May Pang, “Instamatic Karma”

may-pang-instamatic-karma-john-lennonIn un numero recente della rivista “A” – gentilmente sottratto a una mia zia – ho trovato un articolo su May Pang, la storica segretaria di Yoko Ono nonché l’amante di John Lennon, che ha da poco pubblicato un libro fotografico con le immagini di quando, fra il 1973 e il 1975, è stata accanto a Lennon durante un periodo di separazione da Yoko che lo stesso musicista ha definito il suo ‘lost weekend’. Il libro, richiamando la celebre canzone lennoniana Instant Karma!, si chiama “Instamatic Karma” ed è il secondo della Pang, dopo un libro di memorie pubblicato negli anni Ottanta.

Ho avidamente letto l’articolo su “A”, scritto da Claudio Castellacci, e soprattutto ho potuto ammirare alcune foto tratte dallo stesso libro: ci mostrano un John Lennon a suo agio, rilassato, spesso nel bel mezzo del jet set, assieme ad altre rockstar quali Mick Jagger e Keith Moon. Ma la foto che più mi ha emozionato è di John con Paul McCartney, una foto scattata nel 1974 che vede i due ex Beatles serenamente stravaccati sulle sdraio in una villa affittata da Lennon a Santa Monica (USA). E’ proprio sul ricucito rapporto fra i due amici, rapporto presto rovinato dall’intervento di Yoko, che l’articolo di Castellacci mi ha più colpito. Ne riporto un brano: ‘Insomma, i 18 mesi raccontati in immagini in questo libro della memoria [“Instamatic Karma”] terminano il giorno in cui Yoko si rese conto che alla fine John stava cominciando, per la prima volta nella vita, a camminare con le sue gambe, a non farsi più trovare al telefono, a uscire da Los Angeles senza doverle dire dove sarebbe andato. Ma il segnale più preoccupante che la mise in allarme fu il fatto che John e May stavano per comprare casa insieme. Yoko giocò allora la carta del fumo. Già, perché Lennon fumava due pacchetti di Gauloises al giorno ed era affetto da un perenne mal di gola che lo infastidiva notevolmente. Yoko gli fece balenare la possibilità di aver trovato il rimedio perfetto: la cura dell’ipnosi.
E all’improvviso gli eventi precipitano. All’inizio del 1975 John e May sono a New York. Girano per gli Hamptons. Si preparano ad andare a New Orleans per registrare un disco con Paul e Linda McCartney [quello che sarebbe diventato “Venus And Mars”]. Vengono ospitati da Mick Jagger in una casa di Montauk che la rock star aveva affittato da Andy Warhol. In una delle loro scampagnate adocchiano una villa accanto al faro di proprietà del fotografo di moda Peter Beard e Lennon dice che è ora che mettano su casa insieme. Ma gli dei avevano deciso altrimenti’.

Altre interviste a May Pang che ho letto in passato confermano la stessa storia: in quel periodo di separazione da Yoko, John era artisticamente rinato, pubblicando due album, scrivendo e registrando nuovo materiale con Ringo Starr e collaborando con Mick Jagger, Elton John e David Bowie. Stava appunto per rimettersi in attività con Paul McCartney, quando John decise di tornare con la Ono, e di ritirarsi dalle scene per un lustro dopo che la coppia diede vita al loro unico figlio, Sean.

La lettura dell’articolo – che dipinge la Ono come una megèra plagiatrice e Lennon come un mezzo matto – fa dunque sorgere questo bell’interrogativo: se John avesse continuato la sua storia con May Pang, o comunque non fosse mai tornato assieme a Yoko, i Beatles si sarebbero rimessi insieme?

Storia affascinante, che non ci lascia altro che speculazioni. Il libro della Pang è almeno interessante perché ci mostra da vicino un John Lennon d’annata in piena rinascita musicale e artistica. Spero che il libro venga presto pubblicato anche nel mercato italiano.

– Mat

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David Bowie (seconda parte)

david-bowie-immagine-pubblicaRiprendiamo la storia dell’immenso David Bowie, dopo aver tracciato la sua vita fra gli anni 1967-1979 col post precedente.

L’avvento degli anni Ottanta segna un profondo cambiamento nell’arte bowiana: se da una parte la frequenza degli album del nostro sarà parecchio ridimensionata, dall’altra si registrerà una notevole espansione dei suoi interessi verso il cinema e la realizzazione di colonne sonore, oltre che una mole considerevole di collaborazioni (musicali e non) con altri artisti famosi, mentre al termine del decennio Bowie sarà preso da una nuova smania di sperimentazione.

Ma andiamo con ordine e partiamo dal 1980. E’ l’anno che riporta David Bowie dov’era stato spesso nel decennio precedente, vale a dire al 1° posto della classifica inglese, grazie al robusto album “Scary Monsters” e all’eccezionale singolo Ashes To Ashes. Se la collaborazione con Brian Eno è terminata col precedente “Lodger” (1979), in “Scary Monsters” ritroviamo comunque Tony Visconti (però al suo ultimo atto con Bowie per quanto riguarda il resto degli anni Ottanta) e Robert Fripp, che contribuiscono a modellare un album ottimamente bilanciato fra sonorità più commerciali & accessibili e incessanti sperimentazioni sonore (ma anche visuali, dato che David dirige pure lo stupefacente video di Ashes To Ashes).

Il 1981 non porta nessun nuovo album bowiano ma segna una collaborazione importante, quella del nostro con i Queen, per il celeberrimo hit di Under Pressure. E’ la prima d’una serie di illustri collaborazioni che continueranno nel corso del decennio con artisti del calibro di Bing Crosby, Mick Jagger, Iggy Pop, Tina Turner, Giorgio Moroder, Pat Metheny e altri. Nello stesso periodo, inoltre, Bowie è molto attivo in ambito cinematografico: qui ricordo i film “I Ragazzi dello zoo di Berlino” (1982), “Miriam Si Sveglia a Mezzanotte” (1983), “Furyo” (1983), “Labyrinth” (1986), “Absolute Beginners” (1986), “L’Ultima tentazione di Cristo” (1988), ma anche svariate colonne sonore, oltre che in alcuni dei film citati anche per “Il Bacio della Pantera” (1982), “The Falcon & The Snowman” (1985, con la bellissima This Is Not America), “When The Wind Blows” (1986), “Pretty Woman” (1990) e altri.

Gli album musicali veri e propri firmati da David Bowie negli anni Ottanta sono invece soltanto tre: il fortunatissimo “Let’s Dance” (1983, contenente i grandiosi singoli China Girl e Let’s Dance e prodotto dal nostro col leggendario Nile Rodgers), il discusso “Tonight” (1984, in realtà un buon disco di pop-rock) e il debole “Never Let Me Down” (1987). Sul finire del decennio, Bowie torna alla musica come parte integrante d’una nuova band, i Tin Machine, coi quali firma due album eponimi di rock alternativo fra il 1989 e il ’91. Formati dal nostro con Reeves Gabrels e i fratelli Hunt e Tony Sales, i Tin Machine non riusciranno però a catalizzare l’attenzione sperata e negli anni Novanta David Bowie tornerà a firmate dischi a suo nome. Ecco quindi gli album “Black Tie White Noise” (1993), “1. Outside” (1995, della cui genesi ho già parlato qui), “EAR THL ING” (1997) e “…Hours” (1999): tutti lavori che forse non aggiungono molto a quello che David Bowie ha già espresso artisticamente (per quanto alcuni di essi ci mostrano un uomo perfettamente a suo agio coi moderni stili musicali) ma che senza dubbio contribuiscono a definire un personaggio che non ha mai subìto cali di popolarità.

Se, nei Novanta, David Bowie continua ancora a cimentarsi in diverse esperienze cinematografiche – qui ricordo i ruoli d’attore nei film “Basquiat” (1996, dove interpreta Andy Warhol) e “Il Mio West” (1998, dove recita con Leonardo Pieraccioni!), la colonna sonora “The Buddha Of Suburbia” (1994) – anche la sua vita privata ed i suoi affari subiscono importanti modifiche: sposa la bellissima modella Iman (che gli darà una figlia, mentre un primo figlio di David era nato dal suo precedente matrimonio) e quota in borsa i suoi diritti & proventi editoriali. Inoltre, e qui Bowie dimostra ancora una volta tutta la sua versatilità artistica, organizza diverse esposizioni dei quadri dipinti da lui.

L’avvento del Terzo millennio saluta il caro David Bowie come uno splendido sessantenne che si permette d’incidere quando vuole discreti album – finora “Heathen” (2002) e “Reality” (2003) – e di essere sempre riconosciuto come una leggenda vivente ed uno degli artisti più influenti che la storia della musica possa annoverare fra le sue pagine.
Per quanto mi riguarda, David Bowie è uno di quegli artisti che mi piacciono sempre di più e la sua musica la ascolto spesso & volentieri, a casa o in viaggio: sono intenzionato a completare la collezione dei suoi dischi (mi trovo a buon punto, però!) e a saperne di più sulla sua straordinaria carriera acquistando la monumentale enciclopedia bowiana scritta da Nicholas Pegg. Insomma, è solo una questione di soldi!

– Mat

Lou Reed, “Transformer”, 1972

lou-reed-transformer-immagine-pubblica-blogLa storia di oggi riguarda quello che è il lavoro discografico più celebre & celebrato di Lou Reed in veste solista, ovvero “Transformer”, il suo secondo album.

Senza dubbio si tratta di uno dei migliori lavori prodotti negli anni Settanta, fondamentale per chi vuole documentarsi sulle sonorità di quell’interessantissimo decennio musicale. La grandezza di “Transformer” sta forse nel suo pressoché perfetto equilibrio tra lirismo americano e musicalità europea: Lou Reed, artista newyorkese, ha infatti inciso questo suo capolavoro a Londra, con David Bowie e il suo fido arrangiatore e polistrumentista Mick Ronson in veste di produttori.

“Transformer” si apre con un classico, Vicious, un trascinante e viscerale rock ‘n’ roll che già mette in chiaro la natura provocatoria e sessualmente ambigua del disco. Segue la più distesa Andy’s Chest (con Andy che dovrebbe essere Andy Warhol, se non ricordo male), canzone che si avvale di un’efficace parte corale (riconoscibilissimo, Bowie si sente forte e chiaro).

Poi è la volta del brano più bello di quest’album, ovvero Pefect Day, un altro classico. Sinceramente, a dirla tutta, Pefect Day è una delle canzoni più belle del mondo, dove tutto è davvero perfetto: strumentazione, arrangiamento, mixaggio, parti vocali, lirismo, emotività, e chi più ne ha più ne metta. Segue un brano molto più scanzonato, Hangin’ Round, altro rock ‘n’ roll che ricorda le sonorità coeve dello stesso David Bowie e dei T.Rex. La successiva Walk On The Wild Side è forse (con Perfect Day) il brano più famoso di Lou Reed, una canzone spesso e volentieri inserita nelle compilation da autoradio. Una grande canzone, comunque, questo è fuori di dubbio.

Make Up ha un arrangiamento piuttosto bandistico (cosa che si ripete anche nelle successive New York Telephone Conversation e Goodnight Ladies), ricorda un po’ i Beatles del periodo “Sgt. Pepper” ma anche la produzione più teatrale di Bowie. Poi è la volta di Satellite Of Love, indubbiamente una delle migliori canzoni in scaletta: all’inizio presenta un classico andamento da ballata, mentre il finale è più esplosivo grazie ad un intricato coro, perlopiù ad opera di Bowie.

Una sonorità più bowiana torna con la seguente Wagon Wheel… se a cantarla fosse stato David e il risultato fosse stato incluso, che so, nel suo “Ziggy Stardust”, non avrebbe sfigurato per nulla. Bella canzone anche questa. La già citata New York Telephone Conversation è una breve e gradevole filastrocca, praticamente un duetto fra Reed e Bowie sulla curiosa abitudine che aveva Andy Warhol (ancora lui) di registrarsi le conversazioni telefoniche che aveva con personaggi più o meno famosi.

La movimentata I’m So Free si ricollega invece alle sonorità più rockeggianti già incontrate con Vicious e Wagon Wheel, mentre la conclusiva Goodnight Ladies è un malinconico ma ironico commiato. Quest’ultima, una storia di solitudine del sabato sera, presenta anch’essa un arrangiamento bandistico che contribuisce ad elleviarne i toni sconsolati… ciò non toglie che si tratta di una bella conclusione per un album che, giustamente, è oggi considerato un classico del rock.