David Bowie (seconda parte)

david-bowie-immagine-pubblicaRiprendiamo la storia dell’immenso David Bowie, dopo aver tracciato la sua vita fra gli anni 1967-1979 col post precedente.

L’avvento degli anni Ottanta segna un profondo cambiamento nell’arte bowiana: se da una parte la frequenza degli album del nostro sarà parecchio ridimensionata, dall’altra si registrerà una notevole espansione dei suoi interessi verso il cinema e la realizzazione di colonne sonore, oltre che una mole considerevole di collaborazioni (musicali e non) con altri artisti famosi, mentre al termine del decennio Bowie sarà preso da una nuova smania di sperimentazione.

Ma andiamo con ordine e partiamo dal 1980. E’ l’anno che riporta David Bowie dov’era stato spesso nel decennio precedente, vale a dire al 1° posto della classifica inglese, grazie al robusto album “Scary Monsters” e all’eccezionale singolo Ashes To Ashes. Se la collaborazione con Brian Eno è terminata col precedente “Lodger” (1979), in “Scary Monsters” ritroviamo comunque Tony Visconti (però al suo ultimo atto con Bowie per quanto riguarda il resto degli anni Ottanta) e Robert Fripp, che contribuiscono a modellare un album ottimamente bilanciato fra sonorità più commerciali & accessibili e incessanti sperimentazioni sonore (ma anche visuali, dato che David dirige pure lo stupefacente video di Ashes To Ashes).

Il 1981 non porta nessun nuovo album bowiano ma segna una collaborazione importante, quella del nostro con i Queen, per il celeberrimo hit di Under Pressure. E’ la prima d’una serie di illustri collaborazioni che continueranno nel corso del decennio con artisti del calibro di Bing Crosby, Mick Jagger, Iggy Pop, Tina Turner, Giorgio Moroder, Pat Metheny e altri. Nello stesso periodo, inoltre, Bowie è molto attivo in ambito cinematografico: qui ricordo i film “I Ragazzi dello zoo di Berlino” (1982), “Miriam Si Sveglia a Mezzanotte” (1983), “Furyo” (1983), “Labyrinth” (1986), “Absolute Beginners” (1986), “L’Ultima tentazione di Cristo” (1988), ma anche svariate colonne sonore, oltre che in alcuni dei film citati anche per “Il Bacio della Pantera” (1982), “The Falcon & The Snowman” (1985, con la bellissima This Is Not America), “When The Wind Blows” (1986), “Pretty Woman” (1990) e altri.

Gli album musicali veri e propri firmati da David Bowie negli anni Ottanta sono invece soltanto tre: il fortunatissimo “Let’s Dance” (1983, contenente i grandiosi singoli China Girl e Let’s Dance e prodotto dal nostro col leggendario Nile Rodgers), il discusso “Tonight” (1984, in realtà un buon disco di pop-rock) e il debole “Never Let Me Down” (1987). Sul finire del decennio, Bowie torna alla musica come parte integrante d’una nuova band, i Tin Machine, coi quali firma due album eponimi di rock alternativo fra il 1989 e il ’91. Formati dal nostro con Reeves Gabrels e i fratelli Hunt e Tony Sales, i Tin Machine non riusciranno però a catalizzare l’attenzione sperata e negli anni Novanta David Bowie tornerà a firmate dischi a suo nome. Ecco quindi gli album “Black Tie White Noise” (1993), “1. Outside” (1995, della cui genesi ho già parlato qui), “EAR THL ING” (1997) e “…Hours” (1999): tutti lavori che forse non aggiungono molto a quello che David Bowie ha già espresso artisticamente (per quanto alcuni di essi ci mostrano un uomo perfettamente a suo agio coi moderni stili musicali) ma che senza dubbio contribuiscono a definire un personaggio che non ha mai subìto cali di popolarità.

Se, nei Novanta, David Bowie continua ancora a cimentarsi in diverse esperienze cinematografiche – qui ricordo i ruoli d’attore nei film “Basquiat” (1996, dove interpreta Andy Warhol) e “Il Mio West” (1998, dove recita con Leonardo Pieraccioni!), la colonna sonora “The Buddha Of Suburbia” (1994) – anche la sua vita privata ed i suoi affari subiscono importanti modifiche: sposa la bellissima modella Iman (che gli darà una figlia, mentre un primo figlio di David era nato dal suo precedente matrimonio) e quota in borsa i suoi diritti & proventi editoriali. Inoltre, e qui Bowie dimostra ancora una volta tutta la sua versatilità artistica, organizza diverse esposizioni dei quadri dipinti da lui.

L’avvento del Terzo millennio saluta il caro David Bowie come uno splendido sessantenne che si permette d’incidere quando vuole discreti album – finora “Heathen” (2002) e “Reality” (2003) – e di essere sempre riconosciuto come una leggenda vivente ed uno degli artisti più influenti che la storia della musica possa annoverare fra le sue pagine.
Per quanto mi riguarda, David Bowie è uno di quegli artisti che mi piacciono sempre di più e la sua musica la ascolto spesso & volentieri, a casa o in viaggio: sono intenzionato a completare la collezione dei suoi dischi (mi trovo a buon punto, però!) e a saperne di più sulla sua straordinaria carriera acquistando la monumentale enciclopedia bowiana scritta da Nicholas Pegg. Insomma, è solo una questione di soldi!

– Mat