The Smashing Pumpkins, “Mellon Collie And The Infinite Sadness”, 1995

Smashing Pumpkins Mellon CollieProbabilmente, alla generazione prima della mia, il nome The Smashing Pumpkins non dirà molto, così come quasi sicuramente, alla generazione successiva alla mia, quello stesso nome risulterà pressoché sconosciuto. Gli Smashing Pumpkins sono stati infatti un fenomeno generazionale, segnando indelebilmente la colonna sonora di chi come me negli anni Novanta era un adolescente, o comunque un ragazzo sotto ai trent’anni.

Non sono mai stato un fan della band di Billy Corgan, tuttavia conoscevo diverse persone tra amici e compagni di classe che amavano questi Smashing Pumpkins. Per quelli della mia generazione, di fatto, era impossibile ignorarli: avevamo un po’ tutti almeno un fratello o una sorella o un cugino o un amico o un compagno di classe o un vicino di casa che andava pazzo per gli Smashing Pumpkins. Inoltre, per quelli come me che compravano regolarmente riviste musicali quali “Tutto – Musica e Spettacolo” o anche “Rockstar” era praticamente impossibile non imbattersi in articoli (spesso elogiativi) riguardanti questi tizi di Chicago. Piacessero o no, chi seguiva con interesse la musica negli anni Novanta sapeva benissimo chi fossero gli Smashing Pumpkins e che avessero fatto almeno un disco che aveva segnato indelebilmente quel confuso decennio: “Mellon Collie And The Infinite Sadness”.

Pubblicato nell’autunno ’95 sotto forma di monumentale doppio ciddì con la bellezza di ventotto canzoni, “Mellon Collie And The Infinite Sadness” acquisì subito lo status di capolavoro del rock, tant’è vero che tuttora fa bella mostra di sé nella prestigiosa (?)  lista dei 500 dischi più importanti di sempre censiti dal magazine Rolling Stone. Tanto clamore e tutti questi elogi mi portarono a un passo dall’acquisto del disco; tuttavia, all’epoca, un ciddì costava trentacinquemila lire, mentre un doppio poteva arrivare anche a settantamila. Ora non ricordo che “Mellon Collie” costasse tutti quei soldi, ma certamente – trattandosi d’un doppio – superava le cinquantamila lire, un cifra davvero molto alta per uno studentello delle superiori com’ero io a quel tempo. Passai la mano e, di fatto, persi la curiosità per gli Smashing Pumpkins; tornai ad interessarmene più concretamente nel 1998, quando la band tornò con l’album “Adore”, anticipato dal singolo Ava Adore (di cui andai subito a comprarmene una copia). Era però un altro sound, era già un’altra epoca e si trattava inoltre di un’altra band.

Se infatti “Mellon Collie And The Infinite Sadness” consacrò gli Smashing Pumpkins, al tempo stesso ne rappresentò anche quell’apogeo dopo del quale c’è l’inevitabile discesa. Finiti gli anni Novanta, insomma, ed erano finiti gli stessi Smashing Pumpkins: problemi di ego, i soliti problemi di droga (ci scappò pure un morto), defezioni e cambi di sonorità sancirono il definitivo declino della band. Band che provò a risollevarsi nel decennio successivo con nuovi dischi e nuove formazioni, senza tuttavia convincere nessuno. Questa però è un’altra storia, ed io mi sto dilungando fin troppo.

Ho comprato per la prima volta la mia bella copia di “Mellon Collie” soltanto nel 2015, giusto venti anni dopo quella prima sensazionale pubblicazione nel bel mezzo degli anni Novanta. E’ un album che, lo ammetto, non sono mai riuscito ad ascoltare per intero, cioè dalla prima alla ventottesima traccia: di solito sento il primo disco, e qualche giorno dopo vado a sentirmi anche l’altro. Non saprei dire se sia un album buono o cattivo, se sia bello o brutto, se mi piaccia oppure no; so soltanto dire che “Mellon Collie And The Infinite Sadness” rappresenta per me un disco irresistibile, contenente almeno tre canzoni – Tonight, Tonight e To Forgive e Galapogos – che ascolterei dalla mattina alla sera. Il resto dei brani, scritti quasi tutti dal solo Corgan, è un mix non sempre riuscito di dure escursioni rock e di curiosi ibridi pop. Un ascolto complessivo che mi lascia sempre meravigliato e dubbioso in egual misura. Sono stati dei grandi oppure no, questi Smashing Pumpkins? E questo che resta il loro manifesto artistico è un capolavoro di disco oppure no? L’ardua sentenza la lascio ai posteri.

-Mat