvolge più da vicino la storia di Prince: l’artista annuncia di voler cambiare nome e per identificarsi utilizza quel Love Symbol apparso sull’album del ’92. La prima cosa che pubblica sotto questo ‘nome’ è un maxi singolo chiamato “The Beautiful Experience” che vede la luce nella primavera del ’94, dopo che Prince si è sposato con Mayte. La Warner, però, lo forza a pubblicare un nuovo album col suo nome storico: esce così, ad agosto, “Come”, un album piuttosto cupo ma certamente tra i più suggestivi di Prince. Seguono tensioni con la casa discografica che, nel novembre di quell’anno, pubblica anche la versione ufficiale del “Black Album”. La protesta di Prince giunge con un album significativamente chiamato “Exodus” (esodo): il disco, edito dalla Edel, è accreditato ai soli New Power Generation ma Prince c’è e si sente… come membro dei NPG è accreditato come Tora Tora e la sua foto è volutamente ritoccata con della sovraesposizione rossa sul volto.

Apparentemente, Prince e la Warner fanno pace e così, nel 1995, esce “The Gold Experience”, un nuovo album di Prince accreditato ufficialmente col noto simbolo grafico: si tratta d’un bel disco che contiene una delle mie canzoni preferite di Prince (o di come volete chiamarlo…), I Hate U. La pace dura però poco, Prince si rifiuta di suonare vecchio materiale nei concerti e inizia a farsi fotografare con la scritta ‘slave’ (schiavo) sulla guancia. Nel corso del ’96, la Warner forza Prince a publicare un nuovo disco: ne viene fuori “Chaos & Disorder”, un album raffazzonato di vecchie registrazioni e scarti. Il singolo, Dinner With Delores, è però carino anche se nel videoclip Prince mostra più volte la scritta ‘slave’ sulla sua guancia. Dopo quest’album, Prince riesce a divincolarsi dalla Warner e firma per la Capitol-EMI, la quale, a fine anno, pubblica un incredibile triplo ciddì, “Emancipation“. Simbolicamente, sulla copertina del disco, oltre al consueto marchio grafico col quale Prince ormai s’identifica, si vedono le sue mani che spezzano le catene. Per me “Emancipation” è un album straordinario, uno dei miglior di Prince: mi piange il cuore vederlo in alcuni centri commerciali alla misera cifra di sette euro… ma tant’è.

Tuttavia, sarà all’incira in questo periodo che smetto di seguire Prince: non per cattiva volontà ma per il fatto che lui continua a pubblicare dischi dopo dischi (il video con pezzi inediti di “The Undertaker”, il balletto “Kamasutra”, la stampa ufficiale di “Crystal Ball” – il triplo album inedito datato 1986 – , un disco acustico chiamato “The Truth”, un album di Mayte dove pare che suoni tutto lui e tanti altri progetti che ci vorrebbe un altro post per elencarli tutti!) mentre la mia enorme curiosità musicale mi porta ad esplorare le discografie di altri artisti. Rimango però affezionato a Prince, altrimenti non sarei qui a parlarne: nel ’98 pubblica un nuovo album, “Newpower Soul”, per la seconda volta accreditato ai soli NPG. Nel ’99 è la volta di “Rave Un2 The Joy Fantastic”, mentre la Warner pubblica una (stavolta convincente) raccolta d’inediti del periodo 1985-93 chiamata “The Vault… Old Friends For Sale”.

Nel 2000 stranamente non esce nulla (o forse sono io che ho perso il conto…) ma nel 2001 viene pubblicato “The Rainbow Children“, dove Prince sembra far pace col suo passato e tornare a quel nome che lo ha reso famoso in tutto il mondo. E’ appunto presentandosi come Prince che ho il piacere d’assistere a un suo concerto il 31 dicembre 2002: parto completamente solo da Pescara, destinazione Milano, lo storico Palatrussardi. Quando Prince ha suonato Purple Rain con la sua chitarra personalizzata ho avuto brividi a mille lungo la schiena… ma andiamo avanti… o meglio, sorvoliamo sulla discografia (…”Musicology”, lo devo dire, esce nel 2004) e giungiamo al marzo 2006 quando il nuovo album di Prince, “3121” giunge nei negozi e di lì a poco conquista la vetta della classifica americana, un risultato che non si ripeteva dai tempi della colonna sonora di “Batman”.

Prince conferma il suo buon momento anche nel 2007 con l’album “Planet Earth” e un’incredibile serie di ventuno concerti a Londra che hanno riportato il suo nome, quello vero e noto in tutto il mondo, in tutte le principali pagine – vere o virtuali – dei giornali musicali. Prince, insomma, sopravviverà al decennio restando credibile e senza perdere nulla del suo fascino e del suo carisma. Non potrà dirsi la stessa cosa nel decennio successivo, e precisamente il 21 aprile del 2016: una notizia scioccante scuote il mondo, Prince è morto! Dopo un’altra morte illustre, quella di David Bowie avvenuta soltanto tre mesi prima, l’inaspettata morte del folletto di Minneapolis segna a suo modo un’epoca. Di lui si continuerà a parlare per molti decenni ancora.

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New Order

new-order-immagine-pubblicaLa storia dei New Order inizia a Manchester nella primavera del 1980, all’indomani del suicidio di Ian Curtis, cantante dei Joy Division. Sì perché i New Order sono Bernard Sumner, Peter Hook e Stephen Morris, rispettivamente chitarrista, bassista e batterista dei Joy Division, che, dopo il comprensibile smarrimento iniziale, decidono di darsi un nuovo nome e di continuare insieme.

I New Order debuttano quindi al principio del 1981 col singolo Ceremony / In A Lonely Place, entrambe canzoni dei Joy Division mai completate: la prima è un brano pop-punk formidabile (vale la pena di andarsi ad ascoltare anche la versione live dei Joy Division sull’album postumo “Still”) mentre la seconda è addirittura cantata da Ian Curtis, in quello che è uno dei pezzi più tenebrosi della band. In seguito, i New Order aggiungono stabilmente all’organico una tastierista, Gillian Gilbert (già ragazza di Stephen) con la quale reincidono completamente il singolo Ceremony / In A Lonely Place (il risultato, oltre che più pulito, è comunque migliore) e ritoccano alcune canzoni inedite dei Joy Division da inserire nel loro terzo ed ultimo album, “Still” (1981).

Sempre nel corso del 1981, inoltre, esce “Movement”, il primo album dei New Order: lo stile non si discosta poi molto da quello dei Joy Division (del resto i musicisti sono gli stessi…) ed il risultato è già strepitoso. Un disco della durata di appena 36 minuti per 8 brani che tuttavia è in perfetto equilibrio tra new-wave, punk, elettronica e dark. Due brani sono cantati da Peter, gli altri sei da Bernard: di lì a poco la band capisce che il ruolo di cantante spetta solo a quest’ultimo, il quale, pur non possedendo una gran voce ha tuttavia un timbro molto riconoscibile che ben s’incastra nel sound complessivo dei New Order. E la storia può riprendere il volo…

Nel 1983 esce il singolo Blue Monday ed è una rivoluzione: il suo ritmo disco-club sostenuto dalla drum machine, i suoi synth gelidi e la voce impassibile di Bernard che canta un testo di rivalsa ne fanno un classico istantaneo e una pietra miliare nella storia della musica. Blue Monday è il primo incrocio credibile tra rock e dance, una strada che in seguito verrà tentata da altri artisti, anche più famosi. Il brano, inoltre, può anche essere considerato un precursore di quel genere house che sarebbe esploso commercialmente sul finire del decennio.

Sempre nell’83 esce il secondo album dei New Order, “Power Corruption & Lies”, che si distacca dal suono dei Joy Division – puntando maggiormente sull’elettronica – senza però rinnegarne le origini. Davvero un gran disco, così come il successivo “Low-life” del 1985. I New Order sono sulla cresta dell’onda ed i vari manager ed intermediari vorrebbero farne delle star: i quattro di Manchester non ci stanno, l’unica concessione è l’inserimento delle loro foto (per la prima e ultima volta), in un loro disco, “Low-life” per l’appunto, distribuito in USA dall’etichetta di Quincy Jones, più noto come geniale produttore di Michael Jackson. Il fatto è che l’amarezza per la morte prematura di Curtis è un fantasma ancora molto ingombrante col quale i New Order riusciranno a convivere solo in anni recenti.

Nel 1986 esce un altro bel disco, “Brotherhood” (uno dei miei preferiti), contenente la celebre Bizarre Love Triangle (ma a me fa impazzire Angel Dust…). L’anno dopo è la volta di “Substance 1987”, una strepitosa doppia raccolta contenente lati A e B dei singoli, molti dei quali non presenti sugli album, più due inediti, le stupende 1963 e True Faith (probabilmente quest’ultima è, con Blue Monday, il brano più famoso dei New Order).

Nel gennaio ’89 i New Order volano al 1° posto della classifica inglese con l’indimenticabile album “Technique”, il mio album preferito tra quelli della banda di Manchester, lanciato da singoli innovativi come Fine Time, Run e Round And Round. Il momento di gloria si ripete l’anno dopo, con l’uscita del singolo World In Motion: scritto come inno della nazionale inglese per i mondiali di calcio, World In Motion è stata votata di recente come miglior inno scritto da un gruppo inglese per la propria nazionale calcistica.

Ma la solidità dei New Order inizia a dare i primi segni di cedimento: tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta, i membri della band formano diversi gruppi paralleli (gli Electronic per Sumner, che si unisce a Johnny Marr degli Smiths, i Revenge prima e i Monaco dopo per Hook, e gli Other Two per il duo – ormai sposato – Morris-Gilbert), mentre la casa discografica storica, la Factory Records (già distributrice dei Joy Division e in seguito di Happy Mondays e Stone Roses) è in grave crisi finanziaria. E’ proprio per tentare di salvare la Factory che dei riluttanti New Order tornano in studio per dar vita ad un nuovo album: “Republic”, che vede la luce nel ’93, quando la Factory è ormai spacciata, è forse il peggior album della band (ma non è brutto, state tranquilli…) anche se c’è la splendida Regret, con un video molto bello girato a Roma. Résisi forse conto di aver fatto un mezzo passo falso, i New Order sembrano guardare al passato: reincidono alcuni vecchi brani e li pubblicano con altri hits nella raccolta “(The Best Of) NewOrder” del 1994, poi, praticamente, la band si scioglie.

Lo scioglimento dei New Order, mai ufficializzato, termina sul finire degli anni Novanta: nel 1999 esce un brano nuovo, Brutal, per la colonna sonora del film “The Beach”, mentre la band è al lavoro sul nuovo album, che vede quindi la luce nel 2001. Così, il settimo album da studio dei New Order s’intitola “Get Ready” e con mio sommo piacere scopro che è uno dei migliori dischi del gruppo. Intanto, i New Order sono in grado di eseguire senza problemi concerti di due ore, mentre una nuova generazione di musicisti, in primis i Chemical Brothers, li inneggia come propri padri musicali.

Negli ultimi anni, una figlia della coppia Morris-Gilbert è stata gravemente malata: la mamma, per prendersene cura, ha abbandonato l’attività dei New Order, mettendo a rischio la vita stessa della band. Tuttavia, su insistenza della stessa Gilbert, i New Order sono tornati in pista con un nuovo tastierista/chitarrista, Phil Cunningham, un nuovo album, “Waiting For The Siren’s Call” (2005), e un nuovo tour.

Recentemente, dopo aver dato alle stampe un paio di raccolte, i New Order sono stati impegnati con la colonna sonora del film “Control”: girato da Anton Corbijn (storico fotografo e videomaker dei Depeche Mode), ripercorre la vita di Ian Curtis, voce dei Joy Division, e la parabola del gruppo stesso. Tuttavia quest’altro ritorno al passato non s’è tradotto nella nostalgia per il lavoro comune: nel corso del 2007 il bassista Peter Hook ha annunciato infatti la sua dipartita dai New Order e la formazione d’una nuova band, i Freebass, in compagnia di componenti degli Smiths e degli Stone Roses.

Ufficialmente i New Order non sono finiti e il sottoscritto crede che il buon Peter tornerà sui propri passi dopo essersi tolto lo sfizio di pubblicare un disco a nome Freebass. Staremo a vedere, per il momento ci possiamo accontentare delle ristampe degli album dei New Order pubblicati negli anni Ottanta, con disco aggiuntivo di materiale bonus per ogni titolo.

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Freddie Mercury

freddie-mercury-immagine-pubblica-blogOggi 5 settembre, Farouk Bulsara avrebbe compiuto sessantanni. Avrebbe, se una terribile malattia chiamata AIDS non l’avesse strappato a quella vita che tanto amava, il 24 novembre 1991. Farouk Bulsara è conosciuto come Freddie Mercury, il carismatico & inimitabile & fantasioso leader dei Queen, una delle più eccitanti rock band mai apparse sul pianeta.

Nato nel 1946 sull’isola africana di Zanzibar, Freddie è il primogenito di Bomi e Jer Bulsara, impiegati di origine iraniana al servizio dell’impero britannico. Qualche anno dopo gli nasce una sorella, Kashmira, ma a causa della rivolta anticoloniale in Zanzibar, la famiglia Bulsara ripara in India e poi a Londra nella seconda metà degli anni Sessanta. E’ qui che grazie all’amico Tim Staffel, cantante e bassista degli Smile, Freddie conosce gli altri due componenti del gruppo, il chitarrista Brian May e il batterista Roger Taylor. Nel frattempo, il giovane Bulsara canta e suona il piano in diverse formazioni, tra le quali Ibex e Wreckage, anche se lega sempre più con May e Taylor. Infatti, quando Staffel decide di cambiare aria, i due si rivolgono proprio a Mercury (che adotta questo nome d’arte in onore al messaggero degli dei, Mercurio) per fargli assumere il ruolo di cantante.

La band, su proposta di Freddie, cambia quindi nome in Queen e nel corso del 1970 inizia a suonare un po’ in giro con vari bassisti. La formazione diventa finalmente stabile nel 1971 con l’arrivo di John Deacon, anche se il primo album della band, l’omonimo “Queen“, vede la luce solo nel ’73. Nel frattempo, Freddie accetta di partecipare come cantante e pianista a un singolo accreditato ad un tale Larry Lurex (parodia di Gary Glitter, allora in voga come emulatore di David Bowie e dei lustrini del glam): i brani sono due, I Can Hear Music (cover dei Beach Boys) e Goin’ Back (cover di Carole King), e si avvalgono della collaborazione degli stessi Brian e Roger.

Nel marzo del 1974 esce il secondo album dei Queen, “Queen II“, che rappresenta già una pietra miliare nella loro discografia: il suono è già quello, l’incisione è tecnicamente perfetta, la voce di Freddie è già la più bella del mondo, canzoni come The March Of The Black Queen, Ogre Battle, Father And Son, White Queen e il singolo Seven Seas Of Rhye sono già mature e indimenticabili. Ma la band non riposa sugli allori: a novembre esce “Sheer Heart Attack” che si piazza al 5° posto della classifica inglese, mentre il singolo Killer Queen raggiunge il 2° posto.

La scalata è inarrestabile: nell’ottobre 1975 esce Bohemian Rhapsody, uno dei singoli più strepitosi della storia del rock (scritto da Freddie come gran parte dei singoli precedenti dei Queen), che vola al 1° posto della classifica inglese, trascinando con sé il successivo album “A Night At The Opera“. L’anno dopo esce “A Day At The Races”, che per la seconda volta consecutiva consegna il 1° posto per gli album ai Queen: le canzoni più belle, manco a dirlo, sono di Freddie, ovvero Somebody To Love e You Take My Breath Away.

In quegli anni esplode il punk e i Queen, assieme a Genesis, Pink Floyd, Led Zeppelin e Yes sono visti come dinosauri ormai surclassati: i Queen se ne fregano e pubblicano la loro risposta nel 1977, “News Of The World”, contenente il pezzo più popolare di Freddie, We Are The Champions, che è tutto dire. In seguito i Queen pubblicano l’album “Jazz” (1978), il doppio dal vivo “Live Killers” (1979), l’album “The Game” (1980), la colonna sonora di “Flash Gordon” (1980) e la stupenda raccolta “Greatest Hits” (1981), tutti grossi successi internazionali che proiettano i Queen nell’olimpo del rock e fanno di Freddie Mercury una vera icona.

Dopo la sbornia rock che culmina col fantastico singolo Under Pressure (ottobre ’81), una collaborazione tra i Queen e David Bowie, Freddie decide di cambiare strada. S’innamora della disco music, delle grandi regine del soul e diventa amico di Michael Jackson. Sempre più intensa è la frequentazione di Freddie dei club e dei locali omosessuali disseminati tra Londra, New York e Monaco di Baviera. La sfrenata vita mondana e notturna di Mercury si riflette nel nuovo album dei Queen, “Hot Space” (1982), che tuttavia genera disaffezione tra i fan storici e metallari del gruppo. Nel 1983 Freddie inizia a concepire il suo primo album solista: nascono collaborazioni importanti con Giorgio Moroder (i due realizzeranno la bellissima Love Kills), con Rod Stewart – anche se i due preferiscono andare a fare casino in giro con Elton John piuttosto che collaborare in studio – e con Michael Jackson (ma i due brani incisi in forma di demo, State Of Shock e There Must Be More To Life Than This sono ancora ufficialmente inediti in quella forma).

Intanto, a Los Angeles, prendono avvio i preparativi del prossimo album dei Queen, il potente “The Works”, che vede la luce al principio del 1984 dopo essere stato preceduto dall’immenso singolo Radio Ga Ga (dicembre ’83). Nell’album è inclusa anche It’s A Hard Life, uno dei brani più belli e appassionati di Freddie. Il primo album solista di Mercury, invece, “Mr. Bad Guy“, vede la luce nel maggio ’85, anticipato dalla stupenda I Was Born To Love You. L’album contiene altre perle come Made In Heaven, Man Made Paradise (suonata dai Queen, così come la loro presenza è evidente in altri brani ‘solisti’), Living On My Own e Love Me Like There’s No Tomorrow.

Freddie torna comunque all’ovile in luglio, quando i Queen la fanno da padroni assoluti all’ormai storico concerto del Live Aid: una performance di fuoco che ravviva i Queen e li porta ad incidere del nuovo materiale, primo del quale sotto forma di singolo a novembre, One Vision. Seguono i preparativi per la colonna sonora del film “Highander“, che genera lo straordinario album “A Kind Of Magic” (giugno 1986). Dopo il Magic Tour che porta l’assoluta potenza dal vivo dei Queen in giro per il mondo, Freddie decide di concedersi una seconda parentesi solista. Prima collabora al musical “Time” dell’amico Dave Clark, incidendo le superbe e struggenti Time e In My Defence, poi pensa ad un nuovo album. Le sessioni iniziano così nel gennaio ’87 e generano il singolo The Great Pretender: l’incredibile voce di Mercury porta ad un livello stellare la celebre cover dei Platters. Il resto del lavoro è discontinuo ma poi riceve la spinta giusta dalla diva spagnola Montserrat Caballé. Freddie resta folgorato dalla voce e dalla presenza scenica del celebre soprano ed i due realizzano prima un singolo e poi un album, entrambi indimenticabili ed entrambi chiamati “Barcelona“.

Tuttavia, col volgere degli anni Ottanta, la vita di Freddie diventa sempre più ritirata: ormai convive col compagno Jim Hutton in una grandiosa villa vittoriana nel quartiere londinese di Kensington, circondato da domestici, dai suoi amati gatti e dalla sua vasta collezione di oggetti d’arte. Iniziano a circolare voci insistenti secondo cui Freddie avrebbe contratto l’AIDS ma il diretto interessato, con grandissima dignità, preferisce buttarsi a capofitto nella registrazione in studio con i Queen. Escono quindi gli album “The Miracle” (maggio 1989) e “Innuendo” (febbraio 1991), dischi che volano entrambi al 1° posto della classifica inglese, accompagnati da singoli potenti e formidabili quali I Want It All, Breakthru, The Miracle, Innuendo, Headlong, I’m Going Slighty Mad e The Show Must Go On.

Freddie ha in mente anche una terza prova solista, “Time In May”, ma sarà soltanto il tempo ad impedirgli di realizzarla: ormai la sua villa è diventata una clinica privata, le sue apparizioni pubbliche sono rarissime, il suo volto è sempre più smunto, anche se la sua incredibile vitalità rimane intatta. Nel corso del ’91 torna in studio con i Queen ma, dopo aver inciso una manciata di nuove canzoni (tra le quali la sofferta e portentosa Mother Love), in settembre fa ritorno a Londra dal suo ‘rifugio’ di Montreaux, in Svizzera: ormai ha capito d’aver perso la sua battaglia con l’AIDS e rinuncia alle dolorose cure alle quali si sottoponeva da due anni.

La verità arriva il 23 novembre, quando Freddie fa diramare un comunicato ufficiale in cui ammette di aver contratto il virus dell’HIV. La morte lo coglie nella sua casa il giorno dopo, alle sette di sera. Il cordoglio è grandissimo in tutto il mondo, mentre con gli anni la fama di Freddie Mercury assurge alla statura di mito assoluto nell’olimpo rock.

Dave Mustaine

dave-mustaine-megadethIl tostissimo Dave Mustaine, leader incontrastato dei tostissimi Megadeth, ha una storia alquanto curiosa che merita di essere raccontata, seppur per sommi capi.

Il nostro è un chitarrista-cantante californiano, classe 1961, che nei primi anni Ottanta fa parte di una band chiamata Metallica in compagnia di Lars Ulrich (batteria), James Hetfield (chitarrista-cantante anch’egli) e Cliff Burton (basso). Ma la compagnia non sembra gradirlo molto e lo sbatte fuori nel 1983, poco prima d’incidere il primo album dei Metallica, “Kill ‘Em All”. Pare che Mustaine si drogasse tantissimo e per questo il temibile duo Ulrich-Hetfield lo avesse messo alla porta: in realtà, Dave non era soltanto un bravissimo chitarrista ma anche un prolifico autore… è la solita storia dei troppi galli nel pollaio.

Tuttavia, nel primo e nel secondo album dei Metallica, alcune canzoni sono accreditate anche a Mustaine, che viene quindi rimpiazzato da Kirk Hammett: i reciproci crediti autoriali si ripetono anche nell’album “Killing Is My Business… And Business Is Good!”, il primo album dei Megadeth. Sì, perché il nostro non perde tempo e mette su un altro gruppo, i Megadeth, per l’appunto. Mentre sono in procinto d’incidere il secondo album, i Megadeth vengono contattati da una major discografica, la Capitol-EMI, che pubblica così il fantastico “Peace Sells… But Who’s Buying?”. Quest’album, uscito nel 1986, è una pietra miliare del metal anni Ottanta: rientra in quel filone chiamato progressive-metal perché Mustaine e l’altro grandissimo chitarrista che l’accompagna, Chris Poland, s’inventano una tessitura che cambia più volte tempo e atmosfera ad una velocità incredibile. La forza d’urto è tremenda, ascolare Wake Up Dead per credere!

Nel corso del 1987 le cose cambiano: Mustaine sbatte fuori il bravissimo Poland a causa della sua crescente tossicodipendenza (certo che farsi cacciare da Mustaine per una cosa simile risulta un po’ comica) e dà vita ad una seconda formazione dei Megadeth (nel corso degli anni la storia si ripeterà spesso, avrete capito tutti che Mustaine è il padrone assoluto in casa Megadeth): al principio del 1988 esce quindi “So Far, So Good… So What!”, il terzo album della band americana. E’ l’album dei Medageth che preferisco: si apre con uno strumentale da brividi, Into The Lungs Of Hell, che ricorda un tema western di Ennio Morricone in chiave metal. Segue Set The World Afire, un’esperienza sonora sconvolgente… mi mette la pelle d’oca se l’ascolto mentre sono al volante. Segue ancora Anarchy In The U.K. (cover dei Sex Pistols, alla quale partecipa Steve Jones, chitarrista degli stessi) e poi la fantastica Mary Jane. L’altro brano memorabile è In My Darkest Hour, che Mustaine scrive all’indomani della morte di Cliff dei Metallica… pare che il povero Cliff fosse l’unico col quale Dave fosse rimasto in buoni rapporti.

Il successivo album dei Megadeth, il grandioso “Rust In Peace” (1990), segna una svolta nella carriera della band: i ritmi rallentano, il suono è più un potente hard rock che un metal, dovuto all’importante cambiamento occorso alla vita di Dave. Durante l’anno, il nostro si fa beccare drogato alla guida dell’auto: si becca una grossa multa e la condanna alla riabilitazione. Ma anche Dave si rende conto che si è spinto troppo oltre e accetta di buon grado la cura disintossicante. Negli anni successivi, Dave si sposa, ha dei figli, ritrova la fede religiosa… insomma, inizia a fare il bravo padre di famiglia e la cosa traspare inevitabilmente anche nella sua musica, che si fa via via più accessibile: l’album del ’92, “Countdown To Extinction”, vola infatti al 2° posto della classifica USA.

Da qualche parte ho letto che era meglio il Mustaine degli anni Ottanta, quello eroinomane che produceva della musica potente ed unica, mentre i suoi dischi successivi (diciamo quelli compresi fra il già citato “Countdown” e “The World Needs A Hero” del 2001), per quanto pregevoli, non hanno aggiunto più nulla. Anche per me, i primi quattro album dei Megadeth sono superiori, ma non posso però contestare la scelta d’un uomo che ha deciso d’uscire dal tunnel e di mettere la testa a posto. E poi, a parte il cambiamento della scena musicale negli anni Novanta, c’è da dire che anche le rockstar più sfrenate invecchiano… è difficile mantenere una rabbia credibile quando si ha un lauto conto in banca.

Syd Barrett

syd-barrettRoger Keith Barrett, ben più noto come Syd Barrett, è l’uomo attorno al quale è sorta la leggenda dei Pink Floyd, una band che ha cambiato il modo d’intendere la musica leggera e l’idea stessa di rockstar. Vediamo di ripercorrere l’affascinante storia di Syd intrecciandola a quella dei primi anni della band.

Syd nasce nel 1946 nei pressi di Cambridge ed inizia a suonare la chitarra all’età di quattordici anni: in questo periodo già compone le sue prime canzoni, alcune delle quali, come The Effervescing Elephant, vedranno la luce diversi anni dopo. Qualche esperienza musicale in giro qua & là e poi, ai tempi del college, Syd conosce Roger Waters, che lo invita a far parte del suo gruppo, gli Architectural Abdabs. Barrett ne diventa ben presto il cantante principale mentre, dopo l’abbandono del bassista Bob Klose, Waters passa dalla chitarra al basso. Gli altri due componenti del gruppo sono Richard Wright (tastiere, piano, organo) e Nick Mason (batteria), già compagni di studio di Waters. Lo stile di questa band è fondamentalmente blues, tanto che Syd pensa bene di ribattezzarla The Pink Floyd Sound, ovvero ‘il suono di Pink Anderson e Floyd Council‘, due bluesmen americani particolarmente apprezzati da Syd.

I Pink Floyd Sound iniziano a suonare in diversi club alternativi della swinging London: tra il ’66 e il ’67 sono i protagonisti assoluti in locali come l’Alexandra Palace o l’UFO. Anche Paul McCartney e John Lennon vanno a sentirli/vederli giacché il loro uso di luci e fondali applicato alla loro miscela di pop-blues psichedelico è qualcosa di totalmente innovativo per l’epoca. Il nome del gruppo cambia definitivamente in Pink Floyd e, nel corso del ’67, la band viene messa sotto contratto dalla EMI, la stessa etichetta dei Beatles (le due formazioni avranno anche modo di conoscersi personalmente negli Abbey Road Studios di Londra).

In quel fatidico 1967 escono così i primi due singoli dei Pink Floyd, Arnold Layne e See Emily Play, seguìti in estate dall’album “The Piper At The Gates Of Dawn”: tutto materiale scritto da Barrett, a parte una manciata di brani. Tra il ’67 e il ’68 escono altri singoli ma Syd non è più lo stesso: il suo consumo eccessivo di lsd, unito ad una fragilità psicologica incapace di reggere le pressioni dello show-business, lo conducono sulla soglia della follia. Il suo comportamento diventa sempre più irrazionale, soprattutto sul palco e nel corso delle interviste: se i Pink Floyd vogliono andare avanti devono ricorrere ad un sostituto, almeno per i concerti.

Il sostituto si chiama David Gilmour, classe 1946 anch’egli, amico di Syd da lungo tempo; i due iniziarono a strimpellare insieme la chitarra e in gioventù fecero un viaggio in Francia come musicisti di strada. Inizialmente il ruolo di Dave è quello di cantare e suonare la chitarra dal vivo mentre Syd è libero di scrivere nuove canzoni per il gruppo: Jugband Blues e Vegetable Man nascono in questo periodo, con la prima che figurerà come unico contributo autoriale di Barrett al secondo album dei Floyd, “A Saucerful Of Secrets” (1968), mentre la seconda resterà inedita. Ci sono alcune foto dei Pink Floyd come quintetto ma la cosa non dura a lungo: nel febbraio ’68, Barrett esce dal gruppo (con la benedizione del management che decide di seguirlo) e in primavera inizia ad incidere il suo primo materiale da solista.

Le sessioni si rivelano caotiche perché le condizioni psicologiche di Syd sembrano peggiorare giorno dopo giorno (in realtà, il musicista rivela commoventi lampi di lucidità che riversa in molte delle sue composizioni): dopo l’avvicendamento di due produttori, subentra proprio l’amico Dave Gilmour nel seguire Syd in studio. Il primo singolo solista di Barrett, Octopus, prodotto da Gilmour con Roger Waters, esce nel dicembre ’69, mentre il primo album, “The Madcap Laughs” vede la luce solo nel gennaio 1970. Il lavoro tuttavia continua, con Syd e David che tornano in studio per dare un seguito all’album: le sessioni sono ancora più confuse, con Gilmour che suona il basso e coinvolge i Soft Machine per riempire gli spazi lasciati vuoti da Barrett. Il lavoro che ne risulta, “Barrett”, pubblicato a fine anno, è comunque pregevole.

Poi Syd si ritira in un suo mondo, sempre più piccolo, sempre più lontano dalle luci della ribalta. Torna a casa della madre ed accetta di farsi curare in un istituto psichiatrico, mentre la carriera dei Pink Floyd prende il volo nel 1973, con lo straordinario album “Dark Side Of The Moon”. In quel periodo sono diversi gli artisti/produttori che cercano di convincere Barrett a tornare sulle scene: tra questi vi è David Bowie (che aveva già aiutato i Mott The Hoople, Lou Reed e gli Stooges di Iggy Pop) che però dovrà infine accontarsi di inserire una sua cover di See Emily Play nel suo album “Pinups”. In effetti, Barrett torna in studio nel 1974 ma non ne esce nulla di buono e così ripiomba nel suo isolamento.

Seguono anni d’anonimato durante i quali Syd si limiterà a ritirare le sue quote autoriali dalle vendite dei dischi suoi e dei Pink Floyd. Le sue interviste, sempre sopra le righe, sono rarissime così come le sue apparizioni pubbliche. Altri lo cercano: nel ’77 i Damned, in procinto d’incidere il loro secondo album, si rivolgono al management dei Pink Floyd per convincere Syd a produrre il disco. Anche loro, come Bowie, non ottengono nulla da Syd; sarà comunque Nick Mason a produrre l’album “Music For Pleasure” ma questa è un’altra storia.

La leggenda del quinto membro impazzito dei Pink Floyd cresce negli anni Ottanta, tanto che la EMI pubblica un’interessante collezione di brani più o meno inediti di Barrett, “Opel” (1988), contenente la bellissima Opel, una gemma perduta di Syd risalente al 1969. Intanto il talento del nostro si riversa – pur se privatamente – nella pittura di quadri firmati col suo vero nome, Roger Barrett, come se l’artista volesse dare un taglio definitivo al suo passato di musicista. Per il resto, la vita di Syd Barrett continua nell’ombra fino al luglio del 2007, quando muore fra le mura domestiche in seguito ad alcune complicazioni da diabete.

Gli altri componenti dei Pink Floyd, nessuno escluso, lo omaggiano (l’home page del sito di Waters era listata a lutto, subito dopo la triste notizia) e Dave Gilmour continua a proporre composizioni barrettiane nei suoi concerti.

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Sex Pistols

sex-pistolsAmo i Queen, i Genesis, i Pink Floyd ma, evidentemente, i giovani inglesi della metà degli anni Settanta non la pensavano come me. Pareva che i campioni dell’art-rock, del progressive e dell’hard rock fossero troppo distanti dai comuni mortali, e così l’intraprendente Malcolm McLaren, proprietario d’un negozio di tendenza a Londra chiamato Sex, fiutò il cambiamento dei tempi e decise d’investire tempo & denaro per costituire una nuova band che rompesse coi cliché tipici delle rockstar del passato. Partì quindi da Glen Matlock (basso), commesso del Sex, e vi aggiunse due ragazzi di strada, abituali frequentatori del negozio: Steve Jones (chitarra) e Paul Cook (batteria). Mancava ancora un cantante ma McLaren non ebbe dubbi quando al Sex vide entrare un ragazzo dai capelli verdi e con una maglietta strappata dei Pink Floyd con la scritta ‘li odio’. Si chiama John Lydon ma a causa della sua dentatura compromessa venne soprannominato Johnny Rotten (‘Marcio’): la band è quindi completa, assumendo il nome Sex Pistols.

Nel corso del 1976, prima Londra e poi l’Inghilterra intera s’accorsero di questo nuovo fenomeno che stava scuotendo le fondamenta della musica. Anche le case discografiche fiutarono l’affare e si misero a caccia dei Pistols: la spuntò la EMI che pubblicò il loro primo singolo, Anarchy In The U.K., un titolo che è tutto un programma. I Sex Pistols erano però troppo oltraggiosi, estremi & volgari per i gusti del britannico medio e così la EMI stracciò il contratto. Subentra così la A&M ma anch’essa in poco tempo scarica la band che, nonostante tutto, beneficiò degli indennizzi per inadempienze contrattuali e soprattutto di pubblicità gratuita. Siamo intanto nel 1977, le punk band sono ormai una realtà in Inghilterra con gruppi quali Damned, Clash, Generation X, Siouxsie And The Banshees e altri, coi tempi che sono ormai maturi per l’esplosione del genere. I Sex Pistols firmano infine con la Virgin e pubblicano lo strepitoso singolo God Save The Queen per il giubileo della regina: il ritornello della canzone canta ‘no future’ ed è tutto dire in una nazione in piena recessione economica.

Intanto Malcolm McLaren pensò bene di sostituire il musicista più dotato, Glen Matlock, con Sid Vicious, un fan della prima ora dei Pistols che nel corso dei loro concerti aveva inventato il pogo; in precedenza, Sid aveva militato nei Banshees e nei fantomatici Flowers Of Romance. A fine anno, dopo diverse polemiche e boicottaggi, uscì finalmente “Never Mind The Bollocks“, album straordinario (nel vero senso della parola) che volò al primo posto della classifica inglese. Alcune parti di basso sono suonate da Glen Matlock (riassunto, pare, per completare il lavoro in studio) e altre da Steve Jones ché Vicious non ne era capace, anche se dal vivo la cosa non aveva alcuna importanza. Ormai tutti parlavano di questa nuova band che sapeva suonare a malapena (così si diceva), che cantava di aborto, di precariato, di mancanza d’ideali e d’anarchia, che insultava tutti, compresi pubblico e manager. Il gioco dura poco, però: nel gennaio ’78, mentre la band si trovava in tour negli USA, Rotten pensò d’averne avuto abbastanza e mollò malamente i Pistols, mentre Vicious era ormai un tossicodipendente che correva a folle velocità sulla strada per l’autodistruzione.

Per un po’ la band fu data per spacciata – Johnny nel frattempo fondò i mitici PiL con Keith Levene – ma nel corso dell’anno riuscì a risorgere in un modo o nell’altro: iniziarono le audizioni per un nuovo cantante e McLaren trovò addirittura i fondi per realizzare un film con & sui Sex Pistols. Steve Jones e Paul Cook, i due elementi più legati nel gruppo, si assunsero il compito di scrivere nuovi brani, molti dei quali cantati dallo stesso Jones. Incisero un paio di canzoni pure con Ronnie Biggs, un fuorilegge inglese rifugiato in Brasile. Sid Vicious partecipò cantando in due cover, My Way e Somethin’ Else, per il resto era diventato un solista che a quanto pare andava avanti solo per procurarsi i soldi necessari per la droga. La grandiosa e delirante colonna sonora del film “The Great Rock ‘N’ Roll Swindle” uscì nel 1979, quando ormai Sid era già morto per overdose, mentre il film vero e proprio uscì nelle sale nei primi mesi del 1980, quando Jones e Cook ne avevano avuto abbastanza anche loro dei Sex Pistols e di Malcolm McLaren.

Intanto, se nel ’78 Rotten recuperò il suo vero nome, John Lydon – e come già detto diede vita ai Public Image Ltd. – Sid Vicious diventò un cantante solista, facendosi accompagnare dal vivo dalle stelle più in vista del punk rock: il suo collega nei Pistols Glen Matlock, poi Steve New, Mick Jones dei Clash, Rat Scabies dei Damned, e altri. Ma il suo gioco durò poco perché una fatale overdose lo stroncò nel febbraio ’79, dopo essere finito in galera per il suo presunto omicidio di Nancy Spungen, la sua discussa fidanzata. Sid ci ha lasciato parecchi bootleg (le incisioni illegali) e un solo disco ufficiale, il trascurabile “Sid Sings”, registrato dal vivo.

Glen Matlock fondò un gruppo con Steve New alla chitarra e un emergente Midge Ure al microfono: sono i Rich Kids, che pubblicarono però un solo album, “Ghosts Of Princes In Towers”. Poi Ure si unirà prima ai Visage e poi definitivamente agli Ultravox, mentre Matlock entrò nella band del grande Iggy Pop, accompagnandolo sia sul palco che nelle sessioni in studio. Nel corso degli anni Ottanta, Glen darà vita ad altre band, suonando con numerosi altri artisti, prima di pubblicare il suo primo album solista nel 1996, “Who He Thinks He Is When He’s At Home”.

Steve Jones e Paul Cook, invece, decisero di restare uniti, del resto la band originale era nata attorno a loro due: nel 1980 formarono così un nuovo gruppo, The Professionals, che, nonostante il grande album “I Didn’t See It Coming” (1981), giunse al prematuro scioglimento nel 1982, con Jones che ormai era entrato nel tunnel della tossicodipendenza. Ma i due sono tosti e non si arresero: entrambi suonarono con The Avengers, Sham 69, Thin Lizzy, Joan Jett, Johnny Thunders, mentre Cook produsse le Bananarama e, in seguito, suonò per diversi altri artisti (soprattutto Edwin Collins). Jones, nonostante i suoi problemi, fu però più attivo: prima fondò i Chequered Past (che pubblicarono un solo album nel 1984), poi suonò per Iggy Pop (a più riprese), per i Megadeth, per Andy Taylor dei Duran Duran e negli anni Novanta fondò i Neurotic Outsiders con membri dei Duran Duran, dei Guns N’ Roses e dei Cult. Nella seconda metà degli anni Ottanta, comunque, Jones si ripulì e pubblicò due album solisti: il primo, “Mercy” (1987), è un disco caldo e melodico, sembra incredibile che sia dello stesso uomo che solo dieci anni prima suonava la chitarra nei Pistols; l’altro è “Fire And Gasoline” (1989), più tosto, che si avvale di musicisti d’eccezione come Axl Rose, i Cult e Nikki Sixx dei Motley Crue.

Siamo ormai negli anni Novanta, John Lydon scioglie i PiL nel ’93 e tre anni dopo accetta di riunirsi ai Sex Pistols per una serie di concerti. Sì, perché nel 1996 Matlock, Jones, Cook e quindi Lydon suonano in giro per il mondo nel corso del “Filthy Lucre Tour”, riportando in auge il nome dei Sex Pistols. La reunion si ripete nel 2002, in occasione del secondo giubileo della regina d’Inghilterra e per il 25° anniversario del punk. Per l’occasione, la Virgin pubblica un cofanetto di tre ciddì che ripercorre la storia dei Pistols, mentre il regista Julien Temple celebra la band col film “The Filth And The Fury”.

Beh, ormai avrete capito tutti che, piacciano o no, questi Sex Pistols si sono conquistati un posto nella storia della musica e che la loro, a ben vedere, è una vicenda molto più lunga ed influente di ciò che la loro esigua discografia lascia supporre.

The Smiths

the-smithsE’ il caso di parlare degli Smiths, lo devo a Lois Lane che me li ha citati più d’una volta. Premetto che nei primi anni Novanta, quando inizio ad appassionarmi di rock, leggo dappertutto critiche positive nei confronti di questa band a me sconosciuta, una band alla quale viene riconosciuto il merito d’aver pubblicato un capolavoro, tale “The Queen Is Dead”.

Passano gli anni e degli Smiths non ascolto praticamente nulla, forse soltanto un loro brano in uno spot televisivo, finché m’imbatto nell’elleppì “Bona Drag” (1990) di Morrissey. Scopro che si tratta dìuna raccolta e, visto il prezzo basso, decido di comprarmi quell’elleppì: rimango incantato dalla voce suadente di questo cantante, la musica mi piace molto e quindi mi decido a scoprire la band nella quale militava in precedenza, The Smiths per l’appunto.

Scopro così che gli Smiths si formano a Manchester, città inglese che dà i natali a tanti altri celebri gruppi (Joy Division, New Order, Simply Red, Happy Mondays, The Stones Roses, ecc.) e che le menti creative al loro interno sono due, Morrissey (che scrive i testi) e il chitarrista Johnny Marr (autore delle musiche). Gli altri due sono Andy Rourke e Mike Joyce, rispettivamente bassista e batterista. L’album omonimo degli Smiths esce nel 1984 ma è con il successivo “Meat Is Murder” che gli Smiths raggiungono il 1° posto della classifica inglese. In quello stesso anno, il 1985, esce anche “Steve McQueen” dei Prefab Sprout, una band che assieme agli Smiths contribuisce a riportare il suono della chitarra in un territorio più quieto, lontano dalla furia del punk e dei suoi derivati degli anni ’77-’83.

E’ “Meat Is Murder” il primo disco degli Smiths che ascolto: mi piace tutto, tranne l’ultima canzone, la title-track che si erge a portabandiera dei vegetariani (non ce l’ho coi vegetariani, è la struttura del brano che non mi piace) ma soprattutto ascolto a ripetizione How Soon Is Now?, che canta ‘sono un umano e ho bisogno d’essere amato’; non so come procedono le parole del testo ma l’effetto, unito alla tremolante chitarra di Marr, è assolutamente fantastico. Tuttavia mi rivendo il disco di lì a poco perché volevo comprarmi un ciddì di Billy Idol: senza rinnegare il buon Billy, oggi mi pento amaramente d’aver dato via “Meat Is Murder”, prometto che appena vedrò l’elleppì in un mercatino lo acquisterò di nuovo.

Tornando alla storia del gruppo, nel 1986 esce il tanto acclamato “The Queen Is Dead” e anche questo, un paio di anni fa, lo trovo in forma d’elleppì e lo faccio mio. La copertina è stupenda, nelle note interne scopro che si tratta d’un fotogramma preso da un film con Alain Delon, ma la musica, seppur grande, non m’impressiona più di tanto. Ma come, ne parlano tutti come d’un capolavoro?! Lo ascolto un paio di volte e lo metto via, senza però fare il madornale errore di rivendermelo. E, puntualmente, una sera del maggio scorso, mentre stavo pulendo la mia stanza dallo schifo che vi s’era accumulato dopo giorni e giorni di disordine, decido di mettere “The Queen Is Dead” sul piatto come sottofondo. Il lato A scorre tranquillamente…beh, certo, la prima canzone è potente e fantastica e mi fermo a sentirla per bene, poi procedo con le pulizie. Scorre il lato B e m’incanto: ma queste canzoni sono stupende, mi dico, come ho fatto a non capirle prima! Ce n’è una, There Is A Light That Never Goes Out, che è eccezionale, ha una coda strumentale bellissima. Finisce il disco ma le pulizie no, sono rimandate al giorno dopo…

Dopo “The Queen Is Dead” gli Smiths pubblicano un altro paio di album fra dischi dal vivo e raccolte ma nel 1988 già esce “Viva Hate!”, primo disco di Morrissey, avviato verso una brillante carriera solista che dura tuttora. La band si scioglie, di Joyce e Rourke non so nulla, invece Johnny Marr me lo ritrovo, più in forma che mai, nello spettacolrare “Mind Bomb”, l’album dei The The datato 1989. Marr figura anche in diversi album dei Pet Shop Boys (fra cui il bellissimo “Behaviour” del 1990) e mi pare di riconoscerlo anche in The Crying Game, un bel singolo di Boy George prodotto dagli stessi Boys. So inoltre che, verso il 1989, Marr mette su una band chiamata Electronic con Bernard Sumner, il cantante dei New Order.

Insomma, una storia breve, quella degli Smiths, nata e conclusasi negli anni Ottanta. Tuttavia una storia intensa, che ha creato album e singoli memorabili che in un prossimo futuro, ne sono sicuro, entreranno in diverse copie a casa mia!

– Mat

(ultima revisione: 22 settembre 2008)

The Sisters Of Mercy

the-sisters-of-mercy-logoI Sisters Of Mercy nascono a Leeds, nota città industriale della Gran Bretagna, nel 1980. Inizialmente la formazione è composta da due amici, Gary Marx (chitarra, batteria elettronica) e Andrew Eldritch (voce, batteria elettronica) che prendono il nome per il loro gruppo dalla canzone omonima di Leonard Cohen. I due creano anche dal nulla una piccola etichetta indipendente, la Merciful Records, e pubblicano così il loro debutto discografico, il singolo The Damage Done.

Nessuno sembra accorgersi della novità, il suono è troppo grezzo e la voce di Eldritch è troppo cupa per vantare una facile presa sonora. I due ragazzi comunque non demordono: credono fortemente nella loro miscela di rock, dark e tecnologia (la loro batteria elettronica, che distinguerà da qui in avanti lo stile dei Sisters, figura anche come membro del gruppo, tale Doktor Avalanche) e, in breve tempo, il loro stile giunge ad una prima maturazione. Nel 1982 pubblicano un singolo straordinario, Alice, e iniziano a suscitare l’interesse delle case discografiche, che fiutano l’affare del post-punk.

Intanto la formazione s’è allargata e ha assunto dei ruoli ben precisi: ci sono un secondo chitarrista, Ben Gunn, e un bassista, Craig Adams, mentre Marx compone la maggior parte della musica e Eldtrich si concentra sulla scrittura dei testi. Dopo un’altra manciata di singoli e il mini “The Reptile House E.P.” (1983), arriva finalmente l’interessamento d’una major, la Warner Bros. La band, che beneficia dell’ingresso in formazione di Wayne Hussey dei Dead Or Alive (Gunn va via per sparire nel nulla), pubblica il primo lavoro per la Warner, il singolo Body And Soul nel 1984. Di lì a poco usciranno altri due singoli, favolosi entrambi, No Time To Cry e Walk Away, ma l’album vero e proprio non è ancora pronto: manie di perfezionismo da parte di Eldritch, un suo smodato consumo di amfetamine e la frustrazione crescente di Gary Marx posticipano il disco al 1985.

L’attesa non è però vana, almeno per i fan: l’album “First And Last And Always” è un’autentica pietra miliare, uno di quei dischi che segnano il cammino della storia del rock e, molto probabilmente la migliore realizzazione per i nostri. Ascoltare Black Planet, Marian, Some Kind Of Stranger e i due singoli per credere. Ma i troppi galli nel pollaio iniziano a starvi stretti: Eldritch è quasi intrattabile, si riserva il diritto di cantare solo le sue parole, mentre il talento autoriale di Marx subisce la concorrenza diretta di quello di Hussey. Nel corso del 1985, Marx se ne va – più in là darà vita ai Ghost Dance con Anne Marie Hurst degli Skeletal Family – mentre gli altri procedono come trio: provano brani nuovi composti da Hussey, come Garden Of Delight, ma le cose non vanno avanti. Wayne Hussey decide quindi di uscire dai Sisters per fondare un nuovo gruppo: Craig Adams lo segue e Eldritch prende inizialmente la cosa senza rancore.

Gli umori cambiano quando Hussey e Adams chiamano The Sisterhood la nuova formazione, che si avvale anche dei nuovi acquisti Simon Hinkler e Mick Brown. Scoppia una guerra legale: viene stabilito che la prima delle due parti che pubblica un nuovo lavoro avrà il diritto di chiamarsi The Sisterhood e potrà vantare un credito autoriale di 25mila sterline. Eldritch recluta così la bassista Patricia Morrison (già coi Gun Club), il cantante Alan Vega (già coi Suicide) e altri collaboratori: batte sul tempo Hussey e Adams pubblicando “Gift” nel 1986, il primo (e unico) disco dei Sisterhood. Il nome è suo (gli altri adotteranno il nome The Mission), i soldi pure, la collaborazione con la Morrison si rivela proficua, e così Eldritch s’impegna per il nuovo album, stavolta a nome Sisters Of Mercy.

Nel 1987 vede quindi la luce lo strabiliante “Floodland”, il secondo album dei Sisters Of Mercy, ora ufficialmente un duo composto da Andrew Eldtrich e Patricia Morrison. Che dire d’un disco che contiene due brani immaginifici e potenti come Lucretia My Reflection e This Corrosion? Sono davvero unici, non ho mai sentito niente di simile: un mix tra rock, dark e sinfonia… ascoltare il tutto quando siete in macchina e poi mi direte. Se vogliamo, l’unico neo di “Floodland” è che suona un po’ troppo come il prodotto d’una mente sola, quella di Eldtrich ovviamente, mentre il precedente “First And Last And Always” suona più come il prodotto d’un gruppo.

Evidentemente se ne accorge anche lo stesso Eldtrich che nel 1989, dopo che la Morrison se ne va per poi unirsi ai Damned, inizia a contattare musicisti per creare una band vera e propria. Tra questi, risponde alla chiamata Tony James (già bassista dei Generation X e poi coi Sigue Sigue Sputnik) e così la nuova band (un quartetto più Doktor Avalanche) inizia ad incidere il nuovo album in Danimarca. I lavori durano quasi un anno, Eldtrich è un perfezionista e agli altri la cosa pesa non poco, e quindi il terzo album dei Sisters Of Mercy esce solo nel 1990. Si chiama “Vision Thing” e, seppur contenga grandi canzoni, appare di un livello inferiore ai primi due album, che si dimostrano quindi come vette inarrivabili per stile ed unicità.

Nel 1991 la nuova formazione dei Sisters è già dispersa ma l’anno seguente esce una fondamentale raccolta: “Some Girls Wander By Mistake” include infatti tutto il materiale inciso dalla band nel suo periodo indipendente, ovvero gli anni 1980-83. Intanto Eldtrich reincide un brano del 1983, Temple Of Love, e si fa accompagnare da una vocalist d’eccezione, Ofra Haza. Il singolo con Temple Of Love 1992 giunge al 3° posto della classifica inglese e sprona la Warner a pubblicare una seconda raccolta, “A Slight Case Of Overbombing”, nel 1993. La compilation contiene tutti i singoli usciti tra l’84 e il ’92, più una nuova canzone, la stupenda Under The Gun, una ballata struggente e potente al tempo stesso, dove Eldritch duetta con un’altra bella voce femminile, quella di Terri Nunn dei Berlin. Anche “A Slight Case” si rivela un successo e la Warner spinge per un nuovo album di inediti. Eldritch, tuttavia, è giunto ai ferri corti con la casa discografica, sia perché non si sente un artista a comando (figuriamoci, proprio lui!) e sia perché non ha dimenticato lo scarso appoggio che la Warner ha dato al tour dei Sisters nel ’91 coi Public Enemy.

Per liberarsi dalla Warner, Eldritch sottopone quindi ai suoi dirigenti un pesante album techno: il disco viene respinto ed Eldritch è legalmente libero da ulteriori vincoli contrattuali con la Warner. Da questo punto in poi la storia dei Sisters Of Mercy entra in un limbo fatto di concerti, di nuovi brani presentati dal vivo ma mai ufficialmente pubblicati, di un fantasmagorico nuovo album in lavorazione che non vede mai la luce. Il tutto mentre Gary Marx, riavvicinatosi al suo ex collega e amico, gli propone delle nuove basi strumentali per un ipotetico prossimo album a nome Sisters Of Mercy.

Nell’aprile del 2006 ho avuto comunque la fortuna di vedere i Sisters dal vivo, a Roma: Eldtrich non rinnega nulla del suo passato, va da Alice a Vision Thing, passando per i brani incisi come Sisterhood e presentando nuove canzoni (sconosciute ma belle, devo dire). Tuttavia tutto si può dire tranne che Eldtrich (classe 1959) sia un animale da palcoscenico, dato che lo spettacolo è freddino e mi ha fatto sorgere una domanda spontanea: perché non mi pubblica un nuovo disco visto che dal vivo non si scompone più di tanto?! Ma Eldritch è Eldritch, ormai avrete capito di che razza di personaggio si tratti!

– Mat