Ringo Starr, “Ringo”, 1973

ringo-starr-ringo-album-1973-reunion-beatlesOriginariamente pubblicato sul blog Parliamo di Musica il 15 giugno 2007, il post che segue va a sopperire a una mancanza in questa nuova versione del mio blog che non reputavo più tollerabile: non c’è un post su Ringo Starr?! Inaccettabile.

Si tratta, come sempre, d’un post abbastanza rivisto, nel quale ho inserito aggiunte e aggiornamenti, anche se l’operazione di revisione non è mai particolarmente facile, almeno per me. Penso che, il più delle volte, convenga riscrivere tutto daccapo. Vabbè, ormai è fatta. Buona lettura!

Forte della collaborazione dei Beatles al gran completo, “Ringo” è semplicemente l’album più bello & fortunato del grande Ringo Starr. Si tratta del suo terzo album da solista, seguito di una pregevole raccolta di cover di canzoni anteguerra chiamata “Sentimental Journey” e di un disco country apprezzabile ma poco ispirato intitolato “Beaucoups Of Blues”, editi entrambi nel 1970. Dopo un paio d’anni spesi ad inventarsi una carriera cinematografica, con “Ringo” il batterista dei Beatles dimostrò al grande pubblico e ai critici che anche lui era in grado di fare un album tanto consistente quanto di successo, pur se con un piccolo aiuto da parte dei suoi amici.

L’iniziale I’m The Greatest, infatti, è brano scritto su misura per il nostro da John Lennon, il quale partecipa anche ai cori e suona il piano in una canzone che ricorda molto le atmosfere peppersiane (vedi anche la copertina stessa dell’album in questione, volutamente simile a quella di “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band“). Anche George Harrison partecipa a I’m The Greatest, suonandovi tutte le parti di chitarra, per cui abbiamo tre Beatles su quattro nella stessa canzone a tre anni di distanza dallo scioglimento ufficiale del gruppo.

Harrison che poi ha firmato ed eseguito con Starr anche la famosa Photograph, una canzone melodica e corale che, manco a dirlo, è talmente beatlesiana che non avrebbe sfigurato affatto in un album dei Fab Four del periodo 1967-69. Ma in “Ringo” il buon George ha messo la firma anche sulla country Sunshine Life For Me (Sail Away Raymond), che si avvale inoltre di alcuni componenti di The Band: è un brano magnifico che si piazza fra le migliori prove d’un Beatle solista, cullandoci col suo ritmo morbidamente pulsante ed una melodia canticchiabilissima.

E Paul McCartney? Tranquilli, c’è anche lui. Con Six O’Clock, infatti, non soltanto firma una canzone davvero bella, ma vi partecipa ai cori assieme alla moglie Linda e vi suona il piano e il sintetizzatore. Per quanto suoni spudoratamente maccartiana, Six O’Clock è eseguita più che egregiamente da Ringo, facendone una delle sue migliori canzoni in veste solista. Ritroviamo Paul anche nell’altro fortunato singolo tratto da “Ringo”, quella scanzonata ma impeccabile cover di You’re Sixteen che, come Photograph, volò al 1° posto della classifica americana. Oltre a McCartney, nel brano figura pure Harry Nilsson (assiduo collaboratore in quel periodo sia di Ringo che di John, oltre che loro compagno di baldorie), mentre l’inconfondibile chitarra ritmica di Marc Bolan figura invece in Have You Seen My Baby, un rockeggiante brano dalle evidenti influenze country.

L’album “Ringo” è inoltre completato dall’esuberante e corale Oh My My, un altro singolo, dalla tambureggiante e baldanzosa Devil Woman e dalla ben più distesa Step Lightly, canzone che figura il chitarrista Steve Cropper, futuro membro dei Blues Brothers. A You And Me (Babe) – altro brano firmato da George Harrison (con Mal Evans, storico assistente dei Beatles) – spetta invece la chiusura dell’album. Sul finale di questo rilassato ma ben ritmato brano, mentre George si prodiga in un placido assolo, Ringo ringrazia i collaboratori di questo disco che giustamente avverte essere il suo “masterpiece”, nominandoli uno ad uno, fra cui anche Klaus Voormann, Billy Preston (entrambi vecchie conoscenze del giro dei Beatles), Nicky Hopkins e il produttore del disco, Richard Perry.

“Ringo”, e qui ribadisco quanto scrissi dieci anni fa, è un album che mi sento di consigliare a chiunque volesse (… o a chiunque voglia… come si dice?) ascoltare un disco solista di Starr senza sapere da che parte cominciare. Ma anche a chi vuole arricchire la propria collezione di dischi con uno degli album più divertenti e riusciti degli anni Settanta.

-Mat

Isaac Hayes, “Black Moses”, 1971

Isaac Hayes Black Moses copertina originale LPDa anni conoscevo il nome di Isaac Hayes, principalmente come autore dei due classiconi Soul Man e Hold On, I’m Coming interpretati da Sam & Dave, e poco, molto poco, come autore in proprio. All’indomani della sua morte, avvenuta nel 2008, la Stax Records ha iniziato a ristampare il catalogo di Hayes, tra cui “Black Moses”, la cui recensione su non-so-più-quale-rivista aveva suscitato la mia curiosità. Mi aveva colpito in particolare la confezione del ciddì, che veniva riproposta per la prima volta così come era stata presentata con l’originale doppio vinile del 1971: apribile da più lati, fino a formare una croce nella quale Isaac Hayes viene immortalato proprio come un Mosè nero, in attesa di ricevere un comandamento divino.

Tuttavia, preso dai tanti interessi musicali, quasi avevo dimenticato la ristampa di “Black Moses”, finché, nella scorsa primavera, non l’ho adocchiata per caso in un negozio di Pescara. Per un giorno ci ho meditato su: edizione deluxe, mini replica dell’originalissima confezione del ’71, doppio ciddì, critiche benevole, grande artista. Ebbene, sono tornato al negozio di dischi e, a scatola chiusa, senza aver ascoltato un solo brano e senza nemmeno chiedere preventivamente il prezzo, ho comprato la mia bella copia di “Black Moses”.

Va da sé che non mi sono affatto pentito dell’acquisto, altrimenti non starei nemmeno qui a parlarne: “Black Moses” è un disco bellissimo, appassionato & appassionante, colmo di grande soul music d’annata, a sua volta accompagnata da grandiose partiture orchestrali, registrato in un decennio che ha prodotto della musica eccezionale sotto tutti i punti di vista. E che grande che è (stato, purtroppo) questo Isaac “Ike” Hayes: canta con la sua tipica voce baritonale, esegue i cori in falsetto, suona il piano, l’organo e altre tastiere, arrangia e conduce l’orchestra, e infine produce il tutto. Non scrive perché “Black Moses” è sostanzialmente un album di cover (tranne l’originale Good Love), descritto però dallo stesso Ike come il suo lavoro più personale, incentrato sugli alti & bassi delle storie d’amore.

Le canzoni di “Black Moses” non costituiscono tuttavia una semplice raccolta d’interpretazioni altrui, bensì sono state sottoposte ad un intenso processo di riarrangiamento (forse addirittura di ricomposizione) da parte del nostro, che le ha quindi riplasmate come se in effetti fossero sue. E se fra queste canzoni quella che meno preferisco è proprio Good Love, per quanto molto interessante e anticipatrice del sound che verrà, le altre tredici sono davvero l’una meglio dell’altra, fondamentalmente tutte in tempo medio e parecchio estese in durata. Alcune di esse sono ormai diventate tra le mie preferite in assoluto, già essenziali per il nutrimento sonoro delle mie orecchie. Sto parlando di Never Can Say Goodbye (l’originale è dei Jackson 5), (They Long To Be) Close To You (originale dei Carpenters), Nothing Takes The Place Of You (originale di Toussaint McCall), Man’s Temptation e Need To Belong To Someone (entrambe di Curtis Mayfield), Never Gonna Give You Up (del celebre duo Gamble & Huff) e soprattutto Your Love Is So Doggone Good, l’originale dei Whispers che qui viene reso come un incredibile orgasmo sonoro da ben 9 minuti e 20 secondi.

Notevoli anche le restanti cover, vale a dire Part-Time Love (di Johnny Taylor), A Brand New Me (portata al successo da Aretha Franklin), Going In Circles (dei Friends Of Distinction), Help Me Love (di Luther Ingram), For The Good Times (di Kris Kristofferson) e la bacharachiana I’ll Never Fall In Love Again (originariamente interpretata da Dionne Warwick). Alcune di queste canzoni, infine, sono introdotte dai caratteristici Ike’s Rap, vale a dire introduzioni parlate da parte del nostro, in uno stile che poi ha fatto scuola (vedi, ad esempio, la produzione di Barry White).

Prima di concludere, qualche breve annotazione storica e tecnica. Quando venne pubblicato, nel novembre ’71, “Black Moses” segnò un piccolo primato: a parte i dischi dal vivo, le colonne sonore e le compilation, l’album fu il primo doppio vinile per un artista afroamericano. Oltre ad Ike, vi suonano sia i Bar-Keys, assidui collaboratori del nostro, e sia altri abili turnisti, tra i quali mi preme segnalare il batterista Willie Hall. Diventerà ancora più famoso alla fine del decennio, quando entrò a far parte dei Blues Brothers, con tanto di parte nell’omonimo cult-film diretto da John Landis. Le note all’interno del libretto sono ad opera di Rob Bowman, autore del libro “Soulsville U.S.A.: The Story of Stax Records”. Unica nota dolente: estrarre i due ciddì dalla confezione senza traumi per essa è un’impresa alquanto difficile; ho rimediato procurandomi una custodia di plastica dove riporre a parte i dischi, salvando così l’integrità della bella confezione.

In definitiva, a parte tutto, non posso che lasciare un solo suggerimento: fatevi un regalo, comprate “Black Moses” di Isaac Hayes, è un disco che saprà come prendersi cura delle vostre ferite.

– Mat

Ringo Starr

ringo-starr-immagine-pubblicaAvevo già dedicato un (brutto) post a Ringo Starr ma, più che uno scritto biografico, era invece un mio risentito sfogo contro pagine poco lusinghiere che avevo letto sul conto del celebre batterista dei Beatles. Ora ritento la fortuna con questo post, completamente nuovo.

L’unico Beatle ad aver assunto un nome d’arte, il nostro in realtà si chiama Richard Starkey, ed è nato a Liverpool il 7 luglio 1940, mentre l’Inghilterra subiva le conseguenze della guerra contro la Germania. I genitori di Richie provenivano dalla classe operaia più modesta, col papà che, quando il piccolo aveva tre anni, decide di mollare moglie & figlio. La madre di Richie, nonostante l’abbandono e le ristrettezze economiche, farà in modo di non far mancare nulla a quel suo unico figlio, fin troppo cagionevole di salute: infatti, nel corso dell’infanzia, Richie passerà più tempo in ospedale che a scuola.

A partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta, l’esplosione del rock ‘n’ roll in America e del fenomeno Elvis Presley hanno notevole risonanza in Inghilterra, specie in una città portuale come Liverpool, commercialmente aperta via mare agli Stati Uniti. Richie diventa un teddy boy ma non sarà mai un delinquente perché la sua gracile costituzione e la sua bassa statura non glielo permetteranno. Tuttavia la sua crescente passione per la musica trova finalmente sfogo quando il secondo marito di sua madre gli regala una batteria.

Il ragazzo inizia così a pestare sui tamburi con entusiasmo, rivelandosi alquanto portato. Ben prima di aver compiuto il suo ventesimo anno di vita, Richard Starkey sarà un richiesto batterista di diversi complessi & complessini liverpooliani, fra cui Rory Storm & The Hurricanes. Più o meno in quel periodo assume il suo noto pseudonimo artistico: Ringo perché portava (e porta tuttora) sempre diversi anelli (‘rings’) alle dita e Starr perché costituiva un’abbreviazione del suo cognome.

Con l’istrionico Rory Storm e i suoi Hurricanes, Ringo ha modo di girare l’Inghilterra e la città tedesca di Amburgo, meta lavorativa di vari altri gruppi liverpooliani. Sarà proprio ad Amburgo che il nostro avrà la possibilità di socializzare con un’altra band di Liverpool, i Beatles, un quartetto costituito dal ruvido John Lennon, dal talentuoso Paul McCartney, dallo schivo George Harrison e dall’anonimo Pete Best. E sarà proprio quest’ultimo che Ringo Starr andrà a sostituire dietro ai tamburi, una volta che i Beatles – guidati dal geniale manager Brian Epstein – avranno firmato un contratto discografico con George Martin della EMI.

Ringo debutta come batterista dei Beatles in studio, ad Abbey Road, nel settembre 1962, dopo un non propriamente caloroso benvenuto negli spettacoli dal vivo, quando le tante ammiratrici di Pete Best gliene urlavano di tutti i colori. Martin non fu particolarmente impressionato dalla tecnica di Ringo, tuttavia in poco tempo il nostro farà passi da gigante, contribuendo notevolmente alla definizione del sound dei Beatles. Essendo anche mancino (come McCartney), Starr svilupperà uno stile tutto suo e, con l’esplosione della beatlemania in tutto il mondo fra il ’63 e il ’64, quel suo stile diventerà presto una sorta di standard per tutti i futuri batteristi pop-rock. Il suo lavoro alla batteria, per quanto non virtuosistico, è sempre stato professionale ed impeccabile, lo documentano i nastri originali dei Beatles conservati negli Abbey Road Studios, parte dei quali pubblicata nel progetto “Anthology”. Inoltre, come cantante, Ringo ha avuto l’opportunità di farsi apprezzare in alcuni dei più amati e scanzonati brani beatlesiani, su tutti Yellow Submarine e With A Little Help From My Friends.

Nel corso degli elettrizzanti ma anche stressanti primi anni della beatlemania, Ringo viene visto come l’uomo normale fra quattro ragazzi altrimenti favolosi, quello attorno al quale il gruppo si stringe per smorzare la tensione, grazie alle sue battute fulminanti (Starr se ne usciva con espressioni incredibili che suscitavano l’ilarità degli altri tre, fra cui ‘it’s been a hard day’s night’ e ‘tomorrow never knows’… vi dicono niente?) e al suo tipico stile rilassato alla peace & love. Starr diventa quindi una sorta di mascotte in seno ai Beatles e non a caso sarà il componente del gruppo più in vista e divertente nei film “A Hard Day’s Night” (1964) e “Help! (1965). Queste sue prime esperienze cinematografiche fecero capire a Ringo che forse avrebbe potuto avere qualcosa da dire anche come attore e non solo come musicista. Infatti, nel momento più difficile dei Beatles, su finire dei Sessanta, Ringo parteciperà come apprezzato attore in diversi film.

Dopo John Lennon, Ringo fu il primo Beatle a prender moglie, sposando nel 1965 Maureen, la sua fidanzata storica: il matrimonio durerà dieci anni e darà tre figli alla coppia, fra cui Zak Starkey, noto batterista anch’egli. Tuttavia il grande amore di Ringo sarà Barbara Bach, una delle più belle ‘bond girl’ mai apparse sullo schermo, che il batterista sposa quindi in seconde nozze nel 1981, dopo averla conosciuta l’anno prima sul set de “Il Cavernicolo”.

Facciamo però un salto indietro: nel 1969 la storia dei Beatles volge al termine e il nostro si guarda ansiosamente attorno per decidere quale strada seguire per il futuro. E così, oltre ad apparire in una grande produzione cinematografica – “The Magic Christian” – accanto ad un’altra grande star, Peter Sellers, Ringo appronta l’album “Sentimental Journey”, una pregevole raccolta di standard degli anni Trenta e Quaranta pubblicata nel marzo 1970. Passa al country di lì a poco, con l’album “Beaucoup Of Blues” (1970), poi proverà anche a fare il regista, dirigendo l’amico Marc Bolan e i suoi T. Rex nel film “Born To Boogie” (1972).

Torna trionfalmente alla musica con l’album “Ringo” (1973), al quale partecipano in vario modo anche gli altri Beatles. L’album, che raggiunge il 2° posto della classifica americana, viene tuttora ricordato come il capolavoro solista di Starr. Nel frattempo, Ringo ha anche modo di farsi notare sul mercato dei singoli, grazie ai grandi successi di It Don’t Come Easy, Photograph e You’re Sixteen. Starr prova a ripetere i fasti di “Ringo” con l’album “Goodnight Vienna” (1974) ma riesce a prendervi parte il solo Lennon e il disco non ottiene lo stesso successo del predecessore. “Goodnight Vienna” fu comunque l’ultimo successo da Top Ten per il nostro, dato che col successivo “Ringo’s Rotogravure” (1976) inizierà un lento declino commerciale ma, sotto certi aspetti, anche artistico.

A metà dei Settanta, infatti, Ringo Starr balzerà agli onori delle cronache più per i suoi bagordi con gli amici John Lennon, Harry Nilsson e Keith Moon che per i suoi meriti musicali. Tuttavia, dopo i disastrosi risultati degli album “Ringo The 4th” (1977) e “Bad Boy” (1978), Ringo preparava un ritorno in grande stile, grazie al supporto degli altri Beatles e rinfrancato dal successo d’un disco per bambini al quale aveva preso parte in quel periodo. Nel novembre 1980 Ringo è a New York, ospite dei Lennon per discutere del prossimo disco del batterista, in programma nell’81. John aveva già scritto per il suo amico quattro nuovi pezzi – fra cui Life Begins At 40 – ma fu soltanto la mano d’uno squilibrato ad impedire ai due di realizzare un disco che, probabilmente, sarebbe stato il trampolino di lancio per una reunion dei Beatles nel corso degli Ottanta.

Anni Ottanta che invece, per Ringo, si trasformano in un progressivo ritiro dalle scene, anche per combattere una volta per tutte il suo alcolismo. Vincerà nell’88, assieme all’amata moglie Barbara, e così sarà nuovamente pronto ad affrontare un nuovo decennio in forma smagliante, con nuovi tour e nuovi dischi. In particolare, Ringo torna a far parlare di sé presso gli appassionati di musica col celebrato progetto “Anthology” (1995-2000) dei Beatles e con il buon album solista “Vertical Man” (1998), al quale presero parte anche George e Paul.

Ringo Starr è stato musicalmente attivo anche in questo decennio, pubblicando finora tre pregevoli album da studio a suo nome – “Ringo Rama” (2003), “Choose Love” (2005) e “Liverpool 8” (2008) che, seppur non riportandolo ai fasti dei primi anni Settanta, lo hanno riabilitato musicalmente nei confronti dei tanti critici che in passato lo avevano stroncato.

Infine, una piccola annotazione… davvero invidiabile la lista di musicisti e cantanti che hanno preso parte, in epoche differenti, ai dischi solisti di Ringo: qui ricordo Quincy Jones, David Gilmour, Elton John, Maurice Gibb dei Bee Gees, Eric Clapton, Steve Cropper dei Blues Brothers, Dave Stewart degli Eurythmics, Ozzy Osbourne, Alanis Morissette, Joe Walsh e Timothy B. Schmit degli Eagles, Ron Wood dei Rolling Stones, Chrissie Hynde dei Pretenders, Willie Nelson e Stephen Stills.

– Mat