Miles Davis & Jimi Hendrix: un appuntamento mancato

jimi-hendrix-miles-davis-collaborazioneTornando in tema di progetti musicali irrealizzati, vediamo ora un caso isolato, ovvero l’affascinante storia della mancata collaborazione fra due delle più luminose stelle afroamericane della musica, Miles Davis e Jimi Hendrix. Che genere di suoni avrebbe prodotto l’unione artistica di un gigante del jazz con un gigante del rock? Purtroppo non abbiamo avuto il modo di saperlo a causa della tragica morte del chitarrista di Seattle, tuttavia la storia del loro ‘appuntamento mancato’ è un argomento assai affascinante.

Preferisco però riportare alcuni brani tratti dal libro “Lo Sciamano Elettrico” di Gianfranco Salvatore (edito nel 2007 da Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri); lo studioso davisiano ha narrato con dovizia di particolari tutta la vicenda Davis-Hendrix. Eccone un sunto, precisando solo che parentesi quadre e grassetti sono miei.

– Mat

Tra il ’68 e il ’69 anche Jimi Hendrix era alla ricerca di una svolta. Da tempo sognava di suonare assieme a una sezione di fiati, o su uno sfondo orchestrale. Probabilmente non gli interessava più di tanto che la formazione dei suoi sogni fosse jazzistica: voleva far viaggiare la chitarra elettrica su una trama sonora più ricca e più importante, vagheggiava la dimensione del “concerto” per chitarra e orchestra. […] Dal jazz Hendrix era attratto ma anche intidimito. Sapeva che la sua scarsa competenza in fatto di accordi e funzioni armoniche non gli consentiva di misurarsi con le strutture tipiche di quella musica. Non che di jazz fosse del tutto digiuno: aveva conosciuto da piccolissimo certe big band degli anni Quaranta che il padre amava ascoltare, […] e una notte del 1969 tenne una leggendaria jam con [John] McLaughlin, [Dave] Holland e Buddy Miles. […] Si era stancato dei musicisti del suo trio, l’Experience, mentre stimava certi jazzisti più smaliziati che non sentiva troppo lontani da lui, come [Roland] Kirk e altri, per la loro concezione delle improvvisazioni estese. […]
Miles Davis non gli era ignoto: conosceva ed ammirava quanto meno KIND OF BLUE. Davis, nello stesso periodo, stava cercando di trovare il modo di inserire la chitarra nella sua formazione, perché i tentativi fatti in studio di registrazione con Joe Beck e George Benson lo avevano lasciato insoddisfatto. Di Jimi lo attraeva moltissimo la sonorità, e doveva aver intuito, dall’ascolto dei dischi, che il chitarrista era predisposto per una musica più sofisticata. […]
Potrebbe essere stato Gil Evans il primo a parlare a Miles di Hendrix, a cui s’era appassionato fin dai primissimi dischi, adottando piano, chitarra e basso elettrici all’inizio del 1969 in BLUES IN ORBIT. […] Ma fu Betty Mabry [all’epoca giovane moglie di Miles], che frequentava personalmente il chitarrista, a spronare i due musicisti a incontrarsi. Verso l’inizio dell’estate del ’69 organizzò a casa Davis un party ad hoc, con pochi invitati selezionati: creata la giusta atmosfera, Miles avrebbe sottoposto a Jimi della musica scritta. Quella sera, però, andò a finire che Davis si trattenne in studio di registrazione: fatalità o tattica diversiva, la storia non lo dice. Tuttavia il padrone di casa aveva lasciato il suo spartito perché l’ospite gli desse un’occhiata, e poi gli telefonò dallo studio per sapere cosa ne pensasse, scoprendo solo in quel momento che Hendrix non era in grado di leggere la musica. La cosa, però, non finì lì: cominciarono a frequentarsi, entrarono in confidenza. […] Il più grande trombettista del jazz invitò più volte nella sua casa di New York il più grande chitarrista del rock a suonare e improvvisare insieme, anche per spiegargli come funzionavano certi meccanismi musicali, mostrandoglieli al pianoforte o alla tromba, oppure facendogli ascoltare un disco suo, o di [John] Coltrane. Hendrix coglieva il succo di tali lezioni e incorporava alcuni suggerimenti nei propri dichi: è Miles ad affermarlo, nell’autobiografia.
E l’affermazione è veritiera. Nell’autunno del ’69 il chitarrista aveva formato la Band Of Gypsys, e la notte del 31 dicembre 1969 il trio si era esibito al Fillmore East in un doppio concerto che scivolò tra il vecchio e il nuovo anno, aprendo un nuovo decennio musicale in cui rock e musica nera avrebbero trovato intese sempre più feconde. Davis li adorava: c’era Hendrix, c’era Buddy Miles – che diventò il suo batterista di riferimento -, e con Billy Cox al basso la musica aveva preso un orientamento spiccatamente più funky di quello dell’Experience. […]
Miles e Jimi cominciarono a scambiarsi lunghe telefonate, discutendo del loro lavoro e di una possibile collaborazione. […] E la loro amicizia non passò inosservata. Il chitarrista stava lavorando con un nuovo produttore discografico, Alan Douglas, proprietario della Douglas Records, che per lui aveva grandi progetti. Era l’uomo giusto per promuovere un incontro fra cultura afroamericana e psichedelia: aveva collaborato con [Duke] Ellington, [Charles] Mingus, Coltrane, Eric Dolphy ai suoi esordi, ma anche prodotto registrazioni di Timothy Leary, il guru dell’LSD. […] Quando seppe che Hendrix e Davis si frequentavano fiutò il colpo grosso, ritenendo di essere la persona più adatta per catalizzare una loro collaborazione. Per realizzare il progetto lavorò quattro mesi a un accordo tra la Columbia e la Warner Bros. Si decise che il disco sarebbe uscito per quest’ultima, e che avrebbe contenuto quattro brani, con i diritti equamente divisi tra i due musicisti. […] Douglas, che conosceva il fatto suo, commissionò la stesura del disco a Gil Evans: […] La soluzione sembrava prevenire ogni problema di ego. Evans avrebbe messo a punto la musica prima che le due star entrassero in studio di registrazione; con lui, Miles avrebbe trovato dalla sua parte colui che da tanti anni era il suo consigliere spirituale ed artistico, mentre Hendrix avrebbe ottenuto finalmente quel disco “barocco-blues-flamenco” a cui anelava.
Ma le cose si complicarono. Douglas sostiene che la sera stessa della seduta di registrazione, solo mezz’ora prima dell’orario previsto per iniziare il lavoro, l’agente di Miles lo chiamò per dirgli che il trombettista voleva cinquantamila dollari prima di entrare in studio. Il produttore stava per consultarsi con Hendrix, quando telefonò Tony Williams [il batterista di Davis] chiedendo la stessa cifra che voleva Miles…
La seduta fu annullata. Davis ammise poi nell’autobiografia che il disco non si realizzò non solo perché non si riuscì a far quadrare gli impegni suoi e del chitarrista, ma anche perché il compenso offertogli era troppo basso. Ma Hendrix non voleva rinunciare al propri progetto “jazzistico”. Frequentava anche la casa di Quincy Jones, e fu invitato a collaborare al suo album GULA MATARI nel brano Hummin’, di Nat Adderley. Tuttavia il chitarrista non si presentò né nelle sedute di marzo, né in quelle di maggio (al suo posto fu usato Toots Thielemans) [ecco così un altro caso di progetto irrealizzato, una collaborazione Jones-Hendrix]. Si decise di andare avanti con l’orchestra di Evans, senza Miles. […] Alla fine dell’anno il solista avrebbe dovuto cominciare le prove con l’orchestra evansiana, per poi esibirsi alla Carnegie Hall di New York, registrando il disco dal vivo. Fu anche commissionata a Mati Klarwein, l’artista che aveva ideato l’immagine di BITCHES BREW, la copertina dell’album in preparazione.
Ma in qualche modo Miles tornò in campo. Nell’agosto del 1970 i due musicisti erano entrambi in programma al Festival dell’isola di Wight, Miles il 29 e Jimi il 30, e avrebbero dovuto incontrarsi a Londra dopo il concerto del trombettista, tra un aereo e l’altro, per discutere del contenuto musicale del disco. A quello storico appuntamento Davis arrivò in ritardo – a causa del traffico, disse – e non vi trovò Jimi. Però, al suo ritentro a New York, Evans gli fece sapere che nel nuovo progetto con Hendrix (che evidentemente era stato anticipato, e a cui avrebbe partecipato anche Tony Williams, ridotto a più miti consigli) avrebbe voluto anche lui. Ma a quel punto si era già in settembre: il 18 di quel mese Hendrix fu trovato morto in una stanza d’albergo di Londra. Si dice che avesse già pronto il biglietto d’aereo: il giorno dopo sarebbe partito per New York per la prima seduta di registrazione con Miles e Gil. Invece volò via per sempre.
L’improvvisa scomparsa di Hendrix spezzò il cuore a Miles. Dominando per una volta la sua insofferenza alle convenzioni sociali e al fastidio di mescolarsi alla folla, si recò a Seattle per le onoranze funebri, il 1° ottobre 1970. Fu l’unico funerale della sua vita: non era andato nemmeno a quello dei suoi genitori. Si tormentava, era turbato, forse pentito. Più volte, negli anni, avrebbe confidato ad amici e collaboratori che il mancato progetto con Hendrix era il solo rimpianto della sua vita.

– Gianfranco Salvatore (da “Lo Sciamano Elettrico”, pagine 97-101)

Miles Davis, “The Complete In A Silent Way Sessions”, 2001

miles-davis-the-complete-in-a-silent-way-sessionsNel 2008 appena trascorso, la mia passione per la musica di Miles Davis è cresciuta in modo esponenziale, tanto da indurmi a fare spese pazze per i suoi dischi. E così, oltre agli album da studio o dal vivo, in formato singolo o doppio che fossero, ho comprato anche diversi cofanetti: tripli, quadrupli o addirittura quintupli. Non so quanti soldi ho speso… certamente un sacco ma certamente n’è valsa la pena!

Riguardo ai cofanetti, quello che più ho apprezzato e che del resto ascolto più spesso è “The Complete In A Silent Way Sessions”, tre ciddì racchiusi in una lussuosa confezione cartonata, con belle foto e molti dettagli tecnici/creativi sulla musica inclusa. Come suggerisce il titolo stesso, tale cofanetto è incentrato sull’album “In A Silent Way” del 1969, uno dei grandi capolavori di Miles Davis, il suo primo disco nel quale troviamo strumenti amplificati elettricamente (mentre fino al precedente “Nefertiti” era stata impiegata solo strumentazione acustica), il primo che fa uso di chitarra, in breve il primo album davisiano dell’era fusion. Lo stesso titolo del cofanetto è però fonte di fraintendimenti: non si tratta della totalità delle registrazioni effettuate dal gruppo di Miles per l’album “In A Silent Way”, bensì delle registrazioni più notevoli incise in studio fra il settembre 1968 e il febbraio ’69, una mole di materiale che poi è stata distribuita nel corso degli anni negli album “Filles De Kilimanjaro” (1969), “Water Babies” (1976), “Circle In The Round” (1979) e “Directions” (1981), oltre che ovviamente sullo stesso “In A Silent Way”. Vediamo comunque per sommi capi il contenuto dei tre dischi di questo “The Complete In A Silent Way Sessions”, quinto d’una serie di cofanetti che ha fatto (e sta facendo) la gioia di migliaia di appassionati davisiani.

Cd 1) Si parte con l’incantevole Mademoiselle Mabry, una lunga e sofisticata composizione dedicata a quella che di lì a poco diventerà (seppur per un solo anno) la seconda signora Davis, Betty Mabry. Pacata e briosa al contempo, Mademoiselle venne registrata il 24 settembre ’68 e inserita in “Filles De Kilimanjaro”, così come la spumeggiante Frelon Brun. La piacevolmente ipnotica Two Faced e la fantasia percussiva di Dual Mr. Anthony Tillmon Williams Process, entrambe incise l’11 novembre, sono invece apparse molto tempo dopo, su “Water Babies”. La movimentata Splash, incisa il 12 novembre, non era mai stata pubblicata in questa versione integrale, bensì priva d’introduzione nella compilation “Circle In The Round”. Splashdown, ancora una composizione ricca di movimento e messa su nastro il 25 novembre, è invece uno dei tanti gioielli di Miles rimasti nei cassetti della Columbia e riscoperti per questa strepitosa serie di cofanetti: è anche interessante dal punto di vista storico giacché segna l’inizio della collaborazione fra Davis e Joe Zawinul, uno dei suoi partner creativi più geniali e influenti.

Cd 2) La sognante Ascent, incisa il 27 novembre, è semplicemente una delle registrazioni più belle di Miles Davis: apparsa per la prima volta su “Directions”, questa versione restaurata rimedia ad alcuni difetti tecnici di quella prima edizione. Directions, nota e incalzante composizione zawinuliana, incisa quello stesso 27 novembre, è qui presente in due versioni (una è leggermente più estesa dell’altra) dall’arrangiamento simile. Poi si passa finalmente ai brani veri e propri intesi per l’album “In A Silent Way”, vale a dire Shhh/Peaceful, l’omonima In A Silent Way e It’s About That Time, registrati tutti il 18 febbraio 1969 e inediti in questa forma, vale a dire senza gli interventi di post-produzione. Da segnalare, in particolare, una versione Rehearsal di In A Silent Way sensibilmente più dinamica (suona quasi come una samba) ma assolutamente deliziosa.

Cd 3) Il terzo e ultimo disco comincia subito in modo memorabile, con The Ghetto Walk, una maestosa composizione prossima ai ventisette minuti di durata. Messa su nastro il 20 febbraio, sembra incredibile che una tale gemma come The Ghetto Walk sia rimasta inedita fino alla pubblicazione di queste “Sessions”. Anche l’elegante e malinconica Early Minor, registrata in quella stessa seduta, è rimasta inedita fino al 2001. I due brani restanti sono invece le versioni rimasterizzate di Shhh/Peaceful e In A Silent Way/It’s About That Time, così come erano apparse nel 1969 sull’album “In A Silent Way”, ovvero con tutti gli effetti di editing e looping curati dal produttore Teo Macero.

In definitiva, la splendida musica presente nei tre ciddì di “In A Silent Way Sessions” documenta un periodo di transizione nella carriera artistica di Miles Davis: l’utilizzo di strumenti elettrici, come detto, l’impiego di nuove metodologie compositive ma anche il ricorso a musicisti geniali e innovativi che hanno contribuito a spingere la musica di Miles in una dimensione che travalica ampiamente il concetto di jazz verso una forma d’avanguardia sonora che mescola brillantemente la spontaneità del jazz con la musica classica, il rock e la psichedelia. Davvero impressionante la lista dei nomi che hanno affiancato Miles Davis – peraltro in forma magnifica – nel periodo raccontato da questo cofanetto: il grande sassofonista Wayne Shorter, i celeberrimi tastieristi Chick Corea, Herbie Hancock e il già citato Zawinul, il solido bassista Dave Holland, i batteristi Tony Williams, Jack DeJohnette e Joe Chambers, uno più bravo dell’altro, l’inventivo chitarrista John McLaughlin. Oltre, ovviamente, al geniale Teo Macero che ha fatto dello studio di registrazione un ulteriore strumento creativo.

– Mat