Isaac Hayes, “Black Moses”, 1971

Isaac Hayes Black Moses copertina originale LPDa anni conoscevo il nome di Isaac Hayes, principalmente come autore dei due classiconi Soul Man e Hold On, I’m Coming interpretati da Sam & Dave, e poco, molto poco, come autore in proprio. All’indomani della sua morte, avvenuta nel 2008, la Stax Records ha iniziato a ristampare il catalogo di Hayes, tra cui “Black Moses”, la cui recensione su non-so-più-quale-rivista aveva suscitato la mia curiosità. Mi aveva colpito in particolare la confezione del ciddì, che veniva riproposta per la prima volta così come era stata presentata con l’originale doppio vinile del 1971: apribile da più lati, fino a formare una croce nella quale Isaac Hayes viene immortalato proprio come un Mosè nero, in attesa di ricevere un comandamento divino.

Tuttavia, preso dai tanti interessi musicali, quasi avevo dimenticato la ristampa di “Black Moses”, finché, nella scorsa primavera, non l’ho adocchiata per caso in un negozio di Pescara. Per un giorno ci ho meditato su: edizione deluxe, mini replica dell’originalissima confezione del ’71, doppio ciddì, critiche benevole, grande artista. Ebbene, sono tornato al negozio di dischi e, a scatola chiusa, senza aver ascoltato un solo brano e senza nemmeno chiedere preventivamente il prezzo, ho comprato la mia bella copia di “Black Moses”.

Va da sé che non mi sono affatto pentito dell’acquisto, altrimenti non starei nemmeno qui a parlarne: “Black Moses” è un disco bellissimo, appassionato & appassionante, colmo di grande soul music d’annata, a sua volta accompagnata da grandiose partiture orchestrali, registrato in un decennio che ha prodotto della musica eccezionale sotto tutti i punti di vista. E che grande che è (stato, purtroppo) questo Isaac “Ike” Hayes: canta con la sua tipica voce baritonale, esegue i cori in falsetto, suona il piano, l’organo e altre tastiere, arrangia e conduce l’orchestra, e infine produce il tutto. Non scrive perché “Black Moses” è sostanzialmente un album di cover (tranne l’originale Good Love), descritto però dallo stesso Ike come il suo lavoro più personale, incentrato sugli alti & bassi delle storie d’amore.

Le canzoni di “Black Moses” non costituiscono tuttavia una semplice raccolta d’interpretazioni altrui, bensì sono state sottoposte ad un intenso processo di riarrangiamento (forse addirittura di ricomposizione) da parte del nostro, che le ha quindi riplasmate come se in effetti fossero sue. E se fra queste canzoni quella che meno preferisco è proprio Good Love, per quanto molto interessante e anticipatrice del sound che verrà, le altre tredici sono davvero l’una meglio dell’altra, fondamentalmente tutte in tempo medio e parecchio estese in durata. Alcune di esse sono ormai diventate tra le mie preferite in assoluto, già essenziali per il nutrimento sonoro delle mie orecchie. Sto parlando di Never Can Say Goodbye (l’originale è dei Jackson 5), (They Long To Be) Close To You (originale dei Carpenters), Nothing Takes The Place Of You (originale di Toussaint McCall), Man’s Temptation e Need To Belong To Someone (entrambe di Curtis Mayfield), Never Gonna Give You Up (del celebre duo Gamble & Huff) e soprattutto Your Love Is So Doggone Good, l’originale dei Whispers che qui viene reso come un incredibile orgasmo sonoro da ben 9 minuti e 20 secondi.

Notevoli anche le restanti cover, vale a dire Part-Time Love (di Johnny Taylor), A Brand New Me (portata al successo da Aretha Franklin), Going In Circles (dei Friends Of Distinction), Help Me Love (di Luther Ingram), For The Good Times (di Kris Kristofferson) e la bacharachiana I’ll Never Fall In Love Again (originariamente interpretata da Dionne Warwick). Alcune di queste canzoni, infine, sono introdotte dai caratteristici Ike’s Rap, vale a dire introduzioni parlate da parte del nostro, in uno stile che poi ha fatto scuola (vedi, ad esempio, la produzione di Barry White).

Prima di concludere, qualche breve annotazione storica e tecnica. Quando venne pubblicato, nel novembre ’71, “Black Moses” segnò un piccolo primato: a parte i dischi dal vivo, le colonne sonore e le compilation, l’album fu il primo doppio vinile per un artista afroamericano. Oltre ad Ike, vi suonano sia i Bar-Keys, assidui collaboratori del nostro, e sia altri abili turnisti, tra i quali mi preme segnalare il batterista Willie Hall. Diventerà ancora più famoso alla fine del decennio, quando entrò a far parte dei Blues Brothers, con tanto di parte nell’omonimo cult-film diretto da John Landis. Le note all’interno del libretto sono ad opera di Rob Bowman, autore del libro “Soulsville U.S.A.: The Story of Stax Records”. Unica nota dolente: estrarre i due ciddì dalla confezione senza traumi per essa è un’impresa alquanto difficile; ho rimediato procurandomi una custodia di plastica dove riporre a parte i dischi, salvando così l’integrità della bella confezione.

In definitiva, a parte tutto, non posso che lasciare un solo suggerimento: fatevi un regalo, comprate “Black Moses” di Isaac Hayes, è un disco che saprà come prendersi cura delle vostre ferite.

– Mat

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Tears For Fears, “Everybody Loves A Happy Ending”, 2004

tears-for-fears-everybody-loves-a-happy-endingNei primi mesi del 2003 viene dato l’annuncio ufficiale che i Tears For Fears, vale a dire Roland Orzabal e Curt Smith, sono tornati finalmente insieme e che si apprestano a pubblicare un nuovo album da studio, il primo da “Raoul And The Kings Of Spain”, datato 1995, ma soprattutto il primo da “The Seeds Of Love” del 1989, l’ultimo album della band inglese a figurare Smith in formazione.

Passa oggi e passa domani e la pubblicazione del disco, intitolato “Everybody Loves A Happy Ending”, viene rinviata a data da destinarsi, con ogni probabilità nel corso del 2004. La cosa mi sembra assurda perché i Tears For Fears hanno firmato per la Universal, una delle quattro major discografiche, e non riesco a capire il motivo di tanto ritardo, considerando che il primo singolo, la stupenda Closest Thing To Heaven, è in rotazione nelle programmazioni radiofoniche. Per me sono mesi lunghissimi, come forse si saprà i Tears For Fears sono fra i miei gruppi preferiti e attendevo questo ritorno da molto tempo, dato che se ne parlava fin dal 2000.

Arriva così il fatidico 2004, passano i mesi, uno dopo l’altro, e del disco non si sa nulla, finché, si dice, “Everybody Loves A Happy Ending”, è uscito nel solo mercato nordamericano. Poi, in un tetro pomeriggio di dicembre, vedo il nuovo disco dei Tears For Fears esposto nella vetrina d’un negozio di Pescara! Entro immediatamente e controllo il disco: è una stampa canadese (un import quindi), etichettata dalla NewDoor, una branca della Universal, e venduta alla non modica cifra di ventitrè euro. Macchissenefrega, penso io allegramente, sono anni che aspetto e chissà quanto altro tempo dovrà passare prima che ‘sto ciddì esca pure in Italia!

Con mia somma gioia scopro che “Everybody” non è soltanto un bel disco ma è anche uno dei migliori mai proposti dai Tears For Fears. E’ un vero peccato che un album del genere abbia avuto una distribuzione tanto tribolata; tuttavia, nei primi mesi del 2005, il disco è finalmente disponibile anche nel mercato europeo, con due nuovi brani in aggiunta. Lo compro di nuovo… per regalarlo ad un amico che ha preso l’agognata laurea. Fatta questa lunga ma doversa introduzione, passo a recensire le singole canzoni dell’album, dodici in tutto.

1-2) Si parte con l’omonima Everybody Loves A Happy Ending, sorta d’introduzione a tutto il disco, un brano piuttosto teatrale dai continui cambiamenti di tempo e d’atmosfera cantato da Roland. Segue la magnifica Closest Thing To Heaven, primo singolo estratto dall’album: il brano presenta un’evidente somiglianza con Sowing The Seeds Of Love, successo dei nostri datato 1989, ma la canzone in sè è una delle migliori mai offerte dal gruppo.

3-4) Call Me Mellow è un delizioso pop rock, altamente orecchiabile e melodicamente irresistibile, tanto da essere stato pubblicato anch’esso come singolo. Con Size Of Sorrow ritroviamo finalmente la voce solista di Curt Smith in un disco dei Tears For Fears dopo la bellezza di quattordici anni! Un brano piuttosto meditabondo, eseguito e cantato con infinita dolcezza per quello che è uno dei momenti migliori dell’album.

5-6) La successiva Who Killed Tangerine? presenta due tempi distinti: un’atmosfera più drammatica e vagamente psichedelica caratterizza la sequenza delle strofe, cantate da Roland, mentre il ritornello è un’autentica esplosione corale, con la voce di Curt in bell’evidenza. Segue la rockeggiante Quiet Ones, un brano che sembra uscito dalle sedute di registrazione di “Elemental” (1993), quando il gruppo era lo pseudonimo artistico del solo Orzabal; in realtà la presenza di Smith in questa coinvolgente canzone è forte e chiara.

7-8) Ancora Curt è il protagonista della dolce e melodica Who You Are, un brano originariamente pensato per il suo “Halfway, Pleased“, un album solista pubblicato soltanto nel 2007. Con la successiva The Devil ritroviamo la voce di Roland in primo piano, per un’atmosfera dolente ed epica al tempo stesso; un brano più atmosferico ma dal sicuro impatto sull’ascoltatore.

9-10) Secret World, una delle canzoni più belle e orecchiabili del disco, ricorda molto le sonorità di Paul McCartney al tempo dei suoi Wings, specie un brano come Let ‘Em In. E’ comunque un altro dei momenti salienti di quest’album. La successiva Killing With Kindness è un’altra magnifica canzone: la sequenza delle strofe è più grave e dolente, mentre lo spazioso ritornello è alquanto liberatorio… l’atmosfera complessiva mi ricorda alcune sonorità tipiche degli anni Settanta.

11-12) Ladybird è una canzone molto interessante: al cullante ritmo nelle strofe, con Roland che sembra cantare ad occhi chiusi, seguono due ritornelli (‘there’s a room somewhere…’ ad opera di Roland e ‘ladybird fly away…’ ad opera di Curt), mentre il bridge ricorda alcune atmosfere presenti in “Pet Sounds” (1966), il capolavoro dei Beach Boys. Il tutto sembra trasportarci via in una dimensione di sogno. Con Last Days On Earth siamo così giunti all’ultima canzone di “Everybody”: un brano vitale, ottimo se suonato mentre si è al volante, ma al contempo suadente e rilassato.

Fin dal primo ascolto ho avuto la certezza di trovarmi alle prese con un gran bel disco, dove si sente chiaramente che per Orzabal e Smith è stato un vero piacere poter tornare a fare musica insieme, infischiandosene delle mode e traendo spunto dagli artisti che più li hanno ispirati: Beatles e Beach Boys sopra gli altri, ma mi pare anche di ravvisarvi qualcosa del compianto Barry White. Purtroppo, come ho cercato di spiegare sopra, la distribuzione di “Everybody Loves A Happy Ending” non è stata delle più felici e forse i continui ritardi di pubblicazione hanno finito col confondere le aspettative di molti potenziali acquirenti. Ma in fondo la questione non m’importa più di tanto: da fan dei Tears For Fears posso assicurare che questo è uno dei loro dischi migliori.