May Pang, “Instamatic Karma”, 2008

may-pang-instamatic-karma-john-lennonIn un numero recente della rivista “A” – gentilmente sottratto a una mia zia – ho trovato un articolo su May Pang, la storica segretaria di Yoko Ono nonché l’amante di John Lennon, che ha da poco pubblicato un libro fotografico con le immagini di quando, fra il 1973 e il 1975, è stata accanto a Lennon durante un periodo di separazione da Yoko che lo stesso musicista ha definito il suo ‘lost weekend’. Il libro, richiamando la celebre canzone lennoniana Instant Karma!, si chiama “Instamatic Karma” ed è il secondo della Pang, dopo un libro di memorie pubblicato già negli anni Ottanta.

Ho avidamente letto l’articolo su “A”, scritto da Claudio Castellacci, e soprattutto ho potuto ammirare alcune foto tratte dallo stesso libro: ci mostrano un John Lennon a suo agio, rilassato, spesso nel bel mezzo del jet set, assieme ad altre rockstar quali Mick Jagger e Keith Moon. Ma la foto che più mi ha emozionato è di John con Paul McCartney, una foto scattata nel 1974 che vede i due ex Beatles serenamente stravaccati sulle sdraio in una villa affittata da Lennon a Santa Monica (USA). E’ proprio sul ricucito rapporto fra i due amici, rapporto presto rovinato dall’intervento di Yoko, che l’articolo di Castellacci mi ha più colpito. Ne riporto un brano: ‘Insomma, i 18 mesi raccontati in immagini in questo libro della memoria [“Instamatic Karma”] terminano il giorno in cui Yoko si rese conto che alla fine John stava cominciando, per la prima volta nella vita, a camminare con le sue gambe, a non farsi più trovare al telefono, a uscire da Los Angeles senza doverle dire dove sarebbe andato. Ma il segnale più preoccupante che la mise in allarme fu il fatto che John e May stavano per comprare casa insieme. Yoko giocò allora la carta del fumo. Già, perché Lennon fumava due pacchetti di Gauloises al giorno ed era affetto da un perenne mal di gola che lo infastidiva notevolmente. Yoko gli fece balenare la possibilità di aver trovato il rimedio perfetto: la cura dell’ipnosi. E all’improvviso gli eventi precipitano. All’inizio del 1975 John e May sono a New York. Girano per gli Hamptons. Si preparano ad andare a New Orleans per registrare un disco con Paul e Linda McCartney [quello che sarebbe diventato “Venus And Mars”]. Vengono ospitati da Mick Jagger in una casa di Montauk che la rock star aveva affittato da Andy Warhol. In una delle loro scampagnate adocchiano una villa accanto al faro di proprietà del fotografo di moda Peter Beard e Lennon dice che è ora che mettano su casa insieme. Ma gli dei avevano deciso altrimenti’.

Altre interviste a May Pang che ho letto in passato confermano la stessa storia: in quel periodo di separazione da Yoko, John era artisticamente rinato, pubblicando due album, scrivendo e registrando nuovo materiale con Ringo Starr e collaborando con Mick Jagger, Elton John e David Bowie. Stava appunto per rimettersi in attività con Paul McCartney, quando John decise di tornare con la Ono, e di ritirarsi dalle scene per un lustro dopo che la coppia diede vita al loro unico figlio, Sean.

La lettura dell’articolo – che dipinge la Ono come una megèra plagiatrice e Lennon come un mezzo matto – fa dunque sorgere questo bell’interrogativo: se John avesse continuato la sua storia con May Pang, o comunque non fosse mai tornato assieme a Yoko, i Beatles si sarebbero rimessi insieme?

Storia affascinante, che non ci lascia altro che speculazioni. Il libro della Pang è almeno interessante perché ci mostra da vicino un John Lennon d’annata in piena rinascita musicale e artistica. Spero che il libro venga presto pubblicato anche nel mercato italiano.

Lou Reed, “Transformer”, 1972

lou-reed-transformer-immagine-pubblica-blogLa storia di oggi riguarda quello che è il lavoro discografico più celebre & celebrato di Lou Reed in veste solista, ovvero “Transformer”, il suo secondo album.

Senza dubbio si tratta di uno dei migliori lavori prodotti negli anni Settanta, fondamentale per chi vuole documentarsi sulle sonorità di quell’interessantissimo decennio musicale. La grandezza di “Transformer” sta forse nel suo pressoché perfetto equilibrio tra lirismo americano e musicalità europea: Lou Reed, artista newyorkese, ha infatti inciso questo suo capolavoro a Londra, con David Bowie e il suo fido arrangiatore e polistrumentista Mick Ronson in veste di produttori.

“Transformer” si apre con un classico, Vicious, un trascinante e viscerale rock ‘n’ roll che già mette in chiaro la natura provocatoria e sessualmente ambigua del disco. Segue la più distesa Andy’s Chest (con Andy che dovrebbe essere Andy Warhol, se non ricordo male), canzone che si avvale di un’efficace parte corale (riconoscibilissimo, Bowie si sente forte e chiaro).

Poi è la volta del brano più bello di quest’album, ovvero Pefect Day, un altro classico. Sinceramente, a dirla tutta, Pefect Day è una delle canzoni più belle del mondo, dove tutto è davvero perfetto: strumentazione, arrangiamento, mixaggio, parti vocali, lirismo, emotività, e chi più ne ha più ne metta. Segue un brano molto più scanzonato, Hangin’ Round, altro rock ‘n’ roll che ricorda le sonorità coeve dello stesso David Bowie e dei T.Rex. La successiva Walk On The Wild Side è forse (con Perfect Day) il brano più famoso di Lou Reed, una canzone spesso e volentieri inserita nelle compilation da autoradio. Una grande canzone, comunque, questo è fuori di dubbio.

Make Up ha un arrangiamento piuttosto bandistico (cosa che si ripete anche nelle successive New York Telephone Conversation e Goodnight Ladies), ricorda un po’ i Beatles del periodo “Sgt. Pepper” ma anche la produzione più teatrale di Bowie. Poi è la volta di Satellite Of Love, indubbiamente una delle migliori canzoni in scaletta: all’inizio presenta un classico andamento da ballata, mentre il finale è più esplosivo grazie ad un intricato coro, perlopiù ad opera di Bowie.

Una sonorità più bowiana torna con la seguente Wagon Wheel… se a cantarla fosse stato David e il risultato fosse stato incluso, che so, nel suo “Ziggy Stardust”, non avrebbe sfigurato per nulla. Bella canzone anche questa. La già citata New York Telephone Conversation è una breve e gradevole filastrocca, praticamente un duetto fra Reed e Bowie sulla curiosa abitudine che aveva Andy Warhol (ancora lui) di registrarsi le conversazioni telefoniche che aveva con personaggi più o meno famosi.

La movimentata I’m So Free si ricollega invece alle sonorità più rock già incontrate con Vicious e Wagon Wheel, mentre la conclusiva Goodnight Ladies è un malinconico ma ironico commiato. Quest’ultima, una storia di solitudine del sabato sera, presenta anch’essa un arrangiamento bandistico che contribuisce ad alleviarne i toni sconsolati… ciò non toglie che si tratta di una bella conclusione per un album che, giustamente, è oggi considerato un classico del rock.