George Harrison, “All Things Must Pass”, 1970

George Harrison All Things Must Pass immagine pubblicaPer sua stessa ammissione, John Lennon disse che le canzoni migliori del “White Album” e di “Abbey Road” erano, rispettivamente, While My Guitar Gently Weeps e Something, scritte entrambe dal collega George Harrison. Non solo erano le migliori che i Beatles avessero offerto in quei due storici album ma erano anche indicative dello stato di grazia di Harrison in quel periodo, che di belle canzoni ne mise su nastro molte altre. Talmente tante che avrebbero riempito non due ma addirittura sei facciate di vinile, dando così vita al primo album triplo mai realizzato da un singolo artista.

Stiamo ovviamente parlando di “All Things Must Pass”, il magnifico album da solista che George Harrison ha prodotto insieme a Phil Spector in quel tormentato 1970 che ha sancito la fine dei Beatles, e quindi pubblicato nel novembre di quello stesso anno. Un album, “All Things Must Pass”, che non solo rappresenta tuttora l’apice creativo-espressivo d’un Beatle in veste solista ma che può essere tranquillamente posto sullo stesso livello di due capolavori beatlesiani come appunto “Abbey Road” e il “White Album”.

Gran parte del materiale di “All Things Must Pass” è formato da una serie di magnifiche ballate come Isn’t It A Pity (proposta in due versioni sensibilmente diverse, soprattutto per durata), Behind That Locked Door, Let It Down, Run Of The Mill, Beware Of Darkness (tra le canzoni più belle mai realizzate da un Beatle, secondo la mia modesta opinione), Ballad Of Sir Frankie Crisp, Hear Me Lord e quindi la stessa All Things Must Pass. Non mancano tuttavia brani decisamente rock come Wah-Wah (a quanto pare ispirata da un litigio avvenuto in studio con Paul McCartney) e Art Of Dying (dove oltre a uno sfolgorante Eric Clapton alla chitarra c’è anche un giovanissimo Phil Collins alle percussioni), o brani dal sapore inevitabilmente più beatlesiano come What Is Life e Apple Scruffs.

E se l’intero terzo disco è composto da lunghe jam session strumentali, tra le quali segnalo l’epica Out Of The Blue e la grintosa I Remember Jeep, in “All Things Must Pass” c’è spazio anche per un paio di interessanti collaborazioni autoriali con Bob Dylan: I’d Have You Anytime, la splendida ballata iniziale che apre tutta l’opera, della quale Dylan ha scritto il romantico testo, e una If Not For You che quindi ha visto la luce quasi in contemporanea con l’analoga versione inserita da Bob nel suo album “New Morning” (1970). Il pezzo più celebre di “All Things Must Pass” resta però My Sweet Lord, brano che non dovrebbe aver bisogno di presentazioni, a sua volta il pezzo più rappresentativo dell’Harrison solista: fu un successo d’alta classifica che trascinò anche l’album al vertice della Top Ten dei dischi più venduti in quel periodo.

Fedele alla concezione tutta spectoriana del “wall of sound”, vale a dire una serie di sovrapposizioni di molteplici strumenti sulla traccia base, “All Things Must Pass” offre inoltre una corposa schiera di musicisti: oltre ai già citati Clapton e Collins, infatti, l’album figura anche Billy Preston (piano e tastiere), Ginger Baker (batteria), Peter Frampton (chitarra), Pete Drake (chitarra pedal steel), Dave Mason (chitarra), Klaus Voormann (basso), Jim Gordon (batteria), Bobby Keys (sassofono), Alan White (batteria) e altri ancora, tra i quali ovviamente non poteva mancare Ringo Starr. Quest’ultimo, narra la leggenda, a un certo punto avrebbe portato con sé in studio anche Maurice Gibb dei Bee Gees, il quale suonerebbe il piano in una delle due Isn’t It A Pity?, ma c’è chi sostiene (come il già citato Alan White) che anche John Lennon ha dato il suo contributo strumentale in qualcuno dei pezzi.

Vale la pena spendere due parole, infine, sulla bella riedizione di “All Things Must Pass” pubblicata nel 2001 in occasione del suo trentennale, una riedizione in due ciddì curata personalmente dallo stesso George. Arricchita da interessanti brani inediti – tra cui una nuova versione di My Sweet Lord registrata ad hoc – e con note interne scritte dallo stesso Harrison, quella riedizione di “All Things Must Pass” è stata purtroppo l’ultimo titolo accreditato al solo George Harrison che l’artista ha visto pubblicare in vita.

-Mat

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Donald Fagen, “The Nightfly”, 1982

Donald Fagen The Nightfly immagine pubblicaSì, lo so che oggi ricorre il cinquantesimo anniversario di “Sgt. Pepper”, e che forse avrei dovuto scrivere qualcosa in proposito. Penso però di aver già scritto abbastanza sul capolavoro dei Beatles (vedi QUI per tutto ciò che c’è da sapere sulle nuove ristampe e QUI per una recensione sul disco in quanto tale), per cui non avrei fatto altro che ripetermi. E poi c’è da dire che, in verità, avevo già pronto da qualche giorno tutt’altro post, che per pura coincidenza mi sono deciso a pubblicare proprio oggi. Vediamo un po’ di che si tratta.

Capolavoro da solista per Donald Fagen, uscito la bellezza di trentacinque anni fa, “The Nightfly” è uno di quei dischi dei quali avrei voluto parlare molti post fa. E’ un album che in effetti conosco ormai da una vita, almeno fin da quando ho iniziato a comprare musica con regolarità, al principio degli anni Novanta. E’ una sorta di concept album, visto che i testi delle sue otto canzoni riflettono i sogni e le speranze di un teenager di provincia americano a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, quando cioè gli Stati Uniti viaggiavano verso quella “nuova frontiera” così bene espressa da John Fitzgerald Kennedy durante la sua vittoriosa campagna presidenziale del 1960. Un teenager di provincia che ovviamente altri non è che il nostro Donald Jay Fagen, nato in New Jersey nel gennaio del 1948.

Musicalmente parlando, “The Nightfly” vanta invece un sound professionale e corposo, eppure caldo e divertente, fin da quelle prime, saltellanti e inconfondibili note con le quali inizia la prima canzone in programma, quella I.G.Y. che può essere considerata la canzone più rappresentativa del Fagen solista. E’ un lungo brano di sei minuti all’interno d’un disco che di minuti ne dura quaranta scarsi; un brano magnifico, prodotto, cantato e suonato meravigliosamente bene, e che forse da solo giustifica l’acquisto dell’intero disco.

Tra le altre canzoni di “The Nightfly” che più apprezzo metto senz’altro Maxine, una suadente ballata intrisa di soul e con una spruzzatina di doo-wop, e quindi la vivace e swingante Walk Between The Raindrops, posta a chiusura del disco e forse fin troppo breve. Il resto dell’album figura la funky Green Flower Street, la festaiola Ruby Baby (che è l’unico brano non originale, e non scritto da Fagen, tra quelli in programma), la serrata New Frontier, la caraibica The Goodbye Look, e quindi l’omonima The Nightfly, che forse è il brano qui presente che più ricorda lo stile degli Steely Dan.

Prodotto da quello stesso Gary Katz che aveva già partecipato a tutti gli album degli Steely Dan incisi in precedenza, “The Nightfly” vede la partecipazione di tutta una serie di musicisti turnisti di prim’ordine, tra i quali ricordo i chitarristi Hugh McCracken, Larry Carlton e Dean Parks, i bassisti Chuck Rainey e Marcus Miller, i batteristi Steve Jordan e Jeff Porcaro, i pianisti/tastieristi Michael Omartian e Greg Phillinganes, il trombettista Randy Brecker e quindi i sassofonisti Michael Brecker e David Tofani.

Parlando d’un album come “The Nightfly”, infine, non si può non menzionarne anche la caratteristica copertina: rigorosamente in bianco e nero, con Donald Fagen che interpreta il deejay alle prese – alle ore piccole del mattino – con quel “jazz & conversation” a cui fa riferimento nella stessa The Nightfly.

-Mat

The Beatles, “Sgt. Pepper” 50 anni dopo, e tutto ciò che c’è da sapere

The Beatles Sgt Pepper 50 anni box 6 dischiFinalmente, dopo settimane d’indiscrezioni, è arrivata l’ufficialità: quello che a questo punto viene riconosciuto dagli stessi Beatles come il loro capolavoro, l’album “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band“, verrà ripubblicato il 26 maggio in occasione del suo cinquantennale. E stavolta non si tratta dell’ennesimo remaster con tanto di nuova confezione cartonata; stavolta alla Apple hanno fatto le cose in grande.

Pubblicato originariamente in Gran Bretagna il 1° giugno 1967, “Sgt. Pepper” sarà infatti nuovamente disponibile in un lussuoso cofanetto da ben sei dischi (quattro ciddì, un divuddì e un bluray), contenente l’album originale opportunamente remixato (e non semplicemente remasterizzato) da Giles Martin (il figlio di George Martin, lo storico produttore dei Beatles, che ovviamente produsse anche “Sgt. Pepper”), la versione mono originale tanto dell’album quanto del singolo Strawberry Fields Forever/Penny Lane (due canzoni inizialmente concepite come parte integrante dell’album ma infine escluse perché la EMI preferì pubblicarle prima su singolo), una buona trentina di registrazioni alternative e soprattutto inedite delle canzoni pepperiane (una cosa alla “Anthology”, insomma), la versione 5.1 “surround” dell’album, un documentario del 1992 (debitamente restaurato) sul “making of” del disco, i videoclip di Strawberry Fields, Penny Lane e A Day In The Life, e quindi l’inevitabile serie di gadget compresi poster, inserti cartonati e il fondamentale libretto illustrativo con note storico-tecniche e fotografie (anche inedite) del periodo.

Questo, in sintesi, il cofanettone deluxe. Per i meno fanatici sarà comunque disponibile un doppio ciddì contenente sia il remix di Giles Martin dell’album che una selezione delle 33 versioni alternative dei brani altrimenti disponibili solo nel box. Il cinquantennale di “Sgt. Pepper” sarà commemorato anche attraverso il vinile: uscirà infatti un doppio trentatré contenente sia la versione remix che la versione mono, mentre già in occasione del prossimo Record Store Day, in programma il 22 aprile, verrà distribuito il singolo da sette pollici di Strawberry Fields Forever/Penny Lane.

Allora, riepilogando, il cofanettone deluxe da sei dischi conterrà quanto segue:

CD1 (il nuovo remix curato dal figlio di George Martin): 1. Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, 2. With A Little Help From My Friends, 3. Lucy In The Sky With Diamonds, 4. Getting Better, 5. Fixing A Hole, 6. She’s Leaving Home, 7. Being For The Benefit Of Mr. Kite!, 8. Within You Without You, 9. When I’m Sixty-Four, 10. Lovely Rita, 11. Good Morning Good Morning, 12. Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (Reprise), 13. A Day In The Life.

CD2 (le cosiddette “Sgt. Pepper Sessions 1966-67”): Strawberry Fields Forever, cinque versioni identificate come Take 1 (già su “Anthology 2”, 1996), Take 4, Take 7 (già su “Anthology 2”), Take 26 e Stereo Mix 2015; la Take 2 di When I’m Sixty-Four; tre versioni di Penny Lane identificate come Take 6 (strumentale), Vocal Overdubs And Speech e Stereo Mix 2017; cinque versioni di A Day In The Life identificate come Take 1, Take 2, Orchestra Overdub, Hummed Last Chord (comprendente le Take 8-11) e The Last Chord; due versioni di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, ovvero Take 1 (strumentale) e Take 9; due versioni di Good Morning Good Morning (Take 1 e Take 8, quest’ultima già su “Anthology 2”).

CD3 (il seguito del secondo ciddì): due versioni di Fixing A Hole (Take 1 e Speech And Take 3); la Take 7 di Being For The Benefit Of Mr. Kite! (già su “Anthology 2”); la Speech And Take 9 di Lovely Rita; due versioni di Lucy In The Sky With Diamonds (Take 1 e Take 5, intervallate da vari Speech); due versioni di Getting Better (Take 1, strumentale, e Take 12); due versioni di Within You Without You (Take 1 e George Coaching The Musicians); due versioni strumentali di She’s Leaving Home (Take 1 e Take 6); le Take 1 e 2 di With A Little Help From My Friends; la versione Speech And Take 8 di Sgt. Peppers Lonely Hearts Club Band (Reprise).

CD4: la versione mono originale del 1967 di “Sgt. Pepper” più sei brani bonus, tutti mono anch’essi, e cioè Strawberry Fields Forever (Original Mono Mix), Penny Lane (Original Mono Mix), A Day In The Live (Unreleased First Mono Mix), Lucy In The Sky With Diamonds (Unreleased Mono Mix nr. 11, che si credeva perduto), She’s Leaving Home (Unreleased First Mono Mix) e Penny Lane (Capitol Records U.S. Promo Single, per l’edizione americana dell’epoca).

Blu-ray e dvd: “Sgt. Pepper”, Strawberry Fields Forever e Penny Lane, sia in 5.1 “surround” che in stereo ad alta risoluzione, e quindi il “Making Of” dell’album (sui cinquanta minuti, con contributi del ’92 di Paul McCartney, Ringo Starr, George Harrison e George Martin) e i tre videoclip del ’67.

Insomma, c’è davvero da leccarsi i baffi, considerando che il tutto è anche proposto in un bel box che fa pure la sua figura. Il prezzo, non proprio modicissimo, si aggira sui cento euro. Penso proprio che sia una spesa che valga la pena di fare. Sono anche tentato dall’acquisto, in occasione del Record Store Day, del 45 giri contenente il doppio lato A Strawberry Fields Forever/Penny Lane. Torneremo ad aggiornarci sull’argomento.

-Mat

The Beatles, “Rubber Soul”, 1965

The Beatles Rubber Soul immagine pubblicaConsiderato il primo grande album dei Beatles, e non una semplice raccolta di canzoni più o meno inedite, “Rubber Soul” ha effettivamente un ruolo centrale nella discografia dei Fab Four. Pubblicato alla fine di quel 1965 che aveva visto consolidarsi la beatlemania come un vero e proprio fenomeno culturale e non soltanto discografico, “Rubber Soul” è lo specchio sonoro dei Beatles nel loro più importante momento di transizione. I cinque dischi che l’avevano preceduto – “Please Please Me” (1963), “With The Beatles” (1963), “A Hard Day’s Night” (1964), “Beatles For Sale” (1964) e “Help!” (1965) – rappresentavano gli anni giovanili, per così dire, mentre quelli che gli sarebbero immediatamente succeduti – “Revolver” (1966) e “Sgt. Pepper” (1967) – avrebbero rappresentato il culmine di quel periodo sperimentale, più adulto, che proprio con “Rubber Soul” aveva iniziato ad affacciarsi.

Eppure il nostro album ha avuto una genesi del tutto particolare che, in realtà, non lasciava presagire nessun capolavoro. Anzi. All’epoca, secondo il contratto sottoscritto con la EMI, i Beatles dovevano dare alle stampe almeno quattro singoli e due album all’anno, e così, dopo aver recitato nel film “Help!”, fatto pubblicare il relativo album-colonna sonora e intrapreso l’inevitabile tour internazionale, i Beatles erano tornati agli studi di Abbey Road il 12 ottobre.

L’obiettivo era ovviamente di realizzare il secondo album annuale per la EMI, e quindi un disco “dovuto” più che artisticamente “sentito” dalla band. E quel contratto non veniva certo sospeso quando l’ispirazione latitava e la stanchezza ci metteva del suo. Si partì infatti da Run For Your Life, un debole country pop dal fastidioso testo sessista, una canzone che qualcosa doveva alla Baby Let’s Play House di Elvis Presley e che resta, secondo la mia modestissima opinione, la peggiore dei Beatles (vedi QUI).

Quello stesso 12 ottobre, se non altro, i Beatles incisero anche una prima versione della splendida Norwegian Wood (This Bird Has Flown), una canzone acustica ideata da John Lennon e realizzata col fondamentale contributo di Paul McCartney. Dal canto suo, George Harrison, la cui effettiva partecipazione a Run For Your Life è incerta, si distingue qui per la sua esecuzione al sitar che, a quanto pare, segna la sua prima comparsa non solo in un pezzo dei Beatles ma anche in un pezzo pop in generale. La canzone è passata almeno per altri due rifacimenti prima di debuttare su “Rubber Soul”, mentre la prima versione di quel 12 ottobre è stata pubblicata trent’anni dopo col progetto “Anthology”.

Quella dell’indomani, il 13 ottobre, fu la prima seduta dei Beatles ad andare oltre la mezzanotte, inaugurando una pratica, quella delle incisioni notturne, che presto sarebbe diventata uno standard nella metodologia in studio dei Fab Four. Il motivo di tanto daffare? Il vivace rock-soul di Drive My Car, che quindi venne scelto come brano d’apertura di “Rubber Soul”. A quanto pare, il contributo di George all’arrangiamento fu determinante, dato che quello inizialmente proposto da Paul “somigliava” un po’ troppo a Respect di Otis Redding.

Cominciata il 16 ottobre con la sola parte ritmica, If I Needed Someone allargava la formazione fino a comprendere il produttore George Martin (qui all’armonium), per un pezzo che tuttavia “ricorda” The Bells Of Rhymney dei Byrds. Fin qui, insomma, il nuovo album dei Beatles non si stava certamente rivelando come quel capolavoro acclamato che tutti conosciamo. Le cose però cambiarono il 18 ottobre, quando in studio fece la comparsa In My Life, il vero capolavoro di “Rubber Soul” e una delle canzoni più belle di tutti i tempi. Con Paul McCartney e George Martin a dividersi le parti di piano elettrico, fu tuttavia Martin a prodursi nel barocco assolo a metà canzone. Tra il 21 e il 22 venne quindi ultimata la ben nota Nowhere Man, vale a dire la terza perla nata da un’idea di Lennon a comparire nelle sedute di registrazione dell’album.

Più laboriosa risultò invece la registrazione di I’m Looking Through You: messa su nastro una prima volta il 24 ottobre, fu sottoposta ad ulteriori rifacimenti il 6 e il 10 novembre. Con Ringo Starr all’organo, oltre che alla batteria e al tamburino, resta incerta l’effettiva partecipazione di George Harrison al brano. La prima versione del 24 ottobre, quando ancora la canzone non presentava quella sorta di bridge che comincia con le parole “Why, tell me why…”, è stata tuttavia inclusa in “Anthology 2”.

Iniziata e finita il 3 novembre, Michelle è con buona probabilità un’esecuzione solista di McCartney. E ciò nonostante, Lennon ha dato un contributo importante a questa canzone tanto celebre, compreso il “prestito” da I Put A Spell On You di Nina Simone (quando Paul canta “i love you, i love you, i loooove you…”)

Registrata il 4 novembre con Ringo alla voce solista, la country What Goes On è in realtà un’idea di John risalente almeno al ’63. In quella stessa seduta venne anche registra 12 Bar Original, un blues strumentale dagli oltre sei minuti di durata e ancora con George Martin all’armonium. Omessa dall’album, 12 Bar Original è stata inclusa trent’anni dopo in “Anthology 2”, sebbene in una versione editata a meno di tre minuti.

Think For Yourself, secondo e ultimo contributo autoriale di Harrison all’album, fu registrata l’8 novembre e si avvale di due parti di basso, una delle quali distorta col fuzz-box. In quella stessa seduta venne anche registrato l’audio per l’annuale flexi disc natalizio da regalare agli iscritti inglesi al Fan Club Ufficiale di Beatles, tra chiacchiericcio scherzoso, riproposizione semiseria di vecchi standard natalizi e stonature e buffonerie su brani originali, tra cui una dissacrante Yesterday.

Sentendo il fiato dei discografici sul collo perché “il nuovo album dei Beatles” doveva uscire in tempo per lo shopping natalizio, i nostri si gettarono a capofitto in una seduta-maratona tra il 10 e l’11 novembre nella quale vennero incise e ultimate altre quattro canzoni: The Word (con Martin nuovamente all’armonium), You Won’t See Me (presumibilmente basata su It’s The Same Old Song dei Four Tops), Wait (recuperata dopo un primo tentativo di registrazione del 17 giugno precedente, nel pieno delle sedute d’incisione di “Help!”) e quindi la migliore delle tre, ovvero Girl. Quest’ultima, a un certo punto, figurava anche una parte di chitarra trattata con distorsore ad opera di George; scartata infine dal mix definitivo, mostra che anche in vista delle scadenze i Beatles non risparmiavano sulle sperimentazioni.

Fin qui abbiamo visto le quattordici canzoni che finirono nell’edizione inglese di “Rubber Soul”. In America le cose andarono però diversamente: la Capitol pensò infatti di escludere Nowhere Man dall’album per pubblicarla invece su singolo, mentre due brani esclusi dalla versione americana di “Help”, ovvero I’ve Just Seen A Face e It’s Only Love, furono scelti a discapito di altrettanti brani sacrificati a loro volta da “Rubber Soul”. In pratica, togliendo ogni volta un paio di pezzi da ogni nuovo album dei Beatles e quindi inserendovi quelli pubblicati solo sui singoli inglesi, quei furbacchioni della Capitol potevano permettersi il lusso di pubblicare via via ulteriori “nuovi album dei Beatles”, in una pratica di montaggio e rimontaggio che i Beatles detestavano ma alla quale non potevano opporsi.

The Beatles Yesterday And Today Butcher CoverSentendosi carne da macello, i nostri escogitarono qualche mese dopo una grottesca trovata: si fecero fotografare proprio da macellai, con tanto di pezzi di carne rossa in bella vista e pezzi di bambole smembrate. Il tutto per una di quelle compilation americane che i Beatles “dovevano” alla Capitol, “Yesterday And Today”. Stiamo parlando della famigerata “butcher cover”, che è un pezzo di storia beatlesiana che meriterebbe forse un post a sé. Qui concludo dicendo che “Rubber Soul”, e forse proprio per l’effetto della “butcher cover” che venne ovviamente censurata in America, fu l’ultimo album dei Beatles ad apparire con due differenti scalette nei mercati al di qua e al di là dell’Atlantico.

-Mat

The Beatles, “Revolver”, 1966

the-beatles-revolver-immagine-pubblica-blogSettimo album dei Beatles, “Revolver” è riconosciuto non soltanto come uno dei vertici artistici del celeberrimo quartetto di Liverpool ma anche come uno dei pilastri sui quali poggia l’evoluzione della musica contemporanea. Seguendo un percorso intrapreso già col precedente “Rubber Soul” (1965), qui i Beatles danno dignità artistica ad un album in quanto tale, inteso non più come una mera raccolta di canzoni più o meno di successo, bensì come un corpus sonoro ideato e realizzato come un tutt’uno. Un concetto di base che poi giungerà a definitivo compimento già col successivo “Sgt. Pepper” (1967).

Le registrazioni di “Revolver” iniziarono il 6 aprile ’66 allo Studio 3 di Abbey Road, per poi concludersi il successivo 21 giugno con una seduta nello Studio 2. Durante le sessioni di “Revolver” – tutto prodotte da George Martin – vennero anche incise le altrettanto innovative Paperback Writer e Rain, rispettivamente lato A e B d’un singolo edito solo su 45 giri, il 10 giugno 1966. Vediamo adesso le canzoni che compongono l’album originale, seguendone la sua stessa scaletta.

“Revolver” si distingue da ogni altro album dei Beatles perché è il solo a iniziare con un brano di George Harrison, il saltellante rock-blues di Taxman, il cui testo, parzialmente scritto da John Lennon anche se non accreditato come tale, è una satira del severo sistema fiscale inglese del tempo. Segue la famosa Eleanor Rigby, un puro Paul McCartney: espandendo la tecnica impiegata per Yesterday, qui Paul e George Martin arrangiano e dirigono un ottetto d’archi sui quali viene adagiata la sola voce di Paul e gli splendidi cori (‘ah, look at all the lonely people’), senza alcun intervento strumentale dei Beatles. Mi piace considerare la magnifica Eleanor Rigby come un precursore di quel genere goth-rock tanto in voga nell’Inghilterra a cavallo fra gli anni Settanta e Ottanta.

La lennoniana I’m Only Sleeping è semplicemente una delle canzoni dei Beatles che più amo: fantastico l’alternarsi strofa/ritornello, quest’ultimo così tipicamente inglese, cantato all’unisono da John e Paul, superlativo l’assolo di chitarra che, grazie ai numerosi trattamenti in studio, imita il suono d’un prolungato sbadiglio. Segue Love You To, primo (e riuscito) esperimento di Harrison con la musica indiana: sotto un canto impassibile ad opera del chitarrista, troviamo una rutilante base composta da tipici strumenti indiani, suonanti da musicisti appositamente convocati in studio da George.

Poi è la volta della delicata Here, There And Everywhere, una cullante canzone d’amore il cui stile non lascia dubbi su chi ne sia l’autore… McCartney; molto belli i cori che accompagnano la voce solista di Paul, per quello che è uno dei momenti migliori del disco, oltre che uno degli episodi più romantici dei Beatles. Segue un’altra canzone molto famosa, Yellow Submarine: impassibilmente cantato da Ringo Starr, il brano è uno dei più divertenti (e divertiti) dei nostri, filastrocca in apparenza facile facile eppure concepita in studio con tecniche di registrazione alquanto poco ortodosse per l’epoca. Yellow Submarine, insieme con Eleanor Rigby, costituisce il solo singolo estratto da “Revolver” (singolo e album che vennero pubblicati in simultanea, il 5 agosto 1966).

Con She Said She Said ritroviamo una sonorità più convenzionalmente rock, col suo autore, John Lennon, che canta delle conseguenze d’un viaggio in acido, il tutto sostenuto da un ottimo Ringo alla batteria. Altra canzone tipicamente inglese è la maccartiana Good Day Sunshine, dal ritmo baldanzoso e scanzonato, seguìta dalla veloce And Your Bird Can Sing, che col suo morbido andamento rotolante ci riporta in una dimensione più rock; molto bella la parte vocale di John, sostenuta in alcuni punti da Paul.

Con For No One siamo in presenza d’un pezzo molto raffinato, di sicuro uno dei migliori brani dei Beatles non editi come singolo, impreziosito dall’assolo di corno francese eseguito dal turnista Alan Civil. Segue Doctor Robert, una canzone che nella sequenza delle strofe ricorda il periodo beat del gruppo (ma qui c’è la differenza che il basso di Paul è più pronunciato e manca l’incessante e caratteristico picchiare sui piatti di Ringo), mentre nel ritornello si entra in una dimensione sospesa e vagamente psichedelica.

Poi è la volta dall’arrembante I Want To Tell You, col pianoforte come principale strumento ritmico (curiosamente questo brano è opera di George… chitarrista) e sostenuto da una robusta batteria. Gli fa seguito Got To Get You Into My Life, creatura maccartiana alquanto briosa, caratterizzata da una calda sezione fiati in bell’evidenza. Tuttavia questo brano mi suona come incompiuto, come se i Beatles non ne avessero portato a termine l’arrangiamento, o che i suoni che McCartney aveva in testa non siano stati efficacemente tradotti nella pratica. Chissà, forse è solo una mia impressione ma quasi quasi apprezzo di più la cover che gli Earth, Wind & Fire ne hanno fatto dodici anni dopo.

La conclusione di “Revolver” è affidata all’innovativa e sperimentale Tomorrow Never Knows: se la canzone originale è di John Lennon, tutti e quattro i Beatles hanno collaborato attivamente alla forma definitiva di questo grandioso pezzo, con tanto di nastri loop dai mutevoli effetti e distorsioni. La voce stessa di Lennon (soprattutto nell’ultimo minuto della canzone) è trattata con vari effetti e saturata d’eco, mentre un’ipnotica batteria regge il tutto. Un’opera straordinaria, Tomorrow Never Knows, che testimonia una volta per tutte che i Beatles si erano definitivamente messi alle spalle il loro primo periodo beat. Alla fine del tour, inoltre, i Beatles smisero anche di fare concerti. Insomma, la storia dei Beatles ha chiaramente un prima e un dopo “Revolver”. E pensare che un disco del genere giunse dopo soli tre anni dal primo album del gruppo, “Please Please Me” (1963). Forse nessun altro gruppo ha mai raggiunto una tale maturazione artistica in uno spazio così breve di tempo.

Originariamente pubblicato sul blog Parliamo di Musica il 14 maggio 2007, questo post è stato riedito il successivo 20 febbraio 2008, quando il sito aveva già assunto il nome Immagine Pubblica. Pensando di ripubblicarlo anche in questa nuova incarnazione del mio modesto blog, avevo preso a revisionarlo tra dicembre e gennaio scorsi; tuttora non mi soddisfa del tutto, ci sarebbero altre cose che avrei voluto dire di un disco come “Revolver”. Non sono stato tuttavia in grado di cancellare novecento parole già revisionate per poi ripartire daccapo. Avrò magari la scusa per un secondo post. Del resto, non si smetterà mai di parlare della vicenda Beatles, una vicenda dove “Revolver” riveste un ruolo centrale, per cui aspetterò di poter cogliere nuovi spunti. Fermo restando, ovviamente, che i commenti e le aggiunte di chi legge a quanto scrivo io sono sempre benvenuti.

-Mat

Simon & Garfunkel, “Bridge Over Troubled Water”, 1970

simon-garfunkel-bridge-over-trouble-water-immagine-pubblica-blogC’è un album pop più bello di “Bridge Over Troubled Water”? Ce ne sarà uno, forse anche due, magari pure dieci, o perfino venti. Trenta? Uhm, chissà. Ma non di più. Il capolavoro di Simon & Garfunkel, che poi è anche l’ultimo album fatto insieme come duo, uscito la bellezza di quarantasette anni fa, è uno di quei dischi capaci di travalicare la sua epoca e di attraversare indenne quelle seguenti, fino a risuonare nell’attualità, dove un album come “Bridge Over Troubled Water” suona ancora fresco, piacevole e soprattutto emozionante.

Personalmente, apprezzo tutti i dischi di Simon & Garfunkel, dal loro primo album, “Wednesday Morning 3 A.M.” del 1964, fino al loro ultimo singolo, My Little Town del ’75, compreso il leggendario live del 1981 al Central Park di New York immortalato sull’eponimo disco. Eppure “Bridge Over Troubled Water” resta il mio preferito, quello che mi ha emozionato di più e che, di fatto, ho ascoltato più degli altri. Sarà che comincia con l’omonima Bridge Over Troubled Water, quella sublime ballata pianistica che per me resta una delle canzoni più belle di tutti i tempi, sarà che contiene la splendida The Boxer, una delle canzoni più orecchiabili e cantabili di sempre, o sarà soltanto perché c’è The Only Living Boy In New York, che è stata la prima canzone di Simon & Garfunkel che ho ascoltato (consapevolmente), per me “Bridge Over Troubled Water” avrà sempre un posto di rilievo nella mia collezione di dischi.

L’album comprende inoltre un’altra canzone a me cara, So Long Frank Lloyd Wright, la dolce e malinconica bossanova dove Paul Simon dice artisticamente addio ad Art Garfunkel, con quella frase “architects may come and architects may go, and never change your point of view” che ho sempre trovato magnifica. Un’altra che mi piace e con la quale mi identifico è Keep The Customer Satisfied, ma il successo di “Bridge Over Troubled Water”, con vendite quantificabili in milioni e milioni di copie, fu dovuto anche alla presenza di El Condor Pasa (If I Could), altro singolo di successo tratto dall’album, per una personale (e geniale) rivisitazione di un classico della musica folklorica andina.

Infine, un altro aspetto che mi ha colpito di “Bridge Over Troubled Water”, e qui concludo, è che proprio quando arrivarono alla vetta del successo, tanto di pubblico quanto di critica, Art Garfunkel e Paul Simon decisero di sciogliere il loro sodalizio artistico, mentre anche i Beatles annunciavano la conclusione della loro straordinaria storia insieme (e anche i miei amati Police, ora che ci penso, fecero altrettanto molti anni dopo). Una scelta, quella di ritirarsi quando si è al vertice, che mi ha sempre colpito per audacia artistica e onestà intellettuale. Ecco che un disco come “Bridge Over Troubled Water” rappresenta tanto un testamento del duo quando uno degli emblemi della fine di un’epoca, gli anni Sessanta, che forse ha prodotto in tutti i campi espressivi il meglio del meglio del Novecento.

-Mat

Queen, “Queen II”, 1974

queen-queen-ii-immagine-pubblicaTornando ad occuparmi di Freddie Mercury e curiosando a tal proposito nei miei archivi segreti, scopro di aver dedicato all’album “Queen II” (1974) ben due post nelle precedenti edizioni di questo modesto blog: l’uno datato 24 maggio 2007 e l’altro 26 febbraio 2008, mentre nel 2011 ne pubblicai un’unica revisione completa in seguito alla ristampa con bonus track edita quell’anno dalla Universal. Siccome quanto scritto allora non mi soddisfa più, proverò con questo post a rielaborare e ricontestualizzare quanto scritto a proposito di quello che resta uno dei miei album preferiti dei Queen. Seguito dell’album “Queen” (1973), questo lavoro successivo si rivela già straordinariamente maturo, ricco d’inventiva e di grandi canzoni, con i Queen già ad introdurre quello stile epico e teatrale che perfezioneranno con gli anni a venire, fino a farne un sound inconfondibile, potente e melodico a un tempo.

Le due facciate del vinile originale di “Queen II” non erano chiamate lato A e lato B come da tradizione, bensì White Side (composto da Brian May, più una canzone di Roger Taylor) e Black Side (composto interamente da Freddie Mercury), per un totale di undici straordinari brani. Si parte dallo strumentale Procession, suonato dal solo May con una sovrapposizione progressiva di chitarra che sembra ricordare il grave suono di un’orchestra sinfonica. Basterebbe questo breve pezzo (dura poco più d’un minuto) per illustrare tutta la grandezza e la fantasia che ha sempre caratterizzato quel grande chitarrista che è Brian May.

Father To Son è invece il brano più lungo dell’album: forte di oltre sei minuti, la canzone è un’eccellente fusione fra hard rock e progressive; molto bello l’intermezzo strumentale, decisamente heavy, mentre Freddie sfoggia al meglio la sua grande voce. La prolungata e corale dissolvenza di Father To Son ci conduce al pezzo successivo, la stupenda White Queen (As It Began): canzone assai malinconica ma potente in egual misura, questo è uno dei momenti più emozionati del disco e, detto fra noi, una delle canzoni dei Queen che preferisco.

Con Some Day One Day troviamo May alla voce solista, in una canzone che inevitabilmente fa grande uso del suo strumento: ad una vivace chitarra ritmica acustica, si sovrappone infatti una (ma in alcuni punti sono due) pigra chitarra solista elettrica; il tutto costituisce un momento rilassato e piuttosto gradevole in quello che altrimenti è un disco potente e brioso.

Anche la successiva The Loser In The End è cantata dal proprio autore, Roger Taylor: meno gradevole delle altre, questa canzone è comunque una delle opere meglio riuscite – o meno irritanti, dipende da che parte si vuole stare – del Taylor anni Settanta (negli Ottanta avrà modo di maturare parecchio come autore, arrivando alle celeberrime Radio Ga Ga e A Kind Of Magic).

queen-queen-ii-copertina-interna-immagine-pubblicaI nastri che scorrono impetuosamente al contrario ci introducono al Black Side di “Queen II”, con la grandiosa Ogre Battle, un tipico brano mercuryano: hard rock epico e tirato, con l’ennesima maestosa prestazione vocale da parte di Freddie. Segue The Fairy Feller’s Master-Stroke, il brano più teatrale dell’album, a riprova della grande versatilità di questa band: è un fantasioso brano ispirato ad un quadro altrettanto immaginifico, dipinto da Richard Dadd e a quel tempo esposto alla Tate Gallery di Londra.

La deliziosa Nevermore, una ballata guidata dal piano e dal dolce timbro vocale che Mercury vi utilizza, è un brano forse troppo breve per essere apprezzato appieno. Fa meglio la successiva The March Of The Black Queen, che resta la canzone che preferisco di “Queen II”: sorta di prova generale per quella più fortunata e celebre Bohemian Rhapsody che verrà, Black Queen non ha comunque nulla da inviarle, grazie ai suoi cambi di tempo e di atmosfera, alla solita fantastica parte vocale di Freddie e alle grandiose parti di chitarra di Brian; il tutto sostenuto abilmente dal basso di John Deacon e dalla batteria di Taylor (quest’ultimo canta anche un verso solista nella superba parte veloce del brano).

E’ quindi la volta di Funny How Love Is, una scintillante canzone pop che ricorda parecchio le sonorità più riverberate e gioiose dei Beach Boys, anche se prima passa per un’introduzione decisamente rock e tipicamente Queen. Mi sembra interessante notare la somiglianza tra Funny How Love Is e I Can Hear Music, prodotte entrambe da Robin Cable: la prima canzone sembra infatti un’originale rivisitazione della seconda, che – uscita nel 1972 sotto lo pseudonimo di Larry Lurex – è effettivamente la cover d’un brano dei Beach Boys.

La conclusiva Seven Seas Of Rhye è il singolo di maggior successo estratto dall’album (10° nella classifica inglese dell’epoca): un’epica cavalcata pop-rock a metà strada tra i Beatles e i Led Zeppelin che nel 1986, durante il loro ultimo tour, i Queen ancora proponevano. Per la cronaca, un primo abbozzo di Seven Seas Of Rhye, del tutto strumentale, appare già su “Queen”, il primo album dei nostri, mentre nell’ultimo album realizzato “con” Freddie Mercury, ovvero “Made In Heaven“, la base strumentale di Seven Seas Of Rhye compare nel mix della versione rock di It’s A Beautiful Day. A quanto pare, insomma, un pezzo decisamente centrale nella mitologia queeniana.

Nella discografia dei Queen ci sono album ben più celebrati di questo – quali “A Night At The Opera” (1975), “News Of The World” (1977), “A Kind Of Magic” (1986) e “Innuendo” (1991) – ma a mio avviso “Queen II” rappresenta la band di Freddie Mercury in uno dei suoi migliori momenti creativi ed espressivi.

-Mat

L’aspetto visuale della musica pop

michael-jackson-moonwalker-film-1988Sono decenni che sento parlare della visionarietà di gruppi e cantanti come Pink Floyd, Queen, Michael Jackson e Peter Gabriel, tanto per dirne qualcuno, eppure nessuna delle opere filmiche associate ai miei beniamini musicali mi ha mai veramente esaltato. Escludendo infatti una manciata di videoclip, magari girati pure da illustri registi cinematografici, solitamente l’aspetto visuale della musica pop non mi ha mai convinto del tutto. Quando ad esempio esce un nuovo album, e l’edizione deluxe include semplicemente un divuddì, state pur certi che io vado a comprarmi l’edizione standard dell’album in questione, lasciando il divuddì al tempo che trova.

Certo, oltre a uno strabiliante quantitativo di pezzi strafamosi in tutto il mondo, uno come Michael Jackson ci ha lasciato anche tutta una serie di videoclip che hanno a dir poco lasciato il segno: pensiamo soltanto a Thriller e Black Or White, girati entrambi da John Landis, rispettivamente nel 1983 e nel 1991. Eppure, quella volta che si è cimentato con il cinema vero e proprio, col film “Moonwalker”, non ci ha lasciato niente di veramente memorabile, per non dire di fondamentale per la comprensione dell’artista. Così come Prince, il quale si è cimentato per ben tre volte con l’opera filmica in quanto tale: i suoi “Purple Rain” (1984), “Under The Cherry Moon” (1986) e “Graffiti Bridge” (1990) sono tutto fuorché memorabili pellicole da guardare e riguardare per la gioia degli occhi.

E che dire dei miei amati Queen? C’è chi sostiene che quello girato per Bohemian Rhapsody nel 1975 sia il primo videoclip della storia (anche se, secondo me, i Beatles hanno preceduto tutti con Strawberry Fields Forever e Penny Lane, se non già con Paperback Writer e Rain dell’anno prima, il 1966), ma ad ogni modo non fa che animare la copertina di “Queen II”, un album uscito l’anno prima. Insomma, per quanto possa essere considerato innovativo per l’epoca, un video come Bohemian Rhapsody sembrava più guardare al passato che annunciare il futuro. E in effetti, i videoclip dei Queen che gli sono susseguiti negli anni non sono particolarmente memorabili o quantomeno espressivamente rilevanti.

Ci sono stati casi di commistione disco/film più interessanti nel caso di Who e Pink Floyd: entrambi questi storici gruppi inglesi hanno prodotto delle opere che possiamo definire multimediali, come nel caso di “Tommy” (1975, diretto da Ken Russell) e “Quadrophenia” (1979, diretto da Franc Roddam) per i primi e “The Wall” (1982) per i secondi. Vi dirò la mia: pur avendo ascoltato (e in un caso comprato) i due classici degli Who, non ho mai sentito l’esigenza d’andarmi a vedere i loro film (li considero dei tipici film generazionali, buoni cioè per quella generazione che li ha visti al cinema, all’epoca), mentre “The Wall” di Alan Parker è tutto fuorché una visione piacevole. Musica a parte, è uno di quei film che puoi vedere una volta, anche due o tre, ma poi basta così, grazie.

Nel corso degli anni Ottanta, quando il videoclip iniziò a farsi inevitabilmente più spettacolare (anche e soprattutto per il fenomeno Jackson), molti musicisti provarono a dare uno sfogo più compiuto alla loro visionarietà. Ne ricordo alcuni tra quelli che ho visto o meno, da Matt Johnson, alias The The, che mise assieme i videoclip girati per ognuno dei brani dell’album “Infected” (1986), presentando il tutto come un mini film da un’ora di durata, a David Byrne che con “True Stories” (1986) realizzò un vero e proprio film, passando per “Hell W10” (1983) dei Clash e “JerUSAlem” (1987) degli Style Council, tanto sconosciuti al grande pubblico quanto ambìti dai cacciatori di rarità.

Sorvolando sui trascorsi cinematografici di MadonnaDavid Bowie e Sting (i quali hanno però preso parte a pellicole cinematografiche “pure”, per così dire, film realizzati a prescindere dai loro dischi e non necessariamente di tipo musicale), passo infine a Beyoncé, che dal 2013 ha iniziato a distribuire i suoi album sotto forma di veri e propri dischi audio/video, dove all’immagine è riservata la stessa importanza data alla musica. Tuttavia, per quanto io trovi mooooolto fisicamente attraente la bella Beyoncé, non ho finora sentito l’esigenza di procurarmi queste che, tutto sommato, dovrebbero essere pure delle prove creative degne di nota. Insomma, mi accontento di ammirare la sua avvenenza in quelle rare occasioni in cui sintonizzo la mia tivù su quale canale musicale.

E questo, per quanto mi riguarda, vale un po’ per tutti i nomi che ho citato e per quelli che, pur avendo visto, ho al momento dimenticato. Il mondo del pop, in definitiva, quando ha lasciato lo studio d’incisione per entrare in un set cinematografico non mi ha mai veramente colpito. Non so se resta soltanto una mia impressione.

-Mat

Tears For Fears, “The Seeds Of Love”, 1989

tears-for-fears-the-seeds-of-love-immagine-pubblica-blogA lungo mi proposi di dedicare un post a “The Seeds Of Love” dei Tears For Fears, e più volte iniziai una bozza che puntualmente cancellavo dopo poche righe. Infine, il 2 febbraio 2010, sulla prima versione di Immagine Pubblica fece capolino il fatidico post che qui vado a riproporre, con le dovute aggiunte e revisioni del caso.

Allora come adesso, ritengo “The Seeds Of Love” il miglior album dei Tears For Fears, forte di tre famose canzoni come Sowing The Seeds Of Love, Woman In Chains e Advice For The Young At Heart che ancora oggi vengono programmate con una certa frequenza dalle radio italiane. E che ancora oggi continuano a emozionarmi.

Terzo album per il gruppo inglese, “The Seeds Of Love” potrebbe tuttavia essere considerato il primo da solista per Roland Orzabal, dato che il suo partner storico, il bassista/cantante Curt Smith, partecipa solo in alcune delle otto composizioni che formano il disco. Lo stesso Smith, nelle note di copertina, accenna a ‘un periodo di crisi’: crisi che prima lo condurrà al divorzio dalla moglie e poi, nel 1991, al divorzio (artistico) da Orzabal. “The Seeds Of Love” è quindi un album scritto, cantato e suonato da Roland col supporto prezioso di ospiti più o meno illustri, fra cui Phil Collins, Robbie McIntosh, Neil Taylor, Pino Palladino, Jon Hassell, Luis Jardim, Manu Katché e una giovane scoperta degli stessi Tears For Fears, ovvero la cantante/pianista Oleta Adams. La parte da leone la fa comunque la bravissima tastierista Nicky Holland, vera partner artistica di Orzabal per questo progetto, la quale firma con lui ben cinque delle otto canzoni qui presenti.

L’album parte subito in grande stile, con quell’autentico classico degli anni Ottanta chiamato Woman In Chains, una stupenda ballata dove si fa grande spolvero di chitarre arpeggiate e dove Roland duetta magnificamente con Oleta. Pubblicata anche come singolo, Woman In Chains è una canzone delicata & possente a un tempo, sulla condizione della donna nel mondo, la quale resta tristemente un tema di grande attualità. Badman’s Song, chiaramente nata da una jam session in studio, è il brano più lungo del disco: otto minuti & mezzo lungo i quali Roland e Oleta duettano ancora una volta fra cambi di tempo a cavallo fra rock, blues e raffinato pop d’autore.

Altro celebre classico con Sowing The Seeds Of Love, edito come singolo apripista: gioiosa & squisita collaborazione Orzabal-Smith (quindi un brano puramente tearsforfearsiano) per una rivisitazione della I Am The Walrus dei Beatles incentrata sulla situazione sociopolitica dell’Inghilterra di quegli anni. Segue una delle mie canzoni preferite in assoluto, Advice For The Young At Heart: stavolta alla voce troviamo proprio Curt, in quello che sarà il suo ultimo contributo vocale a un brano dei Tears For Fears prima del misconosciuto “Everybody Loves A Happy Ending” del 2004. Con quell’arrangiamento tanto elegante quanto coinvolgente e col suo invito ad aprire i nostri cuori all’amore prima che il tempo ci ricordi che ormai è troppo tardi, Advice For The Young At Heart è una canzone a me molto cara, che mi ricorda inoltre quei giorni in cui mi recavo a piedi alla scuola media, mentre la ascoltavo col walkman.

Standing On The Corner Of The Third World presenta un sound che si discosta parecchio dalla produzione tipica del gruppo: come immersa in una dimensione onirica, è una suadente ballata dai toni africaneggianti che poi termina con accenni progressive. Swords And Knives è invece un pop-rock anch’esso caratterizzato da alcuni cambi di tempo, fra i quali s’annidano parti strumentali dai suoni più disparati. Con Year Of The Knife torniamo in territori pop-rock più abituali e lo facciamo fin da subito, grazie a quella travolgente chitarra elettrica che introduce la canzone; al resto ci pensano una batteria pestante, i cori femminili e una versatilissima parte vocale ad opera di Roland. La conclusiva Famous Last Words – edita anch’essa su singolo benché non sia propriamente un pezzo radiofonico – inizia in modo alquanto minimale, con la voce di Orzabal ridotta a poco più d’un sussurro e adagiata su un tappeto d’effetti tastieristici e orchestrali; segue un rockeggiante interludio dove Roland ritrova tutta la potenza della sua voce, prima di tornare all’atmosfera iniziale del brano che va quindi a chiudere il disco.

Prodotto dagli stessi Tears For Fears con Dave Bascombe, nel 1989 “The Seeds Of Love” volò al primo posto della classifica inglese, così come fecero i precedenti “The Hurting” (1983) e “Songs From The Big Chair” (1985), confermando il duo Orzabal-Smith come uno dei gruppi di maggior successo di quel decennio. Un successo vissuto in modo contraddittorio dai nostri, che a Smith in particolare pesava sempre più e che lo portò presto a dire addio alle luci della ribalta. E anche alla stessa Inghilterra.

E se, a partire dal 2013, prima “The Hurting” e poi “Songs From The Big Chair” sono stati riproposti dalla Universal in sontuose edizioni cofanettate, stessa sorte non è toccata al mio amato “The Seeds Of Love”. Nell’attesa (e io continuo a sperarci) vale quindi la pena di segnalare ancora una volta la riedizione in ciddì del 1999, arricchita dai quattro lati B dei singoli estratti dall’album: il placido strumentale Music For Tables, la latineggiante Always In The Past, l’eccentrica Johnny Panic And The Bible Of Dreams e la percussiva Tears Roll Down, che poi verrà successivamente rielaborata dal solo Orzabal come primo tassello della storia dei Tears For Fears senza Smith, Laid So Low.

– Mat

Gusti musicali geograficamente parlando

ivan-graziani-rock-e-ballate-per-quattro-stagioniPer molti anni, diciamo pure tra il 1988 e il 2008, ho comprato e quindi ascoltato prevalentemente musica inglese. Gruppi da me amatissimi come Beatles, Queen, Police, Pink Floyd, Genesis, Bee Gees, Clash, Depeche Mode e Cure in primis (con tutti i relativi solisti del caso, come ad esempio Paul McCartney, Sting, Phil Collins, eccetera), ma anche Bauhaus, Japan, Cult, New Order (e quindi Joy Division), Tears For Fears, Pet Shop Boys, Smiths, Verve e tutti o quasi i relativi solisti (Peter Murphy, David Sylvian, Richard Achcroft e via dicendo). Per noi parlare poi di David Bowie. Discorsetto bello lungo, insomma.

Tra il 2007 e il 2008, invece, sono stato colto dalla febbre per Miles Davis, statunitense. E quindi via con tutti i suoi dischi (o meglio, con tutti i suoi cofanetti deluxe della Sony), ai quali, di lì a poco, si sono aggiungi nella mia collezione tutti i dischi di John Coltrane, altro illustre statunitense. Allargando un po’ i miei confini, ho iniziato a comprare dischi jazz di musicisti e band d’America, come ad esempio i Weather Report, Wayne Shorter, Herbie Hancock, Chick Corea, tutti nomi che sono andati ad aggiungersi ai vari Michael Jackson, Prince e Stevie Wonder che già avevo in vinili, ciddì e cassette.

E se la black music afroamericana in fondo in fondo m’è sempre piaciuta, in anni più recenti ho avuto modo di apprezzare sempre di più i dischi di Isaac Hayes e soprattutto di Marvin Gaye. Tutta roba americana, ovviamente. Ai quali si sono aggiunti presto i dischi di Simon & Garfunkel (li ho comprati tutti!), del solo Paul Simon (ne ho comprati quattro o cinque), di Bruce Springsteen e soprattutto di Bob Dylan.

Insomma, se la Gran Bretagna la faceva da padrona per quanto riguarda la provenienza artistica dei dischi presenti in casa mia, credo proprio che ormai la fetta sia equamente divisa tra Stati Uniti e Gran Bretagna, e forse i primi sono anche in leggero vantaggio. In questa sorta di duopolio ho però registrato un curioso fatto privato: non so perché e non so per come, ma una mattina mi sono svegliato con la voglia di ascoltarmi i dischi di Lucio Battisti! Dopo qualche acquisto casuale, tanto per scoprire l’artista, ho deciso di fare il grande passo: acquistare l’opera omnia contenente TUTTI  i suoi dischi. L’anno scorso, spinto dalla curiosità, sono invece andato a comprarmi a scatola chiusa un cofanetto da tre ciddì + divuddì di Lucio Dalla, chiamato per l’appunto “Trilogia”. Io che ascolto e che soprattutto compro Lucio Dalla?! Un paio d’anni prima non l’avrei mai detto ed ora eccomi qui, a canticchiare Come è profondo il mare o L’anno che verrà oppure ancora Come sarà con tanto di Francesco De Gregori a dividere il microfono.

De Gregori che pure ha iniziato a incuriosirmi, nonostante un’antipatia per il personaggio che nutro da sempre. Ieri pomeriggio, e qui sto svelando un aspetto davvero inquietante della mia vita privata, avevo preso una copia di “Rimmel” e mi stavo già dirigendo alla cassa. Ho quindi adocchiato una raccolta tripla, fresca d’uscita, di Ivan Graziani e chiamata “Rock e Ballate per Quattro Stagioni“, edita dalla Sony in occasione del ventennale della morte del compianto cantante e chitarrista (nella foto sopra). Ebbene, ho preso una copia di quest’ultima con buona pace del classico di De Gregori.

E così, in conclusione, se una volta i miei ascolti erano concentrati quasi unicamente sulla Gran Bretagna, da un po’ di tempo sono felicemente passato all’America. E ciò nonostante rivolgo più d’un pensiero all’Italia, chissà perché. Ho iniziato anche ad apprezzare e comprare Vasco Rossi. Si attendono ora clamorosi sviluppi.

-Mat