Chick Corea, “Return To Forever”, 1972

Chick Corea Return To Forever immagine pubblicaMesi fa m’è capitato d’imbattermi, del tutto casualmente, in due distinte classifiche dei cento dischi jazz più importanti di sempre, o dei cento dischi jazz che sono assolutamente imprescindibili per gli appassionati di musica. Una classifica era stata redatta da un magazine italiano, credo Panorama, mentre l’altra era stata pubblicata da un quotidiano statunitense del quale ora mi sfugge il nome (un nome “importante”, ad ogni modo). Magari in seguito vedrò di ritrovarle, quelle due classifiche, ora quello che mi preme sottolineare è questo: per quanto diverse, entrambe contenevano un album che io avevo acquistato per pura curiosità qualche anno prima, “Return To Forever” di Chick Corea, un album del quale non avevo mai sentito parlare in precedenza e che mai mi sarei aspettato di vedere incluso in una ideale Top 100 del jazz.

Una decina d’anni fa, appassionandomi clamorosamente all’arte di Miles Davis, sono arrivato ad ascoltare e collezionare anche i dischi eseguiti come leader dai suoi principali collaboratori, nomi come John Coltrane, Wayne Shorter, Joe Zawinul, Tony Williams, Keith Jarrett e altri ancora, tra cui quindi anche Chick Corea. Non tutti mi sono piaciuti con uguale intensità, ovviamente; diciamo che il mio interesse va dal massimo per John Coltrane al minimo per i Lifetime di Tony Williams. Il buon Chick Corea, nello specifico, m’è piaciuto e non m’è piaciuto: un disco acclamatissimo che sono andato a comprarmi con grande entusiasmo, “Now He Sings, Now He Sobs” (1968), non mi ha detto niente nonostante i ripetuti ascolti nel corso del tempo, mentre un disco del quale non sapevo assolutamente nulla e che ho comprato a scatola chiusa per pura curiosità mentre spulciavo tra i vinili freschi d’uscita in occasione d’un Record Store Day, un disco chiamato appunto “Return To Forever”, si è rivelato un’autentica gioia per le mie orecchie.

Le mie impressioni da neofita non dovevano essere molto campate per aria, allora, se “Return To Forever” viene considerato sia dagli esperti italiani che da quelli americani come uno dei cento dischi jazz che proprio non possiamo perderci. E mi fa piacere che sia più un disco di fusion che di jazz in senso stretto. E se di fusion vogliamo parlare, la fusion in atto in “Return To Forever” è quella tra jazz e samba, come magnificamente esplicata dal primo  brano in programma, l’eponimo Return To Forever, dodici minuti di musica che volano via che è una bellezza, un po’ come l’albatro immortalato in copertina.

Del resto, due dei cinque componenti della formazione che suonano in questo disco sono appunto brasiliani, ovvero la cantante Flora Purim e il ben più celebre batterista/percussionista Airto Moreira. Gli altri sono invece il bassista Stanley Clarke (più tardi nuovamente al fianco di Corea in un gruppo chiamato proprio Return To Forever), il flautista/sassofonista Joe Farrell e quindi lo stesso Chick, qui al piano elettrico. E se il brano successivo, Crystal Silence, è sostanzialmente un contemplativo duetto tra il sax soprano di Farrell e il tremolante piano elettrico del leader, il terzo e ultimo brano della facciata A, What Game Shall We Play Today, è una bossanova con tanto di testo cantato dalla Purim.

Il lungo brano (23 minuti) che da solo occupata la facciata B del nostro album, Sometime Ago-La Fiesta, inizia in modo pacato, in quella sorta di fusion tra jazz e ambient tanto cara a Manfred Eicher (è infatti lui il produttore dell’album, per conto della sua storica etichetta, la ECM); sono tuttavia i primi minuti dell’opera, che quindi vira in ambito samba, con tanto di testo cantato ancora una volta dalla Purim e flauto di Farrell in grande spolvero (più avanti, quando il brano sconfinerà in movimentate sonorità flamenco, Farrell sarà passato al sax soprano). E’ una parte molto bella che idealmente si ricollega a quanto già ascoltato nel brano d’apertura dell’album. Da qui, probabilmente, anche l’idea circolare suggerita dal titolo stesso del disco, “ritorno al per sempre” o “ritorno all’eternità” che dir si voglia.

Un album ottimamente bilanciato tra intimismo ed estrosità, “Return To Forever” sarà pure uno dei cento dischi jazz più belli di ogni tempo, ma per me resta uno dei pochi dischi ad opera di Chick Corea che mi siano piaciuti davvero. Uno di quei vinili che metto sul piatto del giradischi per il puro piacere d’ascolto, indipendentemente dalle classifiche, dai generi musicali, dall’importanza dell’artista, dal tempo che passa.

-Mat

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Miles Davis, “Bitches Brew”, 1970

miles-davis-bitches-brew-immagine-pubblicaRiconosciuto dai critici, dagli studiosi e dai semplici appassionati come uno dei lavori più importanti e innovativi nella sterminata discografia di Miles Davis, “Bitches Brew” è l’album del celebre trombettista statunitense che più mi ha affascinato. Ne ho tre differenti edizioni, tanto per dire.

Originariamente pubblicato come doppio vinile nell’ormai remoto 1970, “Bitches Brew” appartiene al cosiddetto periodo elettrico di Miles Davis, quando cioè, verso il 1967, il nostro iniziò ad avvalersi in studio e dal vivo di soli strumenti amplificati elettricamente. Proseguendo poi sulla strada tracciata dal bellissimo “In A Silent Way” (1969), Miles Davis divenne praticamente l’esponente più in vista di quel sottogenere di jazz chiamato fusion. Ora, ci sarebbe da dire che tali etichette hanno dato vita ad innumerevoli controversie: che cosa s’intende per fusion? La fusione, per l’appunto, tra jazz e rock? Siamo sicuri che Miles amasse il rock? Siamo sicuri che il rock sia una forma d’arte musicale superiore? E poi, alla luce di dischi davisiani come “In A Silent Way”, “Bitches Brew” e “On The Corner” (1972), ha ancora senso parlare di jazz? E che cosa s’intende propriamente per jazz?

Non voglio dilungarmi ulteriormente su queste annose questioni che, per quanto mi riguarda, lasciano il tempo che trovano. M’importa davvero poco delle etichette, così come del parere dei critici. Mi interessano molto di più le considerazioni storiche, e la storia ci dice che dopo quarantasei anni stiamo ancora ascoltando “Bitches Brew”, nonostante tutto. Ed è solo a proposito di questo, dell’album in quanto tale, che m’interessa scambiare opinioni coi lettori di questo modesto blog.

Registrato negli studi della Columbia di New York in soli tre giorni dell’agosto 1969, “Bitches Brew” uscì quindi nell’aprile seguente, dopo che il produttore di quelle magnifiche sedute, Teo Macero, fece tutto il lavoro di editing creativo che i sei nuovi brani necessitavano, distribuendoli infine nelle quattro facciate d’un bel doppio vinile. Un lavoro imponente, “Bitches Brew”, che all’epoca divenne il pezzo più venduto del catalogo davisiano e che tuttavia alcuni critici sottovalutarono: Miles aveva infatti trovato una formula sonora che travalicava gli angusti confini del jazz per addentrarsi in territori sonori poco sperimentati, spiazzando praticamente tutti.

Le lunghe composizioni presenti in “Bitches Brew” ci offrono una musica calda, pulsante e pastosa, irresistibilmente funky e contaminatissima, spesso eseguita con tre tastiere, due batterie, due bassi e vari effetti postproduttivi di loop e cambi d’atmosfera. E’ un tipo di musica, questa, che mi ha colpito fin da subito, grazie a brani dalla resa – sia sonora che atmosferica – fantastica quali l’iniziale Pharaoh’s Dance (che coi suoi 20 minuti & passa riempie da solo una prima facciata di vinile), la stessa Bitches Brew (anch’essa, coi suoi quasi 27 minuti, riempie un’intera facciata), Spanish Key, John McLaughlin (che prende il nome dal noto chitarrista, presente nelle sedute), Miles Runs The Voodoo Down e la conclusiva Sanctuary, quest’ultima più lenta e meditabonda.

Imponente anche la schiera di collaboratori che Miles portò con sé in studio, grossi calibri, come sempre accadeva in quegli anni, tra cui Wayne Shorter (sax soprano e autore di Sanctuary), Bennie Maupin (clarinetto basso), Joe Zawinul (piano elettrico, nonché autore di Pharaoh’s Dance), Larry Young (piano elettrico), Chick Corea (piano elettrico), il già citato John McLaughlin (chitarra), Dave Holland (basso), Harvey Brooks (basso elettrico), Lenny White (batteria), Jack DeJohnette (batteria), Don Alias (batteria, conga).

Sul finire degli anni Novanta, la Columbia ha ristampato gli album di Davis con bei libretti illustrativi e brani aggiunti per ogni titolo: in questo caso abbiamo come settimo numero in programma Feio, un’atmosferica e misteriosa composizione di Shorter registrata il 28 gennaio 1970 negli stessi studi e rimasta inedita. Lunga quasi 12 minuti, Feio figura più o meno gli stessi musicisti citati sopra, ma con la partecipazione del celebre batterista Billy Cobham e del percussionista Airto Moreira. Per i più fanatici (come il sottoscritto) è stata invece approntata un’edizione in cofanetto da quattro ciddì intitolata “The Complete Bitches Brew Sessions”, contenente i sette brani visti finora più tutta una serie d’interessanti registrazioni effettuate fra gli ultimi mesi del ’69 e i primi del ’70.

Per quelli ancora più esaltati (come il sottoscritto, of course), nel 2010 alla Sony hanno pensato bene di distribuire una “super deluxe edition” in occasione del quarantennale di “Bitches Brew” contenente una ristampa in doppio vinile ad imitazione dell’originale del 1970, quattro ciddì contenenti – oltre alle inevitabili ripetizioni di quanto già visto sopra – anche qualche inedito dell’epoca e un gustoso live del ’70, oltre che tutta una serie di inserti editoriali che sono pur sempre meglio delle sciarpe, delle spille e delle sottocoppe che negli ultimi anni hanno ridicolmente accompagnato alcune delle ristampe più illustri dei dischi pop e rock.

Comunque lo si voglia prendere, e qui concludo nonostante io non abbia speso una sola parola tanto per la sua copertina quanto per tutto l’artwork in generale (mi piacerebbe dedicare un post ad hoc sull’argomento “copertine di dischi”, un giorno o l’altro) “Bitches Brew” resta un indiscutibile capolavoro nella vasta discografia di Miles Davis, un album monumentale che non smette di colpire e incantare.

-Mat (maggio 2008 – dicembre 2016)