Pet Shop Boys

pet-shop-boys-immagine-pubblicaFin da bambino, diciamo da quando guardavo un programma chiamato “Dee Jay Television” su Italia 1, conosco questo nome, Pet Shop Boys, ricordandomi perfettamente alcuni loro successi degli anni Ottanta (It’s A Sin, West End Girls, la cover di Always On My Mind e Domino Dancing). Devo dire che mi sono sempre piaciuti i Pet Shop Boys, apprezzavo molto quelle epiche sonorità elettroniche unite a quella voce leggermente nasale ma assolutamente inconfondibile. I loro album di quegli anni li ho tutti, quelli successivi mi mancano perché le mie orecchie hanno prestato interesse ad altre sonorità. Tuttavia, una parte del mio cuore è stata sempre riservata ai Pet Shop Boys, perciò ora mi preme di scrivere le loro gesta in questo blog.

Dunque, la band, un duo inglese composto dal tastierista Chris Lowe e dal cantante Neil Tennant, si forma al principio degli anni Ottanta: i due si erano conosciuti in un negozio di materiale elettronico, forse perché lo stesso Lowe ne era il commesso (di quest’ultimo dettaglio non ne sono certissimo, comunque). Adottano il nome Pet Shop Boys anche perché, a detta loro, aveva un che di rap… ed è proprio una sorta di rap (su una irresistibile base elettronica) il loro primo singolo, West End Girls, brano che è ormai diventato un classico degli anni Ottanta. West End Girls uscì per la prima volta nel 1984 ma non ottenne il risultato sperato, mentre una successiva rielaborazione, pubblicata nel corso del 1985, lo proiettò al 1° posto della classifica inglese. Il debutto su album dei nostri, tuttavia, avvenne l’anno dopo, con l’album “Please”, al quale fece seguito qualche mese dopo un album di remix, “Disco”. Oltre al rifacimento di successo di West End Girls, “Please” contiene altri tre singoli memorabili quali Suburbia, Opportunities (Let’s Make Lots Of Money) e Love Comes Quickly.

I successi dei Pet Shop Boys nelle due classifiche riservate ai singoli e agli album vengono replicati nel 1987, con la superba It’s A Sin e l’album “Actually”, che la contiene. Questo secondo album dei Pet Shop Boys include pure i singoli Rent, What Have I Done To Deserve This? (un duetto con Dusty Springfield) e Heart, oltre a It Couldn’t Happen Here, una collaborazione dei nostri con Ennio Morricone.

Nel 1988 i Pet Shop Boys, sempre all’avanguardia in fatto di sonorità, abbracciano la nascente scena house e pubblicano un album di gran classe a dir poco sbalorditivo, “Introspective”, mentre nel lavoro successivo, “Behaviour” (1990), introducono degli arrangiamenti per vere orchestre, percussioni e chitarre (gli ospiti più illustri sono il compositore Angelo Badalamenti e l’ex Smiths Johnny Marr).

Nel 1991 esce una bellissima raccolta antologica, “Discography”, contenente i diciotto singoli inglesi pubblicati fra il 1985 e il ’91, mentre nel 1993 i Boys tornano alla grande con l’album “Very”, quello contenente il famoso rifacimento dei Village People, Go West. Nel 1994 esce un secondo capitolo dedicato ai remix, vale a dire “Disco 2”, mentre nel ’95 è la volta di “Alternative”, un’interessante doppia raccolta dedicata ai lati B dei singoli e agli inediti.

Nel 1996 esce quindi il sesto album dei nostri, “Bilingual”, anticipato dal singolo Before. “Bilingual” è un disco assai gradevole che strizza l’occhio al nascente revival (almeno in Europa) della musica latina ma è anche l’ultimo album dei Pet Shop Boys a destare curiosità anche fra i non appassionati al genere. Da questo punto in poi, infatti, la carriera dei Pet Shop Boys (che non conoscerà mai momenti bassi, questo è da dire) sarà un po’ più ‘sotterranea’ e dedicata ad un pubblico più ristretto. Il seguito di “Bilingual” vede la luce nel 1999, ovvero “Nightlife”, quello contenente la malinconica ma bellissima I Don’t Know What You Want But I Can’t Give It Anymore e l’allegra e villagepeoplesca New York City Boy.

Nel 2002 è la volta di “Release”, un album che esplora territori più acustici, mentre nel 2005 esce la colonna sonora curata dagli stessi Pet Shop Boys per lo storico film muto “La corazzata Potemkin”. Il nuovo album da studio dei nostri, “Fundamental”, esce invece nel 2006, un disco che ci riporta a sonorità volutamente più retrò. Negli ultimi anni, tuttavia, sono uscite diverse compilation interessanti, fra le quali la stupenda doppia raccolta antologica “PopArt” (2003), il terzo album di remix “Disco 3” (2003) e il live “Concrete” (2006).

C’è da segnalare, infine, la carriera parallela dei Pet Shop Boys, vale a dire quella di scrittori, produttori e remixer di canzoni per altri artisti: qui mi limito a citare gli Eighth Wonder di Patsy Kensit (quelli di I’m Not Scared), Tina Turner, Liza Minnelli, Boy George, David Bowie e Robbie Williams.

The Smiths

the-smithsE’ il caso di parlare degli Smiths, lo devo a Lois Lane che me li ha citati più d’una volta. Premetto che nei primi anni Novanta, quando inizio ad appassionarmi di rock, leggo dappertutto critiche positive nei confronti di questa band a me sconosciuta, una band alla quale viene riconosciuto il merito d’aver pubblicato un capolavoro, tale “The Queen Is Dead”.

Passano gli anni e degli Smiths non ascolto praticamente nulla, forse soltanto un loro brano in uno spot televisivo, finché m’imbatto nell’elleppì “Bona Drag” (1990) di Morrissey. Scopro che si tratta dìuna raccolta e, visto il prezzo basso, decido di comprarmi quell’elleppì: rimango incantato dalla voce suadente di questo cantante, la musica mi piace molto e quindi mi decido a scoprire la band nella quale militava in precedenza, The Smiths per l’appunto.

Scopro così che gli Smiths si formano a Manchester, città inglese che dà i natali a tanti altri celebri gruppi (Joy Division, New Order, Simply Red, Happy Mondays, The Stones Roses, ecc.) e che le menti creative al loro interno sono due, Morrissey (che scrive i testi) e il chitarrista Johnny Marr (autore delle musiche). Gli altri due sono Andy Rourke e Mike Joyce, rispettivamente bassista e batterista. L’album omonimo degli Smiths esce nel 1984 ma è con il successivo “Meat Is Murder” che gli Smiths raggiungono il 1° posto della classifica inglese. In quello stesso anno, il 1985, esce anche “Steve McQueen” dei Prefab Sprout, una band che assieme agli Smiths contribuisce a riportare il suono della chitarra in un territorio più quieto, lontano dalla furia del punk e dei suoi derivati degli anni ’77-’83.

E’ “Meat Is Murder” il primo disco degli Smiths che ascolto: mi piace tutto, tranne l’ultima canzone, la title-track che si erge a portabandiera dei vegetariani (non ce l’ho coi vegetariani, è la struttura del brano che non mi piace) ma soprattutto ascolto a ripetizione How Soon Is Now?, che canta ‘sono un umano e ho bisogno d’essere amato’; non so come procedono le parole del testo ma l’effetto, unito alla tremolante chitarra di Marr, è assolutamente fantastico. Tuttavia mi rivendo il disco di lì a poco perché volevo comprarmi un ciddì di Billy Idol: senza rinnegare il buon Billy, oggi mi pento amaramente d’aver dato via “Meat Is Murder”, prometto che appena vedrò l’elleppì in un mercatino lo acquisterò di nuovo.

Tornando alla storia del gruppo, nel 1986 esce il tanto acclamato “The Queen Is Dead” e anche questo, un paio di anni fa, lo trovo in forma d’elleppì e lo faccio mio. La copertina è stupenda, nelle note interne scopro che si tratta d’un fotogramma preso da un film con Alain Delon, ma la musica, seppur grande, non m’impressiona più di tanto. Ma come, ne parlano tutti come d’un capolavoro?! Lo ascolto un paio di volte e lo metto via, senza però fare il madornale errore di rivendermelo. E, puntualmente, una sera del maggio scorso, mentre stavo pulendo la mia stanza dallo schifo che vi s’era accumulato dopo giorni e giorni di disordine, decido di mettere “The Queen Is Dead” sul piatto come sottofondo. Il lato A scorre tranquillamente…beh, certo, la prima canzone è potente e fantastica e mi fermo a sentirla per bene, poi procedo con le pulizie. Scorre il lato B e m’incanto: ma queste canzoni sono stupende, mi dico, come ho fatto a non capirle prima! Ce n’è una, There Is A Light That Never Goes Out, che è eccezionale, ha una coda strumentale bellissima. Finisce il disco ma le pulizie no, sono rimandate al giorno dopo…

Dopo “The Queen Is Dead” gli Smiths pubblicano un altro paio di album fra dischi dal vivo e raccolte ma nel 1988 già esce “Viva Hate!”, primo disco di Morrissey, avviato verso una brillante carriera solista che dura tuttora. La band si scioglie, di Joyce e Rourke non so nulla, invece Johnny Marr me lo ritrovo, più in forma che mai, nello spettacolrare “Mind Bomb”, l’album dei The The datato 1989. Marr figura anche in diversi album dei Pet Shop Boys (fra cui il bellissimo “Behaviour” del 1990) e mi pare di riconoscerlo anche in The Crying Game, un bel singolo di Boy George prodotto dagli stessi Boys. So inoltre che, verso il 1989, Marr mette su una band chiamata Electronic con Bernard Sumner, il cantante dei New Order.

Insomma, una storia breve, quella degli Smiths, nata e conclusasi negli anni Ottanta. Tuttavia una storia intensa, che ha creato album e singoli memorabili che in un prossimo futuro, ne sono sicuro, entreranno in diverse copie a casa mia!

– Mat

(ultima revisione: 22 settembre 2008)