Gusti musicali geograficamente parlando

ivan-graziani-rock-e-ballate-per-quattro-stagioniPer molti anni, diciamo pure tra il 1988 e il 2008, ho comprato e quindi ascoltato prevalentemente musica inglese. Gruppi da me amatissimi come Beatles, Queen, Police, Pink Floyd, Genesis, Bee Gees, Clash, Depeche Mode e Cure in primis (con tutti i relativi solisti del caso, come ad esempio Paul McCartney, Sting, Phil Collins, eccetera), ma anche Bauhaus, Japan, Cult, New Order (e quindi Joy Division), Tears For Fears, Pet Shop Boys, Smiths, Verve e tutti o quasi i relativi solisti (Peter Murphy, David Sylvian, Richard Achcroft e via dicendo). Per noi parlare poi di David Bowie. Discorsetto bello lungo, insomma.

Tra il 2007 e il 2008, invece, sono stato colto dalla febbre per Miles Davis, statunitense. E quindi via con tutti i suoi dischi (o meglio, con tutti i suoi cofanetti deluxe della Sony), ai quali, di lì a poco, si sono aggiungi nella mia collezione tutti i dischi di John Coltrane, altro illustre statunitense. Allargando un po’ i miei confini, ho iniziato a comprare dischi jazz di musicisti e band d’America, come ad esempio i Weather Report, Wayne Shorter, Herbie Hancock, Chick Corea, tutti nomi che sono andati ad aggiungersi ai vari Michael Jackson, Prince e Stevie Wonder che già avevo in vinili, ciddì e cassette.

E se la black music afroamericana in fondo in fondo m’è sempre piaciuta, in anni più recenti ho avuto modo di apprezzare sempre di più i dischi di Isaac Hayes e soprattutto di Marvin Gaye. Tutta roba americana, ovviamente. Ai quali si sono aggiunti presto i dischi di Simon & Garfunkel (li ho comprati tutti!), del solo Paul Simon (ne ho comprati quattro o cinque), di Bruce Springsteen e soprattutto di Bob Dylan.

Insomma, se la Gran Bretagna la faceva da padrona per quanto riguarda la provenienza artistica dei dischi presenti in casa mia, credo proprio che ormai la fetta sia equamente divisa tra Stati Uniti e Gran Bretagna, e forse i primi sono anche in leggero vantaggio. In questa sorta di duopolio ho però registrato un curioso fatto privato: non so perché e non so per come, ma una mattina mi sono svegliato con la voglia di ascoltarmi i dischi di Lucio Battisti! Dopo qualche acquisto casuale, tanto per scoprire l’artista, ho deciso di fare il grande passo: acquistare l’opera omnia contenente TUTTI  i suoi dischi. L’anno scorso, spinto dalla curiosità, sono invece andato a comprarmi a scatola chiusa un cofanetto da tre ciddì + divuddì di Lucio Dalla, chiamato per l’appunto “Trilogia”. Io che ascolto e che soprattutto compro Lucio Dalla?! Un paio d’anni prima non l’avrei mai detto ed ora eccomi qui, a canticchiare Come è profondo il mare o L’anno che verrà oppure ancora Come sarà con tanto di Francesco De Gregori a dividere il microfono.

De Gregori che pure ha iniziato a incuriosirmi, nonostante un’antipatia per il personaggio che nutro da sempre. Ieri pomeriggio, e qui sto svelando un aspetto davvero inquietante della mia vita privata, avevo preso una copia di “Rimmel” e mi stavo già dirigendo alla cassa. Ho quindi adocchiato una raccolta tripla, fresca d’uscita, di Ivan Graziani e chiamata “Rock e Ballate per Quattro Stagioni“, edita dalla Sony in occasione del ventennale della morte del compianto cantante e chitarrista (nella foto sopra). Ebbene, ho preso una copia di quest’ultima con buona pace del classico di De Gregori.

E così, in conclusione, se una volta i miei ascolti erano concentrati quasi unicamente sulla Gran Bretagna, da un po’ di tempo sono felicemente passato all’America. E ciò nonostante rivolgo più d’un pensiero all’Italia, chissà perché. Ho iniziato anche ad apprezzare e comprare Vasco Rossi. Si attendono ora clamorosi sviluppi.

-Mat

The Cure, “The Head On The Door”, 1985

the-cure-the-head-onthe-door-1985Pubblicato per la prima volta nel 1985, “The Head On The Door” è il primo disco dei Cure che ho avuto modo d’ascoltare, verso la fine degli anni Novanta, quando iniziavo a interessarmi non solo a questa band inglese ma anche a tutta quella scena musicale britannica che, partita dall’esplosione punk del 1977, ha poi virato verso territori più dark se non proprio gotici. In quegli ultimi anni del Ventesimo secolo, infatti, scoprivo i Joy Division e i loro naturali successori, i New Order, ma anche i vari StranglersBauhaus, Siouxsie And The Banshees, The DamnedSisters Of Mercy e The Mission, toccando quindi le coste australiane con band quali The Church e Nick Cave & The Bad Seeds.

Non tutti mi sono piaciuti, o non tutti ho continuato ad ascoltare in seguito, ma alcuni di loro, quali appunto i Cure, mi sono rimasti nel cuore. Così come ci è rimasto questo “The Head On The Door”, uno dei loro lavori più accessibili e pop, quello che mi ha fatto innamorare di tutta una scena musicale e che ha dato avvio alla mia passione per l’universo sonoro di Robert Smith, autore, cantante, chitarrista, produttore e inconfondibile immagine pubblica dei Cure, una band ormai storica, che calca le scene dai tardi anni Settanta e che ancora oggi riempie gli stadi di tutto il mondo. Li ho visti una volta, a Roma nel 2002, in un concerto all’Olimpico tra i più belli (tutte le hit storiche e i brani più amati dai fan) e generosi (3 ore di durata) ai quali io abbia mai assistito.

Avevo già pubblicato qualcosa su “The Head On The Door” nelle precedenti incarnazioni di questo blog, esattamente il 20 aprile del 2007 e il 1° febbraio del 2008. Per chi non conosce il contenuto dell’album e vuol saperne qualcosa di più, ripeto brevemente quanto scritto allora. Si parte col travolgente pop rock di In Between Days, appena 3 minuti di chitarre rotolanti e squillanti che sfidano chiunque a restare immobili, si continua con quello che resta uno dei miei pezzi preferiti dei Cure, Kyoto Song, forte d’un arrangiamento tanto gotico quanto maestoso, e quindi con The Blood, un coinvolgente brano pop rock che infonde un veloce arrangiamento in stile flamenco alle venature più dark tipiche dei Cure, con Six Different Ways, brano più pop che sembra uscito dalle sessioni dell’album precedente, “The Top” (1984), e quindi con Push, altro brano travolgente, coi primi 2 minuti tiratissimi e praticamente strumentali, e forte di una delle migliori prove vocali mai offerte da Smith.

La successiva The Baby Screams ricorda un po’ i New Order (e la cosa non è infrequente nella produzione artistica dei Cure di quel periodo) anche se, una volta che Smith inizia a cantare, si è inconfondibilmente in presenza d’una canzone dei Cure. A seguire c’è Close To Me, uno dei loro pezzi più famosi, riproposto nel 1990 in un remix (con tanto di divertente videoclip che riprendeva l’originale del 1985 nel punto in cui finiva) che ha ridato nuova popolarità sia alla canzone che alla band stessa. A entrambe le versioni, tuttavia, ho sempre preferito la successiva – nella scaletta di “The Head On The Door” – A Night Like This, arricchita da un insolito assolo di sax: dopo 30 anni continua a restare un brano di grande atmosfera, epico e intenso, perfettamente bilanciato fra quelle sonorità irresistibilmente pop e quella sensibilità peculiarmente dark che hanno reso celebri i Cure.

Viene quindi il turno di Screw, breve funky dall’andamento saltellante e robotico che sembra più che altro introdurre il brano finale, Sinking, secondo me il migliore del disco. Con quel ritmo medio-lento che sembra andare alla deriva, le tastiere eteree, il basso pulsante e la voce più unica che rara di Smith, Sinking è una delle canzoni più memorabili dei nostri, quella che segna lo stile maturo dei Cure, uno stile che verrà sviluppato ulteriormente in tutti gli altri dischi della band, da “Kiss Me Kiss Me Kiss Me” del 1987 in poi, trovando compimento definitivo con l’album “Bloodflowers”, quindici anni dopo “The Head On The Door”.

Anche “The Head On The Door”, infine, è stato ripubblicato in edizione deluxe con disco bonus contenente inediti e rarità del periodo. Tra il 2006 e il 2010, infatti, Robert Smith ha curato di persona le ristampe di tutti gli album dei Cure usciti nel primo decennio d’attività della band, cioè tutti i dischi compresi tra “Three Imaginary Boys” (1979) e “Disintegration” (1989), passando anche per “Blue Sunshine” (1983), frutto di quell’estemporanea ma riuscita collaborazione tra Smith e Steven Severin dei Siouxsie And The Banshees chiamata The Glove. Magari di tutto questo avremo modo di parlare in un prossimo post.

-Mat

C’erano cose che volevo dire…

federico-fellini-immagine-pubblica-blogAspettando l’ispirazione necessaria a completare un terzetto di post che giace fra le bozze di Immagine Pubblica da fin troppo tempo, ecco un po’ di cose che volevo dire (beh, vabbè, scrivere…) senza occupare molto spazio per ognuna di esse. L’ordine è del tutto casuale & opinabile, i vari punti che seguono non hanno nessuna precisa connessione fra di loro… in generale si parla di musica, film & libri… ma tu guarda un po’!

I Genesis sono entrati nella Rock and Roll Hall of Fame… e ‘sti cazzi, potrebbe dire qualcuno. In effetti, anche a me, queste cerimonie, queste parate oserei dire, mi lasciano sempre abbastanza indifferente. Tuttavia, mi ha fatto piacere rivedere Steve Hackett assieme ai vecchi colleghi Tony Banks, Phil Collins e Mike Rutherford. Mancava il solito Peter Gabriel, impegnato coi preparativi del suo tour, così s’è detto… certo che una serata a mangiare & bere in un albergo di New York non è che lo avrebbe intralciato più di tanto. Un po’ stronzo, dài. A parte tutto, comunque, mi piacerebbe proprio sentire un nuovo disco realizzato dalla combinazione (chi c’è c’è, non me ne importa nulla) di questi signori.

Ho visto il tanto atteso “Alice In Wonderland” di Tim Burton, ovviamente in 3D… che dire… un po’ deludente. A volte manca proprio ritmo & tensione narrativa, il 3D non è che qui compie chissà quali prodigi, il tutto è un po’ troppo colorato per un film di Burton. Ok, è una produzione Disney, ma resta pur sempre un film di Tim Burton. Insomma, sì, mi aspettavo di più.

Dopo aver visto l’episodio Agenzia matrimoniale tratto dal film “L’amore in città”, ho finalmente visto TUTTE le opere filmiche girate da Federico Fellini! Mi ero promesso di approfondire alcune di queste singole visioni in specifici post ma ammetto di non averlo ancora fatto. E’ che, vedendo & rivedendo le opere di Fellini, scopro ogni volta qualcosa in più, per cui correrei il rischio di scrivere qualcosa che poi andrebbe corretto di lì a poco. Ci proverò comunque, probabilmente mi serve più tempo.

Ovviamente sono felicissimo per la doppietta Ferrari allo scorso GP del Bahrain, il primo della stagione. La prima vitttoria di Fernando Alonso, al debutto in Ferrari. Sono soddisfazioni (soprattutto dopo un’annata deludente come quella del 2009)!

Ho sentito l’ultimo disco dei Gorillaz, “Plastic Beach”… non male… sono rimasto particolarmente colpito da Stylo, edito come primo singolo. Stavo addirittura per comprarmelo, “Plastic Beach”, l’avevo già preso e mi stavo perfino dirigendo alla cassa per pagare. Poi ho pensato ai quindici euro & novanta necessari all’acquisto e ho pensato subito dopo che erano troppi per un disco del genere. Ci ripenserò non appena lo metteranno nella categoria ‘nice price’.

La Beggars Banquet ha da poco ristampato alcuni suoi titoli in formato deluxe; le nuove edizioni si chiamano ‘Omnibus Edition’ e, fra quelle che ho potuto vedere nelle rivendite, vi sono alcuni dischi dei Bauhaus e alcuni dei Cult. In particolare, di questi ultimi è stata riproposta una versione di “Love” comprendente ben quattro ciddì: uno con l’album originale, uno coi brani aggiunti, uno con demo & rarità e infine un altro con un concerto dell’epoca. E il prezzo era molto interessante, ventitrè euro per quattro dischi… pur avendo già il ciddì standard di “Love” ci farò un pensierino.

Sto faticosamente leggendo “Scritti corsari” di Pier Paolo Pasolini: allora, il libro – che è una raccolta di articoli che il nostro scrisse fra il 1973 e il ’75 per varie testate editoriali – è assai illuminante e profetico. Una lettura piuttosto amara, avara però d’ironia e di leggerezza che mi ha fatto rallentare di molto lo scorrere dei miei occhi sulle pagine di “Scritti corsari”. Ho però l’intenzione di finirlo a breve.

Sono arrivato all’inquietante peso degli ottanta chilogrammi, un record per me. Mi sa che un ritorno in palestra (l’ultima volta risale al 2006) mi farebbe un gran bene…

Infine, per concludere, sono sicuro che non pubblicherò un altro post prima di Pasqua, per cui… ne approfitto ora per augurare buona Pasqua a tutti quelli che mi hanno seguito fin qui. Alla prossima, ciao! 🙂

– Mat

Dalis Car, “The Waking Hour”, 1984

dalis-car-the-waking-hour-mick-karn-peter-murphySpesso trovo molto interessanti quegli esperimenti discografici nati dalla combinazione inedita fra due o più membri di gruppi diversi. In passato ho già scritto di “Blue Sunshine” dei Glove, oggi è invece la volta di “The Waking Hour” dei Dalis Car, una sigla che cela un curioso duo, proveniente per metà dai Bauhaus e per metà dai Japan.
Abbiamo infatti Peter Murphy alla voce e Mick Karn alla strumentazione, due grandi talenti artistici accomunati all’epoca dal senso di smarrimento per la fine delle due band inglesi che – molto probabilmente – alimenteranno di più la loro fama, i Bauhaus, scioltisi nel 1983, e i Japan, scioltisi l’anno prima.

Parlando musicalmente in senso stretto, “The Waking Hour” suona come un album solista di Mick Karn, il seguito ideale del suo “Titles” (1982), seppur i testi sono stati scritti e quindi cantati dall’inconfondibile voce dei Bauhaus. In seguito, non a caso, Peter Murphy rinnegherà il disco, nato da una collaborazione non proprio felice perché, a detta sua, forzava alla coesistenza due persone molto diverse fra loro. In effetti non so cos’abbia realmente spinto Peter e Mick ad unire le proprie forze, tuttavia il risultato finale non mi dispiace affatto, anzi resta tuttora un gradevolissimo punto di connessione fra due gruppi – i Bauhaus e i Japan per l’appunto – che non smetterò mai d’amare.

“The Waking Hour” abbìna l’indiscutibile talento visionario di Karn (oltre che strumentale, soprattutto per quanto riguarda l’uso del basso fretless, per il quale è un mago), il suo tocco etnico e quasi tribale, alla dimensione dark e teatrale di Murphy, e nel far ciò quest’album mi suona come un notevole esperimento in musica che ascolto sempre volentieri. Prodotto dagli stessi Dalis Car col tecnico del suono Steve Churchyard, “The Waking Hour” è costituito da sette brani, tutti musicati ed arrangiati dal solo Mick Karn. C’è comunque un terzo musicista che ha partecipato alle sedute, tale Paul Vincent Lawford, che ha costruito i ritmi, secondo le note interne dell’album.
Il contenuto musicale del disco, come prevedibile, è la visione della musica dei Japan interpretata da Mick Karn (più tribale e tetra, rispetto al sentimentalismo introspettivo di David Sylvian) unìta allo spiccato senso teatrale di Peter Murphy, alla sua fascinazione per l’espressionismo tedesco al tempo della repubblica di Weimar. Abbiamo quindi l’iniziale Dalis Car, il brano che ha dato il nome all’insolito duo (a sua volta tratto da un’opera del celebre Salvador Dalì), l’ipnotica His Box, la gotica e misteriosa Cornwall Stone (è la canzone che qui più s’avvicina allo stile di Peter), la pulsante Artemis (unico brano strumentale del disco, cosa che lascia supporre che Murphy non vi abbia partecipato), la propulsiva Create And Melt e l’epica Moonlife, basata su uno dei tanti Traditional presenti nel canzoniere storico dell’Inghilterra. Chiude quest’album così atipico ma avvincente che è “The Waking Hour”, l’unico singolo che ne è stato estratto, la sinuosa The Judgement Is The Mirror.

Dopo questo tentativo di procedere come duo sotto il nome di Dalis Car, Mick Karn e Peter Murphy troveranno modo di procedere brillantemente con le loro rispettive carriere soliste per tutto il corso degli anni Ottanta, e anche oltre.

– Mat

P.S.
Piccola nota autobiografica: la prima bozza di questo post risale allo scorso 20 marzo, poi varie vicissitudini – compreso l’orrendo terremoto che ha sconquassato il mio Abruzzo – mi hanno fatto perdere le idee. Il titolo di questo disco, l’ora del risveglio, mi sembra decisamente appropriato.

Notiziole musicali #2

the-stone-roses-immagine-pubblica-blogHo letto/sentito in giro un bel po’ di notiziole musicali che hanno suscitato tutta la mia curiosità d’appassionato musicofilo. Senza inutili procrastinazioni, ecco subito un sunto di quello che più mi è piaciuto…

Sembra proprio che pure gli Stone Roses (nella foto – celebratissimi nella nativa Inghilterra, meno conosciuti nel resto del mondo, o più che altro dimenticati) si uniranno al numero sempre più crescente delle band che si riuniscono dopo anni & anni di separazione. La fine degli Stone Roses giunse fra il ’95 e il ’96 ma la loro musica non ha mai smesso di scaldare i cuori degli appassionati inglesi. Anche a me piacciono molto, nonostante è da un bel po’ che non li ascolto più. Si parla già d’un tour che Ian Brown & soci dovrebbero effettuare in estate, nonostante alcuni ingaggi già confermati in precedenza come solisti. Si vedrà, insomma, ma credo proprio che – in un modo o nell’altro – tornerranno alla carica anche gli Stone Roses.

Il grande David Sylvian ha annunciato il titolo del suo imminente nuovo album, “Manafon”, ma per ora se ne sa ben poco: sono molto curioso di ascoltarlo, se somiglia al precedente “Snow Borne Sorrow” lo compro al volo! Anche la pubblicazione del nuovo album di Peter Murphy dovrebbe verificarsi a breve, comunque il leader dei Bauhaus è in tour e sta proponendo parte del nuovo materiale.

I Simply Red – o Mick Hucknall che dir si voglia – si esibiranno a Pescara, a pochi chilometri da casa mia, il prossimo 13 luglio! Cazzo, per una volta non devo emigrare a Roma o in Emilia-Romagna per vedermi i miei artisti preferiti!! La dolce Antonella, Brother Luca & io ci saremo!

I Jane’s Addiction sono un’altra di quelle band che – dopo essere tornate dal passato – appaiono proprio in piena forma artistica: una serie di concerti in America, compreso il celebre Lollapalooza Festival (al quale dovrebbero partecipare pure i Depeche Mode), e altri assieme ai Nine Inch Nails. Inoltre, è imminente la pubblicazione d’un cofanetto retrospettivo con molto materiale inedito audio/video, in attesa d’un nuovo album che potrebbe uscire nella seconda metà dell’anno.

Anche i miei amati Tears For Fears saranno alle prese, quest’estate, con un breve tour: però le tappe sono tutte nordamericane… sob! Spero tuttavia che l’occasione sia anche un modo di tornare a scrivere nuove canzoni da far confluire in un nuovo album da studio di futura pubblicazione. Lo spero tanto!

Ha destato molto clamore l’annunciato ritorno sulle scene dell’intramontabile Michael Jackson: seguendo l’esempio di Prince, il re del pop ha programmato per l’estate una serie di spettacoli alla 02 Arena di Londra. La richiesta del pubblico è stata così entusiastica che Michael ha esteso la serie d’ingaggi, prolungandola fino ai primi mesi del 2010! Io non sono mai stato a Londra e non ho mai visto Michael Jackson dal vivo… non credo che potrò permettermelo ma… che sia la volta buona? Intanto potrebbe anche uscire l’atteso album del ritorno, il seguito dell’ormai lontano “Invincible” (2001).

A proposito di Prince, uscirà a fine mese un triplo ciddì contenente due suoi nuovi album più un terzo disco prodotto per una sua protetta, una delle sue cantanti delle quali adesso mi sfugge il nome. Il tutto alla modicissima cifra di dodici dollari! Se l’equivalente in euro sarà altrettanto vantaggioso, anche quest’ennesimo capitolo princiano farà presto la sua comparsa nella mia collezione.

I Guns N’ Roses potrebbero presto annunciare un tour estivo per promuovere “Chinese Democracy” che ha venduto ma non quanto ci si aspettasse, anche per via d’una promozione praticamente inesistente. Cercherò di seguire gli sviluppi dell’attività artistica di Axl Rose.

Il mitico Paul McCartney ha annunciato un concerto in un casinò di Las Vegas previsto ad aprile: i biglietti relativi ai 4mila posti disponibili sono spariti in sette secondi!

Questo è tutto per ora, anche se – si sa – con l’approssimarsi della bella stagione fioriscono sempre un sacco di grandi novità! Io, nel mio piccolo, aspetto con sincero interesse “Sounds Of The Universe” dei Depeche Mode e ascolto di brutto il cofanetto “The Cellar Door Sessions 1970” di Miles Davis, del quale spero di poter dare un resoconto molto presto.

– Mat

Peter Murphy, “Dust”, 2002

peter-murphy-dust-immagine-pubblica-blogAltro disco edito in questo decennio e particolarmente amato dal sottoscritto è “Dust”, sesto album solista di Peter Murphy, la voce storica dei Bauhaus. Se proprio non vogliamo classificarlo come il miglior album del cantante, questo è certamente il suo lavoro più ambizioso & raffinato. “Dust” è infatti una personalissima fusione fra dark, musica etnica & ambient, un disco realizzato col prezioso contributo di Mercan Dede. Il musicista turco, qui in veste di produttore assieme allo stesso Murphy, ha infatti stretto col cantante inglese una curiosa relazione artistica, all’insegna d’un reciproco scambio fra cultura occidentale & cultura mediorientale: il buon Dede, un turco residente in Canada, che realizza un disco con Peter Murphy, una gothstar inglese trasferitasi da tempo in Turchia, incidendo il tutto fra i due Paesi con musicisti (più o meno) locali.

Da questo scambio è nato “Dust”, l’album più atipico & sorprendente della discografia (solista e non) di Peter Murphy, a mio avviso il suo disco più bello. Un album lungo quasi settanta minuti e suddiviso in sette nuove canzoni (Things To RememberFake Sparkle Or Golden Dust?No Home Without Its SireJust For LoveGirlchild AglowYour FaceJungle Haze) più due del passato (My Last Two Weeks e Subway) rivisitate con la nuova estetica, per cui la durata media dei brani sfora ampiamente i sette minuti.

La bellissima voce di Peter – qui più espressiva che mai – si staglia superbamente su basi musicali eseguite con strumentazioni elettroniche, elettriche, acustiche e/o tipiche della musica (medio)orientale. Oltre ai canonici chitarra (in alcuni pezzi suonata dal grande Michael Brook), basso, batteria e tastiere, troviamo infatti il violino elettrico (suonato dal bravissimo Hugh Marsh), il violoncello, la tabla, ma anche strumenti poco noti al pop-rock come kanun, didgeridoo, ud, cumbus, ney e dolak. Oltre che tutta una serie d’effetti sonori elettronici e/o ambientali che contribuiscono enormemente alla superlativa resa sonora di “Dust”.

Un album crepuscolare, denso, a volte pure un po’ pesante all’ascolto (soprattutto per via della lunghezza complessiva), eppure molto appassionato, sofisticato e ricco di sfumature, suonato & prodotto magnificamente. Elegante anche nella confezione, con quel libretto nero dalle pagine plastificate, un libretto che Peter Murphy mi ha autografato quando ho avuto il piacere di vederlo in concerto a Roma, nel 2005, in occasione della promozione del seguito di “Dust”, il molto più convenzionalmente pop-rock “Unshattered” (2004), del quale avremo modo di parlare in un’altra occasione.

– Mat

La musica del 2009 tra realtà e sogni

Eccoci così al 2009! Prima di cominciare, però, lasciatemi augurarvi buon anno, di cuore. Non possiamo dire come sarà l’ultimo anno di questo decennio, ovvio, ma possiamo già tracciare i contorni della musica che ascolteremo nei prossimi mesi. Ecco quindi una breve rassegna della musica che verrà…

Album
Per me il più atteso è il nuovo dei Depeche Mode, previsto in primavera e al momento ancora senza titolo: la band inglese (nella foto) ha anche girato il video di Wrong, il singolo apripista… sono molto curioso, non vedo l’ora di vederlo! Pare che questo nuovo capitolo depechiano dovrebbe recuperare delle sonorità retrò. Intanto usciranno anche i nuovi album di Bruce Springsteen (a giorni), Peter Murphy (il cantante dei Bauhaus), Prince, David Sylvian, Morrissey, Neil Young, Megadeth, P.J. Harvey, Green Day, Devo, Roxy Music, U2, No Doubt e Robin Gibb. Forse anche il nuovo di Michael Jackson e forse – udite udite – anche il secondo album dei redivivi Sex Pistols, che darebbero quindi un seguito al celeberrimo “Never Mind The Bollocks” del 1977.

Concerti
Per quanto riguarda gli appuntamenti live previsti nel nostro paese, per ora segnalo solo i Depeche Mode, gli Eagles, i Metallica, gli Ac/Dc, i Judas Priest, i Megadeth, i Lynyrd Skynyrd e gli odiosi Oasis. Mi piacerebbe tantissimo vedere il concerto degli Eagles… ma suoneranno a Milano… per me sarà difficile starci. Spero anche che i Verve recuperino l’unica tappa del loro tour del 2008 – quello che segnava la reunion dopo quasi dieci anni dallo scioglimento – che avevano programmato in Italia: dovevano suonare a Livorno ma la loro esibizione saltò perché Richard Ashcroft aveva la laringite.

Reunion
Dopo le innumerevoli reunion degli ultimi anni, nel 2009 si attendono i ritorni – sul palco e/o in studio – di Blur (nella originale formazione a quattro), Magazine, Ultravox (nella formazione condotta da Midge Ure), The Specials, The Faces (sì, proprio il gruppo di Rod Stewart e Ron Wood, scioltosi nei primi anni Settanta!) e forse anche Faith No More, Smiths (ma qui ci credo poco… sarebbe un miracolo!), Stone Roses e Spandau Ballet. Voci incontrollate parlano anche dei Jackson 5

Ristampe
“Odessa” dei Bee Gees uscirà fra pochi giorni, il 12, in un bel cofanetto con tanto di rarità & inediti (… e io ho già la bava alla bocca!) in occasione del quarantennale della sua edizione. A marzo sarà invece la volta di “Ten”, il classico dei Pearl Jam. Dovrebbero uscire anche gli ultimi capitoli della bella serie di remaster dei Cure, in particolare dell’album “Disintegration” che nel 2009 compie ventanni. In autunno, secondo alcune indiscrezioni, dovrebbero uscire anche i ciddì rimasterizzati di tutti gli album dei Beatles… chissà, io lo spero vivamente, a patto, cazzo, che vi siano inclusi degli inediti!

Film
In questo 2009 dovremmo vedere il benedetto film sulla vita di Bob Marley, in cantiere almeno dal 2003. Pare che quest’anno sia la volta buona, chissà, certo è che al momento non se ne conoscono molti particolari. Don Cheadle dovrebbe dar vita al suo film sull’immenso Miles Davis, in attesa almeno dal 2007. Si attendono anche film biografici su Freddie Mercury e Kurt Cobain, annunciati anch’essi alcuni anni fa. Correrei subito al cinema per vedermi quello su Mercury, si era parlato di Johnny Depp per la sua interpretazione, chissà.

Questo quello che è stato confermato, in maniera più o meno ufficiale da parte dei diretti interessati o da chi per loro. Ora passo brevemente alle mie aspettative per quest’anno:

  • spero in un ritorno sulle scene del grande David Bowie, magari anche solo per dei concerti, ovviamente con transito obbligatorio in Italia;
  • una cazzutissima ristampa di “The Wall” dei Pink Floyd in occasione del trentennale di quello che resta il mio album rock preferito;
  • un nuovo album da studio di Sting che, a parte la divagazione medievale di “Songs From The Labyrinth”, non mi pubblica un album con canzoni sue dal 2003;
  • un nuovo album e/o tour per i Tears For Fears con tassativo passaggio live in Italia;
  • la pubblicazione d’un cofanetto di Miles Davis con le sue collaborazioni con Prince (si parla comunque d’un nuovo cofanetto davisiano della sua discussa produzione anni Ottanta);
  • almeno un concerto in terra italiana per Paul McCartney;
  • un nuovo album per Roger Waters, che non pubblica un disco d’inediti dai tempi di “Amused To Death”.

Questo è quel che le mie antenne sono riuscite a captare nell’aria; se non altro si prefigura un 2009 abbastanza interessante sotto il profilo musicale. Per tutto il resto, come sempre, staremo a vedere!

– Mat

I concerti più memorabili

Se in questo 2008 che ormai volge alla fine ho stabilito il mio record personale di dischi acquistati, non ho però assistito a nessun concerto di particolare rilevanza. Un po’ per mancanza di soldi, un altro po’ per pigrizia e molto per via del fatto che i miei artisti preferiti non hanno dato concerti in Italia. E così, sia come augurio per l’anno che verrà e sia per guardarmi indietro con piacevole nostalgia, ecco una breve lista dei concerti che più mi hanno emozionato negli ultimi anni, con qualche sintetico commento da parte del sottoscritto.

Eric Clapton: dal vivo a Pesaro nel marzo del 2001 con una band cazzutissima. Anche se ora ritengo il buon Eric un sopravvalutato, questo fu un concerto bellissimo e senza nessun calo di forma e/o stile.

The Cure: dal vivo a Roma nell’estate del 2002, per quasi tre ore di musica dove la band di Robert Smith ha spaziato senza risparmiarsi dalle canzoni di “Three Imaginary Boys” ai brani più recenti (per l’epoca) di “Bloodflowers”. Grandissimi!

Depeche Mode: dal vivo a Bologna nell’ottobre 2001, in un concerto esaltante del tour di “Exciter” che la sera prima aveva fatto tappa a Milano. Una band in formissima alle prese con un repertorio che ho cantato dalla prima all’ultima canzone. Apprezzai anche l’esibizione del gruppo di supporto, i Fad Gadget.

Genesis: dal vivo a Roma nell’estate 2007, in occasione del Telecomcerto gratuito del 14 luglio che ha attirato ben 500mila persone. La formazione includeva tre membri originali – Phil Collins, Tony Banks e Mike Rutherford – più due storici collaboratori, Daryl Stuermer (chitarra) e Chester Thompson (batteria). Uno dei più maestosi spettacoli che ho avuto il privilegio di gustare.

Steve Hackett: dal vivo a Pescara nel marzo 2007, fu un graditissimo aperitivo acustico prima del grande concerto romano dei Genesis. Ne ho parlato QUI.

Scott Henderson: dal vivo a Orsogna (Chieti) nell’agosto del 2006 vidi in azione uno dei più abili e impressionanti chitarristi che io abbia mai avuto il piacere d’ascoltare. Eccezionalmente bravi anche i due musicisti che quella sera accompagnarono Scott sul palco: Kirk Covington alla batteria e John Humphrey al basso.

Paul McCartney: dal vivo a Roma, lungo il suggestivo sfondo dei Fori Imperiali, nel maggio del 2003, in occasione del primo Telecomcerto gratuito (nella foto sopra). Questo è stato forse il concerto più emozionante della mia vita, se la batte alla pari con un altro che vedremo fra poco…

The Mission: dal vivo a Roma nell’autunno del 2005, in una formazione che purtroppo includeva il solo Wayne Hussey fra i componenti storici della band inglese; la scelta dei pezzi e la loro esecuzione furono comunque memorabili.

Peter Murphy: dal vivo a Roma nell’estate 2005, in uno dei posti peggiori che io abbia mai visitato per ascoltare della musica dal vivo. Ma l’emozione di aver visto cantare a un metro da me il leader dei Bauhaus, il piacere di avergli stretto la mano, e i suoi autografi sulle copertine dei miei dischi hanno ben ripagato i soldi spesi per il biglietto e il viaggio.

The Police: dal vivo a Torino nell’ottobre del 2007… strepitosissimi! Ne ho parlato abbondantemente QUI.

Prince: dal vivo a Milano il 31 ottobre 2002 per un concertone che riportava il folletto di Minneapolis in terra italiana dopo dieci anni buoni d’assenza, stavolta per promuovere l’album “The Rainbow Children”. Ci andai da solo, contro tutti & tutto, e ne valse la pena alla grandissima, fosse solo per il fatto di averlo visto suonare e cantare Purple Rain a pochi metri da me!

David Sylvian: dal vivo a Roma nel settembre 2007 in uno dei posti più splendidi dove ho potuto ascoltare della musica live, l’Auditorium della Conciliazione, a pochi passi dal Cupolone. Tanti i pezzi tratti dal recente “Snow Borne Sorrow” (2005) ma anche tante piacevoli escursioni nel suo passato solista. Ospite d’eccezione, alla batteria, il fratello Steve Jansen.

Roger Waters: dal vivo a Roma nel giugno 2002 con una band grandissima di musicisti e coriste. Tre ore in compagnia di una leggenda alle prese con delle canzoni che sono entrate nella storia. Ho detto tutto. Permettetemi di chiudere questo post su toni di nostalgia dolceamara… mi sento fortunatissimo ad aver avuto l’opportunità di applaudire da vicino tutti questi grossi calibri, rimpiango però di non aver mai visto dal vivo Miles Davis, Freddie Mercury e i Clash.

– Mat

Tornano anche i Bauhaus!

bauhaus-immagine-pubblicaC’è finalmente una data ufficiale: 4 marzo 2008! Sì, perché questo 2008 segnerà il ritorno in grande stile anche dei Bauhaus, la storica formazione di dark rock ‘n’ roll capitanata dall’istrionico Peter Murphy. Il gruppo inglese tornerà infatti con un nuovo album, “Go Away White”, il primo album d’inediti dai tempi di “Burning From The Inside” del 1983.

La formazione è quella storica, quella di sempre, con i fratelli David J e Kevin Haskins alla sezione ritmica – basso & batteria rispettivamente – , Daniel Ash alla chitarra e quindi Peter alla voce. E’ la stessa formazione che si è ritrovata in tour coi Nine Inch Nails nel corso del 2006, proponendo in anteprima alcuni nuovi pezzi che saranno inseriti in questo atteso “Go Away White”. Non so dire molto di più di quest’inedito e – a quanto pare – conclusivo capitolo della storia gloriosa dei Bauhaus, so soltanto che è stato registrato nell’arco di diciotto giorni in uno studio della California. Sono molto curioso di ascoltare il risultato!

“Go Away White”, quinto album da studio dei Bauhaus, è stato preceduto da questi altri titoli…

  • In The Flat Field (1980)
  • Mask (1981)
  • The Sky’s Gone Out (1982)
  • Press The Eject And Give Me The Tape (1982, dal vivo)
  • Burning From The Inside (1983)
  • Bauhaus 1979-1983 (1985, raccolta antologica, pubblicata in due separati ciddì nel 1986 con brani aggiuntivi per ciascuno)
  • The Peel Sessions (1989, raccolta d’inediti dal vivo in studio)
  • Crackle (1998, antologia, contiene la versione originale di Bela Lugosi’s Dead)
  • Gotham (1999, dal vivo più l’inedita Severance da studio).

– Mat

Iggy Pop, “The Idiot”, 1977

iggy-pop-the-idiot-immagine-pubblica-blogAvendo avuto l’oscuro piacere d’ascoltarlo ieri notte, oggi pomeriggio mi sembra proprio l’occasione buona per parlare di uno dei miei album preferiti, “The Idiot”. Il disco in questione, pubblicato dalla RCA nel 1977, è accreditato a Iggy Pop, anzi è il suo primo vero album solista dopo lo scioglimento degli Stooges.

In realtà “The Idiot” è un’opera nata dalla collaborazione tra due enormi talenti che apprezzo moltissimo: Iggy Pop, ovviamente, e l’immenso David Bowie, che produce l’album. Bowie, inoltre è coautore di tutte le canzoni, suona il piano, le tastiere & il sax, contribuisce ai cori e mixa il tutto. Altra aspetto interessante: si parla spesso del periodo berlinese di Bowie, che ha fruttato la splendida trilogia di “Low” (1977), “Heroes” (1977) e “Lodger” (1979), ma bisogna considerare che anche “The Idiot” è stato inciso a Berlino, nel corso del 1976, mentre Bowie incideva il suo “Low”. A questo punto si tratta d’un poker fantastico di album berlinesi… certo, aggiungendovi “Lust For Life” (il seguito di “The Idiot”) ed escludendo “Lodger” che in realtà non è stato registrato a Berlino… ma la cosa si complica, per cui passiamo per ora ad una breve recensione del solo “The Idiot”.

Si parte con un brano piuttosto notturno, chiamato inequivocabilmente Sister Midnight: con le parti di chitarra di Carlos Alomar in bell’evidenza, la canzone è una lenta danza ipnotica che fa subito capire con quale tipo di sonorità abbiamo a che fare in questo lavoro. Segue il rock strisciante ma irresistibilmente funky di Nightclubbing, una delle canzoni più coinvolgenti di Pop, che forse molti ricordano nella colonna sonora del film “Trainspotting”. Poi è la volta di Funtime, un trascinante brano funk-punk dove si sente chiaro & forte il coro di Bowie; anche questa canzone verrà inclusa in una colonna sonora, per il film “Miriam Si Sveglia A Mezzanotte”, interpretato dallo stesso Bowie con una bellissima Catherine Deneuve.

Il quarto brano è Baby, sintetico & tenebroso ma assolutamente irresistibile e molto melodico, seguìto da una delle canzoni che più amo, China Girl: invito calorosamente tutti quelli che vogliono conoscere Iggy Pop ad ascoltare questo brano di rock decadente ad alto volume. China Girl resta una delle migliori creazioni del duo Pop-Bowie, forte d’un testo interpretato con la tipica sfontatezza di Iggy ma adagiato su una musica potente ed innovativa al tempo stesso, tipica del Bowie di quegli anni. Poi è la volta della pesante Dum Dum Boys, la canzone più convenzionalmente rock del disco, anche qui col coro di Bowie ben evidente (sul canale destro degli speaker) e poi ancora c’è Tiny Girls, una breve & struggente ballata dall’andamento circolare, con il sax di David come principale protagonista. Gli oltre sette minuti della ben più elettronica Mass Production chiudono l’album su note dissonanti che ci regalano un testo colmo di sarcasmo, in quella che è un’epica espressione fifty-fifty fra Bowie e Pop.

L’atmosfera complessiva di “The Idiot” è notturna, cupa & opprimente, coi testi sempre in bilico tra disperazione & sarcasmo. Il tutto suona incredibilmente avanti per i suoi tempi: come per gli album “Low” e “Heroes” di Bowie, “The Idiot” sembra un disco inciso negli anni Ottanta (prestare attenzione al suono della batteria, in particolare), un lavoro davvero straordinario, forse un po’ sottovalutato ma fra i migliori che io possegga nella mia collezione di dischi.

Per finire, alcuni aneddoti… Sister Midnight è stata ripresa da Bowie per il suo album “Lodger”, dopo averne riscritto il testo e presentandola quindi col nome di Red Money. Bowie ha anche riproposto China Girl: la sua è una cover magnifica che s’avvale di musicisti d’eccezione (si trova sull’album “Let’s Dance” del 1983), mentre il buon David sfoggia una delle sue migliori prove vocali. Peter Murphy dei Bauhaus chiude il suo album del 1988, “Love Hysteria”, con una bella cover di Funtime, mentre Martin Gore dei Depeche Mode ripropone una suggestiva versione di Tiny Girls nel suo album “Counterfeit2” (2003). Ultimo aneddoto, piuttosto macabro… prima di togliersi la vita, Ian Curtis, il cantante dei Joy Division, ascolta “The Idiot” e mentre questo compie trentatrè giri lui decide di farla finita.

– Mat