The Police, “Ghost In The Machine”, 1981

the police ghost in the machine immagine pubblicaSostanzialmente deluso dall’ultimo album di Sting, quel “57th & 9th” salutato come un ritorno al rock, sono andato a risentirmi spesso un disco che rock suona davvero, un album uscito nel 1981, quando Sting era ancora il cantante, il bassista e il principale autore delle canzoni dei Police. Un album koestlericamente chiamato “Ghost In The Machine”.

So che molti appassionati non saranno d’accordo ma io considero “Ghost In The Machine” il miglior disco dei Police, e per una ragione precisa: si pone esattamente a metà d’un cammino iniziato sì in modo scoppiettante ma anche piuttosto acerbo con “Outlandos D’Amour” (1978) e quindi terminato soltanto cinque anni dopo con un lavoro, “Synchronicity” (1983), nel quale si avverte come non mai lo stile che Sting intraprenderà di lì a poco con la sua carriera solista. Quarto album da studio dei Police, “Ghost In The Machine” è un disco molto più professionale e maturo dei tre che l’avevano preceduto, pur restando inconfondibilmente un album di gruppo (“Synchronicity” mi è sempre parso un album di Sting eseguito dai Police, ecco).

E poi “Ghost In The Machine” ha un indubbio merito: ognuna delle sue undici canzoni è valida di per sé, anche nel caso di quei due o tre riempitivi che non mancano mai in ogni album poliziesco; sono undici canzoni che ascolto piacevolmente dalla prima all’ultima, senza sentirmi tentato – come nel caso degli altri quattro album del gruppo – di saltare i riempitivi di turno. Forte di tre singoli strepitosi che ormai dovrebbero conoscere anche le pietre, ovvero l’incalzante Spirits In The Material World, la tetra Invisible Sun e soprattutto la romantica Every Little Thing She Does Is Magic, tre brani stilisticamente omogenei eppure diversissimi tra loro, “Ghost In The Machine” offre pure delle convincenti prove rock (Hungry For You, Demolition Man e Omegaman), brani più atmosferici (Secret Journey, edita senza successo anche su singolo, e Darkness, probabilmente il miglior contributo autoriale dato da Stewart Copeland ai Police) e ovviamente quell’inconfondibile fusione di rock e ritmi caraibici che ha praticamente fatto la fortuna dei nostri (Rehumanize Yourself, One World e le stesse Every Little Thing e Spirits).

Un album compatto, questo “Ghost In The Machine”, dove i pur esigui contributi autoriali forniti da Andy Summers e Stewart Copeland sono perfettamente amalgamati con quelli di Sting, in un lavoro affidato per la prima volta a un produttore professionista, quell’Hugh Padgham che può essere “trovato” anche nei dischi dei Genesis, di Phil Collins, di Paul McCartney e dello stesso Sting di quel periodo. Senza poi contare, infine, che pur restando strettamente un trio, i Police hanno ampliato la gamma degli strumenti suonati da ogni singolo componente della band: se tutti e tre hanno eseguito parti di tastiera, c’è chi come Sting si è messo addirittura a suonare il sassofono. E il risultato, facendo procedere il lettore dalla traccia uno, Spiritis In The Material World, alla traccia undici, Darkness, è semplicemente grandioso.

-Mat

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The Police, “Synchronicity”, 1983

The Police SynchronicityParliamoci chiaro: un disco bello dall’inizio alla fine, con canzoni tutte memorabili, i Police non lo hanno mai fatto. Dal primo “Outlandos D’Amour” fino all’ultimo “Synchronicity”, infatti, non mancano degli evidenti riempitivi, canzonette messe lì per far numero, forse incise più per scherzo che per altro, nate da improvvisazioni in studio mentre si era alle prese con le varie Roxanne, Walking On The Moon, Message In A Bottle, Don’t Stand So Close To Me, Invisible Sun e Every Breath You Take. Eppure ogni disco dei Police s’è rivelato un fenomenale successo, eppure in ogni disco dei Police si può trovare un pezzo del meglio che il rock inglese abbia mai prodotto, eppure dei Police non ci siamo ancora stancati, eppure i Police sono da sempre uno dei miei gruppi preferiti.

Volendo inserire in questo modesto blog alcune delle cose migliori (si fa per dire) che ho scritto in passato, ecco la mia recensione del 23 gennaio 2008 – opportunamente rivista – sull’ultimo album dei nostri. Non necessariamente il migliore, “Synchronicity” resta il disco poliziesco che ascolto più spesso, forse perché suona più come un album del mio amato Sting, eseguito con gli impareggiabili Stewart Copeland e Andy Summers come comprimari di lusso.

Inciso fra il 1982 e l’83 col produttore Hugh Padgham (all’epoca anche assiduo collaboratore dei Genesis), “Synchronicity” segnò la consacrazione definitiva dei Police, grazie al simultaneo 1° posto in classifica nei due mercati discografici più importanti, quelli statunitense e britannico. Probabilmente perché “Synchronicity” contiene la canzone più famosa dei Police, l’ormai classicissima Every Breath You Take, anch’essa al 1° posto d’un sacco di classifiche mondiali, nel corso di quel glorioso 1983, ma offre pure due gemme preziosissime quali King Of Pain e Wrapped Around Your Finger.

L’album, del resto, inizia già col botto: Synchronicity I, serrata canzone che resta fra le mie preferite del catalogo poliziesco, vede Sting & compagni recuperare la velocità punk degli esordi, irrobustendo il tutto con un serrato arrangiamento pop-rock e impreziosendo il testo con citazioni tratte dalle teorie di Carl Gustav Jung sulla sincronicità (tema psicosociale assai interessante che influenza il titolo stesso del disco e i temi di altre canzoni in esso contenute). Apprezzo tantissimo, in Synchronicity I, gli incroci fra la voce solista di Sting e i suoi stessi cori, per non dire dello sfavillante lavoro batteristico di Copeland.

Suggestiva e alquanto inusuale nel repertorio dei Police, la tribale Walking In Your Footsteps è tutta giocata sulle percussioni in una sorta di bossa nova rock, dove Sting grida un monito sul pericolo nucleare confrontando il cammino dell’uomo al destino dei dinosauri. Nell’album “The Police Live!” (1995) si ascolta una Walking In Your Footsteps con un testo piuttosto ampliato; non so se esiste un’analoga versione da studio, che magari è stata poi editata nella versione che conosciamo per ragioni di spazio.

O My God è un pezzo che mi piace molto ma la storia dei Police rivela che forse si tratta d’un riempitivo: ripescata dal materiale (allora inedito) inciso nel 1977 quando la band confluì nel progetto degli Strontium 90, questa versione ci regala grandi linee di basso & grande prova canora di Sting, il quale si diletta anche col sax nello spettacolare finale, dove la batteria di Stewart è irresistibilmente dinamica.

Unico contributo autoriale del chitarrista Andy Summers al disco, Mother è il pezzo più delirante mai inciso dai Police. Di certo suona come una brutta canzone, uno stridio imbarazzante nell’audio levigato di “Synchronicity”, e forse non è un caso che a cantarla non sia Sting ma lo stesso Andy. Successivi ascolti da veri appassionati, tuttavia, dovrebbero farci accettare Mother per quella che è, una canzone sarcastica sulle cattive relazioni sentimentali che sfociano nel morboso. Disturbante sì, ma almeno divertente!

Segue il solo contributo autoriale del grandioso Stewart Copeland, che con la sua Miss Gradenko ci regala un’innocua canzoncina vagamente spruzzata da influenze caraibiche, annoverabile tra quei riempitivi che inevitabilmente abitano in ogni album poliziesco. Il resto dell’album viene tutto dalla penna di Sting, subito alle prese con Synchronicity II, uno dei brani più magnificamente rock dei Police, dai tratti quasi heavy. Solidissima l’amalgama batteria-basso-chitarra, in un brano tirato dove Sting ci offre un’infuocata prestazione vocale a proposito d’un inquietante sincronismo fra l’esplosione della rabbia repressa d’un impiegato e l’emergere del mostro di Loch Ness dagli abissi del suo torbido lago. Uno spettacolo, non c’è che dire.

E finalmente arriva Every Breath You Take, inconfondibile ed emozionante fin dai primi secondi; scritta da Sting mentre rifletteva sulla separazione dalla prima moglie, l’attrice Frances Tomelty, questa appassionata canzone è una delle più belle di tutti i tempi, un autentico classico della musica. Le fa seguito King Of Pain, una delle canzoni che più amo, altro grande classico dei Police: liriche sofferte cantate con grande intensità, bei cori, arrangiamento raffinato, ritornello cantabilissimo, bridge (a 2′ e 43” dall’inizio) di grande impatto, bell’assolo di chitarra (forse troppo breve). Cos’altro dire d’un tale capolavoro?

Proseguendo in un orgasmo sonoro per le orecchie, ecco la superba Wrapped Around Your Finger… indovinate un po’? Una delle canzoni che più amo! Base malinconicamente saltellante, come un estremo saluto a quel reggae bianco che la band proponeva nei primi album, e uno dei migliori testi di Sting, dove canta la rivalsa d’un uomo un tempo succube che finalmente prende coscienza di sé: e così l’iniziale “I’ll be wrapped around YOUR finger” diventa “YOU’ll be wrapped around MY finger” nell’emozionante ritornello conclusivo.

Ed eccoci giunti all’ultimo brano in programma, l’atmosferico Tea In The Sahara, sorta di reggae pensoso e desolato, dove Sting – traendo ispirazione dal libro “The Sheltering Sky” di Paul Bowles – canta di promesse disattese attraverso il suo registro vocale più basso.

Menzione a parte per due B-side che avrebbero dovuto meritare spazio sul disco (al posto di Miss Gradenko e Mother, ad esempio): Murder By Numbers, una canzone rock-fusion firmata Sting/Summers, in seguito inserita come bonus nell’edizione in ciddì di “Synchronicity”, e quindi Someone To Talk To, caratteristico ibrido reggae-rock di marca poliziesca, cantato però dal suo autore, Andy Summers.

-Mat

Notiziole poliziesche

sting-if-on-a-winters-night-immagine-pubblica-blogE’ stato annunciato ieri il titolo del nuovo album di Sting, “If On A Winter’s Night…” (ricorda qualcosa di Italo Calvino, non so se è un caso…), che sarà pubblicato a ottobre dalla Deutsche Grammophon, la stessa prestigiosa etichetta che aveva già editato il precedente “Songs From The Labyrinth”. Prodotto da Robert Sadin, il nuovo album di Sting s’avvale di noti collaboratori del nostro – fra cui il bravissimo Dominic Miller – e conterrà ballate e traditional angloirlandesi di alcuni secoli fa, fra cui Gabriel’s Message, che il nostro aveva già proposto come lato B del singolo Russians (1985). Le uniche due canzoni scritte da Sting sono The Hounds Of Winter e Lullaby To An Anxious Child, entrambe originariamente pubblicate nel 1996.

Sempre a ottobre, inoltre, uscirà l’autobiografia di Stewart Copeland, “Strange Things Happen: Life with The Police, Polo, and Pygmies”. Il carismatico batterista sarà però impegnato musicalmente in questo mese & nel prossimo coi nostrani La Notte Della Taranta: in Italia si esibiranno i prossimi 30 giugno (Roma, Villa Ada) e 4 luglio (Milano, Jazzin’ Festival). Energico come sempre, il buon Stewart è anche al lavoro con orchestre sinfoniche varie per due progetti concertistici.

E Andy Summers? Il poliziotto più tranquillo fra i tre s’è dato con successo alla fotografia con tanto di esibizioni in giro per il mondo. Comunque, per ogni ulteriore dettaglio rimando ai siti…

Ah, dimenticavo, se per caso non si fosse ancora capito: io amo i Police! 🙂

– Mat

Sting, “The Dream Of The Blue Turtles”, 1985

sting-the-dream-of-the-blue-turtles-immagine-pubblicaNegli ultimi giorni sono tornato ad ascoltare frequentemente i miei dischi dei Police e di Sting (oltre che, ovviamente, quelli di Miles Davis, ormai un ascolto quasi quotidiano). In particolare, ho tirato fuori dal mobiletto dei vinili “The Dream Of The Blue Turtles”, il primo album solista di Sting, che non ascoltavo da un bel po’.

Un grande piacere risentirsi il ‘primo’ Sting, alle prese con quello che si tradurrà come il rischioso seguito di “Synchronicity”, e ancora incerto se continuare la splendida avventura avviata nel 1977 con Stewart Copeland e Andy Summers oppure tentare una volta per tutte la carriera solista (sceglierà la seconda opzione, come sappiamo…). “The Dream Of The Blue Turtles” è il primo album di una trilogia – con “…Nothing Like The Sun” e “The Soul Cages” – che farà capire a tutti che Sting è definitivamente un grande, anche lontano dall’ingombrante ombra dei Police.

In verità, Sting dichiarò che l’idea di album solista era ridicola se applicata al suo “The Dream Of The Blue Turtles”, perché realizzato col contributo fondamentale di altri cazzutissimi musicisti: il bassista Darryl Jones e il sassofonista Branford Marsalis prima di tutti, ma anche il batterista Omar Hakim e il tastierista Kenny Kirkland. Tuttavia, a parte i buoni propositi, “The Dream Of The Blues Turtles” suona inconfondibilmente come un disco di Sting, uno splendido disco di Sting, mi viene da aggiungere. Un album del quale ho memoria diretta, giacché ricordo benissimo di quando DeeJay Television, su Italia 1, trasmetteva il video di Russians – uno dei pezzi forti di quest’album – lasciando completamente incantato il settenne Mat. Una canzone epica e teatrale, Russians: solenne, impegnata contro la minaccia nucleare, tesa ad una riconciliazione fra East e Ovest al di là dell’umana follia; una delle vette artistiche dello Sting solista, Russians, peraltro basata su un noto tema di Sergej Prokoviev.

Altro pezzo forte di “The Dream Of The Blue Turtles” è pure il primo singolo estratto, il ruggente ma raffinato pop-rock di If You Love Somebody Set Them Free. Mi ha sempre convinto di meno, invece, il terzo singolo, la comunque piacevole escursione caraibica di Love Is The Seventh Wave. Ben più notevoli mi sembrano la sinistra Moon Over Bourbon Street – il cui testo (e la complessiva atmosfera gotica) è stato ispirato a Sting dalla lettura del libro “Intervista col vampiro” di Anne Rice – e il quarto singolo, Fortress Around Your Heart, dinamicamente coinvolgente & meditativa in egual misura, posta a chiusura dell’album.

Ma in mezzo troviamo altre pregevoli canzoni, tutte a testimoniare (come se ce ne fosse bisogno) la bravura di Sting come autore, cantante & musicista (qui curiosamente rinuncia al basso per passare alla chitarra): la delicata ma solenne Children Crusade, l’ipnotica We Work The Black Seam, la jazzata Consider Me Gone, il divertito (e per fortuna breve) interludio strumentale di The Dream Of The Blue Turtles, e la frenetica rilettura della poliziesca Shadows In The Rain.

A proposito di canzoni, infine, mi preme di segnalare il bel lato B del singolo If You Love Somebody, ovvero Another Day, una canzone sprecata, a mio avviso, che avrebbe meritato del tutto l’inclusione in questo che resta comunque un album bellissimo, caldo, sofisticato, commerciale ma molto intelligente.

– Mat

Ritorni parziali

alice-in-chainsMai come negli ultimi anni si sono visti ritorni (più o meno illustri) di band attive in un passato più o meno recente. Ha fatto clamore, per esempio, la reunion dei Police nel 2007, generando un fortunatissimo tour mondiale conclusosi lo scorso agosto. La formazione dei Police era quella classica, quella storica di sempre, vale a dire Stewart Copeland, Sting e Andy Summers. Stessa cosa si può dire dei Sex Pistols, che nella formazione originale composta da John Lydon, Steve Jones, Paul Cook e Glen Matlock è tornata a proporre dal vivo il suo punk irriverente in giro per il mondo.

Negli ultimi anni si sono riviste in azione le formazioni originali anche nel caso dei Duran Duran, degli Eagles (vabbé mancava Don Felder ma non se n’è accorto nessuno), dei Genesis formato trio, dei Cream, dei Verve, degli Stone Temple Pilots, ma anche dei Take That (quelli dell’ultima formazione, senza Robbie Williams), delle Spice Girls e addirittura degli Yazoo. Anche la classica formazione a quattro dei Pink Floyd, seppur per il solo evento benefico del Live Eight. Tuttavia non è stato affatto infrequente il caso di nomi celebri che, resuscitati dal passato fra mille clamori, presentavano in realtà solo alcuni dei componenti originali della band, con gli altri a volte rimpiazzati da autentici sconosciuti. E’ il caso dei Supertramp, degli Who, dei Queen, dei Guns N’ Roses, dei Cult, degli Smashing Pumpkins, dei Led Zeppelin, degli INXS e recentemente degli Alice In Chains (nella foto).

E’ proprio di questi giorni, infatti, la notizia che gli Alice In Chains, dopo essersi riformati qualche anno fa per una serie di concerti, stanno per tornare con un nuovo album di materiale inedito, il primo dai tempi dell’album eponimo del 1995: il tutto dopo aver superato lo shock della morte del cantante Layne Staley nel 2002 e l’ingaggio d’un suo sostituto, lo sconosciuto (a me) William Duvall.

Ora, da gran patito di musica ma anche di storia & storiografia, mi chiedo che legittimità abbiano queste reunion parziali, questi acclamati ritorni che figurano due o a volte anche uno solo dei componenti originali di un gruppo. A giudicare da quello che è successo ai Queen – che non solo hanno continuato senza Freddie Mercury rimpiazzandolo con Paul Rodgers, ma hanno serenamente fatto a meno di John Deacon – e dal successo che hanno ottenuto nei loro ultimi tour in giro per il mondo, penso che la differenza la faccia il celebre marchio: non importa chi vi sia dietro, quali musicisti stanno effettivamente suonando sul palco, ciò che conta è la consapevolezza che stiamo assistendo al concerto di un celebre nome del rock.

E così benvengano due Queen originali su quattro, due Who su quattro, due Doors (con buona pace di quelli che dicono che Jim Morrison sia ancora vivo) su quatro, due Smashing Pumpkins su quattro, tre Alice In Chains su quattro, ma anche un solo Guns N’ Roses su cinque. E’ ovvio che fa sempre piacere sentire dal vivo le nostri canzoni preferite anche se nel gruppo ricomposto c’è un solo ‘vecchio’ ma, non so, mi sembra che tutto questo revival sia poco dettato dalla nostalgia. Il vero motivo, secondo la mia modesta opinione, è uno solo, il più classico: i soldi. Unito ad un altro di fondo… la mancanza di coraggio, di andare avanti per la propria strada con progetti solistici che spesso & volentieri hanno molta più dignità di questi ritorni parziali. A questo punto lasciamo pure che Paul McCartney, dopo essersi assicurato Ringo Starr alla batteria, se ne vada in giro con una band facendosi chiamare The Beatles. Non se ne scandalizzerebbe quasi nessuno e gli stadi sarebbero pieni.. beh, forse in quel caso, mascherato & mimetizzato fra la folla urlante, ci sarebbe anche il sottoscritto.

– Mat

Sting, “…Nothing Like The Sun”, 1987

sting-nothing-like-the-sun-immagine-pubblicaHo tutti i dischi di Sting, ovviamente, e mi piacciono tutti. Ovviamente. Però il mio preferito resta il secondo album da solista del nostro, “…Nothing Like The Sun”, che reputo anche uno dei lavori migliori pubblicati negli anni Ottanta.

Ricordo benissimo i videoclip che accompagnavano due dei singoli promozionali tratti da “…Nothing Like The Sun”, ovvero Englishman In New York e soprattutto They Dance Alone. Mioddio, sono ventunanni che conosco questa musica… e mi emoziona tuttora! Due video ma ancor di più due grandi canzoni che al Mat novenne fecero già capire che quella di Sting era musica seria & di classe e che lo stesso Sting era uno dei più grandi in circolazione, allora come oggi.

Quella musica mi è entrata nel cuore e da allora vi è sempre rimasta: è quindi con grande piacere che riporto sulle pagine virtuali di questo sito il mio punto di vista su “…Nothing Like The Sun”, a mio avviso il capolavoro discografico dello Sting solista.

Proseguendo una tradizione inaugurata col fortunatissimo “Synchronicity“, quando il nostro era ancora il leader dei Police, Sting fonde abilmente sonorità pop-rock con toni jazzistici, ballate di grande atmosfera, suoni esotici e terzomondisti, brani più dark e psicologicamente introspettivi. Ancor di più i testi delle dodici canzoni presenti in “…Nothing Like The Sun” riflettono temi sociali e umanitari, soprattutto nelle magnifiche Fragile (altro classicone stinghiano) e la già citata They Dance Alone. Non mancano però canzoni d’amore, con il tutto suonato da Sting con una schiera superlativa di musicisti ospiti, fra cui: Andy Summers (già al fianco del nostro nell’avventura coi Police), Eric Clapton, Mark Knopfler, Gil Evans e la sua orchestra, Branford Marsalis, Manu Katché, Andy Newmark e Kenny Kirkland.

1) Si parte con l’etereo pop rock esotico di The Lazarus Heart, una dolce melodia ispirata in realtà alla perdita della madre di Sting, avvenuta proprio durante la lavorazione all’album. Mi piace molto la parte vocale di Sting in questa canzone… calda, appassionata e leggermente cosparsa d’eco.

2) Be Still My Beating Heart resta una delle mie canzoni stinghiane preferite, sebbene non sia stata pubblicata come singolo. Ha un sound a metà fra Tea In The Sahara e King Of Pain, entrambe contenute in “Synchronicity”… infatti Be Still My Beating Heart sembra proprio un brano dei tardi Police, e forse non è un caso che a suonarvi la chitarra sia proprio Andy Summers. Col suo felpato ritmo pulsante alternato a sequenze più lente dove l’ascoltatore è trasportato alla deriva, Be Still My Beating Heart è uno dei brani più notevoli nel canzoniere di Sting.

3) La successiva Englishman In New York, uno dei quattro singoli estratti da quest’album, più che una canzone è ormai un autentico classico, uno dei brani più facilmente riconoscibili di Sting. Penso che la conoscano anche i sassi! Da segnalare quell’eccellente contrappunto alla voce di Sting nel corso di tutto il pezzo che è il sax di Branford Marsalis, uno dei musicisti che più hanno collaborato col nostro.

4) Anche la successiva History Will Teach Us Nothing riconduce al tipico sound dei Police: mi ricorda un po’ le atmosfere di “Ghost In The Machine”, con Sting impegnato oltre che col consueto basso anche con la chitarra, regalandoci inoltre l’ennesima grande prova vocale.

5) Seguono gli oltre sette minuti di They Dance Alone, un epico & dolente brano che è tutto un programma. Il testo è incentrato sul dramma cileno dei desaparecidos ed è anche un’esplicita accusa al regime autoritario di Augusto Pinochet; la musica è una morbida & toccante ballata, esaltata nel finale da un’ottimistica samba. Ascolto questa canzone da oltre ventanni e la reputo uno dei vertici artistici di Sting.

6) Un vertice artistico che continua con la successiva Fragile, altra celebre canzone del nostro, probabilmente il suo brano più toccante, che ha come tema la stupidità della guerra. Un testo cantato da Sting con sincero dolore, accompagnandosi abilmente alla chitarra su un soffice tappeto sonoro lievemente latineggiante.

7) We’ll Be Together è invece il momento leggero dell’album, una canzone d’amore inconfondibilmente pop che forse poco s’addice allo stile del nostro. Tutavia è un brano divertente che nell’economia complessiva di “…Nothing Like The Sun” non stride troppo. Nella bella raccolta che Sting ha pubblicato nel 1994, “Fields Of Gold”, si può ascoltare una versione precedente di We’ll Be Togheter, con la chitarra di Eric Clapton che ne conferisce un sound decisamente più rock.

8-9) Altre due canzoni d’amore, ma dai temi ben più poetici, sono le successive Straight To My Heart – che ci riconduce anche a ritmi più esotici, stavolta decisamente caraibici – e Rock Steady, che col suo morbido ritmo funky pare condurci invece in un caldo club dalle luce soffuse.

10) Segue la notturna Sister Moon, un brano di grande atmosfera che sembra la continuazione della lugubre Moon Over Bourbon Street, tratta da “The Dream Of The Blue Turtles” (1985), il primo album solista di Sting.

11) Little Wing è invece una delle più belle cover che io abbia mai avuto il piacere d’ascoltare. Originariamente scritta e incisa da Jimi Hendrix, qui Sting si fa accompagnare da un gruppo d’eccezione, Gil Evans e la sua orchestra, formata da grossi calibri come il chitarrista Hiram Bullock e il bassista Mark Egan. Una canzone magnifica, Little Wing, una grande ballata rock da sparare a tutto volume con lo stereo, soprattutto durante il superbo assolo di Bullock. Se si chiudono gli occhi sembra di volare… magnifica, magnifica, non c’è altro da dire!

12) Alla delicata The Secret Marriage, una ballata pianistica basata su una melodia di Hans Eisler, spetta il compito di chiudere questo grande & emozionante album del quale ho cercato di scrivere alla bellemmeglio un ritratto a parole. Se non lo conoscete, andate subito ad ascoltarvi “…Nothing Like The Sun” che è meglio!

Per concludere, alcune note tecniche per i lettori più fanaticoni di questo blog: la versione originale in vinile di “…Nothing Like The Sun” uscì in doppio elleppì, con tre canzoni per ognuna delle quattro facciate complessive. Un modo un po’ scomodo per ascoltarsi quello che certamente non è un album dalla lunga durata, di sicuro però così facendo si è evitato di tagliare alcune canzoni per farle entrare tutte nelle due facciate d’un singolo elleppì. La versione italiana uscì con i testi tradotti nella nostra lingua, mentre nel 1988 Sting pubblicò per fini benefici un mini album intitolato “…Nada Como El Sol” e contenente cinque brani tratti da questo album ricantati in spagnolo e in portoghese.

– Mat

The Police… dal vivo a Torino!

the-police-2007-stewart-copeland-sting-andy-summersSono da sempre un fan di Sting e dei Police. Non avevo mai visto il mio idolo dal vivo ma fino al dicembre del 2006 non avrei mai creduto che la prima volta che avrei visto Sting in azione sul palco sarebbe stata coi due compari storici, ovvero Stewart Copeland e Andy Summers, vale a dire The Police! Se me l’avessero predetto anni addietro mi sarei fatte sonore risate… e invece no, ho davvero visto i Police dal vivo, cazzo, allo Stadio delle Alpi di Torino, lo scorso 2 ottobre! Per giunta nel giorno del compleanno di Sting… beh, mi sento abbondantemente ripagato da tanta attesa: detto fra noi, ho assistito ad uno dei concerti più entusiasmanti della mia vita (forse IL concerto più entusiasmante della mia vita… ci sto riflettendo in questi giorni…). Da dove cominciare? Dal viaggio? Vediamo un po’…

La mia ragazza Antonella, mio fratello Luca & il sottoscritto partiamo da Pescara (ancora un po’ assonnati) alle sette del mattino, con un bus a due piani, appositamente organizzato per il concerto. Il viaggio scorre tranquillo, anche perché intervallato da alcuni piacevoli dvd come ‘Live 8’ (lo storico megaconcertone mondiale svoltosi nel luglio 2005) e ‘Vieni avanti, cretino!’ di Lino Banfi e soprattutto dalle soste in Autogrill. Tuttavia il viaggio è lungo e appena entrati in Piemonte l’attesa inizia a farsi palpabile: in effetti nessuno pare farcela più a stare sull’autobus ma ormai manca poco, Torino (dove non ero mai stato) non può essere molto lontana ormai.

L’arrivo in città inizia ad elettrizzarci: vediamo alcune direzioni consigliate per raggiungere lo stadio e gente con addosso le magliette dei Police! Cazzo, ci siamo, penso io. Fermiamo proprio davanti allo stadio, sono all’incirca le sei del pomeriggio, dopodiché, tutti contenti, Luca, Anto & io ci dirigiamo verso il nostro ingresso, la curva nord. Con mio sollievo è una splendida giornata, fa caldo e c’è un botto di gente… in giro sento un po’ tutti i dialetti d’Italia, specie quello lombardo. Una volta controllati & staccati i nostri biglietti dagli addetti ai lavori, mettiamo finalmente piede nello stadio, prima però ho una missione da compiere: devo acquistare il tour book, che per fortuna non costa esageratamente, giusto quindici carte.

Entriamo nello stadio e rimango colpito dall’imponenza del posto, nel quale, ovviamente, non ero mai stato: uno stadio enorme, la culla storica della Juventus! Prendiamo posto in curva, siamo al primo livello, e con mio altro grosso sollievo siamo in una posizione centralissima. Certo, il palco è distante (e io, per l’ennesima volta, ho scordato a casa il cannocchiale…) ma sta lì, bello bello di fronte a noi. Ci sistemiamo, andiamo in bagno, facciamo tutto ma l’attesa è spasmodica: sono le sette e non vediamo l’ora di vedere/sentire i Police!

Poi finalmente c’è il primo gruppo di supporto, i salentini La Notte Della Taranta (coi quali Stewart Copeland si è entusiasticamente esibito in passato) che, per carità, saranno anche bravissimi, ma che dopo quattro/cinque pezzi hanno già rotto le palle. Luca sembra distratto, Anto & io non ne possiamo davvero più. Dopodiché ecco il secondo gruppo supporto, i Fiction Plane, una band nota per il fatto di essere capitanata dal primogenito di Sting, Joe Sumner: sono molto meno peggio di quanto mi aspettassi, sono un trio e quel raccomandato di Joe suona il basso ma la musica c’entra ben poco con quella dei Police ed è più che dignitosa. Se non altro, Joe si sforza di parlare l’italiano, si rivela abbastanza umile e, cosa a me molto più gradita, ha un timbro e una tecnica vocale che somigliano molto a quelli dell’illustre papà.

Sono ormai le nove di sera, data fatidica dell’inizio ufficiale del concerto dei Police, anche se il quarto d’ora accademico è lecito. Il quarto d’ora diventa mezzora e lo stadio è ormai al massimo della frenesia: nessuno sembra poterne più dell’attesa, anche quando ci mettono una gradita Get Up, Stand Up di Bob Marley & The Wailers ben sparata dall’impianto di amplificazione, e le grida & le ola & le risate si sprecano.

Finalmente il miracolo si compie: le luci si spengono, il palco si trasforma e si riveste di scintillanti colori, i tre eroi (senza alcun supporto di strumentisti aggiunti e di coriste) salgono sul palco fra il delirio della folla! I Police attaccano con Message In A Bottle (con Sting che non perde tempo e inserisce un graditissimo ‘ciao Torino’ nel testo), poi proseguono con una versione strepitosa di Synchronicity II e poi ancora con Walking On The Moon.

La band appare subito in grande forma, tenendo presente che non va in tour dal 1984 e che il più giovane, Stewart, ha cinquantacinquanni e il più vecchio, Summers, quasi sessantacinque. Sting fa paura, è uno splendido cinquantaseienne (fresco fresco nel giorno del suo compleanno) e appare notevolmente rilassato, Copeland è Copeland (leggasi il miglior batterista rock vivente) e Summers pare essersi ritagliato uno spazio chitarristico tutto suo e di ottima fattura. Ecco, a me è bastato vedere i Police in azione in questi primi tre pezzi per giustificare i soldi spesi per biglietto & viaggio, potevano finirla anche lì e sarei stato felice lo stesso! Ma lo spettacolo ovviamente è andato avanti, per due ore buone, davanti ad un pubblico molto caloroso che evidentemente sentiva tantissimo questa storica reunion.

I Police eseguono quindi brani tratti dai loro cinque album da studio, ovvero (non in quest’ordine preciso, che non ricordo la sequenza esatta… abbiate pazienza, ero in estasi!) la pulsante Driven To Tears, un medley fra Voices Inside My Head e When The World Is Running Down, la scanzonata De Do Do Do De Da Da Da, la punkeggiante Truth Hits Everybody, una Invisible Sun completamente riarrangiata (è più distesa), la celebre Don’t Stand So Close To Me, un interesante medley fra Hole In My Life e Hit The Road, Jack (storico hit di Ray Charles), una stupenda Wrapped Around Your Finger con Copeland in grande spolvero sulle percussioni, lo storico medley fra Can’t Stand Losing You e Reggatta De Blanc, la coinvolgentissima Every Little Thing She Does Is Magic, una più rockeggiante Walking In Your Footsteps e la celeberrima Roxanne (con tanto di nuova improvvisazione centrale, già sentita ai Grammy Awards lo scorso febbraio).

Dopodiché la solita tiritera della band che saluta, abbandona il palco & si ripresenta qualche minuto dopo fra sessantacinquemila ecclamazioni per il bis conclusivo. Si parte con la fantastica King Of Pain, si prosegue con So Lonely (ma forse è stata eseguita in precedenza e qui c’è una delle prime canzoni che ho citato poco fa), per poi finalmente imbattersi in Every Breath You Take. Ammetto di essermi commosso un pochino… i Police che a cento metri da me stanno suonando il loro classico… sono un loro fan da una vita…

Finita Every Breath You Take la band saluta il pubblico ma poi propone una ruggente versione della punkeggiante Next To You, con il pubblico alle stelle per tutto quello che ha visto e sentito. Fine del concerto… che dire… veramente emozionante, Antonella è felicissima, Luca è contento & rilassatissimo (anche perché ha fatto baldoria con due simpatici ubriaconi e s’è fatto grasse risate mentre quelli diventavano sempre più instabili sulle proprie gambe), io… beh, io… ero conscio di aver assistito ad uno dei più grandi spettacoli della mia vita.

Ritorno tranquillo, con quasi tutti i presenti sull’autobus addormentati, intervallato da ‘Fracchia la Belva Umana’ di Paolo Villaggio. Distrutti ma felicissimi dopo altre nove ore di strada e il sorgere del nuovo giorno. Se ne è valsa la pena? Cazzo se sì!!

– Mat

Sting

stingNella fantascientifica ipotesi che io mi reincarni in una rockstar, mi piacerebbe rinascere Sting. Perché Sting è un personaggio che ha sempre prodotto grandissima musica, sia coi Police che da solo, è famoso in tutto il mondo, non ha mai subìto cali di popolarità, se l’è spassata alla grande ma senza mai inciampare nei soliti eccessi della sua professione, s’è dilettato spesso e volentieri nel cinema, ha dato vita a numerose e interessanti collaborazioni, tanto in studio quanto dal vivo, ed è da sempre impegnato nel sociale. E poi, perché negarlo, è sempre stato un bell’uomo e sta invecchiando splendidamente.

Sting è un altro di quei nomi che conosco da quando ho memoria, in pratica non ricordo il giorno preciso che ho conosciuto la parola Sting: probabilmente, dopo ‘mamma’ e ‘papà’, ‘sting’ è la prima parola che ho imparato! È, inoltre, una di quelle voci che riconosci immediatamente appena la ascolti, ha uno stile inconfondibile e da trentanni a questa parte – un periodo che ha visto notevoli cambiamenti nell’industria discografica ma anche nella stessa industria culturale – Sting s’è meritatamente ritagliato uno spazio tutto suo come una delle più amate e ammirate rockstar di fama mondiale.

Nel 2003 Sting ha pubblicato “Broken Music”, una sua parziale autobiografia, dall’infanzia al debutto discografico dei Police con “Outlandos d’Amour”: è un libro piuttosto intimo ma molto godibile che ho letto finora due volte. In esso, Sting sembra descriversi come una persona fondamentalmente molto umana, con tutte le debolezze che questa condizione comporta, ma anche arso da una smania di sfondare che forse l’ha portato più lontano di quel che poteva immaginare da ragazzo, quando alternava la sua passione per la musica (suonava il basso in diverse formazioni locali, la più notevole, i Last Exit, nei quali cantava e componeva la maggior parte del materiale) alla sua professione d’insegnante d’inglese nelle scuole elementari.

Nato Gordon Matthew Sumner da umili origini (parte delle quali irlandesi) a Wallsend, vicino Newcastle, il 2 ottobre 1951, venticinque anni dopo ebbe la fortuna d’incontrare Stewart Copeland, all’epoca batterista dei Curved Air che, di fatto, scoprì Sting proponendogli d’entrare a far parte della band che stava costituendo col chitarrista corso Henri Padovani (in seguito rimpiazzato da Andy Summers), The Police. La storia di questo infinito trio rock l’ho raccontata già, per cui passo al 1985, quando Sting debutta definitivamente come solista con l’album “The Dream Of The Blue Turtles”, contenente i noti singoli If You Love Somebody (Set Them Free) e Russians. Nello stesso anno collabora con Miles Davis, Phil Collins, i Dire Straits, un side-project dei Duran Duran chiamato Arcadia, e inoltre partecipa allo storico evento musicalmediatico del Live Aid, organizzato da Bob Geldof per raccogliere fondi a favore delle popolazioni africane più bisognose.

In quella prima metà degli anni Ottanta, Sting si confronta con numerose vicissitudini private: il divorzio dalla prima moglie, l’attrice irlandese Frances Tomelty, la fine dei Police, l’inizio d’una nuova relazione con la modella Trudie Styler, che gli darà altri quattro figli oltre ai due avuti dalla Tomelty. Inoltre, nei tre anni successivi, Sting deve affrontare la dolorosa perdita di entrambi i genitori. In mezzo a tutto questo, nel 1987, troviamo quello che forse è il suo album migliore, “…Nothing Like The Sun”, contenente, fra l’altro, le indimenticabili Englisman In New York, Fragile e They Dance Alone. Un successo mondiale come il precedente “The Dream Of The Blue Turtles” che fa capire chiaramente che Sting non aveva più bisogno dei Police per andare avanti e che era ormai una delle più grandi stelle dello spettacolo.

Il terzo album solista di Sting, il mio preferito, “The Soul Cages”, viene pubblicato al principio del 1991, supportato dagli splendidi singoli All This Time e Mad About You. L’anno seguente Sting sposa finalmente Trudie Styler e, nel corso della serata, riunisce brevemente i Police per un concerto privato. Gli anni Novanta sono un periodo in cui il nostro non fa altro che consolidare la sua fama e la sua bravura, producendo come sempre dischi di qualità – “Ten Summoner’s Tales” (1993), “Mercury Falling” (1996) e “Brand New Day” (1999) – continuando le sue apparizioni cinematografiche e intessendo interessanti collaborazioni con altri noti artisti (qui mi limito a citare Elton John, Bryan Adams, Tina Turner, Eric Clapton e Rod Stewart).

Sting resta sinceramente sconvolto dai tragici fatti dell’11 settembre 2001, esprimendo direttamente le sue sensazioni al riguardo sull’album “Sacred Love” (2003), supportato dai singoli Send Your Love e Whenever I Say Your Name con Mary J. Blige. Ma la cosa che forse più ammiro di Sting è la sua continua evoluzione e maturazione artistica (oltre che, si capisce, umana) che lo ha portato a proporre sempre grande musica senza mai fare un solo passo falso: ulteriore testimonianza con “Songs From The Labyrinth” (2006), un album prevalentemente per sola voce e liuto dove il nostro rivisita l’opera del musico medievale John Dowland.

Il regalo più grande che Sting potesse fare ai suoi tanti ammiratori sparsi per il mondo arriva però al principio del 2007: annuncia la reunion dei Police, che quindi intraprendono un lungo tour internazionale che tocca anche l’Italia, il 2 ottobre a Torino. Quel concerto fu per me la prima occasione che ebbi di vedere il mio idolo dal vivo, per giunta alle prese col repertorio musicale di uno dei gruppi rock che più hanno entusiasmato gli appassionati di musica. Terminato il tour coi Police nell’estate 2008, Sting è tornato in studio per l’album “If On A Winter’s Night…” (2009) – altra escursione nel passato con canti e filastrocche natalizie dei secoli scorsi – e tentando con successo sperimentazioni nel teatro o per orchestra. Un’esperienza, quest’ultima, che ha portato alla realizzazione dell’album “Symphonicities” (2010) – una rivisitazione dei classici di Sting per voce e orchestra – e al relativo tour mondiale.

Dopo un’esperienza a teatro con l’interpretazione del musical tratto dall’album “The Last Ship” (che se non altro, pur non essendo un capolavoro di disco, ci mostra Sting alle prese con delle sue canzoni nuove di zecca), il nostro torna alle collaborazioni illustri per quanto riguarda l’attività concertistica (prima Paul Simon e successivamente Peter Gabriel) e soprattutto alla musica rock, suggellato dal nuovo album “57th & 9th” (2016) e dal relativo tour mondiale. Inarrestabile Sting.

– Mat

(ultimo aggiornamento: 4 marzo 2017)

The Police, “Outlandos d’Amour”, 1978

the-police-outlandos-damour-immagine-pubblicaOggi è una data storica per il rock: gli infiniti Police intraprendono da Vancouver (Canada) la loro prima tournée mondiale dopo il Sinchronicity Tour del 1983-84. E quindi, nella sbavante attesa di averli in Italia, il prossimo 2 ottobre, ecco un post di riscaldamento, dedicato al loro album d’esordio, “Outlandos d’Amour”, l’unico fra i cinque album da studio dei Police a non aver conquistato il 1° posto della classifica inglese.

Si parte con la tambureggiante e casinara Next To You, una canzone d’amore travestita da pezzo punk… fa ancora una certa impressione sentire che Sting, autore di brani raffinati come Englishman In New York e Fragile, abbia esordito con delle sonorità tanto ruvide.

Dopo Next To You troviamo l’eccitante reggae-rock di So Lonely, una delle prime composizioni di Sting, risalente ai tempi della sua band amatoriale, i Last Exit: tipica del ‘Police sound’ di quel periodo, So Lonely è caratterizzata da una sequenza di strofe dal ritmo saltellante, mentre il ritornello è un veloce e ripetitivo rock; bello, inoltre, l’assolo di chitarra alquanto bluesy di Andy Summers.

Col terzo brano siamo in presenza d’un autentico classico, Roxanne: c’è qualcuno che non conosce questa bella canzone rock-reggae venata di tango che narra dell’amore per un prostituta? E’ un pezzo di storia, Roxanne, e non a caso è stata scelta dalla band per annunciare il proprio ritorno dal vivo, lo scorso febbraio a Los Angeles.

Tornando all’album in esame, fra le canzoni dei Police mai edite su singolo, Hole In My Life è fra le mie preferite, anche se dura un po’ troppo: un brano che canta dell’insicurezza della vita, del disagio e della vulnerabilità senza per questo risultare lagnoso, bensì presentando un arrangiamento reggae-rock a scatti assolutamente irresistibile.

Con la successiva Peanuts ritroviamo uno stile e una velocità più vicini al punk, anche se i Police sono troppo bravi tecnicamente e Sting è un autore troppo raffinato per adottare gli stilemi di quel genere. Forse vale la pena di sottolineare che il testo di Peanuts è una sarcastica stoccata contro Rod Stewart, mentre la musica è firmata da Sting con Stewart Copeland, per quello che è il solo contributo autoriale nel disco da parte del grande batterista.

Poi è la volta d’un’altra canzone famosa, Can’t Stand Losing You, edita anche su singolo: uno dei miei pezzi polizieschi preferiti, Can’t Stand è un altro mirabile esempio del Police sound di quel periodo, stavolta accentuando ancor più l’arrangiamento reggae; è uno di quei brani che non possono mancare assolutamente in una selezione seria dedicata alla musica dei Police.

Altra influenza punk ben in evidenza per la ruvida ma coinvolgente Truth Hits Everybody, ben più vicina al rock invece la sonorità di Born In The 50’s, brano nel quale Sting introduce elementi di politica in un testo cantato con rabbia.

Con Be My Girl-Sally siamo alle prese con una delle canzoni più curiose e divertenti dei Police: a un ripetitivo ritornello rock di Sting segue un intermezzo recitato da Andy sulle virtù ‘terapeutiche’ di una bambola gonfiabile, prima che torni il ritornello iniziale a concludere lo scanzonato numero.

Più che una canzone vera e propria, la conclusiva Masoko Tanga è una lunga improvvisazione reggae-rock, prossima ai sei minuti di lunghezza: chiaramente un riempitivo, Masoko Tanga è comunque gradevole e testimonia la grande compattezza sonora di questi tre biondi capelloni che, è importante sottolineare, all’epoca suonavano insieme da un solo anno.

Registrato in appena dieci giorni di lavoro in studio, coordinati da un produttore dilettante, Nigel Gray (in realtà un medico di professione con la passione per il rock!), e utilizzando nastri usati, “Outlandos d’Amour” si segnala come uno degli esordi discografici più esaltanti e convincenti del rock, restando tuttora un ascolto fresco e divertente.

Una curiosità: il buffo titolo del disco è stato scelto da Miles Copeland – fratello di Stewart e all’epoca manager del gruppo – e significa grossomodo ‘fuorilegge dell’amore’.

The Police

the-police-2007-stewart-copeland-sting-andy-summersI Police sono sempre stati uno dei miei gruppi rock preferiti. Qui vedrò di tracciarne brevemente la storia, cercando di contenere il mio entusiamo da fan. La band nasce nel gennaio 1977, quando il batterista Stewart Copeland (americano, classe 1952) inizia a suonare col bassista Sting (inglese, classe 1951). Entrambi provenivano da esperienze musicali diverse: il primo era reduce dall’avventura col gruppo progressive dei Curved Air, mentre il secondo da una band di jazz-fusion senza contratto chiamata Last Exit. Dopo aver trovato un chitarrista, Henri Padovani (corso, classe 1952), Stewart chiama la nuova formazione The Police, in omaggio al mestiere di suo padre, agente dell’FBI.

Nel corso dell’anno i Police debuttano discograficamente con un singolo autoprodotto, Fall Out / Nothing Achieving, distribuito dall’etichetta indipendente Illegal Records, di proprietà dei fratelli Copeland (Miles, il manager dei Police, Ian e quindi Stewart). Sulle prime i Police cercano d’inserirsi nella nascente scena punk inglese, e del resto la musica che propongono è esattamente di quel tipo. Tuttavia la band non sarà mai ritenuta credibile da parte dell’ambiente punk, sia perché troppo tecnicamente abile e sia perché troppo vecchia anagraficamente. Forse anche per questo, Stewart e soci decidono di accettare la proposta di Mike Howlett, reduce della band progressive dei Gong, di formare un nuovo gruppo. Nascono così gli Strontium 90, un interessante connubio fra punk, fusion e rock che vede quindi coinvolti Howlett (basso e voce), Sting (basso e voce), Copeland (batteria) e Andy Summers (chitarra). Gli Strontium 90 non andranno da nessuna parte ma l’esperienza non risulterà invana per i nostri: i Police riformati includeranno un secondo chitarrista, proprio quell’Andy Summers (inglese, classe 1942), con un passato nei New Animals di Eric Burdon.

La formazione dei Police a quattro dura un solo mese, anche perché fra Padovani e Summers non c’è assolutamente confronto tecnico. E così il chitarrista corso se ne va per unirsi ad altre formazioni punk, mentre i Police assumono così la loro definitiva (e storica) formazione a trio.
Dopo aver firmato per la A&M/Polydor, nel 1978 i Police debuttano anche su album, con “Outlandos d’Amour”, anticipato dal singolo Roxanne. Se in un primo momento Roxanne incontra qualche difficoltà (anche per via del suo testo equivoco che non ne farà una facile scelta nelle programmazioni radiofoniche), l’album conquisterà un incoraggiante sesto posto nella classifica britannica.

La consacrazione dei Police in patria avviene comunque l’anno dopo, nell’ottobre 1979, quando il loro secondo album, “Reggatta De Blanc”, conquista la vetta della classifica inglese. Anche i singoli estratti dall’album vanno forte, soprattutto Message In A Bottle e Walking On The Moon, entrambi al primo posto nella classifica inglese riservata ai singoli. I Police replicano il successo nel 1980, con l’album “Zenyatta Mondatta” e il singolo Don’t Stand So Close To Me, entrambi al primo posto nelle rispettive classifiche. Tale crescendo di popolarità viene incrementato nel 1981, con l’album “Ghost In The Machine” (1° in patria e 2° negli USA) e i singoli Invisible Sun (al 2° posto) e Every Little Thing She Does Is Magic (al 1° posto), tutti lavori che, per la prima volta, prendono definitivamente le distanze dalle origini punk del gruppo.

Nel 1982 i Police e Sting in veste solista partecipano alla colonna sonora del thriller “Brimstone & Treacle”, film nel quale recita lo stesso Sting. A fine anno, comunque, la band torna in studio per preparare un nuovo disco. Chiamato “Synchronicity”, il quinto (e finora ultimo) album da studio dei Police viene pubblicato nel giugno ’83: in poco tempo conquista la vetta delle classifiche britannica e americana, anche perché supportato da quattro singoli indimenticabili come Every Breath You Take (1° in UK e USA), Wrapped Around Your Finger, Synchronicity II e King Of Pain.
I Police hanno così raggiunto la consacrazione definitiva, ma sul più bello – una volta completato il Synchronicity Tour, ai primi del 1984 – Sting decide di mettere la parola fine alla gloriosa band. In realtà il gruppo tornerà in studio fra l’85 e l’86 con l’intenzione di registrare una raccolta composta da nuove versioni dei vecchi successi. Il lavoro non viene però condotto a termine, coi Police che registrano fra tensioni e malumori solo due nuove versioni, Don’t Stand So Close To Me e De Do Do Do, De Da Da Da. Per giunta, solo la nuova Don’t Stand So Close To Me sarà inclusa nella raccolta antologica “Every Breath You Take/The Singles” (1986), mentre il rifacimento di De Do Do Do, De Da Da Da resta tuttora inedito.

E’ l’ultimo atto della carriera discografica dei Police, dopodiché i tre membri del gruppo procederanno ognuno per conto proprio: Andy Summers, dopo aver stretto un sodalizio artistico col chitarrista Robert Fripp già nel 1982, pubblicherà il suo primo album solista nel 1987, “X Y Z”; Stewart Copeland pubblicherà un primo album nel 1985, “The Rhythmatist”, ma si dedicherà principalmente alla realizzazione di colonne sonore; Sting, come tutti sappiamo, diventerà un’affermata rockstar mondiale già a partire dal suo primo album solista, “The Dream Of The Blue Turtles”, uscito nel 1985.

Tuttavia, i rapporti fra i tre musicisti non saranno mai recisi del tutto, e così, se Sting e Summers avranno modo di colllaborare in diverse occasioni, la band al completo si riunisce per un mini concerto privato nel 1992, in occasione delle seconde nozze di Sting. Poi ancora – e stavolta pubblicamente – nel marzo 2003, per l’insediamento dei Police nella Rock And Roll Hall Of Fame di New York (dove eseguirono Roxanne, Message In A Bottle e Every Breath You Take) e quindi nel febbraio 2007 a Los Angeles, in occasione della cerimonia di premiazione dei Grammy Awards. Non sarà però un’esibizione isolata dato che la partecipazione ai Grammy del 2007 segnerà invece il preludio di una reunion concertistica che ha condotto i Police negli stadi di tutto il mondo (compreso il Delle Alpi di Torino, con un Mat presente). Il fortunatissimo tour della reunion del gruppo – che milioni di fan attendevano con grande trepidazione – si è infine concluso a New York nell’autunno del 2008.