The Clash, “London Calling”, 1979

The Clash London CallingIn blog precedenti avevo già recensito tutti gli album dei Clash ma, bisognoso di nuovi argomenti per ampliare questa riedizione di Immagine Pubblica, mi sono messo a riscrivere un vecchio post (originariamente datato 23 marzo 2009) su quello che viene comunemente inteso come il manifesto artistico della band inglese, ovvero “London Calling”, il suo terzo terzo album, che ha una genesi peculiare che merita d’essere raccontata.

Londra, aprile ’79, i nostri trovano un nuovo quartier generale, un’autorimessa della quale affittano il piano superiore per farne una sala prove ma anche un ritrovo; il locale viene denominato Vanilla per via del colore delle pareti. La nuova atmosfera si rivela salutare per i Clash: liberi da un manager/mentore tanto geniale quanto ingombrante, Bernie Rhodes, licenziato poco prima, i quattro – Joe Strummer, Mick Jones, Paul Simonon e Topper Headon – hanno l’opportunità d’affiatarsi sempre più, non solo come musicisti ma soprattutto come amici. Al Vanilla prendono così a sperimentare generi diversi dal punk, quali funk, reggae, soul, disco e jazz, tanto che tra maggio e giugno i Clash si ritrovano con un bel quantitativo di nuove composizioni (parte di questo materiale, le cosiddette “Vanilla Tapes”, verrà incluso nella riedizione deluxe di “London Calling” del 2004). Dopodiché, una volta rinnovato il contratto con la CBS, i Clash chiamano il produttore Guy Stevens, un loro idolo, già produttore ma anche mentore della band preferita di Mick, i Mott The Hoople.

Stevens aveva già prodotto i nostri, nel novembre ’76, quando, dopo un interessamento da parte della Polydor, il gruppo aveva effettuato con lui il suo primo demo professionale. Allora le cose non andarono come i Clash avevano sperato ma, a distanza di quasi tre anni, erano fermamenti convinti che Guy fosse l’unico in grado di produrre il loro nuovo disco. Le sessioni si svolsero così ai Wessex Studios, con Stevens e il tecnico Bill Price alla consolle: tutto l’entourage dei Clash ricorda il comportamento folle di Stevens, il quale, alcolizzato cronico, incitava la band in studio con urla, salti e distruzione del mobilio. L’atmosfera in studio era quindi sempre carica, rovente, e il nuovo materiale dei Clash riuscì a giovarne, a dispetto di quel che si potrebbe pensare vedendo le immagini amatoriali di Stevens che fa il pazzo in studio, contenute nel dvd della riedizione deluxe di “London Calling” (sono riprese molto divertenti ma anche un tantino inquietanti)! Le sessioni, durate fino alla fine d’agosto, hanno prodotto quello che secondo molti critici e molti fan è l’album migliore per Strummer & compagni.

Un album che parte col botto, l’omonima London Calling, che non è solo la canzone più rappresentativa dei nostri ma è oggi considerata un autentico classico del rock. E’ un brano potente & visionario, dove tutta la strumentazione e le parti vocali sono esaltate, e lo si capisce già dagli iniziali, incalzanti secondi. London Calling è una delle prove più belle dei Clash, qui al meglio di quello stile epico applicato al punk rock nel quale sono maestri.

Brand New Cadillac è invece l’irresistibile cover d’un rock ‘n’ roll di Vince Taylor & His Playboys, datato 1959: il pezzo, tirato e coinvolgente, serviva ai Clash per riscaldarsi prima di passare alle canzoni di propria composizione ma Stevens lo registrò comunque e convinse la band ad includerlo nell’album. Jimmy Jazz inizia con una sonnacchiosa chitarra unita al fischiettare d’un amico dei Clash, dopodiché la musica diventa saltellante e gioviale, quanto di più distante i nostri avessero mai inciso fino ad allora. I ritmi tornano a farsi comunque più serrati con la trascinante Hateful, dove la voce roca di Joe è magnificamente supportata da quella più sbarazzina di Mick.

Voce di Mick che torna protagonista in Rudie Can’t Fail, convincente ibrido tra sonorità punk e latinoamericane, dove gli interventi ai fiati degli Irish Horns – che partecipano ad altri momenti del disco – sono particolarmente efficaci. Spanish Bombs sembra invece un classico brano da autoradio: melodioso, caldo, dal ritmo sostenuto, col testo – cantato quasi all’unisono da Joe & Mick – a richiamare numerose immagini di quegli anni di piombo.

La saltellante The Right Profile è un’altra grandiosa commistione di stili: rock ‘n’ roll, punk, ritmi latini e un pizzico d’immaginario hollywoodiano; Strummer ne scrisse infatti il testo dopo aver letto una biografia del tormentato attore Montgomery Clift. E se Lost In The Supermarket – brano pulsante ma disteso, con Mick alla voce solista – è una delle canzoni migliori di “London Calling”, la successiva Clampdown è una delle più incalzanti, grazie all’inesorabile batteria di Topper che resta in primo piano per tutto il tempo. Poi è la volta di The Guns Of Brixton, la prima composizione firmata (e cantata) da Paul Simonon, dove il ritmo è decisamente reggae, con una linea di basso irresistibile & una voce impassibile a narrare gangster stories.

Stagger Lee/Wrong ‘Em Boyo è un altro esempio di fusione tra generi nella quale i Clash si dimostravano sempre più a loro agio: un medley fra un traditional e una cover dei Rulers che ci porta ad anni luce dal punk, dato che sembra piuttosto d’ascoltare un appassionato gruppo rock che esegue dei ritmi da swing band anni Cinquanta. Death Or Glory e Four Horsemen mi sembrano gli unici momenti deboli di “London Calling”: sono canzoni delle quali avrei anche fatto a meno, sebbene non siano cattive e suonino inconfondibilmente Clash nell’approccio e nello stile. Ben più interessante mi sembra The Card Cheat, cantata da Mick, dove tutta la strumentazione – col piano come strumento portante – è raddoppiata e fornita d’eco. E’ un’ulteriore testimonianza della versatilità raggiunta dal gruppo in studio, anticipatrice di alcuni episodi di “Sandinista!” (1980), così come il breve ma divertente rock di Koka Kola, cantato da Joe.

E se in Lover’s Rock i nostri si divertono a confondere stili e sonorità, con Joe e Mick a cantare all’unisono, I’m Not Down è semplicemente un’altra bella canzone cantata da Mick, piacevolmente energica. Memorabile resta anche la cover di Revolution Rock di Danny Ray, dove i Clash non solo si cimentano alla grande con sonorità dub-ska (anch’esse riprese con grande efficacia in “Sandinista!”) ma si dilettano pure a riproporre la sezione fiati di Sea Cruise, un pezzo di Frankie Ford.

A chiudere questo disco superlativo che è “London Calling” ci pensa una coinvolgente canzone cantata da Mick che doveva essere abbinata come flexi-disc al magazine NME; la cosa non si concretizzò e la melodica Train In Vain trovò posto in fondo all’album, nemmeno nominata nelle prime stampe del disco.

Due righe merita anche la copertina, giudicata una delle più evocative della discografia mondiale. Scattata da Pennie Smith, la foto ritrae Simonon che spacca il suo basso durante un concerto americano, mentre la grafica riprende quella del primo album di Elvis Presley.

-Mat

Joe Strummer – The Future Is Unwritten

joe-strummer-film-clash-immagine-pubblicaMiracolosamente, il docufilm di Julien Temple su Joe Strummer, “The Future Is Unwritten”, è arrivato anche in una sala cinematografica abruzzese, precisamente al Massimo di Pescara. La proiezione si è tenuta ieri sera e… non me la sono fatta scappare!

Antonella & io arriviamo per tempo, alle ventiettrenta, di fronte ad un botteghino già molto affollato: un quantitativo di gente che non mi aspettavo di trovare ma che mi ha fatto molto piacere di vedere. Quando entriamo in sala riusciamo per fortuna a trovare due comodi posti nelle file centrali ma entro le ventuno, ora d’inizio della proiezione, la sala è già piena.

Il docufilm di Temple parte già alla grande, con la storica ripresa (in bianco & nero) di Joe che registra la sua voce solista sulla base strumentale – che in quel momento ascolta solo lui, in cuffia – di White Riot, il primo singolo dei Clash. Poi entra prepotentemente & selvaggiamente il resto della musica, con le immagini che stavolta passano al cortile di casa Mellor (il vero cognome del nostro) dove troviamo il piccolo Joe a giocare col fratellino maggiore David. Queste immagini iniziali sono fra le poche che mi hanno veramente emozionato: non avevo mai visto quelle sequenze amatoriali (a colori) del giovane Strummer, così come le foto e le immagini dei suoi genitori. Tutto il film scorre cronologicamente, dall’origine nella middle-class inglese alla resurrezione artistica del nostro con la sua ultima band, The Mescaleros, passando per gli anni in collegio, il periodo da squatter a Londra, l’esplosione del fenomeno punk, il suo passaggio dagli 101ers ai Clash, l’epopea di questi ultimi, gli anni di smarrimento nella seconda metà degli Ottanta.

Una storia complessa & affascinante, narrata oltre che dalle stesse parole di Joe (prese dalle sue interviste radio e/o televisive) anche da quelle persone – musicisti o tizi comuni – che più sono state in contatto con lui, fra cui: i tre ex Clash Mick Jones (in ottima forma & a suo agio), Topper Headon e Keith Levene (ma non clamorosamente Paul Simonon, chissà perché…), Tymon Dogg, Steve Jones dei Sex Pistols, Don Letts, Courtney Love, amici d’infanzia e compagni hippy e/o squatter, le sue due mogli – Gaby e Luce – più una serie d’interventi di gente che a mio avviso c’entra ben poco, come quel ruffianone onnipresente di Bono Vox. Che cavolo c’entra Bono con Joe Strummer?! Altri interventi ci mostrano invece gli attori Matt Dillon, Steve Buscemi e Johnny Depp e il regista Martin Scorsese.

E’ molto bello che la maggior parte di questi interventi si svolga attorno ad un falò sulla spiaggia, come piaceva fare a Joe per ritrovarsi e confrontarsi con gli amici più cari. Uno dei pochi che non appare di fronte al caldo scoppiettare delle fiamme è Mick Jones, che parla del suo rapporto artistico e umano con Strummer dal grattacielo in cui viveva da solo con la nonna, nella seconda metà degli anni Settanta. Grande Mick, da sempre il mio Clash preferito! Anche il manager-mentore dei Clash, il controverso Bernie Rhodes, dice la sua, col suo classico taglio polemico & aggressivo, anche se i suoi interventi sono soltanto vocali (credo telefonici), su alcune immagini di repertorio.

“The Future Is Unwritten” è quindi un ottimo documento per conoscere la vita privata & artistica di Joe Strummer, non manca nessun aspetto: il dolore per la perdita del fratello David, gli anni giovanili errabondi, la storia dei Clash ovviamente, le colonne sonore realizzate per il cinema (come “Walker”), le parti che Joe ha recitato per lo stesso cinema (come “Mystery Train” di Jim Jarmusch, che anch’egli contribuisce coi suoi ricordi attorno al falò), i suoi programmi radiofonici condotti per la BBC a cavallo fra gli anni Novanta e Duemila (spesso come colonna sonora abbiamo proprio i pezzi che Joe sceglieva, introducendoli con la sua inconfondibile voce), fino alla sua esibizione coi Mescaleros nell’autunno del 2002, per supportare la causa dei pompieri in sciopero, un’esibizione che vide anche la partecipazione (a sorpresa) di Mick Jones per un paio di pezzi dei Clash. Altre sequenze davvero emozionanti!

A parte clamorose assenze – una su tutte, come detto, Paul Simonon, ma anche i produttori Mikey Dread (peraltro morto pochi giorni fa…) e Bill Price, nonché Martin Slattery dei Mescaleros – l’unico grande punto debole che ho trovato in “The Future Is Unwritten” è la sua verbosità. Una valanga di parole, da quelle dei già numerosi ospiti attorno al falò a quelle dello stesso Joe, con la musica che quasi sempre resta un mero sottofondo. Una valanga di informazioni che danno sì un profilo abbastanza completo di Joe Strummer ma che risultano eccessivamente compresse in due ore di visione. Insomma, va pure bene la prima volta che vediamo il film, ma le altre volte? Dov’è la musica? C’è da dire che, almeno nei titoli, essa è abbastanza rappresentativa dei vari periodi artistici di Joe: ascoltiamo quindi (anche se per pochi secondi ognuna) Keys To Your Heart dei 101ers, White Riot, London Calling, Magnificent Seven, Rock The Casbah e altri classici dei Clash, estratti dalle colonne sonore di “Walker”, “Permanent Record” e “When Pigs Had Flies” (non sono sicuro che quest’ultimo titolo sia esatto, la musica resta tuttora inedita), Tony Adams , Johnny Appleseed e Willesden To Cricklewood dei Mescaleros. Insomma, i titoli non mancano ma li si ascolta veramente per pochi secondi, quasi sempre come sottofondo alle parole.

Altri aspetti che ho gradito poco – e dei quali francamente non ho visto l’utilità – sono stati gli inserti di sequenze tratte dal bel cartone animato de “La fattoria degli animali” e del film “1984”, entrambi presi dalle notevoli opere letterarie omonime di George Orwell. Potrebbero anche fare scena ma per me sono inutili.

In definitiva, penso che “The Future Is Unwritten” sia un ottimo racconto per chi vuole conoscere Joe Strummer sapendone veramente poco, o per chi volesse avere una guida visuale della sua carriera. Ma per chi conosce già la storia di Joe e consuma da anni album quali “London Calling” e “Sandinista!” questo film rappresenta solo un simpatico & gradito diversivo. A tratti pure un po’ noioso.

– Mat

The Clash, “Sandinista!”, 1980

the-clash-sandinista-immagine-pubblica-blogScrissi questo post – a metà fra una scheda tecnica & una recensione – sul blog parallelo a Parliamo di Musica, ovvero Parliamo dei Clash… durò poco, tuttavia, e così trasferii il tutto su PdM… e ora qui!

SANDINISTA!

CBS, 12 dicembre 1980

NOTE
Quarto album da studio dei Clash, dura 144′ e 26” (l’edizione in vinile è costituita da tre LP, mentre quella successiva in CD è composta invece da due dischi).

FORMAZIONE
Mick Jones (chitarra, piano, basso?, cori, voce), Joe Strummer (voce, cori, chitarra), Paul Simonon (basso, cori, voce), Topper Headon (batteria, piano, basso?, voce).

ALTRI MUSICISTI
Mikey Dread (version mix, effetti, voce), Micky Gallagher (tastiere, organo), Norman Watt-Roy (basso), Tymon Dogg (violino, voce), Ellen Foley (voce, cori), J.P. Nicholson, David Payne, Gary Barnacle (sax), Ivan Julian (chitarra), Bill Barnacle, Don Letts (parlato).

PRODUZIONE
The Clash, Mikey Dread e Bill Price.

STUDIO
Power Station, Electric Lady (New York), Wessex (Londra).

BRANI
1. The Magnificent Seven (The Clash) 2. Hitsville U.K. (The Clash) 3. Junko Partner (Unknown) 4. Ivan Meets G.I. Joe (The Clash) 5. The Leader (The Clash) 6. Something About England (The Clash) 7. Rebel Waltz (The Clash) 8. Look Here (Mose Allison) 9. The Crooked Beat (The Clash) 10. Somebody Got Murdered (The Clash) 11. One More Time (The Clash) 12. One More Dub (The Clash) 13. Lightning Strikes (Not Once But Twice) (The Clash) 14. Up In Heaven (Not Only Here) (The Clash) 15. Corner Soul (The Clash) 16. Let’s Go Crazy (The Clash) 17. If Music Could Talk (The Clash, Mikey Dread) 18. The Sound Of Sinners (The Clash) 19. Police On My Back (Eddy Grant) 20. Midnight Log (The Clash) 21. The Equalizer (The Clash) 22. The Call Up (The Clash) 23. Washington Bullets (The Clash) 24. Broadway (include Blowing In ‘The Guns Of Brixton’) (The Clash) 25. Lose This Skin (Tymon Dogg) 26. Charlie Don’t Surf (The Clash) 27. Mensforth Hill (The Clash) 28. Junkie Slip (The Clash) 29. Kingston Advice (The Clash) 30. The Street Parade (The Clash) 31. Version City (The Clash) 32. Living In Fame (Mikey Dread, The Clash) 33. Silicone On Sapphire (The Clash) 34. Version Pardner (Unknown) 35. Career Opportunities (The Clash) 36. Shepherds Delight (Mikey Dread, The Clash)

STORIA/RECENSIONE
Tra il marzo e l’aprile del 1980, i Clash volano in Giamaica con un nuovo collaboratore, l’artista reggae Mikey Dread: l’intenzione è di sperimentazre ulteriormente le sonorità dub e raggae che i Clash avevano intrapreso qualche tempo prima con brani come Armagideon Time e Bankrobber. Dopo aver tentato inutilmente di registrare una versione di Junko Partner ai celebri Channell One Studios di Kingston, i Clash e Dread capiscono di non trovarsi nel posto migliore per lavorare, dato anche il caos politico che la Giamaica affrontava in quel periodo. E così, dopo qualche giorno di vacanza, i nostri volano negli Stati Uniti… o meglio, Mick Jones, Joe Strummer, Topper Headon e Mikey Dread si dirigono a New York, mentre Paul Simonon se ne va in Canada per un mese, in modo da partecipare alle riprese del film “All Washed Up”, nel quale farà la parte d’un musicista in una punkband con Steve Jones e Paul Cook dei Sex Pistols.
E così, un po’ confusamente, i Clash iniziano a lavorare al loro quarto album a stretto contatto con Mikey Dread e il fido Bill Price (già tecnico del suono in “London Calling”): ma le idee stentano ad arrivare per cui si parte dalle cover… Police On My Back degli Equals, Louie Louie di Richard Berry e Madness di Prince Buster (le ultime due restano ufficialmente inedite tuttora). Poi Mick e Joe, i principali autori delle canzoni dei Clash, decidono di ricorrere ad alcuni amici, sia in qualità di musicisti che in quella di coautori dei brani: invitano in studio Micky Gallagher e Norman Watt-Roy (rispettivamente, tastierista e bassista dei Blockheads, la band di Ian Dury), Ivan Julian dei Voidoids (la band di Richard Hell, ex Television) e Tymon Dogg, il violinista itinerante grande amico di Joe. E così le nuove canzoni (e che canzoni!) iniziarono a sgorgare: degli interessanti crossover tra funk e rap come Magnificent Seven e Lightning Strikes, l’irresistibile The Call Up, la curiosa Lose This Skin (scritta e cantata da Tymon) ma anche la spledida cover di Every Little Bit Hurts (rimasta poi inedita fino al 1991). Preziosi collaboratori a parte, c’è da dire però che l’atmosfera unica al mondo di New York iniziò a contagiare sempre più Joe e Mick, i quali ebbero a disposizione probabilmente la più ricca fonte d’ispirazione che un musicista possa desiderare. In quegli anni, inoltre, stavano fermentando nei sotterranei della Grande Mela delle sonorità quali il rap e l’hip-hop che avrebbero enormemente condizionato il panorama musicale degli anni a venire. I Clash ebbero quindi il privilegio di assorbire queste nuove sonorità in anteprima e di tradurle secondo i propri stilemi: da qui quel sound unico che solo “Sandinista!”, tra gli altri album dei nostri, possiede. Anche Topper si dimostra più collaborativo del solito, basti pensare che “Sandinista!” contiene l’unica canzone dei Clash cantata da lui, Ivan Meets G.I. Joe.
Le sessioni newyorkesi dei nostri si concludono a fine aprile quando, una volta tornato anche Paul nei ranghi, la band fa ritorno in Gran Bretagna per effettuare un breve tour. Al principio dell’estate i Clash sono nuovamente in studio, stavolta nei più familiari Wessex di Londra. La creatività continua a sgorgare (anche Paul è produttivo, compone e canta The Crooked Beat), tanto che i nostri addirittura scrivono e producono pure un album per la cantante americana Ellen Foley (a quel tempo fidanzata con Mick), “Spirit Of St. Louis”, che vedrà la luce nel 1981. Insomma, entro settembre, i Clash si ritrovano con tanto di quel materiale da proporre alla casa discografica la pubblicazione d’un triplo LP. La CBS non accoglie favorevolmente la proposta, dati i costi di produzione superiori e il relativo prezzo al pubblico maggiorato che avrebbe compromesso le vendite. I Clash allora raggiungono un accordo che fa capire quanto fosse importante per loro l’arte a discapito dei soldi: rinunciano ad una considerevole fetta delle loro royalties (le quote spettanti per ogni copia venduta dell’album) pur di far pubblicare “Sandinista!” ad un prezzo basso (poco più d’un album singolo, nemmeno il prezzo d’un doppio). A proposito, il titolo di questo quarto album dei Clash è un omaggio alla riuscita rivoluzione in Nicaragua che depose il dittatore Anastasio Somoza nel 1979: la band ribadì così il suo internazionalismo, il suo impegno sociale, il suo stare dalla parte dei più deboli contro ogni logica imperialista. Nonostante tutto ciò, “Sandinista!” raggiunse un insoddisfacente 19° posto nella classifica britannica, con la maggior parte dei critici musicali che stroncò il sound complessivo dell’album (le cose andarono comunque meglio negli USA). In realtà quello che i Clash proposero al termine del 1980 era un lavoro notevolmente in anticipo sui tempi: un crossover di stili che abbraccia rock, rockabilly, reggae e ritmiche caraibiche in generale, dub, soul, funk, rap, raffinato pop d’autore, sperimentazioni, nastri che girano al contrario, effetti elettronici, dialoghi inseriti in alcune tracce. Evidentemente tutto ciò era troppo per l’ascoltatore medio britannico, compresi i fan storici dei Clash. Oggi posso tranquillamente affermare che “Sandinista!” è l’album dei Clash che preferisco ma m’immagino perfettamente la reazione che può aver avuto un fan che all’epoca, dopo aver esultato per un capolavoro come “London Calling”, si sia ascoltato per la prima volta questo triplo album così caleidoscopico.

Ora procediamo con una breve rassegna (perché i brani sono troppi, ben trentasei) delle canzoni di “Sandinista!”. Come sempre con i Clash, l’album si apre con un brano potente, addirittura uno dei più memorabili mai proposti dai nostri, Magnificent Seven: su una ritmica irresistibilmente funky-disco s’inserisce il rap di Joe, mentre sul finale la chitarra di Mick riporta il tutto in una dimensione più rock. Magnifico è il termine più appropriato per definire questo brano, edito anche come singolo nell’aprile ’81. Hitsville U.K., un duetto tra Mick ed Ellen Foley pubblicato anch’esso su singolo (gennaio ’81), presenta un altro irresistibile ritmo, anche se qui il tono è decisamente pop. Junko Partner è invece il primo d’una serie di grandi brani reggae-dub (Crooked Beat, One More Time/Dub, Corner Soul, If Music Could Talk e The Equalizer) geniali e ricchi d’inventiva. Altrettanto geniale e ricca d’inventiva è Something About England, ma la struttura compositiva è di tuttaltro tono, sicuramente uno dei brani più memorabili di questo disco. Somebody Got Murdered, Up In Heaven e Police On My Back, tre brani cantati da Mick, sono quelli più vicini alle sonorità punk del gruppo, mentre decisamente divertenti all’ascolto risultano brani come Ivan Meets G.I. Joe (dal ritmo quasi disco), Let’s Go Crazy (con una trascinante atmosfera calypso) e Lightning Strikes (un funky-rap simile a Magnificent Seven). Bella e potente è The Call Up (primo dei tre singoli estratti dall’album, nel novembre ’80), bella e commovente è invece Broadway. Più sperimentale e scanzonata l’ultima facciata del terzo LP (brani 31-36), con Mikey Dread che canta sullo stesso ritmo di If Music Could Talk (solo che il nome di questo brano è Living In Fame), con una Junko Partner stravolta e dubbeggiante (chiamata Version Pardner), una rilettura di Career Opportunities (brano originariamente apparso sull’album “The Clash” del 1977) cantata dai figli di Micky Gallagher, e con un sonnacchioso e lento reggae conclusivo, Shepherds Delight, dove Dread sembra farla da padrone.

In definitiva, per quanto mi riguarda, posso affermare che “Sandinista!” è l’album dei Clash che amo di più, oltre che uno dei miei dischi preferiti in assoluto.

CURIOSITA’ VARIE
Somebody Got Murdered è stata originariamente commisionata ai Clash dal compositore Jack Nitzsche, al lavoro sulla colonna sonora del film “Cruising”, con Al Pacino.
La foto di copertina, che ritrae i Clash dopo aver girato il video di The Call Up, è stata scattata da Pennie Smith (che ha ‘firmato’ anche la storica copertina di “London Calling”) vicino ad un ponte ferroviario nella zona nord di Londra.

– Mat