Joy Division, “Closer”, 1980

joy-division-closer-immagine-pubblica-blogIl grande vantaggio dei cofanetti è che con una sola botta ci portiamo a casa l’intera produzione (o la parte più significativa di essa) del nostro gruppo preferito, spesso spendendo meno dei singoli titoli messi assieme che andiamo ad acquistare di volta in volta. D’altra parte, col ritrovarsi di colpo settanta, ottanta o anche più canzoni da ascoltare tutte in una volta si rischia di smarrire la strada e di fare confusione fra i capitoli discografici. E’ quello che m’è successo col primo cofanetto antologico che sono andato a comprarmi, ormai tanti anni fa: “Heart And Soul” dei Joy Division, un quadruplo ciddì del 1997 (ristampato lo scorso autunno).

In precedenza avevo comprato “Still” (1981) e di lì a poco ebbi modi d’ascoltarmi il mitico “Unknown Pleasures” (1979), prestatomi da un amico. A questo punto mi mancavano solo “Closer” (1980) e l’antologica “Substance” (1988) per avere una visione definitiva della breve ma seminale esperienza discografica dei Joy Division: conquistato dalla peculiarissima fusione fra dark e punk, tipica di questa band inglese, andai perciò a comprarmi direttamente “Heart And Soul” come regalo natalizio. Un cofanetto che, per carità, mi soddisfò tantissimo e che ascolto sempre molto volentieri, ma che tuttavia non mi ha fatto ben capire la portata di “Closer”.

Questo post – con tale invadente introduzione alla quale chiunque è legittimato a rispondere con ‘e sti cazzi, Mat?’ – cerca così d’affrontare “Closer” una volta per tutte, dopo aver programmato in sequenza i nove brani originali (fra i diciassette che compongono il secondo disco di “Heart And Soul”) di quello che purtroppo fu l’ultimo album dei Joy Division, uscito all’indomani del tragico suicidio di Ian Curtis, il cantante del gruppo. Ecco quindi i brani di “Closer”, ognuno accompagnato da una piccola analisi da parte mia…

  1. Atrocity Exhibition: una tetra danza tribale, con Stephen Morris in grande spolvero sulle percussioni, che arricchisce la sensibilità dark di suggestioni etniche. Un brano a suo modo indimenticabile, forse tirato un po’ troppo per le lunghe.
  2. Isolation: una stupenda gemma new wave, fra le cose più trascinanti, inconfondibili ed emozionanti prodotte dai Joy Division. Un brano che musicalmente puntava dritto al futuro di questo gruppo…
  3. Passover: brano ben più notturno e monotono, leggermente meno sostenuto dei due precedenti ma più viscerale e inquietante.
  4. Colony: scandìta dall’aspra chitarra di Bernard Sumner, è però caratterizzata da un incedere irregolare e minaccioso al tempo stesso.
  5. A Means To An End: la migliore di “Closer” e fra le migliori nel canzoniere dei Joy Division… irresistibile col suo ritmo implacabile di marcia veloce, di parti chitarristiche intrusive ma sinuose, forte d’un canto da parte di Ian ricco di rassegnazione ma anche di rabbia. ‘I put my trust in you’… da pelle d’oca!
  6. Heart And Soul: brano veloce, notturno – soprattutto per merito del tenebroso andamento del basso di Peter Hook – adattissimo ad un attraversamento in macchina di qualche deserta periferia cittadina.
  7. Twenty Four Hours: nonostante riesce a mantenere viva l’attenzione per i suoi cambi di tempo, è il brano di “Closer” che trovo più sfuggente.
  8. The Eternal: questa atmosferica ma realmente funerea composizione è senz’altro il numero più tetro creato dai nostri. Spettacolare, a suo modo.
  9. Decades: atipica non solo rispetto alle altre canzoni di “Closer” ma anche nel repertorio stesso dei Joy Division, questa meditabonda canzone è incentrata principalmente sull’uso dei sintetizzatori (ancor più di Isolation), tracciando un evidentissimo ponte fra la musica di questa band e la sua rinascita post-Curtis, i New Order.

Rispetto al precedente “Unknown Pleasures” (che comunque preferisco), “Closer” segna decisi passi in avanti per i Joy Division, una definizione ancor più personale e stilizzata della loro arte: non solo la musica lascia intuire quali connotati avrebbero assunto le future canzoni della band, ma la stessa abilità canora di Ian Curtis è notevolmente maturata. E’ stato un gran peccato che un artista del genere non abbia dato tempo a se stesso e al suo gruppo di dimostrare al mondo di che cosa sarebbero stati capaci di fare di lì ad un paio d’anni. Un vero peccato, una perdita grandissima… di certi cazzoni che invadono oggi le classifiche e che non hanno mai inventato nulla o influenzato nessuno non si parlerebbe affatto.

Non ho menzionato le tematiche di “Closer” ma già dando un’occhiata superficiale ai titoli delle sue canzoni si possono indovinarne alcune: atrocità, isolamento, trapasso, fine, ma anche i poco rassicuranti eterno, colonia e decenni. Insomma, i Joy Division sono i Joy Division! Un’ultima curiosità: la macabra ma affascinante foto di copertina è stata scattata in un cimitero italiano, da qualche parte in Liguria.

– Mat

Joy Division, “Unknown Pleasures”, 1979

joy-division-unknown-pleasures-immagine-pubblicaIl 18 maggio ricorre l’anniversario della tragica scomparsa di Ian Curtis, il cantante dei Joy Division. Come piccolo tributo da parte mia, oggi ripubblico una vecchia recensione (per l’occasione rivista & corretta) sul primo album della band inglese, “Unknown Pleasures”, edito dalla piccola Factory Records nel maggio del 1979.

Un vero album cult, questo “Unknown Pleasures”, un disco che di fatto ha dato vita al genere new wave, portando la musica punk verso una concezione del suono e un lirismo che all’epoca e tuttora non trova eguali. Un album intenso, oscuro, teso, viscerale ma coinvolgente e indimenticabile, costituito da dieci canzoni scritte dagli stessi Joy Division che adesso andiamo a vedere una ad una.

1) La stampa originale di “Unknown Pleasures”, quella su elleppì, non era divisa convenzionalmente in lato A e lato B, bensì in Outside e Inside. Per quanto riguarda il primo lato, Outside, si parte con Disorder, un puro brano new wave: inizia la secca e meccanica batteria di Stephen Morris, dopo sei secondi entra l’avvolgente basso di Peter Hook, a undici secondi entra il sintetizzatore, seguìto dopo sei secondi dalla tagliente chitarra – entrambi gli strumenti sono suonati da Bernard Sumner – infine, quando sono trascorsi ventotto secondi dall’inizio, ecco la voce baritonale di Ian, con quella frase indimenticabile, ‘sono stato ad aspettare una guida che venisse a prendermi per mano’. E’ una meraviglia questa Disorder, senza dubbio uno dei vertici creativi dei Joy Division.

2) Con Day Of The Lords siamo invece alle prese con un brano assai viscerale, forte d’un ossessivo ritornello nel quale Ian si chiede ‘dove andrà a finire?’. Day Of The Lords suona come se ci stessero guidando lentamente nei bassifondi della nostra coscienza. Resta un brano davvero affascinante, non c’è che dire.

3) Con una dissolvenza al contrario, ecco avanzare la notturna e riflessiva Candidate, un brano dove il baritono di Curtis fa bella mostra di sé. Candidate è il primo d’una serie di brani (fra gli altri ricordo Atmosphere, Decades e In A Lonely Place) dove i Joy Division mettono da parte le sonorità più aggressive del punk per dar sfogo ad una sensibilità più vicina alla musica ambient. Purtroppo la morte di Curtis non diede tempo alla band di approfondire quest’evoluzione sonora qui appena accennata.

4) Tornando a “Unknown Pleasures”, la canzone successiva, Insight, s’apre con un inquietante scardinamento di porte, prima che il ritmo secco & arrembante della musica entri in scena con prepotenza; elemento in primo piano è però il sintetizzatore che, oltre a regalarsi alcuni sprazzi qua e là, si ritaglia anche due brevi assoli.

5) New Dawn Fades, il brano seguente, è uno dei miei preferiti in assoluto fra quelli della scena post-punk inglese: una canzone decadente, disperata, eppure epica, potente, terribilmente magnifica. Se c’è un solo valido motivo per acquistare “Unknown Pleasures” è per potersi ascoltare New Dawn Fades a tutto volume con lo stereo!

6) La danza nevrotica di She’s Lost Control è la sonorità che inaugura il lato Inside dell’album: se la batteria di Morris tiene implacabilmente il tempo, è il basso di Hook il vero strumento melodico del pezzo, mentre Curtis ci offre una delle sue prove vocali più suggestive.

7) Con la successiva Shadowplay siamo in presenza d’un altro dei momenti migliori di questo disco, con quella che è una suprema cavalcata dark-punk: la graffiante chitarra di Sumner si prende la rivincita eseguendo memorabili assoli e riff, mentre la voce di Ian è più rabbiosa che mai.

8-9) Anche se di breve durata, Wilderness è una canzone decisamente avvolgente, una danza oscura che lascia incantati anche gli ascoltatori più smaliziati. Con Interzone si torna invece ai primi giorni dei Joy Division, quando la band si chiamava Warsaw ed eseguiva un ruvido e corrosivo punk rock: molto bello lo scambio di frasi cantate dallo stesso Ian, mixate in modo da avere una sorta di continuo controcanto.

10) Con una lunghezza prossima ai sei minuti, il brano finale, I Remember Nothing, è il pezzo più esteso dell’album: una canzone spettrale che sembra condurci lentamente in una landa desolata. E’ un brano mozzafiato, indimenticabile, che ci fa terminare l’ascolto di “Unknown Pleasures” con una punta d’inquietudine. Ma non fraintendete le mie parole… questo è semplicemente uno dei migliori dischi che la grande famiglia rock possa offrirci.

Ah, dimenticavo… di recente “Unknown Pleasures” è stato ristampato in una elegante versione deluxe con tanto di disco live aggiuntivo. La stessa operazione è stata ripetuta anche per l’album successivo, “Closer” (1980) e la compilation d’inediti e di brani live di “Still” (1981).

– Mat

Anton Corbijn, “Control”, 2007

anton-corbijn-controlFinalmente ieri sera ho visto “Control”, l’atteso film di Anton Corbijn sulla vita di Ian Curtis, il tormentato leader dei Joy Division morto suicida nel 1980. Film che è uscito nelle sale sul finire del 2007, che sta continuando ad aggiudicarsi premi e riconoscimenti ma che da noi, nella comalsolito arretrata Italia, non è nemmeno stato distribuito. Me lo disse un negoziante di dischi in tempi non sospetti, ‘a Mattè, l’Italia è l’Africa dell’Europa!’. E come dargli torto? Ma vabbé, polemiche a parte, passiamo al film.

Un mio amico smanettone s’è scaricato “Control” nelle settimane scorse, dopodiché mio fratello s’è fatto fare una copia in divvuddì, copia che ieri sera, per l’appunto, è finita nel mio vecchio caro portatile. E così, imbacuccatissimo a letto per via dell’influenza che mi ha tormentato in questi ultimi giorni, mi sono sparato questo film tutto d’un fiato, nella versione originale, senza sottotitoli.

E’ un film magistralmente girato in bianco e nero, dove lo stile del regista, Anton Corbijn – uno dei più acclamati fotografi/scenografi rock (io ho imparato ad apprezzarlo negli anni per le sue tante collaborazioni coi Depeche Mode) – è perfettamente riconoscibile. Le ambientazioni – ovvero Manchester & sobborghi fra il 1973 e il 1980 – sono ben fatte, un po’ meno i costumi, soprattutto per quanto riguarda l’attore che impersona Peter Hook, il bassista dei Joy Division, che pare vestire come se fosse una delle solite band fintopunk di derivazione Green Day. Ma a proposito di attori, è stato veramente bravissimo il giovane Sam Riley, quello che impersona lo stesso Ian Curtis, bravissimo nell’interpretarlo in tutti i mutevoli stati emotivi dell’angustiato cantante, dalla presenza sul palco con la band alle improvvise crisi epilettiche, passando per gli sconfortanti momenti di solitudine. Per giunta gli somiglia pure fisicamente! Altrettanto bravissima – e in questo caso me l’aspettavo perché ho avuto modo d’apprezzarla in altri film – è Samantha Morton, che qui interpreta Deborah Curtis, la moglie di Ian, autrice del libro biografico “Touching From A Distance” dal quale Corbijn ha poi tratto la storia del film (per la gioia dei fan joydivisioniani questo libro è stato tradotto anche in italiano… almeno quello ce lo siamo cagati…). Incredibilmente somigliante all’originale è anche l’attore che interpreta Bernard Sumner, il chitarrista dei Joy Division, in seguito nei New Order con gli stessi Peter Hook e Stephen Morris. Ecco, l’attore che impersona quest’ultimo, il batterista del gruppo, è quello meno caratterizzato nel film, ma c’è da dire che gli stessi New Order sono (stati) persone molto poco appariscenti, per cui forse Corbijn non è riuscito a cavare molto dalla collaborazione effettiva della band (che ha anche composto dei brevi interludi strumentali come colonna sonora) e della stessa vedova Curtis.

La poca caratterizzazione dei personaggi è per me il vero punto debole di “Control”, film che gioca più sulle sensazioni scaturite dalle immagini (e il bianco & nero scelto per la pellicola è azzeccatissimo) che sulla psicologia dei protagonisti, per quanto (e lo ripeto) i due attori principali – la Morton e Riley – sono stati bravissimi. Un altro punto debole di “Control” è la lentezza della storia: mi aspettavo più dinamismo, confesso che a tratti la visione del film mi ha annoiato.

Altra cosa che mi ha convinto a metà è stata la colonna sonora: ottimo David Bowie – lo si ascolta un sacco nella prima parte del film e lo si vede molto come poster & ritagli & dischi nella cameretta di Ian – ma veramente non ho capito perché soltanto due sono le canzoni originali dei Joy Division che si ascoltano nel film, vale a dire le pur splendide Love Will Tear Us Apart e Atmosphere. Le altre sono infatti eseguite dagli stessi attori che interpretano i Joy Division: sono stati bravi anche in questo caso, per carità, ma io ho visto questo film principalmente per sentirmi i pezzi originali dei miei amati Joy Division! Eccheccazzo!

Però, tuttosommato, ammetto che è stato piacevole vedere la storia di Ian Curtis e dei Joy Division in forma di film e mi dispiace davvero che “Control” non sia uscito nel circuito cinematografico italiano.

Ah, ultima cosa, mi sono emozionato quando scorrevano i titoli di coda (con Shadowplay rifatta dai Killers e non nella versione originale, sgrunt, ma lasciamo perdere…) e fra i ringraziamenti il buon Anton ha incluso Martin L. Gore dei Depeche Mode. Gli amici non si dimenticano mai!

– Mat

New Order

new-order-immagine-pubblicaLa storia dei New Order inizia a Manchester nella primavera del 1980, all’indomani del suicidio di Ian Curtis, cantante dei Joy Division. Sì perché i New Order sono Bernard Sumner, Peter Hook e Stephen Morris, rispettivamente chitarrista, bassista e batterista dei Joy Division, che, dopo il comprensibile smarrimento iniziale, decidono di darsi un nuovo nome e di continuare insieme.

I New Order debuttano quindi al principio del 1981 col singolo Ceremony / In A Lonely Place, entrambe canzoni dei Joy Division mai completate: la prima è un brano pop-punk formidabile (vale la pena di andarsi ad ascoltare anche la versione live dei Joy Division sull’album postumo “Still”) mentre la seconda è addirittura cantata da Ian Curtis, in quello che è uno dei pezzi più tenebrosi della band. In seguito, i New Order aggiungono stabilmente all’organico una tastierista, Gillian Gilbert (già ragazza di Stephen) con la quale reincidono completamente il singolo Ceremony / In A Lonely Place (il risultato, oltre che più pulito, è comunque migliore) e ritoccano alcune canzoni inedite dei Joy Division da inserire nel loro terzo ed ultimo album, “Still” (1981).

Sempre nel corso del 1981, inoltre, esce “Movement”, il primo album dei New Order: lo stile non si discosta poi molto da quello dei Joy Division (del resto i musicisti sono gli stessi…) ed il risultato è già strepitoso. Un disco della durata di appena 36 minuti per 8 brani che tuttavia è in perfetto equilibrio tra new-wave, punk, elettronica e dark. Due brani sono cantati da Peter, gli altri sei da Bernard: di lì a poco la band capisce che il ruolo di cantante spetta solo a quest’ultimo, il quale, pur non possedendo una gran voce ha tuttavia un timbro molto riconoscibile che ben s’incastra nel sound complessivo dei New Order. E la storia può riprendere il volo…

Nel 1983 esce il singolo Blue Monday ed è una rivoluzione: il suo ritmo disco-club sostenuto dalla drum machine, i suoi synth gelidi e la voce impassibile di Bernard che canta un testo di rivalsa ne fanno un classico istantaneo e una pietra miliare nella storia della musica. Blue Monday è il primo incrocio credibile tra rock e dance, una strada che in seguito verrà tentata da altri artisti, anche più famosi. Il brano, inoltre, può anche essere considerato un precursore di quel genere house che sarebbe esploso commercialmente sul finire del decennio.

Sempre nell’83 esce il secondo album dei New Order, “Power Corruption & Lies”, che si distacca dal suono dei Joy Division – puntando maggiormente sull’elettronica – senza però rinnegarne le origini. Davvero un gran disco, così come il successivo “Low-life” del 1985. I New Order sono sulla cresta dell’onda ed i vari manager ed intermediari vorrebbero farne delle star: i quattro di Manchester non ci stanno, l’unica concessione è l’inserimento delle loro foto (per la prima e ultima volta), in un loro disco, “Low-life” per l’appunto, distribuito in USA dall’etichetta di Quincy Jones, più noto come geniale produttore di Michael Jackson. Il fatto è che l’amarezza per la morte prematura di Curtis è un fantasma ancora molto ingombrante col quale i New Order riusciranno a convivere solo in anni recenti.

Nel 1986 esce un altro bel disco, “Brotherhood” (uno dei miei preferiti), contenente la celebre Bizarre Love Triangle (ma a me fa impazzire Angel Dust…). L’anno dopo è la volta di “Substance 1987”, una strepitosa doppia raccolta contenente lati A e B dei singoli, molti dei quali non presenti sugli album, più due inediti, le stupende 1963 e True Faith (probabilmente quest’ultima è, con Blue Monday, il brano più famoso dei New Order).

Nel gennaio ’89 i New Order volano al 1° posto della classifica inglese con l’indimenticabile album “Technique”, il mio album preferito tra quelli della banda di Manchester, lanciato da singoli innovativi come Fine Time, Run e Round And Round. Il momento di gloria si ripete l’anno dopo, con l’uscita del singolo World In Motion: scritto come inno della nazionale inglese per i mondiali di calcio, World In Motion è stata votata di recente come miglior inno scritto da un gruppo inglese per la propria nazionale calcistica.

Ma la solidità dei New Order inizia a dare i primi segni di cedimento: tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta, i membri della band formano diversi gruppi paralleli (gli Electronic per Sumner, che si unisce a Johnny Marr degli Smiths, i Revenge prima e i Monaco dopo per Hook, e gli Other Two per il duo – ormai sposato – Morris-Gilbert), mentre la casa discografica storica, la Factory Records (già distributrice dei Joy Division e in seguito di Happy Mondays e Stone Roses) è in grave crisi finanziaria. E’ proprio per tentare di salvare la Factory che dei riluttanti New Order tornano in studio per dar vita ad un nuovo album: “Republic”, che vede la luce nel ’93, quando la Factory è ormai spacciata, è forse il peggior album della band (ma non è brutto, state tranquilli…) anche se c’è la splendida Regret, con un video molto bello girato a Roma. Résisi forse conto di aver fatto un mezzo passo falso, i New Order sembrano guardare al passato: reincidono alcuni vecchi brani e li pubblicano con altri hits nella raccolta “(The Best Of) NewOrder” del 1994, poi, praticamente, la band si scioglie.

Lo scioglimento dei New Order, mai ufficializzato, termina sul finire degli anni Novanta: nel 1999 esce un brano nuovo, Brutal, per la colonna sonora del film “The Beach”, mentre la band è al lavoro sul nuovo album, che vede quindi la luce nel 2001. Così, il settimo album da studio dei New Order s’intitola “Get Ready” e con mio sommo piacere scopro che è uno dei migliori dischi del gruppo. Intanto, i New Order sono in grado di eseguire senza problemi concerti di due ore, mentre una nuova generazione di musicisti, in primis i Chemical Brothers, li inneggia come propri padri musicali.

Negli ultimi anni, una figlia della coppia Morris-Gilbert è stata gravemente malata: la mamma, per prendersene cura, ha abbandonato l’attività dei New Order, mettendo a rischio la vita stessa della band. Tuttavia, su insistenza della stessa Gilbert, i New Order sono tornati in pista con un nuovo tastierista/chitarrista, Phil Cunningham, un nuovo album, “Waiting For The Siren’s Call” (2005), e un nuovo tour.

Recentemente, dopo aver dato alle stampe un paio di raccolte, i New Order sono stati impegnati con la colonna sonora del film “Control”: girato da Anton Corbijn (storico fotografo e videomaker dei Depeche Mode), ripercorre la vita di Ian Curtis, voce dei Joy Division, e la parabola del gruppo stesso. Tuttavia quest’altro ritorno al passato non s’è tradotto nella nostalgia per il lavoro comune: nel corso del 2007 il bassista Peter Hook ha annunciato infatti la sua dipartita dai New Order e la formazione d’una nuova band, i Freebass, in compagnia di componenti degli Smiths e degli Stone Roses.

Ufficialmente i New Order non sono finiti e il sottoscritto crede che il buon Peter tornerà sui propri passi dopo essersi tolto lo sfizio di pubblicare un disco a nome Freebass. Staremo a vedere, per il momento ci possiamo accontentare delle ristampe degli album dei New Order pubblicati negli anni Ottanta, con disco aggiuntivo di materiale bonus per ogni titolo.

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The Smiths

the-smithsE’ il caso di parlare degli Smiths, lo devo a Lois Lane che me li ha citati più d’una volta. Premetto che nei primi anni Novanta, quando inizio ad appassionarmi di rock, leggo dappertutto critiche positive nei confronti di questa band a me sconosciuta, una band alla quale viene riconosciuto il merito d’aver pubblicato un capolavoro, tale “The Queen Is Dead”.

Passano gli anni e degli Smiths non ascolto praticamente nulla, forse soltanto un loro brano in uno spot televisivo, finché m’imbatto nell’elleppì “Bona Drag” (1990) di Morrissey. Scopro che si tratta dìuna raccolta e, visto il prezzo basso, decido di comprarmi quell’elleppì: rimango incantato dalla voce suadente di questo cantante, la musica mi piace molto e quindi mi decido a scoprire la band nella quale militava in precedenza, The Smiths per l’appunto.

Scopro così che gli Smiths si formano a Manchester, città inglese che dà i natali a tanti altri celebri gruppi (Joy Division, New Order, Simply Red, Happy Mondays, The Stones Roses, ecc.) e che le menti creative al loro interno sono due, Morrissey (che scrive i testi) e il chitarrista Johnny Marr (autore delle musiche). Gli altri due sono Andy Rourke e Mike Joyce, rispettivamente bassista e batterista. L’album omonimo degli Smiths esce nel 1984 ma è con il successivo “Meat Is Murder” che gli Smiths raggiungono il 1° posto della classifica inglese. In quello stesso anno, il 1985, esce anche “Steve McQueen” dei Prefab Sprout, una band che assieme agli Smiths contribuisce a riportare il suono della chitarra in un territorio più quieto, lontano dalla furia del punk e dei suoi derivati degli anni ’77-’83.

E’ “Meat Is Murder” il primo disco degli Smiths che ascolto: mi piace tutto, tranne l’ultima canzone, la title-track che si erge a portabandiera dei vegetariani (non ce l’ho coi vegetariani, è la struttura del brano che non mi piace) ma soprattutto ascolto a ripetizione How Soon Is Now?, che canta ‘sono un umano e ho bisogno d’essere amato’; non so come procedono le parole del testo ma l’effetto, unito alla tremolante chitarra di Marr, è assolutamente fantastico. Tuttavia mi rivendo il disco di lì a poco perché volevo comprarmi un ciddì di Billy Idol: senza rinnegare il buon Billy, oggi mi pento amaramente d’aver dato via “Meat Is Murder”, prometto che appena vedrò l’elleppì in un mercatino lo acquisterò di nuovo.

Tornando alla storia del gruppo, nel 1986 esce il tanto acclamato “The Queen Is Dead” e anche questo, un paio di anni fa, lo trovo in forma d’elleppì e lo faccio mio. La copertina è stupenda, nelle note interne scopro che si tratta d’un fotogramma preso da un film con Alain Delon, ma la musica, seppur grande, non m’impressiona più di tanto. Ma come, ne parlano tutti come d’un capolavoro?! Lo ascolto un paio di volte e lo metto via, senza però fare il madornale errore di rivendermelo. E, puntualmente, una sera del maggio scorso, mentre stavo pulendo la mia stanza dallo schifo che vi s’era accumulato dopo giorni e giorni di disordine, decido di mettere “The Queen Is Dead” sul piatto come sottofondo. Il lato A scorre tranquillamente…beh, certo, la prima canzone è potente e fantastica e mi fermo a sentirla per bene, poi procedo con le pulizie. Scorre il lato B e m’incanto: ma queste canzoni sono stupende, mi dico, come ho fatto a non capirle prima! Ce n’è una, There Is A Light That Never Goes Out, che è eccezionale, ha una coda strumentale bellissima. Finisce il disco ma le pulizie no, sono rimandate al giorno dopo…

Dopo “The Queen Is Dead” gli Smiths pubblicano un altro paio di album fra dischi dal vivo e raccolte ma nel 1988 già esce “Viva Hate!”, primo disco di Morrissey, avviato verso una brillante carriera solista che dura tuttora. La band si scioglie, di Joyce e Rourke non so nulla, invece Johnny Marr me lo ritrovo, più in forma che mai, nello spettacolrare “Mind Bomb”, l’album dei The The datato 1989. Marr figura anche in diversi album dei Pet Shop Boys (fra cui il bellissimo “Behaviour” del 1990) e mi pare di riconoscerlo anche in The Crying Game, un bel singolo di Boy George prodotto dagli stessi Boys. So inoltre che, verso il 1989, Marr mette su una band chiamata Electronic con Bernard Sumner, il cantante dei New Order.

Insomma, una storia breve, quella degli Smiths, nata e conclusasi negli anni Ottanta. Tuttavia una storia intensa, che ha creato album e singoli memorabili che in un prossimo futuro, ne sono sicuro, entreranno in diverse copie a casa mia!

– Mat

(ultima revisione: 22 settembre 2008)