The Beach Boys, “Pet Sounds”, 1966

LP_OUT-P1_output.pdfApparso sul blog Parliamo di Musica il 15 dicembre 2006, rivisto e quindi ripubblicato il 23 novembre 2007, il post che segue è la terza versione d’un mio scritto che considero più un insieme di appunti che una recensione in senso stretto. Mi riferisco, ad ogni modo, a “Pet Sounds”, il capolavoro dei Beach Boys, uno di quei dischi per me imprescindibili, che la scorsa estate ha compiuto la bellezza di 50 anni.

Ritenuto una pietra miliare nella storia della musica moderna, “Pet Sounds” è uno dei pochissimi dischi (se non l’unico…) degli anni Sessanta a mostrare un’inventiva pari al “Sgt. Pepper” dei Beatles. E’ proprio col mitico quartetto inglese che in quegli anni gli americani Beach Boys avevano ingaggiato una cordiale competizione: entrambi i gruppi stavano tentando di realizzare il disco più straordinario che creatività & tecnologia permettessero di concepire in studio. Iniziano i Beatles con “Rubber Soul” (1965), rispondono i Beach Boys con “Pet Sounds” (1966), replicano i Beatles con “Revolver” (1966) e, mentre i Beach Boys stavano per replicare a loro volta, i Fab Four se ne escono con “Sgt. Pepper” (1967). Per Brian Wilson, cervello creativo nonché produttore e direttore musicale dei Beach Boys, è il tracollo definitivo. Pare che, dopo aver gettato alle ortiche l’album “Smile”, depresso, abbia passato a letto i due anni successivi, mentre il resto della band è comunque andato avanti senza di lui. Ma questa è un’altra storia, e mi piacerebbe affrontarla in un post che sto già scrivendo.

Oggi parliamo d’un disco, “Pet Sounds” per l’appunto, che indipendentemente dai paragoni coi capolavori beatlesiani è davvero uno degli album più belli mai prodotti. Un album che vanta una ricchezza sonora tuttora stupefacente: orchestre, organi, pianoforti, fisarmoniche, vibrafoni, chitarre, fiati di vario tipo, percussioni assortite e, come nello stile di questa band, un intreccio sopraffino tra voci soliste e cori. Quelle di “Pet Sounds”, insomma, suonano sì come delle canzoni inconfondibilmente pop ma si tratta d’un pop registrato in maniera tanto originale da porsi in una categoria a sé. La prima volta che ho ascoltato l’album, nel 2001 se non ricordo male, ho sì avvertito di essere alle prese con un lavoro inciso molti anni prima ma, al tempo stesso, mi sono reso conto di non aver mai sentito niente del genere e che questa musica è un eccellente diversivo al sound contemporaneo. E’ davvero in una categoria a sé, in una dimensione temporale dove il concetto di “anni Sessanta”, con tutti gli annessi & connessi del caso, conta davvero poco.

the-beach-boys-the-pet-sounds-sessions-cofanetto-1996Col tempo mi sono così appassionato a “Pet Sounds” che sono andato a procurarmi un cofanetto da 4 ciddì che agognavo in realtà da anni: “The Pet Sounds Sessions”, pubblicato dalla Capitol/EMI nel 1996 per celebrare i trent’anni dell’album originale. All’epoca non lo sapevo, ma quel cofanetto faceva debuttare la prima vera edizione stereo di “Pet Sounds”, opportunamente remasterizzata con la stessa supervisione di Brian Wilson. Nel box è infatti compreso, in un ciddì a parte, l’album originale così come era stato inizialmente distribuito, ovvero in mono, mentre gli altri tre dischi figurano tutte le canzoni “rielaborate” in stereofonia e tutta una serie di provini e versioni alternative – all’epoca era un materiale decisamente raro, se non del tutto inedito – delle tredici canzoni originali dell’album.

Prima in programma è la gradevolissima Wouldn’t It Be Nice, una delle canzoni più famose dei Beach Boys, e una delle pochissime in “Pet Sounds” a mostrare pienamente il sound scanzonato della produzione precedente dei nostri, quella compresa fra gli anni 1961-65. Già con la successiva You Still Believe In Me, infatti, tutto cambia: il ritmo rallenta, l’atmosfera si fa più introspettiva, sembra quasi d’ascoltare un canto natalizio nel calore casalingo. Poi è la volta della grandiosa That’s Not Me, una delle canzoni migliori dei Beach Boys: grande arrangiamento, grande prova vocale (sia solista che corale) e una melodia indimenticabile. Segue la distesa e dolcissima Don’t Talk (Put Your Head On My Shoulder), altro brano memorabile di questo disco incredibile, forte d’una bella prova vocale solista. Successivamente troviamo l’allegra e tambureggiante I’m Waiting For The Day, seguita dal sognante Let’s Go Away For A While, un brano strumentale. Sloop John B, edito come singolo, è un altro pezzo memorabile, il quale, anch’esso come Wouldn’t It Be Nice, ricorda la prima produzione dei Beach Boys. La canzone più rappresentativa e celebrata di “Pet Sounds” è però quella che segue, ovvero la magnifica God Only Knows: senza dubbio si tratta di una delle canzoni d’amore in chiave pop più belle di tutti i tempi, senza null’altro da aggiungere. Anche I Know There’s An Answer è un’altra grande canzone e, come per la maggior parte delle tracce di questo disco, è ricca di un’inventiva sonora strepitosa. E’ quindi la volta del saltellante Here Today, un brano che, a dispetto dei continui cambi di tempo, non perde nulla del suo senso melodico. Segue la commovente I Just Wasn’t Made For These Times, dove Brian Wilson esprime senza mezzi termini il suo disagio interiore: oltre al titolo della canzone, è significativo il refrain in cui canta “sometimes i feel very sad”. L’eponimo Pet Sounds è invece un gradevole strumentale dall’andamento alquanto caraibico, mentre la struggente Caroline No è la canzone conclusiva, appassionata e toccante, con gli ultimi 40 secondi a sfumare con un treno che passa mentre dei cani abbaiano in sottofondo.

the-beach-boys-pet-sounds-50-anni-cofanettoCi sarebbero tantissime altre cose da dire su “Pet Sounds”, come ad esempio l’efficace alternarsi delle voci soliste tra i vari brani, o anche in uno stesso brano, come dimostrano i confronti tra le edizioni mono e stereo dell’album o le versioni alternative del cofanetto. Se, per fare un unico esempio, la dolce voce di Carl Wilson è la protagonista di God Only Knows, nel box possiamo ascoltare la stessa versione cantata però da Brian. Non mi dilungo oltre: “Pet Sounds” è un album grandissimo, un capolavoro assoluto che si lascia scoprire un po’ di più ad ogni ascolto e che consiglio a chiunque voglia arricchire la propria collezione di dischi con una gemma preziosa. Anzi, fidatevi di me: acquistate direttamente il cofanetto, che tra l’altro nei mesi scorsi è stato ristampato con l’aggiunta d’un disco live.

-Mat

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Pink Floyd, “Atom Heart Mother”, 1970

pink-floyd-atom-heart-mother-1970Come forse sanno tutti gli appassionati di musica, lo scorso novembre è uscito un sontuosissimo (e carissimo) cofanetto dei Pink Floyd chiamato “The Early Years” e comprendente tutta una serie di materiale audio/video d’archivio, più o meno inedito, risalente al periodo compreso tra il 1965 (anno della formazione della band) e il 1972 (quindi prima del successo planetario & eterno di “Dark Side Of The Moon”, che è del ’73). Pur amando enormemente i Pink Floyd, e comunque terrorizzato dal prezzo, ho deciso che per il momento posso benissimo fare a meno dei 27 (sì, ventisette!) dischi contenuti in “The Early Years”, anche perché molti di loro sono in realtà divuddì e bluray che io, conoscendomi, vedrei/ascolterei due volte al massimo.

Sono però rimasto con una certa voglia e così, visto che si parla degli anni 1965-72, sono andato a ricomprarmi – in un vinile fresco di ristampa – l’album di quel periodo che ho sempre preferito, ovvero “Atom Heart Mother”. Celebre per l’immagine bucolica della copertina, con la mucca al pascolo che si volta sospettosa verso il fotografo, questo disco ha una genesi curiosa che merita d’essere raccontata. Per farlo, parto da un mio vecchio post, originariamente apparso sul blog Parliamo di Musica il 28 giugno 2007.

Siamo alla fine del 1969, quando un bel giorno David Gilmour se ne esce con una serie di accordi alla chitarra che poi annota come Theme For An Imaginary Western. Il brano piace ai due principali autori dei Pink Floyd dell’epoca, il bassista Roger Waters e il tastierista Richard Wright, che si mettono così ad espandere l’idea originale del collega; espansione che porta il brano a 20 minuti di durata e al nome cambiato in The Amazing Pudding. E’ con questo titolo che i Floyd lo eseguono live per la prima volta, durante un concerto parigino del gennaio 1970. Tuttavia, non sapendo bene che farne d’una lunga suite del genere, e con l’approssimarsi d’un tour in USA, i nostri commissionano a Ron Geesin delle partiture orchestrali da sovraincidere al loro nastro.

Musicista e compositore di stampo classico, Geesin aveva già lavorato con Waters per la bizzarra colonna sonora d’un documentario sul corpo umano. E così, giungendo sull’orlo dell’esaurimento nervoso, il buon Ron aggiunge archi, ottoni, cori e quant’altro a quest’insolito brano che assume infine il nome di Atom Heart Mother (nome che, a quanto pare, viene scelto da Roger dopo aver letto casualmente dell’applicazione d’un pacemaker). Per quanto fatto, a Ron spetta il credito di coautore di Atom Heart Mother coi quattro Floyd, ma pare che si sia risentito del fatto che il brano sia infine uscito come un pezzo dei Pink Floyd e non come una collaborazione paritaria Floyd-Geesin. Ciò nonostante, la band aveva pronta l’intera facciata A del suo prossimo album, così ora non restava che comporre le canzoni del lato B.

E così i tre autori del gruppo – Waters, Wright e Gilmour – creano rispettivamente If, Summer ’68 e Fat Old Sun, tre canzoni sognanti e melodiche. Viene anche ripescato e riadattato un singolare brano eseguito con strumentazione non convenzionale, primo capitolo d’un progetto abbandonato che doveva descrivere la giornata d’un hippy, “The Man”: essendo il primo brano, riguardava il momento del risveglio e della colazione, e da qui il titolo di Alan’s Psychedelic Breakfast che, forse per scherzo, viene posto a chiusura dell’album (credo proprio che altri brani di “The Man” siano stati inclusi nel cofanettone di cui sopra, magari avremo modo di parlarne in futuro).

Volendo descrivere brevemente la musica contenuta in “Atom Heart Mother”, iniziamo col dire che l’omonima suite che apre le danze è suddivisa in 6 parti. Con quel tema western alla Ennio MorriconeFather’s Shout è quella che preferisco, mentre Breast Milky è più quieta ma molto corale, con la musica che diventa più imponente quando entra la puntuale batteria di Nick Mason. La terza parte, Mother Fore, è invece un tipico blues floydiano (episodi simili li ritroveremo negli album “Meddle” e “Wish You Were Here”), mentre Funky Dung prima riprende il tema di Father’s Shout e poi diventa un alienante delirio psichedelico. E se Mind Your Throats Please conduce ancora al tema iniziale, la sesta ed ultima parte, Remergence, è puro rock floydiano con tanto di lungo assolo consolatorio da parte di Gilmour (col coro westerneggiante che entra a 2 minuti dalla fine).

Voltando lato troviamo il primo brano cantato da un componente del gruppo, Roger Waters, alle prese con la dolce If, una canzone meditabonda e di grande atmosfera, dal testo autobiografico poco più che sussurrato. Le fa seguito la ben più briosa Summer ’68, scritta e cantata da Richard Wright: inevitabilmente guidata dal piano e dalle tastiere, questa canzone ha delle reminescenze dei Beach Boys ed in un certo modo riporta il sound dei Pink Floyd ai primi anni del gruppo, quando era guidato dal genio visionario e fanciullesco di Syd Barrett. La successiva Fat Old Sun, ad opera di David Gilmour, è invece la canzone che meno preferisco di “Atom Heart Mother”; Gilmour stesso espresse in seguito la sua insoddisfazione per questa pigra ballata – perlopiù acustica – che, comunque, irrita più per la sua lunga durata che per la sua poca ispirazione.

Eccoci infine al brano conclusivo d’un album tanto peculiare, quell’Alan’s Psychedelic Breakfast che senza dubbio resta uno dei pezzi più curiosi mai proposti dai Pink Floyd. Suddivisa in tre parti – Rise And Shine, Sunny Side Up e Morning Glory – la colazione psichedelica di Alan, che sembra svolgersi a Los Angeles, figura degli autentici rumori di latte versato e poi bevuto, masticazione di cereali (un po’ animalesca, a dire il vero), pancetta che cuoce sui fornelli e un rubinetto che gocciola virtualmente all’infinito nel solco d’uscita dell’elleppì, il tutto accompagnato da compiaciute musichette eseguite dai nostri.

Che dire, io una roba del genere l’ho sentita solo dai Pink Floyd, e dopo tanti anni continua ancora a piacermi, tanto da averne acquistato una seconda copia. Avevo però una scusa: mia figlia, attratta dalla celebre mucca in copertina, mi aveva praticamente fatto fuori la mia vecchia copia in ciddì. Insomma, un disco così, con una copertina così, dovevo proprio ricomprarmelo. Con buona pace del cofanettone da 27 dischi che, almeno per ora, può decisamente aspettare.

-Mat

Bee Gees, “Odessa”, 1969

Bee Gees Odessa Remaster Deluxe 2009Riascoltando “Odessa” dei Bee Gees, provavo a immaginare un post decente che potesse andar bene per questo modesto blog. Anche in questo caso, tuttavia, mi sono ricordato che probabilmente ne avevo già parlato: curiosando tra i miei vecchi scritti, infatti, scovo un post datato 24 febbraio 2009, apparso sulla prima versione di Immagine Pubblica un mese dopo l’uscita della riedizione deluxe di “Odessa” da parte della Warner.

Originariamente pubblicato come doppio elleppì nel febbraio ’69, con tanto di sontuosa copertina in velluto rosso, “Odessa” è stato ristampato quaranta anni dopo sotto forma di elegante cofanetto che include: un primo ciddì con la versione integrale stereofonica dell’album, un secondo ciddì con la stessa versione ma in mono, un terzo ciddì – chiamato “Sketches For Odessa” – contenente ventidue inediti fra provini e versioni alternative, nonché un poster a due facce, un adesivo e un libretto con interessanti note tecnico/biografiche scritte da Andrew Sandoval. Il tutto avvolto nella stessa copertina di velluto rosso.

“Odessa” è probabilmente il disco migliore dei Bee Gees, e comunque resta l’album più ambizioso che abbiano mai approntato. Elegante e sentimentale, è l’unico album doppio (escludendo live e raccolte) della discografia dei fratelli Gibb. Suona ancor più grandioso se si tiene conto che, all’epoca, Barry Gibb aveva ventitrè anni e i gemelli Robin e Maurice soltanto venti. Bisogna però riconoscere pure lo straordinario lavoro svolto da Bill Shepherd, arrangiatore e direttore d’orchestra che accompagnava spesso & volentieri i nostri in quegli anni. A quanto pare, in “Odessa”, anche il buon Shepherd ha dato il meglio di sé.

L’album più ambizioso dei Bee Gees inizia con la loro canzone più ambiziosa, Odessa (City On The Black Sea), quanto di più vicino al genere progressive i fratelli Gibb hanno mai pubblicato, un magnifico brano che sorpassa agilmente i sette minuti di durata. Il testo, cantato da Robin, narra il punto di vista d’un naufrago salvatosi dalla tragedia del Veronica, una nave inglese che nel 1899 fece perdere le sue tracce; alla deriva su un iceberg, il naufrago pensa all’amata che, molto probabilmente, s’è trasferita già con qualcun’altro, tuttavia – spera il naufrago – un giorno rivedrà ancora il viso della sua bella. Musicalmente parlando, Odessa è semplicemente superlativa: canto, controcanti e coro sono adagiati su un’inedita base composta da chitarra in stile flamenco (suonata da Maurice) e violoncello (suonato da Paul Buckmaster, celebre per aver lavorato anche con Elton John, David Bowie e Miles Davis), mentre l’orchestrazione contribuisce a dare il tocco decisivo alla necessaria drammaticità della canzone. Secondo Robert Stigwood, il celebre manager/mentore dei Bee Gees, Odessa è una delle migliori canzoni pop mai realizzate, e io gli do pienamente ragione! Il Demo contenuto nel terzo ciddì ci presenta un’interessantissima versione precedente, non solo più scarna ma dal testo alquanto differente e introdotto da una sezione parlata ad opera di Barry.

Ben più convenzionale del brano precedente ma ugualmente memorabile è You’ll Never See My Face Again, cantata da Barry; è un’ariosa ballata scandìta da due chitarre acustiche e abbellita dall’orchestra, dove si parla di amicizie tradite. La successiva Black Diamond è un’altra delle mie preferite, dove ritroviamo Robin alla voce solista; molto belle le variazioni melodiche fra versi, ritornelli e sequenze intermedie verso/ritornello, per una canzone di gran classe che, per quanto riguarda il testo, sembra accennare alla guerra che allora si combatteva in Vietnam. Il Demo che figura nel terzo ciddì non differisce soltanto dal punto di vista musicale (con piano e batteria più evidenti) ma anche da quello testuale.

Inciso in America durante l’estate del ’68, Marley Purt Drive è un rilassato brano country dal tempo medio-lento, cantato da Barry con grande disinvoltura e arricchito dalla più tipica strumentazione country/bluegrass (chitarra slide, fiddle e banjo). Spensierato omaggio all’inventore della lampadina, Edison è invece un’altra canzone dai tratti peculiari: il cantato è diviso fra Barry & Robin, la struttura melodica presenta un andamento più lento e sinfonico durante i versi e ben più movimentato nei ritornelli. Impeccabile per arrangiamento, Edison in realtà nacque come Barbara Came To Stay, una canzone in stile Beach Boys poco più che abbozzata (cantata dal solo Barry) e inserita anch’essa nel terzo ciddì.

Melody Fair è l’ennesima gemma nel canzoniere dei Bee Gees: una ballata vivace, calda, sentimentale ed enigmatica. Cantata da Barry col fondamentale supporto di Maurice e superbamente orchestrata da Shepherd, Melody Fair resta una delle canzoni più belle dei Gibb (un Demo dall’andamento più veloce e dall’atmosfera più scanzonata figura sul terzo ciddì). Con Suddenly troviamo proprio Maurice alla voce solista, alle prese con una canzone pop più vivace ma al contempo più accigliata delle precedenti, caratterizzata da un vago feeling medievale.

Whisper Whisper è la canzone di “Odessa” che apprezzo meno: l’introduzione orchestrale promette bene, ma l’andamento medio-veloce in stile cabaret poco sembra adattarsi alla grintosa prestazione vocale di Barry. La seconda parte della canzone (in effetti due registrazioni differenti che sono state unite in postproduzione), ben più veloce e tirata, è forse migliore ma non allontana il lieve senso di fastidio procurato dall’ascolto complessivo di Whisper Whisper. Anche la Alternate Version presente nel terzo ciddì non risulta più simpatica, sebbene sia interessante perché la musica ricorda l’andamento d’un carillon. Se non altro, in Whisper Whisper i Bee Gees hanno dimostrato una lodevole capacità di sperimentare con gli arrangiamenti.

Con l’arrembante ma dolce Lamplight ritroviamo Robin al microfono principale, impegnato con un testo allusivo (forse nei confronti della droga) cantato magnificamente, mentre la musica, melodica & maestosa, dona un tocco d’epicità al tutto. Tipica dello stile melodrammatico di Barry, Sound Of Love è invece una sofferta ballata scandìta dal piano, ben più ariosa e avvolgente durante i ritornelli (nel terzo ciddì possiamo apprezzarne una Alternate Mix dal testo alquanto differente).

Parente stretta della Marley Purt Drive che abbiamo già sentito, Give Your Best è un’altra piacevole escursione dei Bee Gees in territori country & western. Ancora con Barry alla voce solista, ancora con l’impiego del fiddle e del banjo, ma stavolta alle prese con un ritmo più veloce e dinamico (anche in questo caso, una Alternate Mix non troppo dissimile, caratterizzata però da un testo alquanto diverso, appare sul terzo ciddì).

Prima delle tre composizioni strumentali contenute in “Odessa”, la dolce e sognante Seven Seas Symphony è un’esecuzione per solo piano (suonato brillantemente da Maurice), orchestra e coro; il Demo, che presenta la sola esecuzione di piano, è stato quindi incluso nel terzo ciddì. E se Seven Seas Symphony rievoca in alcuni punti la musica composta dal grande Ennio Morricone per il cinema (ma ricorda anche Swan Song, una canzone degli stessi Bee Gees dell’anno prima), la successiva With All Nations (International Anthem) sembra basata sull’inno di God Save The Queen. Si tratta comunque d’un breve brano per orchestra & coro, piuttosto pomposo e solenne, tipico di certi inni nazionali (comunque si può ascoltarne nel terzo ciddì una versione con un breve testo cantato coralmente dai Bee Gees).

Seconda canzone di “Odessa” dove ascoltiamo Barry e Robin alternarsi al microfono principale, I Laugh In Your Face è un’altra ballata caratterizzata da un dolente andamento dei versi, mentre nei ritornelli la melodia abbraccia un’estensione più ampia e quasi consolatoria. Altra mia favorita, Never Say Never Again è una canzone ariosa e cantabilissima, con un testo leggermente accusatorio cantato a pieni polmoni da Barry. A proposito del testo, è interessante l’assurdo verso – ripetuto nei ritornelli – ‘tu dicesti addio, io dichiarai guerra alla Spagna’. Non so che vuol dire, ma io l’adoro! L’Alternate Mix che figura nel terzo disco presenta un’ingombrante chitarra col fuzz-tone al posto dell’orchestra.

Unico singolo estratto da “Odessa”, First Of May non è solo la canzone più bella dell’album ma anche, secondo me, una delle canzoni più belle degli anni Sessanta, una perla di sentimentalismo, di anni che passano e di ricordi di un’infanzia vissuta troppo in fretta; al commosso canto di Barry fa da superbo supporto la sontuosa orchestra diretta dall’impeccabile Bill. Sul terzo ciddì troviamo due interessanti versioni alternative, fra cui un breve Demo piano & voce che ci presenta la prima idea della canzone.

Come suggerisce il titolo, il conclusivo The British Opera è un brano operistico, interamente eseguìto dall’orchestra e dal coro diretti da Shepherd; è l’unico brano che non viene proposto in una qualsiasi versione alternativa all’interno del cofanetto.

Infine, oltre ai diciassette brani e alle relative versioni demo e/o alternative che compongono questa riedizione di “Odessa”, sono incluse altre due canzoni inedite, la toccante Nobody’s Someone e la beatlesiana Pity, entrambe con Barry alla voce solista. Per Nobody’s Someone in particolare è un peccato che non abbia mai visto l’inclusione in un disco dei Gibb dell’epoca (anche se, a quel tempo, i Bee Gees – come i Beatles – erano tra i pochi a potersi concedere un tale lusso nello ‘sprecare’ le proprie canzoni).

La realizzazione di questo capolavoro presentò tuttavia un conto salato: “Odessa” non venne commercialmente accolto come ci si aspettava, mentre le tensioni interne al gruppo (che già durante l’estate ’68 perse il chitarrista Vince Melouney) portarono Robin Gibb a dichiararsi fuori dai Bee Gees (così come il batterista Colin Petersen) e pronto a debuttare come artista solista già nel corso di quel fatidico 1969. Un anno dopo la pubblicazione di “Odessa”, i Bee Gees come gruppo già non esistevano più, tuttavia, entro la fine del 1970 i tre fratelli erano tornati tutti sotto lo stesso tetto e pronti ad intraprendere il loro decennio musicale più fortunato & famoso. Ne parleremo in un’altra occasione.

-Mat

Progetti musicali irrealizzati

Vinile rottoUn argomento che mi ha sempre affascinato è quello dei progetti musicali e cinematografici irrealizzati. Qualche giorno fa rileggevo una biografia di Federico Fellini, nella quale – tra i vari progetti irrealizzati – si parlava d’un film a episodi su Venezia. Mi sono così ricordato di aver già scritto un paio di post su questo argomento: uno pubblicato il 17 gennaio 2007, quando il blog si chiamava ancora Parliamo di Musica, e uno pubblicato l’11 gennaio 2010, quando il blog si chiamava già Immagine Pubblica.

E allora non mi resta che riproporre quegli scritti, rivisti e ampliati per l’occasione (limitandoci ora ai progetti discografici, mentre quelli cinematografici saranno il tema del prossimo post), senza l’arroganza di voler esaurire l’affascinante argomento. Anzi, ogni vostra eventuale aggiunta tra i commenti sarà per me cosa molto gradita.

Di interi album registrati ma lasciati a raccogliere polvere negli archivi, di collaborazioni mancate e di capolavori perduti, la storia della musica ne è piena. A volte è stata la pochezza tecnologica ad impedire a un artista di concepire materialmente l’opera che aveva in mente, spesso invece sono intervenuti blocchi creativi, veti da parte della casa discografica, ma anche la paura dell’artista stesso di esporsi o di andare fino in fondo. Senza contare, inoltre, le solite storie di droga, alcol e dissolutezze varie, nonché incidenti e fatalità. Vediamo qualche caso.

Nel 1966, dopo aver dato alle stampe un capolavoro come “Pet Sounds”, i Beach Boys sono già alle prese con un nuovo album, “Smile”: Brian Wilson, la mente creativa del gruppo, che già nel corso delle sessioni di “Pet Sounds” aveva manifestato evidenti segni di squilibrio, subì il definitivo tracollo mentale proprio durante la sua lavorazione. Un consumo eccessivo di droghe, lo stress, l’ispirazione creativa altalenante, ma pure il bruciante desiderio di voler superare un capolavoro come il “Sgt. Pepper” dei Beatles, causarono il crollo definitivo di Wilson. “Smile” venne abbandonato e Brian se ne restò a letto per due anni, almeno così narra la leggenda. “Smile” è stato finalmente ufficializzato nel 2004: seppur apprezzato e acclamato dai fan, l’album non contiene il materiale dell’epoca, bensì è una rivisitazione moderna ad opera del solo Wilson, mentre per ascoltare come si deve le registrazioni originali del ’66-’67 si dovette attendere l’autunno del 2011, in occasione della pubblicazione delle “Smile Sessions”. Dell’album originale, tuttavia, non c’è traccia: il tutto resta (o restava) un progetto intraducibile nella mente geniale di Brian Wilson.

Sempre nel ’67, i Bee Gees avevano pronta una nuova canzone, To Love Somebody, da far cantare a Otis Redding. Purtroppo l’aereo sul quale viaggiava Redding si schiantò al suolo e con esso la possibilità d’una collaborazione dell’artista americano coi fratelli Gibb. Vicende decisamente meno tragiche, ma sempre legate ai Bee Gees, riguardano alcuni loro album registrati e mai pubblicati: addirittura nel 1970, in un periodo in cui il gruppo era ufficialmente sciolto, i tre fratelli Gibb registrano ciascuno un album solista ma, a parte qualche singolo, nessuno dei tre elleppì raggiunge le rivendite, coi fratelli che decidono di riunirsi sotto il celebre nome comune già entro l’anno. Nel ’73, tuttavia, un intero album dei Bee Gees, “A Kick In The Head…”, verrà accantonato perché il manager Robert Stigwood l’aveva ritenuto poco appetibile commercialmente. I fratelli non si persero comunque d’animo e registrarono daccapo un nuovo disco, “Life In A Tin Can”, che venne distribuito in quello stesso anno.

Verso la fine degli anni Sessanta, i Pink Floyd pensavano di concepire un disco intitolato “The Man”: doveva descrivere la giornata tipica d’un hippie, dal momento in cui questo si svegliava al momento in cui si coricava. Il gruppo riuscì però a concretizzare un solo brano, Alan’s Psychedelic Breakfast, che finì come appendice allo straordinario “Atom Heart Mother”. Un altro progetto floydiano del periodo prevedeva la realizzazione d’un disco con strumentazione interamente non convenzionale (per esempio, picchiare delle pentole invece che colpire la batteria): pare che i nostri abbiano inciso un paio di brani ma che, alla fine, abbiano abbandonato il progetto perché non abbastanza interessante musicalmente. Insomma, il suono complessivo dell’opera non sarebbe stato un granché.
Anche il componente più misterioso dei Pink Floyd, Syd Barrett, rientra nel discorso: nel ’74 qualcuno riuscì a convincerlo a tornare in studio (ma ci provò – inutilmente – pure David Bowie), dopo che Syd aveva faticosamente realizzato due album nel corso del 1970, “The Madcap Laughs” e “Barrett”. Tuttavia non si riuscì a cavare nulla di buono da quegli spezzoni incompleti, perlopiù strumentali, che Syd registrò a intermittenza durante la sua ultima (e breve) permanenza in studio.

Nel ’73, invece, David Bowie rese pubblico il suo proposito di creare un musical (e quindi un disco) basato su “1984”, il celebre romanzo di George Orwell. Bowie inizia a comporre delle canzoni senza che gli eredi di Orwell abbiano dato il nullaosta al progetto. Quando il nostro si vede infine negare i permessi necessari, decide di pubblicare lo stesso le canzoni fin lì registrate (nel bellissimo “Diamond Dogs”) ma l’idea originaria del musical resterà nel cassetto. Ventanni dopo e un altro progetto di Bowie andrà a farsi benedire: nel 1995 esce l’album “1. Outside”, primo capitolo (nelle intenzioni originali) d’una saga di ben cinque dischi che il nostro avrebbe dovuto pubblicare fino al termine del secolo, quindi un disco all’anno dal ’95 al ’99. Peccato però che David resti folgorato dalla nascente scena jungle e decida di pubblicare un disco a tema, “EAR THL ING” (1997) che, di fatto, relega in archivio i seguiti di “Outside”. Adesso tratteremo però tutt’altra storia, dai toni ben più drammatici.

Nel novembre 1980 Ringo Starr è a New York, ospite di John Lennon, il quale aveva pronte per il batterista quattro nuove canzoni (tra cui Life Begins At 40) per il suo prossimo album. I due amici si salutano col proposito d’incontrasi di nuovo al principio dell’81, per avviare il lavoro in studio. Purtroppo, come tutti sappiamo, un folle uccise John l’8 dicembre e Ringo, per rispetto dello sfortunato amico, decise di non utilizzare le canzoni che Lennon aveva scritto per lui. Un nuovo album di Ringo uscì comunque nel 1981, “Stop And Smell The Roses”, un disco che figurava contributi preziosi sia da parte di Paul McCartney che di George Harrison. Probabilmente, col contributo di Lennon, “Stop And Smell The Roses” avrebbe testato una prossima reunion dei Beatles. E’ quanto ha dichiarato in anni recenti Jack Douglas, l’ultimo produttore di John.

Un personaggio noto per tutta una serie di fantomatici progetti è Prince. Nel 1986 torna in studio col suo gruppo, The Revolution, per registrare un nuovo disco intitolato “Dream Factory”. Il progetto non viene però portato a termine, coi Revolution che si sciolgono e con Prince che torna a procedere da solista. L’artista realizza quindi un triplo album, “Crystal Ball”, che la casa discografica rifiuta: il nostro risponde con un nuovo album, stavolta un doppio, “Sign ‘O’ The Times”. La Warner Bros decide (per nostra fortuna) di pubblicarlo ma poi Prince, non pago, torna già in studio per un nuovo progetto, “The Black Album”. Anche questo finisce negli archivi (vedrà ufficialmente la luce solo nel ’94) ma Prince ha già un altro disco in mente, da accreditare ad uno pseudonimo femminile, Camille. Al momento di essere pubblicato, Prince (o la Warner, non è chiaro) decide però di far ritirare il disco. E così, nel 1988, ecco che esce finalmente “Lovesexy”, anticipato dall’eccezionale singolo Alphabet St.. Ci sono altre storie riguardanti dischi interi realizzati da Prince ma mai pubblicati (comprese le sue discusse collaborazioni con Miles Davis) e la cosa meriterebbe un discorso a sé. Per ora andiamo avanti, anche se Prince torna protagonista…

Fra il 1986 e il 1987, Michael Jackson è in studio per dare un seguito al fortunatissimo “Thriller”: una delle nuove canzoni, Bad, è pensata come un duetto con Prince. Il folletto di Minneapolis entra in studio ma poi sorgono differenze musicali con Jackson che lo inducono ad abbandonare la collaborazione, mentre Bad, come sappiamo, diventerà uno dei maggiori successi di Michael. Chissà in qualche archivio è conservato quell’originale duetto fra i due giganti della musica nera degli anni Ottanta. Ma c’è un’altra celebre collaborazione di Michael Jackson che finora ha svelato ben poco: quella con Freddie Mercury. I due incisero a Los Angeles almeno tre canzoni nel corso dell’83. Dei tre brani, State Of Shock è finito sull’album “Victory” (1984) dei Jacksons (con Mick Jagger che, di fatto, sostituisce Mercury), There Must Be More To Life Than This è stato incluso nel primo album solista di Freddie, “Mr. Bad Guy” (interamente cantato da Mercury, quando la prima versione del brano figurava il solo Michael alla voce con Freddie al piano), mentre il terzo, pare intitolato Victory, resta in qualche archivio privato (si può approfondire QUI l’argomento, ad ogni modo).

Tornando ad album interi registrati e poi accantonati, passiamo al 1989, quando gli Style Council incidono un disco di house music intitolato “Modernism: A New Decade”, una sorta di positivo benvenuto agli anni Novanta. La Polydor rigetta però l’album, con la band che di lì a poco si scioglie: Paul Weller diventerà un solista acclamato (specialmente nella nativa Gran Bretagna) mentre l’album figurerà come succoso inedito in un cofanetto dedicato agli Style Council, pubblicato dalla stessa Polydor nel 1998.

Tornando infine alle tragiche fatalità, la morte di Jimi Hendrix nel settembre 1970 minò definitivamente il sogno d’una collaborazione paventata da mesi, quella tra il celebre chitarrista mancino e l’altrettanto celebre trombettista Miles Davis (nome che abbiamo già citato). Pare che i due si inseguissero da mesi, abbagliati da una mutua ammirazione, eppure l’ego fece la sua parte: in un’occasione non si presentò Hendrix, in un’altra – quando Jimi era già arrivato in studio con la chitarra in mano – Davis non si fece vedere. Secondo quella gran bella biografia davisiana di Gianfranco Salvatore chiamata “Lo sciamano elettrico”, Jimi aveva già il biglietto aereo per New York nella stanza del suo albergo londinese, proprio per raggiungere Miles Davis e collaborare finalmente con lui. Come tutti sappiamo, tuttavia, la storia non è andata così. Chissà che ci siamo persi…

Ebbene, questi sono gli esempi di progetti discografici irrealizzati più noti che mi sono venuti in mente, ma sono certo che esistono parecchi altri esempi legati agli artisti più disparati. Questo è un argomento che mi ha sempre colpito per cui, chi volesse, può sempre aggiungere altre storie.

-Mat

Ristampe, ristampe, ristampe!!!

Michael Jackson Off The Wall immagine pubblicaDa una decina d’anni a questa parte, s’è definitivamente consolidata fra le case discografiche – major o meno che siano – l’abitudine di ristampare il vecchio catalogo in riedizioni più o meno meritevoli di tornare a far capolino nelle vetrine dei negozi accanto alle ultime novità.

Spesso si festeggiano i ventennali, i venticinquennali, i trentennali o addirittura il mezzo secolo di dischi famosi, riproposti in appariscenti confezioni, con tanto di note biografiche e foto d’epoca, meglio ancora se con inediti e/o rarità (che poi, almeno per me, sono le uniche motivazioni nel comprarmi una riedizione d’un disco che magari già posseggo), a volte addirittura in formato cofanetto.

E’ notizia di oggi che entro l’anno verrà ristampato “Off The Wall”, uno dei classici di Michael Jackson, edito appunto trentanni fa. In base a un accordo fra la Sony, la EMI (che non ho capito che c’entra…), gli esecutori testamentari & gli eredi del grande cantante, da qui a dieci anni dovremmo avere altre ristampe (di sicuro “Bad”, probabilmente pure “Dangerous” e tutti gli altri) e altri dischi con brani inediti. Inediti che dovrebbero comunque figurare anche nella ristampa di “Off The Wall”, fra l’altro ripubblicato già nel 2001, così come gli stessi “Bad” e “Dangerous”.

C’è da dire che le ristampe, a volte, sembrano solo una scusa per propinarci un disco del passato alla cifra non proprio popolare dei diciotto/diciannove euro: penso alla riedizione di “Dark Side Of The Moon”, il classico dei Pink Floyd, uscita nel 2003 in occasione del trentennale dell’album. Si trattava d’un ciddì in SuperAudio, col suono distribuito in cinque canali per impianti surround… vabbene, moltobbello, ma le canzoni erano quelle, non c’era uno straccio di brano aggiuntivo, e il tutto si pagava a prezzo pieno.

Si tratta comunque d’una sgradita eccezione perché il più delle volte le ristampe sono ben meritevoli d’essere acquistate. Nel 2007, ad esempio, sono stati riproposti i tre album da studio dei Sisters Of Mercy con belle confezioni cartonate, note tecniche/critiche, foto & preziosi brani aggiuntivi. L’anno dopo, la stessa operazione è stata replicata (tranne per le confezioni, non di carta ma di plastica) per i dischi dei Mission, band nata da una costola degli stessi Sisters Of Mercy. Anche i dischi di David Sylvian usciti per la Virgin – compresi quelli a nome Japan e Rain Tree Crow – sono stati riproposti in lussuose confezioni cartonate, corredate di canzoni aggiunte; ne ho comprate diverse di queste ristampe sylvianiane, come “Tin Drum” dei Japan, pubblicato in uno stupendo cofanetto con disco aggiuntivo & libretto fotografico, un lavoro davvero ben fatto e pagato la modica cifra di sedici euro. Un altro lavoro lodevole che merita l’acquisto a scatola chiusa da parte dell’appassionato è la ristampa del 2004 di “London Calling” dei Clash, comprensiva di ciddì audio con interessante materiale aggiuntivo e divuddì con documentario & videoclip.

Recentemente, l’etichetta Legacy (di proprietà della Columbia, a sua volta controllata dalla Sony), ha riproposto il primo album di Whitney Houston, ovvero quel disco che portava il suo nome, pubblicato nel 1985 con grande successo in tutto il mondo. “Whitney Houston” è stato così ristampato per il suo venticinquennale con brani aggiuntivi e un divuddì contentene videoclip, apparizioni televisive e nuove interviste. Ancora la Legacy, ad aprile, immetterà sul mercato due interessanti ristampe: una per “This Is Big Audio Dynamite”, l’esordio di Mick Jones come leader dei B.A.D. (originariamente pubblicato anch’esso nell’85), e un’altra per il classico degli Stooges, “Raw Power”, che oltre a proporre esibizioni dell’epoca, inediti & rarità figurerà anche l’originale mix di David Bowie del 1973.

Negli ultimi anni s’è ristampato davvero di tutto, spaziando un po’ fra tutti i generi musicali: “What’s Going On” di Marvin Gaye, “Tommy” degli Who, “Pet Sounds” dei Beach Boys (anche in cofanetto da tre ciddì), “Songs From The Big Chair” per i Tears For Fears, “All Mod Cons” per i Jam, “Our Favourite Shop” per gli Style Council, “Stanley Road” e “Wild Wood” di Paul Weller, “Steve McQueen” dei Prefab Sprout, “Night and Day” di Joe Jackson, i primi quattro album dei Bee Gees, “Guilty” della Streisand, “Songs In The Key Of Life” di Stevie Wonder, “Damned Damned Damned” dei Damned, “Ten” dei Pearl Jam (in un voluminoso cofanetto), l’intero catalogo per Bob Marley, i Doors, Siouxsie And The Banshees, Depeche Mode, Megadeth e Joy Division. E ancora: “Transformer” di Lou Reed, “All The Young Dudes” per Mott The Hoople, “A Night At The Opera” dei Queen, i quattro album da studio dei Magazine, gran parte dei dischi di Bowie, dei Genesis dei Cure e dei New Order, “The Final Cut” dei Pink Floyd, “A Love Supreme” di Coltrane e gran parte dei dischi di Miles Davis (spesso anche in lussuosi cofanetti da tre, quattro o più ciddì). Eppure si sono viste anche ristampe ben più povere, vale a dire senza brani extra e in confezioni standard, per Peter Gabriel, Roxy Music, Simple Minds, David Gilmour, Sting e The Police.

Riproposizione in grande stile, invece, per il catalogo dei Beatles: lo scorso 9 settembre, il fatidico 9/9/09, tutti gli album del gruppo originariamente pubblicati dalla EMI fra il 1963 e il 1970 sono stati ristampati (e remasterizzati) sia singolarmente che tutti insieme in costosi cofanetti (in formato stereo e mono), tuttavia nessun disco contemplava i succosi inediti ancora custoditi in archivio.

Per quanto riguarda i solisti, già nel 1993 la EMI ristampò tutto il catalogo di McCartney nella serie “The Paul McCartney Collection”, mentre fra il 2000 e il 2005 è toccato agli album di John Lennon. Spesso ognuno di questi album include i brani pubblicati all’epoca sui lati B dei singoli e alcune ghiotte rarità. Anche il catalogo di George Harrison è stato rilanciato di recente; qui ricordo in particolare la bella ristampa di “All Things Must Pass”, uscita nel 2001 e curata dallo stesso Harrison. Per quanto riguarda Ringo Starr, l’americana Rykodisc ha ristampato già nei primi anni Novanta i suoi album del periodo 1970-74 con diversi brani aggiuntivi, tuttavia l’operazione s’è conclusa lì e le copie a noi disponibili erano solo quelle d’importazione. Insomma, il catalogo solista di Starr meriterebbe anch’esso una riscoperta, almeno per quanto riguarda i suoi album più antichi.

In definitiva, povere o ricche che siano, tutte queste riedizioni stanno ad indicare che la musica incisa a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta fino ai primi Novanta è ormai giunta alla sua storicizzazione, forse perché si è ormai capito che, musicalmente parlando, quello è stato un periodo straordinario & irripetibile che evidentemente ha ancora molto da dire… e da far sentire!

– Mat

(ultimo aggiornamento: 18 marzo 2010)

Smile: un interesse crescente

brian-wilson-smile-immagine-pubblicaSto ascoltando con crescente interesse “Smile” di Brian Wilson, il leader storico dei Beach Boys. La storia di questo disco è alquanto complessa: inizialmente registrato in estenuanti sedute fra il 1966 e il ’67, e pensato come seguito di “Pet Sounds” dei Beach Boys, “Smile” è stato infine accantonato, anche per via del crollo mentale nel quale il buon Brian incappò in quel periodo.

Dopo anni di misteri, pubblicazioni più o meno ufficiose & ufficiali del materiale tratto dalle registrazioni di “Smile”, nel 2004 lo stesso Brian Wilson s’è assunto l’onere di dare una forma coerente al materiale inciso in quelle lontane session e di pubblicarlo in forma di album.

Un album meraviglioso della durata di quarantasette minuti, reinciso daccapo (anche se a me suona più come una rifinitura e una sovraincisione sulle basi dell’epoca…) e pubblicato in quel 2004. Le atmosfere dolcemente surreali sono le stesse che si possono ascoltare in “Pet Sounds”, tanto che “Smile” suona perfettamente come la seconda parte di “Pet Sounds”. Davvero notevole, in particolare, la canzone numero dieci, Surf’s Up.

Ricordo che questa definitiva versione wilsoniana del capolavoro perduto dei Beach Boys venne accolta con tutti gli onori dalla critica, e anche il pubblico dimostrò un certo interesse. Nel 2004 vidi “Smile” nelle vetrine dei negozi ma, seppur compiaciuto, non ci feci troppo caso: ora che il disco m’interessa veramente non lo vedo da nessuna parte. Ma non ho fretta, il giorno che me lo troverò davanti a prezzo speciale lo farò mio. E magari verrà fuori anche un post più esauriente sull’argomento.

– Mat

Altre canzoni, altre citazioni musicali

Stevie Wonder Sir Duke immagine pubblicaDopo un post che riportava alcune autoreferenze musicali fra (ex) componenti d’una stessa band, ora vediamo quali brani si riferiscono – più o meno direttamente – a cantanti, gruppi o componenti di band esterne all’artista che canta e/o scrive la canzone.

Citazioni che esplicitano i Beatles si trovano in All The Young Dudes dei Mott The Hoople, Born In The 50’s dei Police, in Ready Steady Go dei Generation X e in Encore dei Red Hot Chili Peppers, mentre i Clash sfottono la beatlemania in un verso dell’ormai classica London Calling. In realtà, nel periodo in cui i Beatles erano attivi e famosi in tutto il mondo, comparvero diverse canzoni di artisti meteore che citavano i quattro per i motivi più disparati: ricordo, ad esempio, una canzone rivolta a Maureen Starkey, prima moglie di Ringo Starr, che doveva ‘trattare bene’ il batterista, ma anche una rivolta a John Lennon, che, secondo il suo autore, s’era spinto troppo oltre con la celebre sparata dei ‘Beatles più famosi di Cristo’. Anche noti artisti italiani hanno citato i Beatles, come Gianni Morandi in C’era Un Ragazzo Che Come Me… e gli Stadio in Chiedi Chi Erano i Beatles.

Alla prematura & sconvolgente morte di Lennon fanno invece riferimento Empty Garden di Elton John, Life Is Real (Song For Lennon) e Put Out The Fire dei Queen, Murder di David Gilmour, ma anche la famosa Moonlight Shadow di Mike Oldfield. John vivo & vegeto viene invece citato da David Bowie nella sua celebre Life On Mars? del 1971… Bowie che a sua volta viene citato – con Iggy Pop – in Trans Europe Express dai Kraftwerk. Esiste tuttavia una canzone chiamata proprio David Bowie, pubblicata dai Phish… che poi, a dire il vero, le citazioni riguardanti Bowie sono molte di più: uno dei più acclamati biografi di David, Nicholas Pegg, dedica alla questione un intero paragrafo nella sua notevole enciclopedia.

Anche i Rolling Stones sono stati oggetto di diverse citazioni, fra le quali le stesse C’era Un Ragazzo Che Come Me…, All The Young Dudes e Ready Steady Go viste sopra, ma anche I Go Crazy dei Queen e She’s Only 18 dei Red Hot Chili Peppers. Il solo Mick Jagger viene invece citato da David Bowie nella sua Drive In Saturday e ritratto in altre canzoni del suo “Aladdin Sane” (1973), mentre i Maroon 5 hanno addirittura creato una Moves Like Jagger.

Billy Squier ci ricorda Freddie Mercury con I Have Watched You Fly, così come ha fatto anche il nostro Peppino Di Capri in La Voce Delle Stelle, mentre a commemorare Kurt Cobain ci hanno pensato Patti Smith in About A Boy e i Cult con Sacred Life. Riferimenti a Elvis Presley si trovano in diverse canzoni di Nick Cave, così come in Angel degli Eurythmics, mentre i Dire Straits lo invocano in Calling Elvis. Nella sua God, John Lennon dice invece di non crederci più, in Elvis, così come in Bob Dylan. Dylan che viene esplicitamente citato in Song For Bob Dylan di Bowie e in Bob Dylan Blues di Syd Barrett ma che tuttavia viene sbeffeggiato in alcuni inediti lennoniani come Serve Yourself.

Citazione-omaggio per Brian Wilson dei Beach Boys da parte dei Tears For Fears in Brian Wilson Said, dove la band inglese rifà anche il verso ad alcuni tipici effetti corali dell’indimenticata surf band americana. Invece al celebre tenore Enrico Caruso hanno reso omaggio, oltre a Lucio Dalla con la struggente Caruso, anche gli inglesi Everything But The Girl con The Night I Heard Caruso Sing. Il grande Duke Ellington ci viene ricordato da Stevie Wonder con la famosa Sir Duke (nella foto in alto, la copertina del singolo), ma il pezzo più impressionante dedicato al duca è di Miles Davis che, con He Loved Him Madly, realizza uno straordinario requiem in stile fusion per il suo idolo musicale. Un altro grande artista nero, Marvin Gaye, ci viene invece malinconicamente ricordato in un successo dei Commodores, Nightshift, mentre trent’anni dopo il giovane Charlie Puth si è fatto notare con una canzone chiamata proprio Marvin Gaye.

A Jonathan Melvoin, tastierista degli Smashing Pumpkins morto d’overdose nel ’96, Prince ha dedicato la bellissima The Love We Make (Jonathan era amico di Prince, giacché questi era stato fidanzato a lungo con sua sorella, Susannah Melvoin). Invece il truce rapper The Notorius B.I.G. è stato omaggiato dalla fortunata I’ll Be Missing You, un duetto fra Puff Daddy e Faith Evans basato sulle note di Every Breath You Take dei Police.

Oltre ai ricordi dolorosi, però, ci sono anche sentimenti d’amicizia e di stima, simpatie, accuse e sfottò… ecco quindi i Police che si fanno beffe di Rod Stewart in Peanuts e i Sex Pistols che, in New York, deridono tutta la scena punk americana che sembra averli preceduti. La scena punk inglese viene invece omaggiata da Bob Marley in Punky Reggae Party, dove il grande artista giamaicano cita i Clash, i Jam e i Damned. I Pink Floyd rimpiangono invece Vera Lynn in Vera, tratta dal loro monumentale “The Wall”. In She’s Madonna, Robbie Williams, oltre a farsi accompagnare dai Pet Shop Boys (citati anch’essi in un altro pezzo di Robbie), esprime il suo apprezzamento per… Madonna. E se Wayne Hussey dei Mission canta la sua vicinanza a Ian Astbury dei Cult in Blood Brother, gli Exploited urlano l’innocenza di Sid Vicious in, appunto, Sid Vicious Was Innocent. Altri riferimenti alla parabola di Sid (e della compagna Nancy Spungen) li possiamo trovare in I Don’t Want To Live This Life dei Ramones e in Love Kills di Joe Strummer. I Sex Pistols in quanto tali sono invece citati in una canzone dei Tin Machine, così come in un’altra di quel gruppo capeggiato da David Bowie viene citata Madonna.

Non è mai stato chiarito da Michael Jackson se la sua Dirty Diana si riferisca all’amica Diana Ross o meno, ma per completezza ci mettiamo anche questa, così come non è chiaro il destinatario di You’re So Vain, il più grande successo di Carly Simon (secondo i più è indirizzata a Mick Jagger che, in realtà, contribuisce ai cori della canzone stessa). Di certo una curiosa immagine di Yoko Ono ci viene invece offerta da Roger Waters nella sua The Pros And Cons Of Hitch Hiking.

Per quanto riguarda gli italiani, mi vengono in mente La Grande Assente di Renato Zero (un omaggio all’amica Mia Martini), No Vasco di Jovanotti (non so se il titolo è esatto, comunque il riferimento è Vasco Rossi) e quella buffa canzone di Simone Cristicchi che cita di continuo Biagio Antonacci.

Quali altri esempi conoscete? Di certo, oltre a quelli che non conosco io, ce ne sono molti altri che ho dimenticato di citare.

– Mat

(ultimo aggiornamento il 7 aprile 2017)

The Style Council, “Confessions Of A Pop Group”, 1988

the-style-conuncil-confessions-of-a-pop-group-immagine-pubblicaC’è un disco che più di altri mi sembra una perfetta colonna sonora per questi ultimi malinconici giorni d’estate: “Confessions Of A Pop Group”, quarto e ultimo album ufficiale degli Style Council, il loro album più maturo, più raffinato e, forse forse, addirittura il più bello.

“Confessions Of A Pop Group” è uno straordinario amalgama di pop d’autore, sofisticazioni jazz, innesti di musica classica, soul e funk, il tutto diviso in due facciate (per quanto riguarda la stampa in elleppì): ‘The Piano Paintings’ e ‘Confessions Of A Pop Group’. Come s’intuisce dal titolo, nella prima parte è il pianoforte del bravissimo Mick Talbot lo strumento portante, in una serie di cinque meravigliose ballate di grande atmosfera. Vediamole separatamente…

1) It’s A Very Deep Sea è un’apertura perfetta per questo lavoro, una malinconica ballata pianistica, con effervescenti spruzzate della batteria in stile jazz. E’ un pezzo d’immensa classe, a testimonianza della grande maturità artistica, espressiva e compositiva raggiunta in quel periodo da Paul Weller, cuore & anima degli stessi Style Council.

2) Collegato al brano precedente dalla risacca del mare, ecco The Story Of Someone’s Shoe, chiaramente influenzato dai Beach Boys del periodo “Pet Sounds” e dal ripetutto uso dei cori – ad opera di The Swingle Sisters – anche in chiave ritmica. Assolutamente deliziosa la parte di vibrafono che regge tutta la canzone, molto bella tutta la parte vocale di Paul.

3) Changing Of The Guard è il pezzo che preferisco fra le undici tracce complessive incluse in quest’album: una stupenda ballata cantanta da Paul Weller e dalla moglie (all’epoca) Dee C. Lee. L’andamento armonico della canzone, la sua melodia avvolgente & struggente, il modo in cui le voci di Paul e di Dee C. s’intrecciano in quello che è un duetto da antologia, fa di Changing Of The Guard una delle vette artistiche degli Style Council e anche uno dei punti più alti del pop d’autore inglese.

4) Basterebbero i tre brani in sequenza appena visti per giustificare l’acquisto di “Confessions Of A Pop Group”, tuttavia l’album va avanti nel regalarci altre grandi emozioni. Abbbiamo quindi due brevi strumentali eseguiti dal solo Mick Talbot, ovvero The Little Boy In The Castle e A Dove Flew Down From The Elephant, unìti in sequenza come un’unica traccia. Anche se dal tono fortemente malinconico, questo breve interludio pianistico è un’autentica gioia per le orecchie!

5) Come recita la scritta in copertina, The Garden Of Eden è una suite in tre parti, invero il pezzo più complesso del disco: la prima parte, dominata dall’arpa, è praticamente un brano di musica classica, al quale fa seguito dopo due minuti e mezzo il pezzo centrale, quello più lungo, affidato alla voce angelica della Lee. E’ un’atmosferica ballata di jazz orchestrale, alla quale fa seguito una coda strumentale che, in parte, riprende il tema dell’iniziale It’s A Very Deep Sea (cantato da Paul).

6) Voltiamo lato al nostro elleppì ed eccoci alle prese con la facciata propriamente intitolata ‘Confessions Of A Pop Group’, che ci offre un repertorio più vicino al tipico standard degli Style Council. Si riparte quindi con la movimentata e coinvolgente Life At The Top Peoples Health Farm, pubblicata come singolo apripista dell’album. Caratterizzata da una voce di Paul filtrata elettronicamente, la canzone è una delle tante staffilate dei nostri alla situazione politica e sociale dell’Inghilterra thatcheriana.

7) Con la successiva e deliziosa Why I Went Missing il ritmo rallenta un po’, ma la classe di questa band non cambia di una virgola. Qui abbiamo un testo più personale che, come quelli della precedente facciata, riflette i cambiamenti personali vissuti dal proprio autore, Paul Weller.

8) Pubblicata anch’essa su singolo, How She Threw It All Away, è un mirabile esempio di come suoni una tipica canzone pop degli Style Council: musica coinvolgente, arrangiamento ricercato, grande prestazione vocale, ritornello orecchiabile & cantabile.

9-10) Il pulsante Iwasadoledadstoyboy è uno dei miei pezzi preferiti in questo album, un funk alquanto danzereccio caratterizzato da una grintosa prova vocale di Paul. Gli fa seguito l’elegante pop jazzato di Confessions 1, 2 & 3, un brano che si ricollega alle atmosfere della prima facciata: quasi un altro duetto fra Paul e Dee C., questa è la canzone perfetta per allietare le notti di questi ultimi giorni d’estate.

11) Conclude il tutto l’epico funk in tempo medio dell’omonima Confessions Of A Pop Group, una maratona di nove minuti. A chi avesse dimestichezza col repertorio degli Style Council, questo lungo brano potrebbe ricordare Money-Go-Round, l’irresistibile pezzo funky pubblicato dai nostri nel 1983, soltanto che qui il ritmo e l’atmosfera complessiva risultano più dilatate. Grande protagonista, in entrambi i brani citati, il basso slap di Camelle Hinds, in quegli anni collaboratore frequente di Weller e compagni.

Bistrattato dalla critica (che comunque non ha mai perdonato a Paul di aver sciolto i Jam nel 1983 per fondare appunto gli Style Council), svantaggiato da una campagna pubblicitaria non proprio azzeccata, “Confessions Of A Pop Group” raggiunse una deludente & immeritata quindicesima posizione nelle charts inglesi. Fu l’ultimo atto ufficiale degli Style Council, dopo che nel 1989 la loro etichetta discografica rifiutò l’album successivo, “Modernism”. Paul Weller tornerà alla ribalta negli anni Novanta e lo farà alla grande… ma stavolta come solista.

– Mat

Rolling Stones

rolling-stones-immagine-pubblica-blogNon ricordo esattamente la prima volta che ho sentito parlare dei Rolling Stones, di sicuro però la prima volta che li ho sentiti nominare era perché venivano contrapposti ai Beatles. In effetti credo che si sia parlato degli Stones più a proposito della loro presunta rivalità coi Fab Four che per i loro reali meriti artistici.

Anche il più profano degli ignorantoni musicali saprebbe nominare il titolo d’una qualche canzone dei Beatles o addirittura d’un loro album, ma non sono sicuro che la stessa cosa possa dirsi per gli Stones.

Ho avuto modo d’apprezzare relativamente tardi i Rolling Stones, in particolare nel 2002, quando mi sono fiondato in negozio per comprare la loro doppia raccolta “Forty Licks”. E così mi sono interessato un po’ di più a quella che consideravo una band di dinosauri ma che invece era & resta una grande band. Forse la rock band per antonomasia.

L’anno scorso, infine, sono andato anche a comprarmi “According To Rolling Stones”, la storia del gruppo raccontata in prima persona dai componenti della band – Mick Jagger, Keith Richards, Charlie Watts e Ron Wood – e dalle persone che più sono state in contatto con loro in tutti questi anni che la band ha calcato le scene (un libro che vorrei rileggermi, a dire la verità).

La storia dei Rolling Stones è stata davvero straordinaria, fin dagli inizi, fin da quando la band era un quintetto composto da Jagger, Richards e Watts con Brian Jones e Bill Wyman. C’era anche un sesto componente fra gli Stones, Ian Stewart, ma partecipava solo alle sedute di registrazione e poco si vedeva nei concerti e pochissimo nelle foto della band. Era brutto Ian, così si diceva, probabilmente chiudendo più d’un occhio sui connotati facciali di Charlie e Bill.

I Rolling Stones debuttarono professionalmente su disco con la Decca (l’etichetta che aveva rifiutato i Beatles a tutto vantaggio della EMI) nel 1963 ma non ricordo mai con quale singolo e con quale album… si trattava comunque di cover di altri artisti. Un giorno John Lennon e Paul McCartney scrissero un pezzo per gli Stones, I Wanna Be Your Man, spronando gli stessi Mick Jagger e Keith Richards a stringere un sodalizio autoriale che, di fatto, divenne il principale rivale delle canzoni beatlesiane nelle classifiche britanniche e statunitensi per tutto il corso degli anni Sessanta.

E così, sull’onda dell’inaudito succeso dei Beatles, la musica inglese conquistò il mondo e i Rolling Stones ebbero tutte le capacità di ritagliarsi uno spazio tutto loro in un panorama assai variegato che comprendeva nomi del calibro di Bob Dylan, The Who, Cream, The Jimi Hendrix Experience, The Doors, The Beach Boys, Monkees, Simon & Garfunkel, Bee Gees e Pink Floyd. Insomma, un panorama pop-rock di tutto rispetto che contribuì a definire quello che molto probabilmente verrà ricordato come il decennio musicale che ha prodotto la musica migliore.

Scioltisi i Beatles, perso Brian Jones per una morte misteriosa & discussa, finita l’era hippy conseguente all’escalation dell’impegno statunitense in Vietnam, gli anni Settanta rappresentarono fin dall’inizio un cambio di scenario repentino. Gli Stones seppero reagirvi producendo una stringa di album che molti critici ritengono le pietre miliari dell’arte stoniana, da “Beggars Banquet” del 1968 al doppio “Exile On Main Street” del 1972.

Sul finire degli anni Settanta, i Rolling Stones erano ritenuti un’istituzione ma dovettero fare i conti con la nascente scena punk che li bollava come esponenti d’un rock milionario lontano dalla gente e dalla loro dura quotidianità. La band reagì bene, nonostante un importante cambio di formazione avvenuto a metà anni Settanta, quando Ron Wood dei Faces sostituì il dimissionario Mick Taylor, a sua volta sostituto dello sfortunato Brian Jones.

I Rolling Stones mantennero la rotta del successo anche durante gli anni Ottanta, sebbene ci fu un periodo in cui Keith Richards e soprattutto Mick Jagger sembravano seriamente intenzionati a procedere da soli. Fortuna per loro, nessun progetto solista riguardante i componenti degli Stones – Charlie Watts diede addirittura vita ad un gruppo jazz – riuscì ad oscurare il celebre marchio, per cui la band passò indenne anche gli anni Novanta, seppur perdendo un componente originale, Bill Wyman, che mollò il gruppo tra infinite polemiche nel ’93.

Oggi come oggi i Rolling Stones rappresentano non solo un’istituzione musicale vera e propria, ma un marchio noto in tutto il mondo che fattura milioni di dollari. Sono vecchi, a volte possono anche far ridere eppure penso che abbiano più grinta loro di tante giovani band messe insieme. O quantomeno hanno un carisma unico al mondo, che nessun’altra band potrà mai eguagliare da qui a ventanni.

Per quanto mi riguarda, ascolto gli Stones a periodi: ci sono delle settimane in cui li sento quasi di continuo, suonando un po’ dappertutto le loro canzoni storiche (quelle che più amo sono Gimme Shelter, Sympathy For The Devil, Miss You, Beast Of Burden, Satisfaction, Start Me Up, It’s Only Rock ‘n’ Roll, Angie, Fool To Cry, She’s A Rainbow, Shattered, You Can’t Always Get What You Want, Anybody Seen My Baby?), poi magari non li ascolto più per mesi quasi dimenticandomi di loro. In questo momento, infatti, non li sto ascoltando e forse questo post ne subirà le conseguenze, ma sul serio non m’importa.

In fondo non sono mai stati niente di speciale gli Stones, da un punto di vista prettamente tecnico-musicale, eppure è impossibile ignorarli per ogni serio appassionato di musica rock. Credo che questa sia la vera forza dei Rolling Stones: piacciano o no, se apprezziamo la musica & siamo consumatori abituali di dischi non possiamo proprio far finta che non ci siano.

– Mat

The Good, The Bad & The Queen, 2007

the-good-the-bad-and-the-queen-damon-albarn-clash-blurIn questi giorni sto ascoltando quasi a ripetizione (o a manetta, come si dice in gergo) l’album omonimo di The Good, The Bad & The Queen, ovvero un supergruppo costituito nel 2006 da Damon Albarn dei Blur (o dei Gorillaz, se preferite), da quel monumento di Paul Simonon dei Clash, da Simon Tong (ex chitarrista dei Verve) e dal raffinato batterista Tony Allen, collaboratore di Albarn già da un po’.

“The Good, The Bad & The Queen” è un disco uscito al principio di quest’anno ma che non ho comprato immediatamente, nonostante l’allettante presenza di Paul, che suona il basso in tutti i pezzi e contribuisce ai cori. Diversi mesi prima, un amico blogger mi aveva già anticipato la bellezza di quest’album, avvertendomi che l’avrei apprezzato via via sempre di più. Ebbene devo dargli ragione (oltre che ringraziarlo): ho comprato il ciddì di “The Good, The Bad & The Queen” un mesetto fa ma in questi giorni è finalmente esploso il mio amore per questa musica. Sarò banale & scontato se mi azzardo a dire che questo è un sound di non facile catalogazione? A me suona come una sorta di disincantato ma cullante dub/reggae, spruzzato con la tipica eccentricità di tanti arrangiamenti pop-rock che la musica inglese ci ha splendidamente proposto dall’era Beatles ad oggi.

Qui non mi prodigherò in una delle mie solite (e forse noiose, chissà…) recensioni. Mi limiterò a dire che il motivo per cui ho comprato questo disco, cioè il basso di Paul Simonon, c’è & si sente, che lo stile di Damon Albarn (che conoscevo appena da qualche pezzo dei Blur e dei Gorillaz) è molto interessante & personale (lui è la mente del gruppo, il cantante & l’autore dei pezzi, e mi pare decisamente bravo), che Simon Tong è un menestrello tanto discreto & puntuale quanto abile, che il tocco di Tony Allen è proprio sorprendente.

Ovviamente, i pezzi che preferisco sono… tutti! Sul serio, non ce n’è uno che non s’incastri perfettamente nei quasi cinquanta minuti di durata dell’album. Comunque, se proprio devo citare qualche canzone, dico che trovo bellissima 80’s Life, con reminiscenze dell’era “Pet Sounds” dei Beach Boys, memorabili la saltellante Northern Whale e l’iniziale History Song. Ma anche A Soldier’s Tale … ma anche The Bunting Song… ma anche il primo singolo, Herculean …insomma, tutte!

Per farla corta, per farla breve, “The Good, The Bad & The Queen” è un album che non dovrebbe scontentare nessun vero fan dei Clash, specie se ammiratore come me dell’era “Sandinista!”. A me è piaciuto. E tanto.

– Mat