Queen, “A Kind Of Magic”, 1986

queen-a-kind-of-magic-immagine-pubblica-blogNella prima metà del 1985, la carriera dei Queen era in stallo e forse vi sarebbe rimasta qualche anno se la band inglese non avesse ricevuto due offerte dall’esterno che di fatto la rimise in pista alla grande. Iniziò il cantante Bob Geldof che, in procinto di lanciare l’ormai storico Live Aid, invitò i Queen ad esibirsi sul palco di Wembley, a Londra, per quello che sarà ricordato dagli appassionati rock come il set più eccitante dell’intero programma del Live Aid. Poi seguì il regista Russell Mulcahy, fan dichiarato del gruppo, che invitò i Queen ad occuparsi della colonna sonora del suo primo film, un fantasy chiamato “Highlander”.

E così i nostri si ritrovarono nuovamente assieme in studio nell’autunno del 1985, per preparare la colonna sonora del film: il primo prodotto noto al pubblico fu però una canzone che esulava dal progetto, la rockeggiante One Vision, il cui testo aveva qualche rimando all’ancora fresca esperienza umanitaria del Live Aid. Pubblicata su singolo a novembre, One Vision riportò nei quartieri alti delle classifiche la vena più metallara dei Queen, che qui si producevano in un irresistibile ed epico brano rock. Curiosamente, anche One Vision fece da colonna sonora, per un film d’azione chiamato “Aquila d’Acciaio”.
Il lavoro in studio, comunque, proseguì con rinnovato entusiasmo: se la proposta iniziale di Mulcahy era d’incidere un paio di nuove canzoni per il suo film, i Queen ne registrarono molte di più e contribuirono attivamente anche agli stessi effetti sonori che la pellicola necessitava: ad esempio, c’è una scena in cui il cavallo dell’attore antagonista, il bravissimo Clancy Brown, nitrisce… beh, quel nitrito altro non è che la chitarra di Brian May!

Le canzoni che effettivamente si ascoltano in “Highlander” sono quindi Princes Of The Universe, One Year Of Love, Gimme The Prize, Who Wants To Live Forever, A Dozen Red Roses For My Darling / New York New York e la conclusiva A Kind Of Magic, quasi tutte abbastanza diverse dalle versioni che poi saranno incluse su disco. Sì, perché i Queen decisero infine di non voler pubblicare una semplice colonna sonora – come fecero sei anni prima con “Flash Gordon” – ma, con l’aggiunta di qualche altra nuova canzone, di realizzare un album vero e proprio. Da qui la pubblicazione, nel giugno ’86, di “A Kind Of Magic”, dodicesimo album da studio dei Queen che, come il precedente “The Works” (1984), volò al 1° posto della classifica inglese. In “A Kind Of Magic”, che molti appassionati come il sottoscritto considerano il miglior album dei Queen realizzato negli anni Ottanta, trovano posto nove canzoni, fra cui One Vision e cinque originariamente concepite come colonna sonora di “Highlander”. Ma ora vediamole brevemente una ad una.

1) Si parte proprio col rock ruggente di One Vision, qui in una versione più lunga (e più esaltante) di quella pubblicata su singolo. E’ una composizione accreditata a tutti e quattro i componenti del gruppo, anticipando ciò che sarà una norma nei due restanti album da studio dei Queen, “The Miracle” (1989) e “Innuendo” (1991).

2) Segue la ben più famosa A Kind Of Magic, sorta di danzereccio pop-rock pubblicato su singolo a marzo, da sempre una delle mie canzoni preferite dei Queen. La versione di A Kind Of Magic presente in “Highlander”, che ha il compito di musicare i titoli di coda del film, è molto diversa da questo noto hit: è più lenta e, sebbene sia meno rifinita nell’arrangiamento, è ben più epica. Anche se accreditata al solo Roger Taylor, il batterista dei Queen, nella versione più nota inserita nell’album risalta l’eccellente opera di riarrangiamento effettuata dall’indimenticato Freddie Mercury.

3) One Year Of Love, presente anch’essa nel film, è invece una romantica ballata scritta da John Deacon, il mite bassista del gruppo. A parte l’appassionata prestazione vocale di Mercury, spicca in questa canzone l’assolo di sax di Steve Gregory, che è lo stesso che suona il celebre assolo in Careless Whisper di George Michael.

4) Il pop pulsante di Pain Is So Close To Pleasure, opera del duo Mercury-Deacon, è uno dei momenti più leggeri e melodici del disco, caratterizzato soprattutto dall’alta tonalità in falsetto di Freddie. In qualche Paese, Pain Is So Close To Pleasure è stata anche pubblicata su singolo.

5) Poi è la volta d’un’altra canzone molto famosa, Friends Will Be Friends, altra creazione Mercury-Deacon: una melodica ballata pop-rock, tipica dello stile dei Queen e pubblicata anche come terzo singolo, che tuttavia col tempo mi ha un po’ stancato. Insomma, se devo pensare ai Queen, non mi viene certamente in mente Friends Will Be Friends.

6) Segue un’altra celeberrima opera dei nostri, Who Wants To Live Forever, atmosferica ballata sinfonica dove la musica dei Queen (pare che però Deacon non vi abbia suonato) è accompagnata dall’orchestra diretta dal noto Michael Kamen (al lavoro con molti altri idoli pop-rock, da Bryan Adams ai Metallica, anche sarà ricordato come il direttore d’orchestra del floydiano “The Wall”). La toccante & drammatica Who Wants To Live Forever, tema centrale di “Highlander”, è anch’essa diversa da quanto ascoltiamo nel film e su disco: nel primo viene interamente cantata da Freddie Mercury, nel secondo l’introduzione, parte del bridge e la frase conclusiva sono invece cantate dal suo autore, Brian May.

7) Ancora Brian, in grande spolvero, è l’autore del brano più metallaro dei Queen, Gimme The Prize, che canta il punto di vista del Kurgan, il tosto avversario del protagonista del film, Christopher Lambert (nel mix della canzone si possono sentire anche diversi effetti audio del film). Il brano, dal massiccio andamento medio-lento, è uno schiacciasassi dove ad una grande perizia tecnico-espressiva di May si accosta la voce più urlante e cattiva che Mercury abbia mai messo su nastro. In seguito, lo stesso Mercury e John Deacon non hanno fatto mistero di non amare questa canzone.

8) Basata su A Dozen Red Roses For My Darling, uno pseudo techno strumentale che Roger Taylor ha composto per alcune sequenze del film (è stato pubblicato anche sul lato B del singolo A Kind Of Magic), Don’t Lose Your Head è un altro brano tosto, sebbene dalle tonalità più elettroniche. Interessante per l’utilizzo delle parti vocali – solista e cori per Freddie, distorte per Roger e d’abbellimento per Joan Armatrading, Don’t Lose Your Head è un brano alquanto stradaiolo e dall’atmosfera notturna.

9) La conclusiva Princes Of The Universe, un rock potente, drammatico & epico scritto da Freddie, resta una delle mie canzoni preferite dei Queen. Superbamente disinvolta la parte vocale, eccellente l’arrangiamento fra musica & cori, da antologia l’interludio in chiave speed-metal. In “Highlander” questa canzone è stata ottimamente scelta per musicare i titoli di testa e negli Stati Uniti è stata pubblicata come singolo. Il video di Princes Of The Universe, girato dallo stesso Russell Mulcahy come anche per A Kind Of Magic, figura diverse scene del film e la partecipazione attiva del suo protagonista, Christopher Lambert, che duella con quello che è il vero immortale… Freddie Mercury.

Non c’è traccia, invece, della cover di New York New York, brano reso celebre da Liza Minnelli: la versione dei Queen, che sul film si sente per meno d’un minuto e che costituisce un medley con A Dozen Red Roses For My Darling, non è presente in nessuna pubblicazione discografica ufficiale dei Queen. Di recente, Brian May ha parlato d’una possibile futura pubblicazione della colonna sonora di “Highlander” così come la si ascolta nel film, New York New York compresa. Speriamo bene!

A parte tutto, “A Kind Of Magic” resta un album ricco & piacevole, d’ottima fattura, in grado d’accontentare tutte le frange d’appassionati dei Queen, da quelli più metallari a quelli più sensibili alle belle melodie pop. A mio avviso, i Queen avrebbero potuto fare un lavoro più teso & drammatico, a metà fra l’hard rock di Princes Of The Universe e il sinfonismo di Who Wants To Live Forever e a discapito di momenti più pop quali Friends Will Be Friends e Pain Is So Close To Pleasure. Ma in fondo, e non mi dispiace ripeterlo, questo è l’album migliore edito dai Queen negli Ottanta e, di fatto, uno dei migliori a figurare nella loro discografia.

– Mat

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Freddie Mercury vivo!

freddie-mercury-vivo-immagine-pubblicaSe c’è una rockstar che vorremmo ancora viva & vegeta fra noi, quella è Freddie Mercury, non c’è dubbio! Lo rivela il mio modesto sondaggino, dove a fronte di 163 preferenze, ben 95 sono andate all’indimenticato (e chi se lo scorda?!) cantante (e che cantante!) dei Queen.

Freddie se l’è dovuta vedere con altri quattro mostri sacri della musica contemporanea, vale a dire John Lennon (secondo in classifica con 31 preferenze), Jim Morrison (terzo con 21 preferenze), Bob Marley ed Elvis Presley (questi ultimi a pari merito, con 8 preferenze ciascuno), tuttavia è stato in testa praticamente da subito, per cui la sua è una vittoria strameritata.

Personalmente ho votato Lennon (l’avevo scritto anche qui, che se potessi esprimere un solo desiderio musicale vorrei John ancora vivo), ma sono felicissimo per la vittoria di Mercury, che è sempre stato uno dei miei massimi miti musicali.

In effetti la figura di Freddie Mercury è in forte rivalutazione negli ultimi tempi: ricordo il cinismo e la cattiveria gratuita di tanti cronisti che all’indomani della sua morte, avvenuta il 24 novembre 1991, non risparmiarono critiche maliziose sulla sfrenata vita di Freddie, sui suoi eccessi e quindi sul fatto che, in fondo in fondo, se l’era proprio cercata. Non l’ho mai pensata così. Inoltre, se Freddie fosse sopravvissuto agli anni Novanta la musica avrebbe avuto solo da guadagnarci… e poi, fino a prova contraria, Mercury non ha mai fatto del male a nessuno per cui nel privato poteva fare & dire quel che voleva. E in effetti così è stato.

Ma ve l’immaginate Freddie Mercury vivo oggi? Ci pensate? Avrebbe sessantunanni (sessantadue il prossimo 5 settembre), forse sarebbe pelato e anche un po’ cicciottello (come Peter Gabriel, forse), oppure avrebbe continuato a tenere una forma smagliante (un po’ come Mick Jagger, del resto). Magari al principio dei Novanta avrebbe lasciato momentaneamente i Queen per dedicarsi a progetti solisti & ad altri tipi di opere che probabilmente avrebbero avuto sfogo nella recitazione, nel musical o nella collaborazione con altri artisti. Forse avrebbe potuto dare un seguito all’album “Barcelona”, magari in duetto con Luciano Pavarotti (comunque avrebbe partecipato di certo ad almeno una delle edizioni del Pavarotti International, con la sempreverde bellezza di Milly Carlucci ad introdurcelo sul palco affianco al gioviale tenore). Di sicuro si sarebbe cimentato in almeno un album solista, forse proprio quel “Time In May” accennato da Jim Hutton (l’amante ufficiale di Freddie negli ultimi sette anni della sua vita) nel suo libro. E poi tre o quattro album coi compagni di sempre, ovvero Brian May, Roger Taylor e John Deacon, ovvero ancora i mitici Queen, che oggi come oggi sarebbero gli indiscussi numeri uno al mondo, alla facciaccia dei finti idoli brit-pop, dei gruppi irlandesi onnipresenti e dei fenomeni passeggeri creati dalle mode del momento & dalla tivvù spazzatura.

Sicuramente i Queen avrebbero preso parte al Live 8 organizzato da Bob Geldof nel 2005, di certo però non sarebbero uscite quelle vergognose antologie curate dalla EMI quali “Queen Rocks” (1997) o “Greatest Hits III” (1999). O meglio, quest’ultima sarebbe uscita nel 2001 (dato che il primo “Greatest Hits” venne pubblicato nel 1981 e il secondo nel 1991) e avrebbe contenuto tutti i più grandi successi della band inglese (sarebbero strati strabilianti, m’immagino) dal 1992 in poi, magari con qualche chicca inedita.

Forse Freddie Mercury avrebbe ripreso una collaborazione con Michael Jackson abortita nel 1983, molto più probabilmente avrebbe pubblicato almeno un duetto con l’amico di sempre, Elton John. Anzi, forse seguendo l’esempio di Elton, Freddie avrebbe sposato Jim Hutton o chi dopo di lui. Chissà. E il suo rapporto con Mary Austin, la donna che gli fu sempre accanto da quando divenne uno dei Queen fino alla morte? Forse Freddie avrebbe preferito mettere a tacere tutte le dicerie sul suo conto pubblicando finalmente la sua autobiografia. Chissà. Solo il cielo lo sa, del resto le mie sono soltanto stupide ipotesi create dalla mia fantasia di fan.

La storia non si fa con i se, ovvio, ma tentare non costa nulla, soprattutto in questo mio piccolo spazio virtuale dove ho il piacere d’incontrarmi con voi, cari lettori che avete preso parte al mio sondaggino. La parola a voi, nei commenti, ogni volta che vorrete.

– Mat

Sting

stingNella fantascientifica ipotesi che io mi reincarni in una rockstar, mi piacerebbe rinascere Sting. Perché Sting è un personaggio che ha sempre prodotto grandissima musica, sia coi Police che da solo, è famoso in tutto il mondo, non ha mai subìto cali di popolarità, se l’è spassata alla grande ma senza mai inciampare nei soliti eccessi della sua professione, s’è dilettato spesso e volentieri nel cinema, ha dato vita a numerose e interessanti collaborazioni, tanto in studio quanto dal vivo, ed è da sempre impegnato nel sociale. E poi, perché negarlo, è sempre stato un bell’uomo e sta invecchiando splendidamente.

Sting è un altro di quei nomi che conosco da quando ho memoria, in pratica non ricordo il giorno preciso che ho conosciuto la parola Sting: probabilmente, dopo ‘mamma’ e ‘papà’, ‘sting’ è la prima parola che ho imparato! È, inoltre, una di quelle voci che riconosci immediatamente appena la ascolti, ha uno stile inconfondibile e da trentanni a questa parte – un periodo che ha visto notevoli cambiamenti nell’industria discografica ma anche nella stessa industria culturale – Sting s’è meritatamente ritagliato uno spazio tutto suo come una delle più amate e ammirate rockstar di fama mondiale.

Nel 2003 Sting ha pubblicato “Broken Music”, una sua parziale autobiografia, dall’infanzia al debutto discografico dei Police con “Outlandos d’Amour”: è un libro piuttosto intimo ma molto godibile che ho letto finora due volte. In esso, Sting sembra descriversi come una persona fondamentalmente molto umana, con tutte le debolezze che questa condizione comporta, ma anche arso da una smania di sfondare che forse l’ha portato più lontano di quel che poteva immaginare da ragazzo, quando alternava la sua passione per la musica (suonava il basso in diverse formazioni locali, la più notevole, i Last Exit, nei quali cantava e componeva la maggior parte del materiale) alla sua professione d’insegnante d’inglese nelle scuole elementari.

Nato Gordon Matthew Sumner da umili origini (parte delle quali irlandesi) a Wallsend, vicino Newcastle, il 2 ottobre 1951, venticinque anni dopo ebbe la fortuna d’incontrare Stewart Copeland, all’epoca batterista dei Curved Air che, di fatto, scoprì Sting proponendogli d’entrare a far parte della band che stava costituendo col chitarrista corso Henri Padovani (in seguito rimpiazzato da Andy Summers), The Police. La storia di questo infinito trio rock l’ho raccontata già, per cui passo al 1985, quando Sting debutta definitivamente come solista con l’album “The Dream Of The Blue Turtles”, contenente i noti singoli If You Love Somebody (Set Them Free) e Russians. Nello stesso anno collabora con Miles Davis, Phil Collins, i Dire Straits, un side-project dei Duran Duran chiamato Arcadia, e inoltre partecipa allo storico evento musicalmediatico del Live Aid, organizzato da Bob Geldof per raccogliere fondi a favore delle popolazioni africane più bisognose.

In quella prima metà degli anni Ottanta, Sting si confronta con numerose vicissitudini private: il divorzio dalla prima moglie, l’attrice irlandese Frances Tomelty, la fine dei Police, l’inizio d’una nuova relazione con la modella Trudie Styler, che gli darà altri quattro figli oltre ai due avuti dalla Tomelty. Inoltre, nei tre anni successivi, Sting deve affrontare la dolorosa perdita di entrambi i genitori. In mezzo a tutto questo, nel 1987, troviamo quello che forse è il suo album migliore, “…Nothing Like The Sun”, contenente, fra l’altro, le indimenticabili Englisman In New York, Fragile e They Dance Alone. Un successo mondiale come il precedente “The Dream Of The Blue Turtles” che fa capire chiaramente che Sting non aveva più bisogno dei Police per andare avanti e che era ormai una delle più grandi stelle dello spettacolo.

Il terzo album solista di Sting, il mio preferito, “The Soul Cages”, viene pubblicato al principio del 1991, supportato dagli splendidi singoli All This Time e Mad About You. L’anno seguente Sting sposa finalmente Trudie Styler e, nel corso della serata, riunisce brevemente i Police per un concerto privato. Gli anni Novanta sono un periodo in cui il nostro non fa altro che consolidare la sua fama e la sua bravura, producendo come sempre dischi di qualità – “Ten Summoner’s Tales” (1993), “Mercury Falling” (1996) e “Brand New Day” (1999) – continuando le sue apparizioni cinematografiche e intessendo interessanti collaborazioni con altri noti artisti (qui mi limito a citare Elton John, Bryan Adams, Tina Turner, Eric Clapton e Rod Stewart).

Sting resta sinceramente sconvolto dai tragici fatti dell’11 settembre 2001, esprimendo direttamente le sue sensazioni al riguardo sull’album “Sacred Love” (2003), supportato dai singoli Send Your Love e Whenever I Say Your Name con Mary J. Blige. Ma la cosa che forse più ammiro di Sting è la sua continua evoluzione e maturazione artistica (oltre che, si capisce, umana) che lo ha portato a proporre sempre grande musica senza mai fare un solo passo falso: ulteriore testimonianza con “Songs From The Labyrinth” (2006), un album prevalentemente per sola voce e liuto dove il nostro rivisita l’opera del musico medievale John Dowland.

Il regalo più grande che Sting potesse fare ai suoi tanti ammiratori sparsi per il mondo arriva però al principio del 2007: annuncia la reunion dei Police, che quindi intraprendono un lungo tour internazionale che tocca anche l’Italia, il 2 ottobre a Torino. Quel concerto fu per me la prima occasione che ebbi di vedere il mio idolo dal vivo, per giunta alle prese col repertorio musicale di uno dei gruppi rock che più hanno entusiasmato gli appassionati di musica. Terminato il tour coi Police nell’estate 2008, Sting è tornato in studio per l’album “If On A Winter’s Night…” (2009) – altra escursione nel passato con canti e filastrocche natalizie dei secoli scorsi – e tentando con successo sperimentazioni nel teatro o per orchestra. Un’esperienza, quest’ultima, che ha portato alla realizzazione dell’album “Symphonicities” (2010) – una rivisitazione dei classici di Sting per voce e orchestra – e al relativo tour mondiale.

Dopo un’esperienza a teatro con l’interpretazione del musical tratto dall’album “The Last Ship” (che se non altro, pur non essendo un capolavoro di disco, ci mostra Sting alle prese con delle sue canzoni nuove di zecca), il nostro torna alle collaborazioni illustri per quanto riguarda l’attività concertistica (prima Paul Simon e successivamente Peter Gabriel) e soprattutto alla musica rock, suggellato dal nuovo album “57th & 9th” (2016) e dal relativo tour mondiale. Inarrestabile Sting.

– Mat

(ultimo aggiornamento: 4 marzo 2017)

I supergruppi

Traveling Wilburys George Harrison Bob DylanIl termine non è forse molto simpatico ma per supergruppi s’intendono comunemente quelle band formate da almeno due componenti illustri provenienti da altre band. La storia del rock annovera diversi supergruppi ma la loro costituzione sembra aver preso piede soprattutto dagli anni Ottanta ad oggi. Vediamone alcuni, cercando di procedere in ordine cronologico.

Il titolo di primo supergruppo sembra spettare ai Blind Faith, composti da membri dei Cream (Eric Clapton e Ginger Baker) e dei Traffic (Steve Windood), formatisi e disciolti nel 1969 con un solo album all’attivo. Poi fu la volta della Plastic Ono Band, un gruppo che John Lennon e Yoko Ono formarono insieme a Eric Clapton e a George Harrison, sebbene svolgesse un’attività occasionale tra il 1969 e il 1970. Di supergruppi nati negli anni Settanta non me ne sovviene nessuno, credo che comunque non ve ne siano stati molti, per cui passo agli anni Ottanta.

Nel 1982 nascono i Lords Of The New Church (componenti dei Dead Boys e dei Damned), nel 1983 nascono invece i Glove (membri dei Cure e dei Siouxsie And The Banshees), nel 1984 debuttano i Dalis Car (componenti dei Japan e dei Bauhaus) e i Chequered Past (membri dei Sex Pistols e dei Blondie), nel 1985 fanno la loro comparsa i Power Station (voce di Robert Palmer e musicisti dei Duran Duran e degli Chic), mentre nel 1986 è la volta dei GTR (membri dei Genesis e degli Yes) e ancora nel 1989 degli Electronic (componenti dei New Order, degli Smiths e dei Pet Shop Boys).

Nel 1988 hanno fatto la loro prima comparsa, con l’album “The Traveling Wilburys, Vol. 1”, i Traveling Wilburys (nella foto sopra), un super-supergruppo direi, giacché formato da George Harrison dei Beatles con Bob Dylan, Roy Orbison, Tom Petty e Jeff Lynne della Electric Light Orchestra.

Passando agli anni Novanta, nel ’95 debuttano i Mad Season (formati da componenti di Alice In Chains e Pearl Jam), mentre l’anno dopo è la volta dei Neurotic Outsiders (membri dei Sex Pistols, dei Cult, dei Guns N’ Roses e dei Duran Duran). Di altri non ricordo…

Mi sembra più produttivo il decennio in corso: già nel 2000 debuttano i Damage Manual (componenti dei PiL, dei Killing Joke e dei Ministry), nel 2002 esordiscono con alcune canzoni distribuite in rete i Carbon/Silicon (componenti dei Clash e dei Sigue Sigue Sputnik) e con una distribuzione in grande stile, invece, debuttano gli Audioslave (musicisti dei Rage Against The Machine e voce dei Soundgarden). Nel 2004 è la volta dei Velvet Revolver (musicisti dei Guns N’ Roses e cantante degli Stone Temple Pilots), mentre il 2006 ha segnato il debutto ufficiale dei The Good, The Bad And The Queen (componenti dei Clash, dei Blur e dei Verve).

Nella storia della musica moderna si sono visti numerosi esempi di supergruppi costituiti apposta per un singolo evento o brano: è il caso dei Band Aid, che nel 1984 hanno pubblicato il singolo Do They Know It’s Christmas?, e degli U.S.A. For Africa, che l’anno dopo hanno pubblicato il singolo We Are The World. Entrambi nati per scopi benefici, i primi (di origine angloirlandese) sono nati dall’iniziativa di Bob Geldof e Midge Ure (che hanno coinvolto, tra i tanti, Sting, Phil Collins, Paul Weller, Paul Young, Boy George, i Duran Duran, gli U2 e George Michael), i secondi (americani) sono nati invece dall’iniziativa di Michael Jackson e Lionel Richie (coinvolgendo un cast stellare formato, fra i tanti, da Ray Charles, Stevie Wonder, Bruce Springsteen, Bob Dylan, Tina Turner, Paul Simon e Diana Ross).

Poi ci sono dei supergruppi a ritroso, nel senso che dal gruppo originario, magari anche di successo, siano usciti fuori dei componenti di altrettanto (se non maggior) successo: mi vengono in mente i Genesis (che hanno ‘generato’ Peter Gabriel, Phil Collins ma anche i Mike & The Mechanics) e i Faces (nei quali hanno militato Ron Wood, dal ’75 ad oggi con i Rolling Stones, e Rod Stewart). Ma se ci pensiamo bene anche i Beatles sono stati un supergruppo a ritroso… in quale altra band si trovano Paul McCartney e John Lennon sotto lo stesso tetto?!

Pink Floyd, “The Wall”: i mattoni sparsi

pink-floyd-the-wall-film-alan-parker-immagine-pubblicaEccomi qui alle prese con l’ultimo post dedicato a “The Wall” dei Pink Floyd, una pietra miliare del rock… o meglio, un muro miliare del rock!

Dunque, tra il dicembre ’79 e il gennaio ’80, l’album volò al vertice della classifica in molti Paesi, tra i quali la nativa Gran Bretagna e gli Stati Uniti: oggi, coi suoi venticinque milioni di copie vendute, “The Wall” è il disco degli anni Settanta più venduto al mondo, una cifra ancora più straordinaria se si pensa che si tratta d’un doppio. Ora però procediamo con la storia, che i record e i numeri non mi hanno mai affascinato troppo.

Uno dei temi portanti di “The Wall” è la dimensione alienante tra artista ed audience sperimentata in prima persona col tour “In The Flesh” del 1977: Roger Waters è assolutamente contrario a portare lo spettacolo di “The Wall” negli stadi. Sono così previsti degli show in arene con un massimo di 15mila posti, dove tutti possano godersi la musica e gli straordinari effetti visivi appositamente preparati: la costruzione effettiva da parte d’una squadra di operai d’un muro di cartone alto oltre quattro metri e lungo oltre i dieci; dei montacarichi per permettere agli operai di muoversi ma anche alla band di seguire alcune ambientazioni della storia; il classico schermo circolare tipico dei concerti dei Pink Floyd dove proiettare gli incredibili cartoni animati realizzati dalla squadra di Gerald Scarfe; ultimi ma non ultimi, gli effetti scenici degli enormi pupazzi gonfiabili, con tanto di luci accessorie, che rappresentano i vari protagonisti della storia narrata in “The Wall”.

Mentre la band ed i propri collaboratori progettavano questo nuovo spettacolo si era pensato anche di creare di volta in volta una speciale arena da montare in ogni città attraversata dal tour. La struttura era caratterizzata esteriormente da una forma a lumaca nuda che infine, per complicanze logistiche, si decise di accantonare: si scelsero invece quattro arene dove replicare più volte lo stesso spettacolo. E così, partita dalla Los Angeles Sports Arena nel febbraio ’80, la rappresentazione dal vivo di “The Wall” continuò per un anno per poi concludersi alla Wastfallenhande di Dortmund (Germania) nel febbraio ’81. Le altre due arene ‘intermedie’ erano il Greater Nassau Coliseum di New York (febbraio ’80) e la celebre Earl’s Court di Londra (agosto ’80 e giugno ’81).

Un’eccellente sintesi di queste quattro lunghe performance nelle quali i Pink Floyd eseguivano per intero “The Wall” costituisce l’album “Is There Anybody Out There?/The Wall Live“, pubblicato nel 2000. In due CD viene così riproposto lo spettacolo completo (solo audio però) della rappresentazione di “The Wall” da parte dei nostri: molte delle canzoni acquisiscono più spessore dal vivo, alcune sono invece estese per permettere nel frattempo agli operai di completare la costruzione effettiva del muro (l’ultimo mattone veniva posto appena Roger finiva di cantare Goodbye Cruel World, terminando la prima parte dello spettacolo). La cosa più interessante è però l’inclusione di parti che per ragioni di tempo e di sintesi narrativa erano state escluse dall’album in studio (il produttore Bob Ezrin convinse Waters a realizzare due LP da quaranta minuti l’uno): e così possiamo ascoltare canzoni escluse (la potente What Shall We Do Now? ma anche un grandioso medley strumentale chiamato The Last Few Bricks) o nella loro forma originaria (Empty Spaces e The Show Must Go On, entrambe più lunghe e con testi diversi). Da segnalare che in questi incredibili spettacoli dal vivo i Pink Floyd erano ben otto (!) più quattro coristi: otto perché Roger Waters (voce, basso, chitarra), David Gilmour (voce, chitarra, basso), Nick Mason (batteria) e il povero Rick Wright (tastiere) erano supportati dal bravissimo Snowy White (chitarra, già coi nostri dal vivo prima e dopo “The Wall”), da Peter Woods (tastiere), da Andy Bown (basso), da Willie Wilson (batteria) e da Andy Roberts (che sostituì White alla chitarra negli spettacoli del 1981). Tutte le altre informazioni su “The Wall Live”, comprese le note tecniche & i disegni & le foto del progetto & le interviste & tutto quello che più desiderate sapere su quest’affascinante rappresentazione rockteatrale lo trovate nel cofanetto di “Is There Anybody Out There?” (2000), un disco che consiglio a tutti gli amanti sfrenati dei Pink Floyd come me.

Dopo i concerti, si passò all’ultima fase della multimedialità insita in “The Wall”, ovvero la realizzazione del film vero e proprio. Qui le cose si fecero notevolmente più complicate e, in definitiva, più stressanti: il film, chiamato semplicemente “Pink Floyd The Wall”, uscì nel corso del 1982 riscuotendo comunque un grosso successo. Diretto da Alan Parker (più volte in rotta di collisione con Waters, che scrisse la sceneggiatura), il film figura un giovane Bob Geldof – allora leader dei Boomtown Rats – nella parte principale, quella di Pink. C’è anche il bravissimo attore Bob Hoskins ma le cose che personalmente apprezzo di più in questo film sono le bellissime sequenze animate: davvero un’arte sopraffina, molto immaginifica e coinvolgente. E poi la musica… anche qui sono state incluse alcune canzoni che non avevano trovato spazio nell’album del 1979, ovvero What Shall We Do Now? e la versione lunga di Empty Spaces. Manca Hey You ma c’è una nuova composizione watersiana, When The Tigers Broke Free (pubblicata come singolo nell’aprile ’82), ci sono alcune riesecuzioni, come le nuove versioni di Mother, Bring The Boys Back Home e In The Flesh (quest’ultima gridata più che cantata da Bob Geldof), una In The Flesh? e una Stop! cantate ancora da Geldof, un breve interludio strumentale che anticipa Your Possible Pasts (completa nel prossimo album dei Pink Floyd, “The Final Cut“). Anche Outside The Wall, che accompagna i titoli di coda, è notevolmente diversa: oltre ad essere necessariamente più lunga, include anch’essa parti musicali che Roger Waters stava orchestrando con Michael Kamen e che vedranno la luce sul successivo “The Final Cut”.

Ora, questo legame tra “The Wall” e “The Final Cut” è molto stretto: inizialmente, Waters pensava di pubblicare gli scarti di “The Wall” (What Shall We Do Now?, Your Possible Pasts, The Hero’s Return, ma anche la nuova When The Tigers Broke Free) su un album dei Floyd chiamato “Spare Bricks”. Poi il nome cambiò in “The Final Cut”, tanto che quando uscì il singolo di When The Tigers Broke Free, sul retro copertina veniva chiaramente indicato questo titolo. Il nome alla fine restò quello ma il contenuto cambiò notevolmente: in quei giorni l’Inghilterra imperialista di Margaret Thatcher aveva dichiarato guerra all’Argentina di Leopoldo Gualtieri per quattro isolotti chiamati Falklands. Quest’inutile guerra suscitò la profonda indignazione di Roger Waters, tanto da spingerlo a scrivere del nuovo materiale e a far pubblicare il suo ultimo album con i Pink Floyd nell’aprile 1983… una commovente critica alla guerra dedicata al suo papà morto ad Anzio nel ’44. Ma questa è un’altra storia che sicuramente meriterà di essere raccontata in un altro post.

– Mat

Pink Floyd

pink-floyd-classifica-immagine-pubblica-blogLa mia conoscenza di questo gruppo inglese parte veramente da lontano, molto lontano: in casa ho delle fotografie di quando avevo solo tre anni che mi mostrano con delle enormi cuffie collegate al potente stereo di mio zio… in famiglia mi hanno detto che stavo ascoltando proprio loro, i grandissimi Pink Floyd.

In un post precedente, parlando di Syd Barrett, ho citato l’esordio di questa celebre band, per cui vado avanti con la storia, che riparte quindi dal principio del 1969. I Pink Floyd, un quartetto costituito da Roger Waters (voce e basso), Richard Wright (tastiere e voce), Nick Mason (batteria) e dal nuovo acquisto David Gilmour (voce e chitarra), sembrano aver smarrito la strada del pop e pensano di riciclarsi come compositori di musiche per film. Accettano così la proposta del regista francese Barbet Schroeder di musicargli il film “More”: ne esce fuori una colonna sonora apprezzabile, chiamata anch’essa “More”, che restituisce fiducia ai quattro e li spinge a tornare in studio per un terzo album.

I Pink Floyd, stavolta, intendono realizzare un disco altamente sperimentale e psichedelico, e per rendere più appetibile il tutto lo abbinano ad un elleppì dal vivo, contenente anche una fantastica versione della barrettiana Astronomy Domine: il doppio album vede la luce in ottobre col titolo di “Ummagumma”, uno slang studentesco per indicare il rapporto sessuale. Ma la creatività del gruppo non si arresta e porta alla composizione d’una lunga suite strumentale che viene presentata in Francia con un corpo di ballo. Il brano diventerà Atom Heart Mother grazie alla collaborazione dell’arrangiatore e orchestratore Ron Geesin (ai primi del 1970 al lavoro con Roger Waters su un’altra colonna sonora, “The Body”) e costituirà l’intera facciata A del nuovo album dei Pink Floyd, l’omonimo “Atom Heart Mother”. Sul lato B ci sono tre canzoni scritte e cantate dai rispettivi autori (If per Waters, Summer ’68 per Wright e Fat Old Sun per Gilmour) più l’incredibile pezzo psichedelico Alan’s Psychedelic Breakfast, una composizione collettiva tra le più suggestive dei nostri. “Atom Heart Mother” viene pubblicato nell’ottobre 1970 e la sua copertina è una delle più famose ed imitate al mondo: la mucca al pascolo che si gira a guardarci incuriosita, chi non ce l’ha presente?!

Sempre nel ’70, i Pink Floyd incidono anche alcuni brani per la colonna sonora del film di Michelangelo Antonioni, “Zabriskie Point”, ma l’esperienza non si rivela delle più ispirate. Comunque, nel 1971, la band torna con un nuovo album, “Meddle”, contenente la famosa One Of These Days e la mastodontica suite di Echoes. In estate i Pink Floyd suonano dal vivo fra le rovine di Pompei e vengono quindi immortalati nel suggestivo film musicale intitolato “Live At Pompeii” (1972).

Nel ’72 la band è nuovamente in pista con un’altra colonna sonora: si tratta di musicare il seguito di “More”, un film chiamato “La Vallée”. Ne viene fuori “Obscured By Clouds”, probabilmente l’album più debole dei Pink Floyd, tuttavia interessante per alcune soluzioni che adotta e che saranno riproposte con ben altri risultati nei lavori successivi. Nel corso di quell’anno, inoltre, i Floyd presentano dal vivo quello che viene comunemente inteso come il loro capolavoro, “Dark Side Of The Moon”, un album straordinario che viene pubblicato nel marzo ’73. Il disco riscuote subito un enorme successo mondiale, spedendo per la prima volta i Pink Floyd in vetta alla classifica americana. Tuttora “Dark Side” è l’album che nella storia del rock è stato per più tempo in classifica: dal ’73 al ’88 è stato ininterrottamente tra i cento dischi più venduti negli USA, ricomparendo più volte negli anni successivi.

Tornando al 1973-74, per i Pink Floyd il successo e il clamore diventano una sbornia che lascia i segni: il gruppo è ormai ‘arrivato’, s’è fatto un sacco di soldi, la sua musica è la sintesi magnifica di cinque anni consecutivi di sperimentazioni. Che altro possono fare, si chiede soprattutto Roger Waters. Fino a quel punto ogni membro dei Pink Floyd ha collaborato, chi più chi meno, alla composizione del materiale e alla sua produzione. Dopo “Dark Side” la storia cambia, con Roger che inizia ad assumere il controllo della band: è grazie al suo impulso che i Pink Floyd tornano in studio alla fine del ’74 per dare un seguito a “Dark Side”. Si lavora sul tema dell’assenza, che Roger percepisce dai rapporti tra i membri del gruppo, ma anche dalla nostalgia per Syd Barrett. Da qui canzoni malinconiche come Wish You Were Here e Shine On You Crazy Diamond, ma anche brani che cantano la disillusione per i lustrini dello show-business come Have A Cigar e Welcome To The Machine. Checché ne dica Waters, l’atmosfera in studio genera un nuovo capolavoro, “Wish You Were Here”, forse l’album più immaginifico dei Pink Floyd. Altro numero uno in tutto il mondo & uno dei dischi più venduti ed apprezzati della storia del rock.

“Wish You Were Here” non vede nessun contributo compositivo da parte di Mason, mentre il successivo album, “Animals”, non contemplerà nessun contributo compositivo da parte di Wright. “Animals”, pubblicato nel gennaio ’77, può essere infatti considerato il primo d’una trilogia di album fortemente watersiani, dove il bassista diventa il protagonista indiscusso del suono e delle tematiche floydiane. Se i suoni si fanno più duri e cattivi, i testi diventano via via più personali e sempre più intrisi di cruda realtà (il dramma della guerra, l’abuso della grande industria ai danni dell’ambiente, la competizione arrivistica, i sistemi oppressivi sperimentati fin dalla scuola, lo status di rockstar che comporta barriere tra se stessi e le persone amate) a dispetto dell’immaginazione e della divagazione psichedelica. Tutto ciò sfocia in maniera più compiuta nell’album successivo, il celeberrimo “The Wall”, un doppio album che viene pubblicato nel novembre 1979. L’album, oltre ad avvalersi della sola composizione di Waters (soprattutto lui) e Gilmour, non viene più prodotto dai Pink Floyd, bensì dai soli Waters e Gilmour col produttore-arrangiatore canadese Bob Ezrin. I tre danno però vita ad un capolavoro indiscusso del rock, il mio album preferito in assoluto.

Ma “The Wall” è un concept-album che travalica l’idea stessa di album musicale: i Pink Floyd vi lavoreranno per altri tre anni, rappresentandolo in una serie di concerti e immortalandolo in un film diretto da Alan Parker. L’album conclusivo della trilogia watersiana, chiamato profeticamente “The Final Cut”, vede comunque la luce nella primavera del 1983: in pratica è un album solista di Roger, tanto che viene dedicato a suo padre, morto nel ’44 durante la guerra. Ai lavori partecipano i soli Mason e Gilmour, seppur col minimo apporto, con Wright che viene fatto fuori al termine del tour di “The Wall” nel 1981 (anche se la sua effettiva partecipazione alle sedute di “The Wall” è discutibile). Checché se ne dica, “The Final Cut” è uno dei dischi migliori dei Pink Floyd, un sincero e sentito atto di accusa contro la guerra, nonché una commovente commemorazione dei caduti per un mondo migliore, un mondo che finora non ha mantenuto di certo le sue promesse.

Per la prima volta dopo la pubblicazione d’un loro album, i Pink Floyd non vanno in tour, anzi ognuno torna in studio per contro proprio tanto che nel 1984 usciranno quattro album solisti, uno per ogni componente della band. La storia sembra concludersi definitivamente solo nel dicembre ’85, quando Roger Waters annuncia la sua dipartita dai Floyd: nella sua mente, la band non ha più nulla d’aggiungere e perciò merita un dignitoso scioglimento. Non così nella mente di Dave Gilmour, il quale pensa bene di continuare come Pink Floyd: inizialmente come duo col solo Mason e più tardi contattando Wright come semplice turnista. E così nel 1987 esce “A Momentary Lapse Of Reason”, fortunato album dei redivivi Pink Floyd, accompagnato da un fortunatissimo tour mondiale che si conclude nel 1989 a Venezia.

Roger Waters non resta di certo a guardare: tra le due parti inizia una lunga serie di reciproche accuse e soprattuto di cause legali per l’uso del nome e della spartizione dei diritti. Waters ottiene tutto quello che vuole ma non può impedire ai Pink Floyd di continuare ad esistere: nel ’94 esce quindi un altro album, il rock struggente di “The Division Bell” (qui Wright è un membro a tutti gli effetti e il sound ci guadagna). Segue un altro fortunato tour in giro per il mondo al termine della quale i Pink Floyd sembrano riposare una volta per tutte.

Intanto, negli anni Novanta, il pop-rock giunge alla sua storicizzazione, anche perché il panorama musicale è piuttosto povero: tutti gli album dei Pink Floyd vengono ristampati, con tanto di nuove raccolte, altri dischi dal vivo e divvuddì, spesso tornando nei quartieri alti delle classifiche. Poi nel 2005 il miracolo: Bob Geldof già organizzatore dello storico Live Aid, annuncia al mondo la reunion dei Pink Floyd con tanto di Roger Waters! La cosa si materializza a luglio, rendendo il momento storico del Live 8 ancora più storico di quello che sarebbe stato. I Pink Floyd, come tutti gli altri protagonisti in programma, eseguono un set di soli venti minuti ma sono venti minuti di grandi emozioni per tutti. Personalmente, mentre il gruppo suonava Comfortably Numb e alle sue spalle si materializzava lo slogan ‘make poverty history’ con la stessa grafica di “The Wall” proiettata sulla copertina di quel disco… beh, ho avuto la pelle d’oca!

All’indomani del Live 8, il sito ufficiale di Roger Waters scriveva ottimisticamente che ‘tutto è possibile’ su una foto dei quattro musicisti riuniti, lasciando ben intendere per una reunion più sostanziosa in futuro. Invece, a parte le recenti dichiarazioni di Dave Gilmour sul fatto che ormai i Pink Floyd appartenenvano definitivamente al suo passato, il 15 settembre 2008 è venuto improvvisamente a mancare Richard Wright. A questo punto – e lo scrivo con profondo rammarico – i Pink Floyd appartengono al passato di tutti noi.

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