Pink Floyd, “A Momentary Lapse Of Reason”, 1987

pink-floyd-a-momentary-lapse-of-reason-immagine-pubblica-blogDedicandogli un post una decina di anni fa, rivalutai un disco che altrimenti avevo considerato decisamente trascurabile. Si tratta di “A Momentary Lapse Of Reason”, l’album che resuscitò i Pink Floyd dopo il sofferto abbandono di Roger Waters nel 1985.

Contestualizzato nella gloriosa storia della band inglese, “Momentary Lapse” è certamente un lavoro minore, tuttavia, preso per quello che è, cioè un album di professionale pop-rock di fine anni Ottanta, risulta essere un ascolto molto godibile. C’è da dire che il nome Pink Floyd è in questo caso un semplice marchio: ridotta ufficialmente a duo – David Gilmour e Nick Mason – ma praticamente un trio col ritrovato Richard Wright (cacciato durante la lavorazione di “The Wall”), la formazione è qui composta da Gilmour con una bella schiera di preziosi collaboratori, con Mason e Wright che hanno suonato qua e là dove più serviva il loro tocco (e serviva poco, a quanto pare).

Da questo punto di vista si dovrebbe considerare “A Momentary Lapse Of Reason” un disco solista di David Gilmour e non un’opera dei Pink Floyd. Detto fra noi, dopo anni di discussioni con fan e ammiratori floydiani, tutto ciò è un discorso che non mi riguarda più. Voglio dire, Pink Floyd o David Gilmour, quello che ormai m’interessa è soltanto la musica; ed è di quella che parleremo vedendo questo “Momentary Lapse” più da vicino.

L’inizio dell’album, affidato allo strumentale Signs Of Life, è molto sorprendente: siamo su una barca al largo d’un fiume, sentiamo gli scricchiolii del legno e i remi che si tuffano in acqua e poi si sollevano. Ricordo che all’epoca, quando sentii per la prima volta questo suono, in macchina di mio zio con lo stereo a tutto volume, anche se ero un bambino rimasi incantato! Poi il brano prosegue con un scambio di fraseggi fra chitarra elettrica (così tipicamente gilmouriana) e sintetizzatore, in un’atmosfera sonora che ricorda vagamente la prima parte di Shine On You Crazy Diamond.

La successiva Learning To Fly, primo singolo estratto, è un gradevole ma robusto pop-rock, scandito dalla calda voce di Dave, dai cori femminili e dai placidi assoli di chitarra, con un bell’interludio in cui par di viaggiare fra le nuvole. Un’ottima canzone da ascoltare mentre si è alla guida… forse ancora meglio se si è in volo. Le voci che si sentono a metà del pezzo sono infatti gli istruttori che conversano con Mason e Gilmour, all’epoca alle prese con vere lezioni di pilotaggio aereo.

Mentre Learning To Fly sfuma, ecco subentrare il minaccioso ringhiare (elettronico) d’un cane, che ci porta all’ancora più minacciosa introduzione del terzo brano, The Dogs Of War. Se il testo di questa canzone è un maldestro tentativo di Gilmour d’eguagliare i temi antiguerra che Waters ha espresso tanto bene in opere come “The Wall” (1979) e “The Final Cut” (1983), la musica è davvero coinvolgente: un possente rock-blues con tanto di voce cattiva & graffiante, cori femminili in bella mostra, assoli di sax e batteria pestante.

La successiva One Slip è una delle canzoni che più m’esaltano fra quelle contenute in questo disco, specie se mi trovo al volante su una strada ampia con vista spaziosa. Scritta da Gilmour con Phil Manzanera (chitarrista dei Roxy Music, che ha collaborato a più riprese con Dave nel corso degli ultimi trent’anni, fino al recente “Rattle That Lock“), One Slip presenta un ritmo medio-veloce scandito da una bella batteria e dalle inconfondibili linee di basso di Tony Levin, frequente collaboratore di Peter Gabriel (ascoltare le gabrieliane Red Rain o I Don’t Remember per gli opportuni confronti). Molto bella tutta la parte vocale di Gilmour, alle prese con un testo interessante.

Di bene in meglio con On The Turning Away, probabilmente la vetta artistico-espressiva raggiunta in “A Momentary Lapse Of Reason” e senza dubbio il pezzo più tipicamente floydiano offertoci qui. Siamo infatti alle prese con una calda ballatona rock (anche se l’atmosfera complessiva mi pare decisamente invernale, soprattutto nella prima parte) sullo stile di Comfortably Numb. Qui il buon Dave si prodiga nei suoi celeberrimi assoli e, se suonata ad alto volume, On The Turning Away è sempre portatrice di grandi emozioni.

A parte la sua rimbombante introduzione, un po’ prolissa, Yet Another Movie è un’altra delle mie favorite presenti qui. Un’atmosfera decisamente più dark delle precedenti, vagamente inquietante, anche nel testo: trovo molto suggestiva la frase ‘the vision of an empty bed’, dopo la quale Dave urla ed entra un placido ma sofferto assolo nelle nostre orecchie. A metà della sua durata, il pezzo si fa più imponente, la batteria assume un ritmo più veloce e l’assolo di Gilmour diventa inconfondibilmente straziante. Poi il tutto torna alla fase dark iniziale, come se avessimo assistito ad una reazione tanto violenta negli intenti quanto impotente nell’agire. Una gran bella atmosfera, fra le cose migliori mai create da David Gilmour, secondo me. La conclusione dell’intensa Yet Another Movie è affidata ad un breve strumentale per chitarra e sintetizzatore, Round And Round, per un’appendice forse inutile.

La successiva A New Machine è il pezzo in scaletta che meno amo: poco più d’un minuto dove ascoltiamo l’aggressiva voce di Gilmour distorta elettronicamente. Il tutto, più che altro, serve da introduzione al brano successivo, Terminal Frost, seguìto a sua volta da una ripresa della stessa A New Machine; infatti il brano in questione è diviso in Part 1 e Part 2 ed è appunto intervallato da Terminal Frost, il secondo e ultimo strumentale in programma. Suona quasi come una composizione di Vangelis in chiave rock, con tanto di assoli di chitarra e di sax; l’atmosfera complessiva è buona, forse avrebbe giovato di una durata inferiore.

Sorrow, brano conclusivo dell’album, è invece un massiccio e ombroso pezzo rock, con un memorabile assolo di chitarra introduttivo, dal tono decisamente cupo. Cantato da Dave con efficace impassibilità, Sorrow è diventato un classico negli ultimi due tour mondiali dei Pink Floyd, così come Learning To Fly, tuttavia la sua atmosfera epicamente sconsolata lo integra meglio nel repertorio storico del gruppo, mentre Learning To Fly suona come una mera divagazione pop.

Prodotto dallo stesso David Gilmour con Bob Ezrin, storico co-produttore di “The Wall”, come già detto “A Momentary Lapse Of Reason” si avvale di preziosi collaboratori, fra i quali troviamo il già citato Tony Levin (suona il basso nella maggior parte delle canzoni), i batteristi Jim Keltner e Carmine Appice, John Halliwell dei Supertramp al sax, il chitarrista Michael Landau, il tastierista Patrick Leonard (noto ai fan di Madonna per aver prodotto alcuni dei suoi album migliori) e lo stesso Bob Ezrin, sempre alle tastiere.

Di recente, quasi trent’anni dopo la sua prima edizione, “A Momentary Lapse Of Reason”, è stato ristampato in vinile dopo opportuna remasterizzazione. Non ho avuto modo di ascoltarlo, per cui non saprei dire quanto suoni meglio rispetto alla mia edizione in ciddì degli anni Ottanta. Sono però convinto che sia di una resa sonora superiore. Anche in questo caso, sono tentato dall’acquisto. Strano, nevvero?

-Mat (settembre 2007 / gennaio 2017)

Pink Floyd, “The Division Bell”, 1994

Pink Floyd The Division BellDi recente ho avuto modo di riascoltare più volte “The Division Bell”, l’album che nel 1994 segnò il ritorno dei Pink Floyd dopo un’assenza discografica di ben sei anni. E’ uno di quei rari dischi che migliorano con il passare degli anni, che diventano più belli e interessanti mentre anche noi cresciamo con loro.

Mi è così venuto in mente qualche spunto per scrivere un nuovo post, soltanto che in seguito mi sono ricordato di aver già scritto qualcosa al riguardo. Curiosando nei miei “archivi”, infatti, ho ritrovato un post su “The Division Bell” datato 18 settembre 2008. Lo ripropongo qui, con le dovute aggiunte e considerazioni dell’ultim’ora.

“The Division Bell” è sostanzialmente una riflessione sul tempo che passa e, a tal proposito, ricordo benissimo quando il disco arrivò nei negozi, in quell’ormai lontana primavera del ’94: si piazzò subito in vetta alla classifica italiana e fu forse l’ultimo grande album rock da studio a raggiungere una tale posizione privilegiata. Un album che comprai subito con grande emozione ma che non mi conquistò ai primi ascolti: erano troppo recenti le mie scoperte dei grandi capolavori floydiani degli anni Settanta – “Dark Side Of The Moon” (1973), “Wish You Were Here” (1975) e “The Wall” (1979) – per lasciarmi ammaliare da un album di maturo pop-rock, anche un po’ dimesso, dove non c’era traccia del mio idolo floydiano più grande, Roger Waters.

Come accennavo sopra, tuttavia, il trascorrere degli anni, ma anche lo smaliziarsi dei miei gusti musicali, hanno fatto sì che apprezzassi “The Division Bell” per quel che è, un ottimo disco realizzato da grandi musicisti, e che lo inquadrassi nella giusta prospettiva storica: il secondo album del post-Waters, oltre che il primo album dei Pink Floyd con un’effettiva partecipazione di Richard Wright dai tempi di “Animals” (1977), per cui l’equazione alla fine regge. Di fatto, un lavoro nel quale s’avverte maggiormente l’apporto creativo d’un vero gruppo, a differenza del precedente “A Momentary Lapse Of Reason” (1987), buono ma in pratica un disco solista di David Gilmour.

“The Division Bell” inizia pigramente con Cluster One, uno strumentale dai suggestivi rimandi al glorioso passato dei nostri; è un brano di classe scritto da Wright e Gilmour che ben introduce tutto il lavoro e ci dà l’indizio che se i nostri non hanno ritrovato la vera creatività hanno almeno recuperato l’ispirazione migliore. Figlio degli episodi più ruggenti di “The Wall”, ecco l’epico hard blues di What Do You Want From Me?, mentre Poles Apart è un brano più leggero ma dall’ampia struttura progressiva che, grazie ad un immaginifico interludio (un po’ tetro, c’è da dire), ci presenta appropriatamente il brano in due versioni diverse, una in forma di ballata e una più veloce. Bellissima, bisogna aggiungere, tutta la parte vocale di Dave.

Seconda collaborazione Wright-Gilmour per un altro strumentale di classe, Marooned è senza dubbio fra le perle di quest’album: un rock lento, sofferto e dolente, che regalò ai Pink Floyd un Grammy come miglior pezzo strumentale dell’anno; sempre molto emozionante, per me, resta l’ingresso della batteria di Nick Mason a due minuti e ventisei dall’inizio, quando mi viene una voglia incontrollabile di alzare il volume. Ispirata alla caduta del muro di Berlino del 1989, ecco invece la melodia struggente di A Great Day For Freedom, una ballata dal ritornello solenne guidata principalmente dal piano. Tra gli undici brani di “The Division Bell”, quest’ultimo resta però quello che preferisco di meno e in tutti questi anni non sono riuscito a cambiare idea.

Discorso inverso per la successiva Wearing The Inside Out, una morbida ballata dai toni chiaroscurali, un brano molto elegante cantato da Richard Wright e abbellito dal sax, che con gli anni ho imparato ad apprezzare sempre più. L’irresistibile carica pop-rock di Take It Back resta invece il momento più leggero del disco, giustamente pubblicato anche su singolo. Gli fa immediato seguito – grazie ad un mix d’incroci e dissolvenze di grande effetto – Coming Back To Life, un’altra delle perle di quest’album. Due brani carichi di eco che posti così in sequenza rappresentano uno degli episodi più melodici e accattivanti dell’intera discografia dei nostri.

Ancora qualche reminiscenza da “The Wall” con l’intensa Keep Talking, una canzone dall’atmosfera più dark edita anche su singolo. Molto bella la prestazione vocale di Gilmour (in grande spolvero anche sulle chitarre), soprattutto quando s’incrocia con le parti delle coriste. Dal sapore country (country inglese, non americano…), ecco Lost For Words, forse il pezzo qui presente che suona più come una canzone solista di David Gilmour che un’opera dei Pink Floyd. Una buona canzone comunque, molto gradevole.

La conclusiva High Hopes è senza dubbio la canzone migliore di “The Division Bell”, oltre che la più lunga, coi suoi quasi otto minuti di durata. Brano meditabondo, oscuro, imponente, pieno di nostalgia per un passato più puro che ora non c’è più, High Hopes è anche il brano che cita il titolo dell’album (un riferimento a certe sedute del parlamento inglese scandite dal suono di una campana) ma pure di quello che sarà il suo seguito vent’anni dopo, “The Endless River“. Molto belle sono anche tutte le parti di chitarra in High Hopes, di grande impatto sull’ascoltatore come in ogni album dei nostri, per non dire della voce di Gilmour, mai così cavernosa. Più la ascolto, più ci penso e più mi convinco che sia proprio questa la canzone più bella in assoluto dei Pink Floyd, con buona pace di Comfortably Numb e Wish You Were Here.

Da menzionare, infine, la presenza di alcuni degli elementi che hanno aiutato i signori Gilmour, Mason e Wright a realizzare “The Division Bell”, fra ritorni e nuove collaborazioni: la produzione di Bob Ezrin, le orchestrazioni di Michael Kamen, il basso di Guy Pratt, il sax di Dick Parry e una buona dose di parole scritte dalla giornalista Polly Samson (attuale signora Gilmour).

-Mat

Lou Reed, “Berlin”, 1973

lou-reed-berlin-immagine-pubblica-blogQuesto è uno di quei dischi che sentirò sì & no due volte l’anno, seppur non ho alcuna intenzione di separarmene. Sì, perché deprimente è deprimente. E’ stato più volte votato come uno degli album più tristi mai pubblicati, e concordo con l’opinione generale. Sto parlando di “Berlin”, uno dei grandi capolavori solistici di Lou Reed, e uno dei dischi di più difficile catalogazione e valutazione.

All’epoca, quando uscì sul mercato discografico nel lontano 1973, “Berlin” fu un flop clamoroso, ancor di più se paragonato al successo ottenuto dall’album precedente, “Transformer”. C’è da dire che “Berlin” – che commerciale non lo è per niente – ebbe una gestazione travagliata: il progetto originale prevedeva un doppio elleppì, per una durata complessiva del lavoro prossima alle due ore. La casa discografica, la RCA, intuendo lo scarso appeal commerciale del disco, intimò a Lou Reed e al produttore Bob Ezrin di accorciare notevolmente l’album. Ed ecco quindi il triste concept album di Lou Reed – sulla coppia tossica Jim & Caroline nella Berlino all’ombra del muro – ridotto a cinquanta minuti scarsi, con tutto ciò che ne conseguì.

Come altre opere legate a Lou Reed, però – in primis penso al debutto discografico dei Velvet Underground, quello dalla celebre copertina con la banana – anche “Berlin” suonava un po’ troppo avanti per i suoi tempi e così, col passare degli anni, l’album ha finalmente ottenuto quello status di grande opera rock che oggi tutti (critici e semplici appassionati) gli riconoscono. In particolare, nel 2007, Reed è andato in giro per il mondo con la riproposizione dal vivo del suo “Berlin”, suonandolo nella versione lunga originariamente concepita.

Ma che cos’ha “Berlin” che non va? Niente, solo che è sostanzialmente lento, triste, cupo, parla di droga, di suicidio, di prostituzione, di disperazione e di allontanamento dei bambini dalla custodia dei propri genitori, il tutto condito da una certa dose di cinismo, tipica dell’autore. Dal punto di vista musicale suona quasi come una lunga suite nella quale sono abilmente fusi elementi blues, rock, progressive e cabarettistici. Gli arrangiamenti sono curatissimi – Boz Ezrin in questo è un mago – e i musicisti che vi prendono parte sono bravissimi (fra cui Jack Bruce dei Cream, Steve Winwood, i fratelli Michael e Randy Brecker, e Tony Levin) e l’ascolto dell’album è tutto fuorché indifferente.

Il problema principale è che un disco come “Berlin” non lo si mette come sciocco sottofondo mentre, che so, ripittiamo una parete, così come non lo ascoltiamo mentre siamo alla guida o, peggio ancora, diamo una festicciola in casa.
“Berlin” è un album che richiede attenzione, interesse e voglia d’immergersi nei bassifondi dell’umana coscienza. Prendetevi cinquanta minuti di tempo, spegnete il cellulare, abbassate le tapparelle e mettetevi comodi, queste sono le dieci canzoni che compongono l’album…

  1. Berlin
  2. Lady Day
  3. Men Of Good Fortune
  4. Caroline Says I
  5. How Do You Think It Feels
  6. Oh, Jim
  7. Caroline Says II
  8. The Kids
  9. The Bed
  10. Sad Song

… e buon ascolto!

– Mat

Peter Gabriel

peter-gabriel-immagine-pubblicaNel mio vecchio blog, Parliamo di Musica, avevo già dedicato un post a Peter Gabriel ma ho preferito non trasferirlo qui e scriverne quindi uno nuovo. In effetti si trattava più di una protesta che della storia del celebre cantante inglese, perché ritengo Peter un tantino sopravvalutato. A quanto pare sono uno dei pochi appassionati dei Genesis che non lo rimpiange, avendo nutrito sempre più simpatia per Phil Collins che per lui. Credo che l’era Gabriel dei Genesis (1969-1975) abbia prodotto dei dischi stupendi non per la presunta grandezza del nostro, ma dal contributo di cinque grandi artisti – Gabriel compreso, ovviamente – che hanno fatto un lavoro eccellente finché hanno lavorato insieme. Poi, a giudicare dai due album realizzati dai Genesis prima dell’arrivo di Phil Collins e Steve Hackett, cioè “From Genesis To Revelation” (1969) e “Trespass” (1970), e da quello immediatamente successivo all’abbandono di Peter, vale a dire “A Trick Of The Tail” (1976), mi lascia pensare che la mente più ispirata in seno ai Genesis non fosse certamente Peter Gabriel. Questo confrontando inoltre la produzione post-Gabriel dei Genesis coi lavori solisti di Peter. Voglio dire, non mi pare che i Genesis guidati da Phil Collins abbiano fatto così tanto schifo così come non mi pare che i dischi solisti di Gabriel siano tutti dei capolavori. Fatta questa premessa – spero non troppo contorta – passo più specificatamente alla carriera solista del nostro.

Peter Gabriel, classe 1950, abbandona la band che gli aveva dato una prima notorietà internazionale, i Genesis per l’appunto, nella primavera del ’75, dopo essere stato il maggior ispiratore del primo concept-album del gruppo, lo stupendo “The Lamb Lies Down On Broadway” (1974). Tuttavia, col resto dei Genesis che procede come quartetto incontrando per giunta il maggior successo in classifica fino a quel punto della loro storia col magnifico “A Trick Of The Tail” (1976), Peter si concede un anno sabbatico, in modo da riordinare le sue turbolente idee. Tornerà alla ribalta l’anno successivo, nel 1977, con un indimenticabile singolo,
Solsbury Hill, e un primo album omonimo dalla resa altalenante. Prodotto da Bob Ezrin (già al lavoro con Lou Reed e in seguito coi Pink Floyd), “Peter Gabriel” è comunque un risultato pregevole, suonato da ospiti prestigiosi (cosa che si ripeterà per tutti i dischi successivi di Peter) quali Robert Fripp, Tony Levin e lo stesso Phil Collins, tuttora grande amico del nostro.

Peter Gabriel bissa l’operazione nel ’78, con un secondo album omonimo, stavolta con Robert Fripp anche in veste di produttore. Purtroppo il lavoro si rivela essere il peggiore fra gli album del nostro, tanto che nella sua prima raccolta, “Shaking The Tree” (1990), figureranno brani estratti da ogni album di Peter tranne che da questo. Nel ’78, tuttavia, Peter Gabriel ha la possibilità di riavvicinarisi, almento dal punto di vista umano, ai suoi ex colleghi dei Genesis, comparendo a sorpresa in un bis d’un loro concerto.


Prodotto da
Steve Lillywhite, ecco nel 1980 un terzo album omonimo da parte di Gabriel, quello contenente I Don’t Remember, Games Without Frontiers, Family Snapshot e soprattutto la straordinaria Biko. Per me è questo suo terzo album il migliore della discografia solista di Peter Gabriel, l’unico del quale non potrei mai separarmi, anch’esso forte della partecipazione di ospiti illustri: oltre agli ormai abituali Tony Levin (che suona il basso nelle canzoni e nei concerti di Peter anche oggi) e Robert Fripp, l’album vanta nuovamente Phil Collins ma anche John Giblin, Kate Bush e Paul Weller, all’epoca ancora leader dei Jam. Per quanto bello e importante, c’è da dire che questo disco non ottenne chissà quale successo mentre in quell’anno i Genesis ottenevano il loro primo numero uno nella classifica inglese con l’album “Duke”, un lavoro certamente non commerciale (con Steve Hackett ormai fuori dal gruppo) che non ha nulla da invidiare all’arte di Peter Gabriel.

Il primo vero successo di Peter è considerato invece il suo quarto album, pubblicato nel 1982, l’ultimo della quadrilogia di dischi omonimi, spinto dall’irresistibile singolo di
Shock The Monkey, senza dubbio uno dei pezzi più famosi del nostro. Un bel disco questa quarta fatica di Gabriel, non c’è che dire, con una virata maggiore in direzione della world music (introdotta già in alcune sonorità del suo album precedente) e un’accentuazione delle atmosfere dark. Oltre a Shock The Mokey, voglio ricordare la stupenda San Jacinto, la saltellante I Have The Touch e l’intensa The Rhythm Of The Heat. Il 1982 è un anno importante per Peter Gabriel anche per un altro motivo: organizza la prima edizione del noto festival etnico chiamato WOMAD (World Of Music And Dance), il quale, stentando a lanciarsi nei primi giorni, viene rivitalizzato da un’inaspettata reunion di Peter Gabriel coi Genesis, che eseguono quindi un set tratto da “The Lamb Lies Down On Broadway”.

Sono anni, per il nostro, in cui comincia a cimentarsi in altri territori, quali il cinema e il supporto ad artisti provenienti dal terzo mondo (il senegalese Youssou N’Dour è probabilmente la maggiore scoperta di Peter in questo senso). E così, dopo aver pubblicato un album dal vivo nel 1983, “Plays Live”, Gabriel realizza la colonna sonora d’un film di Alan Parker, “Birdy” (1984), peraltro riciclando alcune basi strumentali già impiegate nei suoi album. Torna col suo quinto album solista soltanto nel 1986, stavolta un disco con un titolo tutto suo, “So”: tuttora il maggior successo commerciale del nostro e molto probabilmente l’album più amato dai suoi fan, “So” vanta brani memorabili come la famosa Sledgehammer, la tenera Don’t Give Up (dove Peter torna a collaborare con Kate Bush), la ritmata Big Time e soprattutto la straordinaria e imponente Red Rain.

Nel 1988 Peter Gabriel torna a cimentarsi con le colonne sonore, stavolta musicando il controverso film “L’Ultima Tentazione di Cristo” di
Martin Scorsese. Pesantemente intrisa di world music e suonata con strumenti e musicisti mediorientali, la celebrata colonna sonora verrà pubblicata nel 1989 col titolo di “Passion”, mentre Peter torna in studio per incidere il suo sesto album da solista. E qui comincia quella lungaggine nella lavorazione d’un disco da parte del nostro che continua tuttora: il risultato finale delle sedute vede infatti la luce solo nel ’92, anche se si tratta d’un buon disco, “Us”, forte del singolo Steam (una rivisitazione del fortunato Sledgehammer) ma anche di Blood Of Eden (un duetto con Sinéad O’Connor, che all’epoca ebbe una storia col nostro), Digging In The Dirt e Come Talk To Me.

Per quanto Peter Gabriel non sia affatto inattivo nella parte restante degli anni Novanta (collabora con altri artisti, incide musiche sperimentali – arrivando a far suonare dei gorilla in studio – realizza suoni e canzoni per opere multimediali, compone colonne sonore, partecipa a lodevoli iniziative umanitarie…), “Us” risulterà il suo unico album da studio pubblicato in quel decennio. Bisognerà infatti attendere il 2002, ben dieci anni dopo, per vederne un seguito nei negozi, vale a dire il deludente “Up”. Non che “Up” sia un brutto disco ma, fin dalla prima volta che l’ho ascoltato, ho avuto la netta impressione di trovarmi alle prese con una raccolta di brani inediti più che un lavoro unitario e compatto. E’ a quel punto che comincio a disaffezionarmi a Peter Gabriel… fa aspettare i fan per dieci anni e poi fa uscire una roba del genere?!

All’epoca il buon Peter promise che i suoi fanatici ammiratori non avrebbero dovuto aspettare tanto per il seguito di “Up”, che sarebbe uscito addirittura nel 2004. Siamo nel 2007… sono già passati cinque anni… confesso che non faccio più parte di quelli che stanno ad aspettare il nuovo ciddì di Peter Gabriel. Oggi come oggi non potrebbe fregarmene di meno.

– Mat

Pink Floyd, “The Wall”: i mattoni sparsi

pink-floyd-the-wall-film-alan-parker-immagine-pubblicaEccomi qui alle prese con l’ultimo post dedicato a “The Wall” dei Pink Floyd, una pietra miliare del rock… o meglio, un muro miliare del rock!

Dunque, tra il dicembre ’79 e il gennaio ’80, l’album volò al vertice della classifica in molti Paesi, tra i quali la nativa Gran Bretagna e gli Stati Uniti: oggi, coi suoi venticinque milioni di copie vendute, “The Wall” è il disco degli anni Settanta più venduto al mondo, una cifra ancora più straordinaria se si pensa che si tratta d’un doppio. Ora però procediamo con la storia, che i record e i numeri non mi hanno mai affascinato troppo.

Uno dei temi portanti di “The Wall” è la dimensione alienante tra artista ed audience sperimentata in prima persona col tour “In The Flesh” del 1977: Roger Waters è assolutamente contrario a portare lo spettacolo di “The Wall” negli stadi. Sono così previsti degli show in arene con un massimo di 15mila posti, dove tutti possano godersi la musica e gli straordinari effetti visivi appositamente preparati: la costruzione effettiva da parte d’una squadra di operai d’un muro di cartone alto oltre quattro metri e lungo oltre i dieci; dei montacarichi per permettere agli operai di muoversi ma anche alla band di seguire alcune ambientazioni della storia; il classico schermo circolare tipico dei concerti dei Pink Floyd dove proiettare gli incredibili cartoni animati realizzati dalla squadra di Gerald Scarfe; ultimi ma non ultimi, gli effetti scenici degli enormi pupazzi gonfiabili, con tanto di luci accessorie, che rappresentano i vari protagonisti della storia narrata in “The Wall”.

Mentre la band ed i propri collaboratori progettavano questo nuovo spettacolo si era pensato anche di creare di volta in volta una speciale arena da montare in ogni città attraversata dal tour. La struttura era caratterizzata esteriormente da una forma a lumaca nuda che infine, per complicanze logistiche, si decise di accantonare: si scelsero invece quattro arene dove replicare più volte lo stesso spettacolo. E così, partita dalla Los Angeles Sports Arena nel febbraio ’80, la rappresentazione dal vivo di “The Wall” continuò per un anno per poi concludersi alla Wastfallenhande di Dortmund (Germania) nel febbraio ’81. Le altre due arene ‘intermedie’ erano il Greater Nassau Coliseum di New York (febbraio ’80) e la celebre Earl’s Court di Londra (agosto ’80 e giugno ’81).

Un’eccellente sintesi di queste quattro lunghe performance nelle quali i Pink Floyd eseguivano per intero “The Wall” costituisce l’album “Is There Anybody Out There?/The Wall Live“, pubblicato nel 2000. In due CD viene così riproposto lo spettacolo completo (solo audio però) della rappresentazione di “The Wall” da parte dei nostri: molte delle canzoni acquisiscono più spessore dal vivo, alcune sono invece estese per permettere nel frattempo agli operai di completare la costruzione effettiva del muro (l’ultimo mattone veniva posto appena Roger finiva di cantare Goodbye Cruel World, terminando la prima parte dello spettacolo). La cosa più interessante è però l’inclusione di parti che per ragioni di tempo e di sintesi narrativa erano state escluse dall’album in studio (il produttore Bob Ezrin convinse Waters a realizzare due LP da quaranta minuti l’uno): e così possiamo ascoltare canzoni escluse (la potente What Shall We Do Now? ma anche un grandioso medley strumentale chiamato The Last Few Bricks) o nella loro forma originaria (Empty Spaces e The Show Must Go On, entrambe più lunghe e con testi diversi). Da segnalare che in questi incredibili spettacoli dal vivo i Pink Floyd erano ben otto (!) più quattro coristi: otto perché Roger Waters (voce, basso, chitarra), David Gilmour (voce, chitarra, basso), Nick Mason (batteria) e il povero Rick Wright (tastiere) erano supportati dal bravissimo Snowy White (chitarra, già coi nostri dal vivo prima e dopo “The Wall”), da Peter Woods (tastiere), da Andy Bown (basso), da Willie Wilson (batteria) e da Andy Roberts (che sostituì White alla chitarra negli spettacoli del 1981). Tutte le altre informazioni su “The Wall Live”, comprese le note tecniche & i disegni & le foto del progetto & le interviste & tutto quello che più desiderate sapere su quest’affascinante rappresentazione rockteatrale lo trovate nel cofanetto di “Is There Anybody Out There?” (2000), un disco che consiglio a tutti gli amanti sfrenati dei Pink Floyd come me.

Dopo i concerti, si passò all’ultima fase della multimedialità insita in “The Wall”, ovvero la realizzazione del film vero e proprio. Qui le cose si fecero notevolmente più complicate e, in definitiva, più stressanti: il film, chiamato semplicemente “Pink Floyd The Wall”, uscì nel corso del 1982 riscuotendo comunque un grosso successo. Diretto da Alan Parker (più volte in rotta di collisione con Waters, che scrisse la sceneggiatura), il film figura un giovane Bob Geldof – allora leader dei Boomtown Rats – nella parte principale, quella di Pink. C’è anche il bravissimo attore Bob Hoskins ma le cose che personalmente apprezzo di più in questo film sono le bellissime sequenze animate: davvero un’arte sopraffina, molto immaginifica e coinvolgente. E poi la musica… anche qui sono state incluse alcune canzoni che non avevano trovato spazio nell’album del 1979, ovvero What Shall We Do Now? e la versione lunga di Empty Spaces. Manca Hey You ma c’è una nuova composizione watersiana, When The Tigers Broke Free (pubblicata come singolo nell’aprile ’82), ci sono alcune riesecuzioni, come le nuove versioni di Mother, Bring The Boys Back Home e In The Flesh (quest’ultima gridata più che cantata da Bob Geldof), una In The Flesh? e una Stop! cantate ancora da Geldof, un breve interludio strumentale che anticipa Your Possible Pasts (completa nel prossimo album dei Pink Floyd, “The Final Cut“). Anche Outside The Wall, che accompagna i titoli di coda, è notevolmente diversa: oltre ad essere necessariamente più lunga, include anch’essa parti musicali che Roger Waters stava orchestrando con Michael Kamen e che vedranno la luce sul successivo “The Final Cut”.

Ora, questo legame tra “The Wall” e “The Final Cut” è molto stretto: inizialmente, Waters pensava di pubblicare gli scarti di “The Wall” (What Shall We Do Now?, Your Possible Pasts, The Hero’s Return, ma anche la nuova When The Tigers Broke Free) su un album dei Floyd chiamato “Spare Bricks”. Poi il nome cambiò in “The Final Cut”, tanto che quando uscì il singolo di When The Tigers Broke Free, sul retro copertina veniva chiaramente indicato questo titolo. Il nome alla fine restò quello ma il contenuto cambiò notevolmente: in quei giorni l’Inghilterra imperialista di Margaret Thatcher aveva dichiarato guerra all’Argentina di Leopoldo Gualtieri per quattro isolotti chiamati Falklands. Quest’inutile guerra suscitò la profonda indignazione di Roger Waters, tanto da spingerlo a scrivere del nuovo materiale e a far pubblicare il suo ultimo album con i Pink Floyd nell’aprile 1983… una commovente critica alla guerra dedicata al suo papà morto ad Anzio nel ’44. Ma questa è un’altra storia che sicuramente meriterà di essere raccontata in un altro post.

– Mat

Pink Floyd, “The Wall”, 1979

pink-floyd-the-wall-immagine-pubblicaE così, dopo tutta la fase preparatoria che abbiamo visto nel post precedente, il 30 novembre 1979 esce finalmente questo capolavoro dei Pink Floyd chiamato “The Wall”. Sono due LP racchiusi in una confezione apribile inconfondibile: mattoni all’esterno, personaggi della storia all’interno. In verità, l’album avrebbe potuto vedere tranquillamente la luce nel 1980 ma la casa discografica dei nostri forniva un sostanzioso anticipo se il disco fosse uscito entro Natale. Sembrerà assurdo ma in quel periodo i Pink Floyd avevano disperatamente bisogno di soldi: l’anno prima era fallita per bancarotta fraudolenta la società che curava i loro interessi e i Pink Floyd ci rimisero un sacco di quattrini. Ma veniamo alla cosa che più c’interessa, la musica: vediamo quindi di analizzare questo muro mattone per mattone.

1) L’album si apre con la potente In The Flesh?, uno dei brani più duri mai proposti dai nostri: a metà c’è un emozionante interludio corale dove emerge forte e sarcastica la voce di Roger Waters: è il benvenuto ad una nuova forma di show, ma anche un sentito invito ad andare oltre l’apparenza delle cose.

2) La roboante conclusione di In The Flesh? termina con l’inquietante fischio d’una bomba sganciata da un caccia… ma non ci sarà una deflagrazione come ci si potrebbe aspettare, bensì il pianto d’un neonato. Inizia quindi The Thin Ice, una ballata sostenuta principalmente dal piano dove David Gilmour canta la prima parte della canzone; nella seconda torna la sarcastica e tagliente voce di Roger, dopo la quale il ritmo si solleva e la chitarra di Dave produce un lancinante assolo (tipico Pink Floyd sound direi… magnifico!).

3) Il tutto sfuma in quella che è una delle mie canzoni preferite, Another Brick In The Wall, Part 1: cupa, intensa, sofferta, con Waters che grida ‘papà, cosa mi hai lasciato?, e poi quelle chitarre taglienti e avvolgenti insieme. Suprema!

4) Anche qui il ritmo sfuma nel brano successivo, introdotto da un minaccioso elicottero che si solleva sulle nostre teste: un imperioso insegnante ci grida (è sempre la voce di Roger, così come la maggior parte delle altre voci di sottofondo che si ascoltano in “The Wall”) di restare al nostro posto. Inizia così il pulsante dark-rock di The Happiest Days Of Our Lives, con il testo che è una tirata verso i metodi d’insegnamento oppressivi tipici dell’Inghilterra del dopoguerra.

5) La tematica si fa ancora più aggressiva ed esplicita nella successiva (e famosissima) Another Brick In The Wall, Part 2: il ritmo quasi disco, il basso funky, il coro dei bambini (una classe di ventitrè studenti inglesi, poi moltiplicata in studio per dodici volte), l’assolo blues di Gilmour eseguito con una chitarra Gibson del 1959… quanto di più atipico i Pink Floyd dell’epoca avessero mai proposto ai loro ascoltatori. Ma oggi è uno dei brani più rappresentativi dei nostri, una canzone conosciuta anche da chi sente musica solo occasionalmente.

6) Poi è la volta di Mother, una grandiosa ballata perlopiù acustica, con la chitarra ritmica suonata da Waters, che dura oltre cinque minuti: Roger fa la parte dell’artista tormentato, Dave (nel ritornello) fa quella della madre che continua a vedere il proprio figlio come un pulcino indifeso, mentre Jeff Porcaro dei Toto tiene il tempo (a quanto pare, Nick Mason non sembrava riuscirci, e così…).

7) Segue un’altra ballata acustica, Goodbye Blue Sky, introdotta dall’inquietante rombo degli aerei da guerra che sovrasta il canto degli uccellini: l’atmosfera complessiva di questa canzone, con la sua coralità e la sua carica drammatica, è bellissima.

8-9) Andiamo oltre, all’atmosfera dark di Empty Spaces: in lontananza, su un minaccioso ritmo sintetizzato, un minaccioso assolo di chitarra si avvicina sempre più, per poi esplodere con tutta la sua carica drammatica (tipico stile gilmouriano, inconfondibile) e, dopo alcune voci misteriose di sottofondo (tutte di Waters), ecco il canto distorto ed alienato di Roger che funge da eccellente introduzione per la successiva Young Lust. Questa è un’altra grandiosa perla rock da parte dei nostri, con la voce urlante di Dave che ricorda molto The Nile Song, un brano dei nostri apparso dieci anni prima sulla colonna sonora del film “More”.

10) Una comunicazione telefonica dagli Stati Uniti che non viene accettata dalla nativa Inghilterra lega Young Lust alla canzone seguente, la straordinaria One Of My Turns. Qui l’inconfondibile voce di Roger canta l’amarezza per un amore che svanisce giorno dopo giorno: poi il tutto esplode rabbiosamente in un altro grande pezzo rock. Fantastico, fantastico davvero.

11) La successiva Don’t Leave Me Now è forse l’unica canzone di “The Wall” a contenere alcuni sprazzi di pura psichedelia, anche se il tono del brano è decisamente dark, con uno stralunato e irresistibile canto watersiano.

12-13) Al termine di Don’t Leave Me Now, i canali televisivi iniziano a scorrere compulsivamente uno dietro l’altro, dopodiché con un urlo di pazzia il protagonista della nostra storia, Pink, sfascia il tutto. Da questi botti si fa spazio prepotentemente Another Brick In The Wall, Part 3, un altro brano tirato e potente, con Roger che dà un’indimenticabile prova vocale, per quanto il brano sia di breve durata. Poi il suono sfuma efficacemente in quello che è l’ultimo brano del primo LP, la placida e cantilenante Goodbye Cruel World.

14-15) Cambiamo LP (o CD, anche questo è in doppio formato) ed eccoci alle prese con una delle canzoni più belle del mondo, la malinconica e sofferta Hey You. Inizia Dave, che suona anche quelle fantastiche linee di basso, dopodiché, dopo un interludio strumentale piuttosto viscerale,
eccoci alle prese con la sofferta voce di Roger (per la verità canta pure alcuni versi prima di questo interludio), il cui eco si tramanda fino alla successiva Is There Anybody Out There?. A questo punto si entra dall’altra parte del muro, dove Pink, recluso e profondamente solo nel suo hotel, affronta i suoi tormenti personali. ‘C’è qualcuno là fuori?’ si chiede più volte Roger, mentre Dave esegue dei lontani e strazianti interventi chitarristici (ricordano gli effetti che utilizzò nel 1971 per Echoes), poi la canzone si trasforma in un commovente interludio acustico, contrappuntato da un uso discreto dell’orchestra che ne fa uno dei momenti migliori del disco.

16) Alcuni rumori di sottofondo (“The Wall” ne è pieno, come l’intera produzione floydiana del resto) ci introducono la bellissima ballata per piano e orchestra di Nobody Home: qui l’esperienza personale di Waters (il cui canto, a tratti appassionato e a tratti desolato, è efficacemente arriccihto con l’eco) si fonde con quella di Syd Barrett, a quel tempo il vero recluso tra i membri dei Pink Floyd.

17) Segue il terzo e conclusivo momento intimo dell’album, Vera, dove Roger si chiede che ne è stato della cantante Vera Lynn e dei suoi tempi. Si chiede inoltre, desolato, se qualcun altro prova ciò che prova lui.

18) I tamburi rullanti di Bring The Boys Back Home e il suo coro portentoso (ma sul canale destro degli speaker si sente chiaramente l’alta voce di Roger) sembrano riportarci alla realtà… riportate i ragazzi a casa, come dal fronte di guerra così come dai lustrini dello show-business.

19) Altri rumori, voci, effetti, ed eccoci poi ad un’altra stupenda canzone, anche questa senza ombra di dubbio tra le più belle del mondo: Comfortably Numb. L’idea originale della melodia venne a Gilmour mentre stava lavorando al suo album omonimo, l’anno prima. Roger Waters e Michael Kamen la arricchiscono, rispettivamente, con uno dei testi più suggestivi mai scritti da un cantante rock e con una grandiosa partitura orchestrale. Ma anche il buon Dave fa la sua parte: alla sua calda voce sono affidati i due ritornelli mentre gli assolo della sua inconfondibile chitarra sono l’elemento di spicco di questo brano. Comfortably Numb… che altro dire, un brano da urlo che non mi stanco mai d’ascoltare!

20) Ci riprendiamo con l’interrogativa e corale The Show Must Go On: la voce del protagonista della storia è affidata a Gilmour, mentre il tutto ci introduce alla fase finale di “The Wall”, l’esibizione di un nuovo Pink e della sua ‘banda surrogata’.

21-24) I Pink Floyd sono diventati cattivi, sembrano dei divi fascisti e le canzoni apostrofano pesantemente il pubblico: si inizia con In The Flesh (stavolta senza punto interrogativo) che ovviamente è una ripresa del brano iniziale dell’album; poi è la volta della tosta Run Like Hell, altro brano famoso dei nostri, con un’urlante ed indimenticabile voce di Waters; segue Waiting For The Worms, un rock solenne e suddiviso in più tempi, dove si intrecciano magistralmente i cori e le voci soliste di Dave e Roger. Ormai quello che nel canale sinistro degli speaker era una folla urlante ‘Pink Floyd’ ora è diventato sul canale destro un incitamento a picchiare, ‘Hammer! Hammer!’ e Roger grida Stop!. Ormai Pink è disgustato da tutto e l’unica cosa che chiede (su un lieve accompagnamento pianistico) è di togliersi l’uniforme per poter tornare a casa.

25) Qui, ancora una volta da solo e alle prese coi suoi demoni, Pink si sottopone ad un processo mentale, The Trial, con tanto di avvocato, accusa (preside della scuola prima, e moglie dopo), difesa (la madre) e giudice inflessibile. Tutte le voci dei personaggi sono magistralmente cantate da Roger (con il ritornello in prima persona nel quale afferma di essere ormai pazzo e di aver perso di vista la porta che gli ha dato accesso al suo muro), mentre la partitura ochestrale arrangiata da Bob Ezrin regge uno dei pezzi più teatrali ed emotivi dei nostri. ‘Abbattete il muro’ è la sentenza finale, e così un liberatorio crollo di mattoni, cemento e calcinacci invade le nostre orecchie d’ascoltatori.

26) La consolazione finale ci viene da quello che, inevitabilmente, è il brano più disteso del disco, Outside The Wall, la cui lieve melodia (contrappuntata dal flauto dolce) ci era stata proposta per qualche secondo già nell’iniziale In The Flesh?. In effetti, come la frase tagliata a metà che conclude il secondo LP e che continua nel primo, tale conclusione suggerisce la ciclicità di questa complessa e affascinante opera discografica che è “The Wall”.

Che altro aggiungere… un po’ di crediti compositivi: tutte le musiche ed i testi sono opera di Roger Waters, tranne le musiche di Young Lust, Comfortably Numb e Run Like Hell che sono di Gilmour e la musica di The Trial che è di Ezrin. Da segnalare un grandissimo James Guthrie, il tecnico del suono principale di “The Wall”, nonché co-produttore associato di quest’opera. Il buon James continua tuttora a lavorare per i vari membri dei Pink Floyd… squadra che vince non si cambia!
Waters scrisse anche altro materiale, una parte del quale verrà anche pubblicata in diverse forme… ma questo lo vedremo nel prossimo e conclusivo post dedicato a “The Wall”.

– Mat

Pink Floyd, “The Wall”: la genesi di un mito

pink-floyd-in-the-flesh-immagine-pubblicaE’ giunto il momento di parlare di quello che, secondo la mia modesta opinione, è il miglior disco rock che sia mai stato pubblicato, ovvero “The Wall” dei Pink Floyd. E’ il migliore per un insieme di fattori che ne fanno un lavoro artistico eccelso: le canzoni contenute, i testi, la strumentazione, gli arrangiamenti, la produzione, le tematiche affrontate, il grado artistico che vi è insito, il sentimento generale che suscita e, perché no, il coraggio e la costanza dimostrata dai nostri nel creare questa autentica leggenda della musica.

Questo doppio LP, uscito al termine del 1979, ha una storia affascinante che occupa ben cinque anni di storia floydiana… storia che suddividerò in tre post dei quali questo è il primo.
Nel gennaio 1977 esce un nuovo album dei Pink Floyd, “Animals”, che i nostri decidono di supportare con un tour, denominato “In The Flesh”, della durata di sei mesi. La novità è che per la prima volta i Floyd portano la loro musica negli stadi: l’esperienza, per quanto fortemente lucrativa, apparirà ben presto alienante ai nostri, soprattutto a Roger Waters, il bassista e cantante che in quel periodo stava assurgendo alla leadership incontrastata del gruppo. Alcuni stadi nordamericani raggiungevano la capienza di 90mila persone e Roger cominciava a provare la sgradevole sensazione di non riuscire più a comunicare col pubblico, come se una barriera fosse stata eretta tra esso e la band. Inoltre, pareva che buona parte di questo pubblico fosse lì soltanto per il gusto di esserci, tanto per dire di aver partecipato ad un grande raduno rock, del tutto indifferente alla musica proposta.

La frustrazione di Waters raggiunse un punto di non ritorno in giugno, mentre i Pink Floyd suonavano all’Olympic Stadium di Montréal, quando sputò in faccia ad uno spettatore della prima fila. Dopo aver concluso il tour, Roger si rifugiò nella campagna inglese per scrivere e comporre quella che nella sua testa si profilava già come una grande catarsi rock, un’epopea artistica unica che lo avrebbe condotto a concepire una straordinaria opera multimediale. Nel frattempo, gli altri tre componenti della band si dedicavano ad esperienze soliste: il batterista Nick Mason produsse il secondo album dei Damned, mentre il tastierista Richard Wright e il chitarrista David Gilmour pubblicarono un album solista a testa nel corso del 1978.

Nell’estate di quell’anno, Roger radunò i suoi compagni e propose loro ben due cicli di canzoni, “The Wall” e “The Pros And Cons Of Hitch Hiking”: chiarì che i Pink Floyd avrebbero potuto sceglierne uno mentre lui stesso avrebbe portato a compimento l’altro come disco solista. La band scelse “The Wall”, soprattutto per una maggiore identificazione con i temi trattati, mentre “The Pros And Cons” sembrava un discorso più personale. Con “The Wall” quindi archiviato come prossimo album dei Pink Floyd, Roger iniziò ad esporre il suo monumentale progetto: il materiale scritto avrebbe occupato tre LP, sarebbe stato proposto con un apposito spettacolo dal vivo (uno show che prevedeva la costruzione d’un muro nel corso dell’esibizione dei nostri) e avrebbe funto da colonna sonora per un film vero e proprio.

Tutta questa fase preparatoria durò quasi un anno, con la band finalmente pronta ad entrare in studio nell’aprile del 1979… ma le cose erano cambiate. Innanzitutto c’era il ‘caso Richard Wright’, tenuto nascosto ai più nei quattro anni successivi: Roger lo aveva praticamente messo alla porta, per cui Rick venne messo a stipendio fisso per tutte le fasi legate al progetto “The Wall”, al termine del quale avrebbe dovuto lasciare la band. Pare che Wright si fosse impigrito, o che comunque non fosse più in grado di fornire alcun supporto compositivo ai Pink Floyd. Secondo alcuni, invece, sniffava troppa cocaina e preferiva condurre una vita agiata tra le sue amate isole greche (aveva anche acquistato una villa a Rodi). Anche Mason sembrava meno capace del solito di contribuire attivamente al progetto, tanto che in studio si fece ricorso anche al bravissimo Jeff Porcaro, il versatile batterista dei Toto, fra i musicisti turnisti più apprezzati al mondo.

A questo punto il progetto ricadde completamente sulle spalle di Waters (ovviamente lui ha sempre ritenuto “The Wall” una sua creatura) e Gilmour… una collaborazione che diventava via via più tesa e traballante. Anche in funzione mediatrice, i due decisero d’ingaggiare il canadese Bob Ezrin (all’epoca ventinovenne, già al lavoro coi Lou Reed e Peter Gabriel) come terzo produttore e, di fatto, tastierista e collaboratore stretto di David negli arrangiamenti. Intanto Roger perfezionava la scrittura del suo materiale, tagliava o aggiungeva qualcosa e di lì a poco prese contatti col disegnatore Gerald Scarfe, in modo da preparare tutti i disegni e le bozze che la realizzazione visuale di “The Wall” necessitava.

La storia (molto autobiografica) scritta da Roger per il suo capolavoro era questa: nel 1943 un bambino chiamato Pink viene alla luce in Inghilterra; non fa in tempo a conoscere suo padre perché questi viene ucciso l’anno successivo ad Anzio, nel corso d’un bombardamento tedesco sulla testa di ponte alleata in Italia. La morte del marito induce la madre a soffocare di attenzioni il figlio, facendolo crescere nell’ansia e nel dolore della perdita. Sono i primi mattoni che il giovane Pink pone sul suo muro psicologico, creato per proteggere la propria sfera emotiva. Altri mattoni sul muro verranno posti quando Pink andrà a scuola: un istituto disumanizzante (pieno d’insegnanti pomposi e pedanti) che tende a produrre per lo più carne da macello. Pink troverà rifugio nella musica, divenendo una rockstar affermata. Ma il successo sembra divorargli la vita: troppa pressione, troppi mesi lontano da casa, troppa droga. Nel frattempo, mentre lui è in America con la band, la moglie lo tradisce. Pink inizia quindi a perdere il contatto con la realtà, vive per lo più come un recluso in lussuosi alberghi: qui, completamente alienato e con un televisore sempre acceso a fargli compagnia, confonde la realtà con le sue proiezioni interiori e i suoi traumi infantili. Da questo baratro Pink riemerge come un dittatore del rock, con tanto di saluto fascista e di teatralità marziale durante le successive esibizioni della band. Ma poi Pink si rende conto di essere andato oltre le sue contraddizioni e, tornato nel suo hotel, si sottopone ad un’autoaccusa (un processo mentale con tanto di avvocato, testimoni e giudice) che lo costringe a ripercorrere tutta la sua vita e ad affrontare ad uno ad uno i suoi demoni personali. E’ tempo di abbattere il muro e di accettare la propria condizione di artista sensibile nella società contemporanea.

Musicalmente parlando, tutta la storia si articola in ventisei canzoni (alcune, come What Shall We Do Now?, vengono escluse all’ultimo minuto), incise tra l’Inghilterra (negli studi di proprietà dei Pink Floyd, i Britannia Row), la Francia (negli studi Superbear, dove l’anno prima Wright e Gilmour avevano inciso i propri lavori solisti) e gli Stati Uniti (ai Producers Workshop di Los Angeles). Sempre negli Stati Uniti, ma sulla costa opposta, a New York, Michael Kamen dirigeva le partiture orchestrali delle canzoni. I musicisti maggiormente coinvolti sono quindi Roger Waters (voce, cori, basso e chitarra), David Gilmour (voce, cori, chitarra, basso), Bob Ezrin (tastiere e sintetizzatori), Peter Woods (tastiere e sintetizzatori), Nick Mason (batteria e percussioni) e Jeff Porcaro (batteria e percussioni). Tra i coristi aggiunti figura, inoltre, Bruce Johnston dei Beach Boys: pare che i Beach Boys al gran completo avrebbero dovuto contribuire ai vari e sofisticati cori di “The Wall” ma alla fine Waters optò per il solo Johnston.

A Bob Ezrin va il merito d’aver ridotto la storia in due LP, d’aver alleggerito la trama e d’averla resa più universale. Eliminò tutti i riferimenti al Pink trentaseienne, dato che ai teenager sarebbe sembrata un’età troppo avanzata con cui identificarsi. Ma soprattutto ad Ezrin riuscì di convincere i Pink Floyd a far pubblicare almeno un singolo, venendo meno alla tradizione storica della band (l’ultimo singolo inglese dei nostri, infatti, risaliva al 1968): fu così che la trascinante Another Brick In The Wall, Part 2 (unita al B-side One Of My Turns) divenne un istantaneo numero uno in classifica, nella seconda metà del novembre ’79, poche settimane prima della pubblicazione ufficiale di “The Wall”. Ci occuperemo da vicino di questo magnifico doppio LP… appuntamento al post successivo.

– Mat

Pink Floyd

pink-floyd-classifica-immagine-pubblica-blogLa mia conoscenza di questo gruppo inglese parte veramente da lontano, molto lontano: in casa ho delle fotografie di quando avevo solo tre anni che mi mostrano con delle enormi cuffie collegate al potente stereo di mio zio… in famiglia mi hanno detto che stavo ascoltando proprio loro, i grandissimi Pink Floyd.

In un post precedente, parlando di Syd Barrett, ho citato l’esordio di questa celebre band, per cui vado avanti con la storia, che riparte quindi dal principio del 1969. I Pink Floyd, un quartetto costituito da Roger Waters (voce e basso), Richard Wright (tastiere e voce), Nick Mason (batteria) e dal nuovo acquisto David Gilmour (voce e chitarra), sembrano aver smarrito la strada del pop e pensano di riciclarsi come compositori di musiche per film. Accettano così la proposta del regista francese Barbet Schroeder di musicargli il film “More”: ne esce fuori una colonna sonora apprezzabile, chiamata anch’essa “More”, che restituisce fiducia ai quattro e li spinge a tornare in studio per un terzo album.

I Pink Floyd, stavolta, intendono realizzare un disco altamente sperimentale e psichedelico, e per rendere più appetibile il tutto lo abbinano ad un elleppì dal vivo, contenente anche una fantastica versione della barrettiana Astronomy Domine: il doppio album vede la luce in ottobre col titolo di “Ummagumma”, uno slang studentesco per indicare il rapporto sessuale. Ma la creatività del gruppo non si arresta e porta alla composizione d’una lunga suite strumentale che viene presentata in Francia con un corpo di ballo. Il brano diventerà Atom Heart Mother grazie alla collaborazione dell’arrangiatore e orchestratore Ron Geesin (ai primi del 1970 al lavoro con Roger Waters su un’altra colonna sonora, “The Body”) e costituirà l’intera facciata A del nuovo album dei Pink Floyd, l’omonimo “Atom Heart Mother”. Sul lato B ci sono tre canzoni scritte e cantate dai rispettivi autori (If per Waters, Summer ’68 per Wright e Fat Old Sun per Gilmour) più l’incredibile pezzo psichedelico Alan’s Psychedelic Breakfast, una composizione collettiva tra le più suggestive dei nostri. “Atom Heart Mother” viene pubblicato nell’ottobre 1970 e la sua copertina è una delle più famose ed imitate al mondo: la mucca al pascolo che si gira a guardarci incuriosita, chi non ce l’ha presente?!

Sempre nel ’70, i Pink Floyd incidono anche alcuni brani per la colonna sonora del film di Michelangelo Antonioni, “Zabriskie Point”, ma l’esperienza non si rivela delle più ispirate. Comunque, nel 1971, la band torna con un nuovo album, “Meddle”, contenente la famosa One Of These Days e la mastodontica suite di Echoes. In estate i Pink Floyd suonano dal vivo fra le rovine di Pompei e vengono quindi immortalati nel suggestivo film musicale intitolato “Live At Pompeii” (1972).

Nel ’72 la band è nuovamente in pista con un’altra colonna sonora: si tratta di musicare il seguito di “More”, un film chiamato “La Vallée”. Ne viene fuori “Obscured By Clouds”, probabilmente l’album più debole dei Pink Floyd, tuttavia interessante per alcune soluzioni che adotta e che saranno riproposte con ben altri risultati nei lavori successivi. Nel corso di quell’anno, inoltre, i Floyd presentano dal vivo quello che viene comunemente inteso come il loro capolavoro, “Dark Side Of The Moon”, un album straordinario che viene pubblicato nel marzo ’73. Il disco riscuote subito un enorme successo mondiale, spedendo per la prima volta i Pink Floyd in vetta alla classifica americana. Tuttora “Dark Side” è l’album che nella storia del rock è stato per più tempo in classifica: dal ’73 al ’88 è stato ininterrottamente tra i cento dischi più venduti negli USA, ricomparendo più volte negli anni successivi.

Tornando al 1973-74, per i Pink Floyd il successo e il clamore diventano una sbornia che lascia i segni: il gruppo è ormai ‘arrivato’, s’è fatto un sacco di soldi, la sua musica è la sintesi magnifica di cinque anni consecutivi di sperimentazioni. Che altro possono fare, si chiede soprattutto Roger Waters. Fino a quel punto ogni membro dei Pink Floyd ha collaborato, chi più chi meno, alla composizione del materiale e alla sua produzione. Dopo “Dark Side” la storia cambia, con Roger che inizia ad assumere il controllo della band: è grazie al suo impulso che i Pink Floyd tornano in studio alla fine del ’74 per dare un seguito a “Dark Side”. Si lavora sul tema dell’assenza, che Roger percepisce dai rapporti tra i membri del gruppo, ma anche dalla nostalgia per Syd Barrett. Da qui canzoni malinconiche come Wish You Were Here e Shine On You Crazy Diamond, ma anche brani che cantano la disillusione per i lustrini dello show-business come Have A Cigar e Welcome To The Machine. Checché ne dica Waters, l’atmosfera in studio genera un nuovo capolavoro, “Wish You Were Here”, forse l’album più immaginifico dei Pink Floyd. Altro numero uno in tutto il mondo & uno dei dischi più venduti ed apprezzati della storia del rock.

“Wish You Were Here” non vede nessun contributo compositivo da parte di Mason, mentre il successivo album, “Animals”, non contemplerà nessun contributo compositivo da parte di Wright. “Animals”, pubblicato nel gennaio ’77, può essere infatti considerato il primo d’una trilogia di album fortemente watersiani, dove il bassista diventa il protagonista indiscusso del suono e delle tematiche floydiane. Se i suoni si fanno più duri e cattivi, i testi diventano via via più personali e sempre più intrisi di cruda realtà (il dramma della guerra, l’abuso della grande industria ai danni dell’ambiente, la competizione arrivistica, i sistemi oppressivi sperimentati fin dalla scuola, lo status di rockstar che comporta barriere tra se stessi e le persone amate) a dispetto dell’immaginazione e della divagazione psichedelica. Tutto ciò sfocia in maniera più compiuta nell’album successivo, il celeberrimo “The Wall”, un doppio album che viene pubblicato nel novembre 1979. L’album, oltre ad avvalersi della sola composizione di Waters (soprattutto lui) e Gilmour, non viene più prodotto dai Pink Floyd, bensì dai soli Waters e Gilmour col produttore-arrangiatore canadese Bob Ezrin. I tre danno però vita ad un capolavoro indiscusso del rock, il mio album preferito in assoluto.

Ma “The Wall” è un concept-album che travalica l’idea stessa di album musicale: i Pink Floyd vi lavoreranno per altri tre anni, rappresentandolo in una serie di concerti e immortalandolo in un film diretto da Alan Parker. L’album conclusivo della trilogia watersiana, chiamato profeticamente “The Final Cut”, vede comunque la luce nella primavera del 1983: in pratica è un album solista di Roger, tanto che viene dedicato a suo padre, morto nel ’44 durante la guerra. Ai lavori partecipano i soli Mason e Gilmour, seppur col minimo apporto, con Wright che viene fatto fuori al termine del tour di “The Wall” nel 1981 (anche se la sua effettiva partecipazione alle sedute di “The Wall” è discutibile). Checché se ne dica, “The Final Cut” è uno dei dischi migliori dei Pink Floyd, un sincero e sentito atto di accusa contro la guerra, nonché una commovente commemorazione dei caduti per un mondo migliore, un mondo che finora non ha mantenuto di certo le sue promesse.

Per la prima volta dopo la pubblicazione d’un loro album, i Pink Floyd non vanno in tour, anzi ognuno torna in studio per contro proprio tanto che nel 1984 usciranno quattro album solisti, uno per ogni componente della band. La storia sembra concludersi definitivamente solo nel dicembre ’85, quando Roger Waters annuncia la sua dipartita dai Floyd: nella sua mente, la band non ha più nulla d’aggiungere e perciò merita un dignitoso scioglimento. Non così nella mente di Dave Gilmour, il quale pensa bene di continuare come Pink Floyd: inizialmente come duo col solo Mason e più tardi contattando Wright come semplice turnista. E così nel 1987 esce “A Momentary Lapse Of Reason”, fortunato album dei redivivi Pink Floyd, accompagnato da un fortunatissimo tour mondiale che si conclude nel 1989 a Venezia.

Roger Waters non resta di certo a guardare: tra le due parti inizia una lunga serie di reciproche accuse e soprattuto di cause legali per l’uso del nome e della spartizione dei diritti. Waters ottiene tutto quello che vuole ma non può impedire ai Pink Floyd di continuare ad esistere: nel ’94 esce quindi un altro album, il rock struggente di “The Division Bell” (qui Wright è un membro a tutti gli effetti e il sound ci guadagna). Segue un altro fortunato tour in giro per il mondo al termine della quale i Pink Floyd sembrano riposare una volta per tutte.

Intanto, negli anni Novanta, il pop-rock giunge alla sua storicizzazione, anche perché il panorama musicale è piuttosto povero: tutti gli album dei Pink Floyd vengono ristampati, con tanto di nuove raccolte, altri dischi dal vivo e divvuddì, spesso tornando nei quartieri alti delle classifiche. Poi nel 2005 il miracolo: Bob Geldof già organizzatore dello storico Live Aid, annuncia al mondo la reunion dei Pink Floyd con tanto di Roger Waters! La cosa si materializza a luglio, rendendo il momento storico del Live 8 ancora più storico di quello che sarebbe stato. I Pink Floyd, come tutti gli altri protagonisti in programma, eseguono un set di soli venti minuti ma sono venti minuti di grandi emozioni per tutti. Personalmente, mentre il gruppo suonava Comfortably Numb e alle sue spalle si materializzava lo slogan ‘make poverty history’ con la stessa grafica di “The Wall” proiettata sulla copertina di quel disco… beh, ho avuto la pelle d’oca!

All’indomani del Live 8, il sito ufficiale di Roger Waters scriveva ottimisticamente che ‘tutto è possibile’ su una foto dei quattro musicisti riuniti, lasciando ben intendere per una reunion più sostanziosa in futuro. Invece, a parte le recenti dichiarazioni di Dave Gilmour sul fatto che ormai i Pink Floyd appartenenvano definitivamente al suo passato, il 15 settembre 2008 è venuto improvvisamente a mancare Richard Wright. A questo punto – e lo scrivo con profondo rammarico – i Pink Floyd appartengono al passato di tutti noi.

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