Genesis

genesisC’è stato un periodo, tra gli ultimi anni Novanta & i primi di questo decennio, in cui ho avuto un bisogno bruciante d’andarmi a sentire e/o comprare quanti più dischi dei Genesis potevo, sia che fossero cantati da Peter Gabriel, sia da Phil Collins, sia che facessero a meno di tutteddue, e sia che l’album in questione fosse un’opera solista. In tempi più recenti, tuttavia, ammetto d’aver ascoltato sempre meno i Genesis, seppur si siano ormai conquistati un posto ben soleggiato fra le mie passioni. Insomma, anche se oggi non li sento più con lo stesso fervore d’una volta, ho pur sempre tutti gli album da studio dei Genesis, gran parte di quelli dal vivo, un cofanetto, tutti i dischi di Phil Collins, quasi tutti quelli di Peter Gabriel, la prima raccolta dei Mike & The Mechanics, l’album eponimo dei GTR, e “Still” di Tony Banks. Ho inoltre avuto modo di sentire “The Geese & The Ghost” di Anthony Phillips, ho assistito a un concerto solista di Steve Hackett, anche se non ho mai ascoltato i Brand X. Tutti questi nomi rappresentano personaggi & vicende legati alla straordinaria storia dei Genesis, una storia che cercherò di ripercorrere a grandi linee in questo post, basandomi su un mio scritto precedente.

Siamo in Inghilterra, nella seconda metà dei Sessanta, quando due band di studenti si fondono per dar vita a un nuovo gruppo, i Genesis per l’appunto. La formazione è un quintetto composto da Peter Gabriel (voce, flauto), Tony Banks (tastiere varie, chitarre), Mike Rutherford (basso, chitarre), Anthony Phillips (chitarre assortite) e un batterista vacante, in questo caso John Silver (tanto per dirne uno). I primi singoli dei Genesis, That’s Me e The Silent Sun, sono pubblicati tra il ’67 e il ’68 – quando l’età media dei componenti del gruppo s’aggira sui diciotto anni – ma già nel ’69 la Decca pubblica un primo album, “From Genesis To Revelation”. E’ un disco ispirato ai temi biblici della creazione, forse un intento più ambizioso delle reali capacità creative/espressive dei nostri, che riescono comunque a proporre un lavoro apprezzabile.

Tra il ’69 e il ’70 avvengono i primi dei numerosi cambiamenti importanti nella storia dei Genesis: John Mayhew diventa il nuovo batterista, e il gruppo firma per la Charisma (in seguito inglobata dalla Virgin), la casa discografica alla quale resterà legata per sempre. Con la formazione rinvigorita e forte d’un contratto discografico più concreto, i Genesis approntano così un nuovo album, “Trespass”, edito nel 1970. Pur non essendo un capolavoro, il disco segna un importante passo avanti nello stile artistico dei nostri, che riescono pure a circondarsi d’una piccola schiera di fedeli ammiratori. Gli evidenti passi in avanti non impediscono però a uno dei pilastri compositivi, Anthony Phillips, d’abbandonare la band, seguìto qualche tempo dopo anche da Mayhew. Pare proprio che il povero Phillips – a disagio coi meccanismi della discografia e con una pur minima popolarità – abbia lasciato un’impronta ben più grande di quanto gli sia stato riconosciuto in anni successivi. Di recente, comunque, l’ombrosa figura di Anthony è tornata al centro dell’attenzione degli studiosi. Io stesso vorrei saperne di più, sperando quindi di poter approfondire il discorso con un post futuro.

Sulle prime l’abbandono del chitarrista principale è sconfortante ma i Genesis riescono ad andare avanti (sarà una costante…) arruolando in pochi mesi due nuovi membri: il batterista Phil Collins e il chitarrista Steve Hackett. Finalmente si completa quella che viene ricordata come la formazione classica dei Genesis – il quintetto Banks, Collins, Gabriel, Hackett & Rutherford – una formazione che, secondo il parere di molti critici & appassionati, ha dato vita ai dischi migliori della band. Abbiamo in effetti un magnifico poker d’album di ‘rock progressive’ che – da “Nursery Cryme” del ’71 fino a “The Lamb Lies Down On Broadway” del ’74 – ha ridefinito i canoni della musica inglese degli anni Settanta. In particolare, gli album “Foxtrot” (1972) e “Selling England By The Pound” (1973), sono due dei dischi più belli che io possa vantare nella mia collezione.

Tuttavia, all’apice d’una ricerca artistica, creativa & espressiva assolutamente degna di nota, Peter Gabriel, l’uomo immagine dei Genesis, il leader carismatico, lascia il gruppo nel ’75 con grande costernazione dei fan sempre più numerosi. Peter covava l’ambizione della strada solista, seguendo tutt’altro tipo di sperimentazioni sonore, anche se la sua defezione dai Genesis sembrava più una crisi personale (forse pure un esaurimento nervoso) che un reale contrasto in seno al gruppo. Gabriel resterà infatti sempre legato ai suoi amici (in particolare a Collins) tanto da riapparire – per quanto solo episodicamente – nella storia dei Genesis già nel 1978, e poi nel 1982 e ancora nei Novanta.

L’abbandono di Peter non segnò la fine del gruppo, come molti paventavano, anzi, i Genesis raggiunsero senza di lui l’apice del successo & della popolarità, proprio a partire dall’album “A Trick Of The Tail”, registrato all’indomani della defezione di Gabriel e fermatosi al 3° posto della classifica inglese, ovvero il più alto piazzamento per un album dei nostri fino a quel momento. Edito al principio del ’76, “A Trick Of The Tail” è un disco bellissimo, cantato dall’uomo che fino a quel momento della storia del gruppo aveva profittato ben poco del microfono principale: il batterista. A breve, Phil Collins dimostrò un talento naturale per l’istrionismo tipico dei frontmen, anche perché aiutato dalle sue esperienze recitative in gioventù. Oltre che, va da sè, dotato d’una voce molto bella & particolare che è diventata un marchio di fabbrica, sia per i dischi dei Genesis e sia per quelli (baciatissimi dal successo per tutti gli Ottanta) che pubblicherà a proprio nome.

Sempre nel ’76, il redivivo quartetto dei Genesis pubblica persino un nuovo album, “Wind & Wuthering”, un disco tanto malinconico quanto complesso (‘il nostro disco più complesso’ affermerà Collins), seguìto qualche tempo dopo da un ottimo doppio elleppì dal vivo, “Seconds Out” (1977). Tuttavia il quartetto ha una vita ancor più breve del quintetto, dato che il ’77 segna anche l’abbandono di Steve Hackett, che già nel ’75 – con l’album “Voyage Of The Acolyte” – aveva tentato un primo discorso solista, seppur coadiuvato da Rutherford e Collins (i quali, fra l’altro, suoneranno pure nell’ammirevole e già menzionato “The Geese & The Ghost” di Phillips). Per quanto il buon Steve sia sempre stato un ottimo chitarrista, il suo abbandono fu ancora meno sofferto di quello di Peter, tanto che il gruppo ci scherzò sopra: “And Then There Were Three”, e alla fine rimasero in tre, si chiama quel bel disco di transizione pubblicato in un anno, il 1978, in cui i vecchi eroi del rock inglese avevano dovuto reinventarsi in seguito all’esplosione del fenomeno punk che metteva proprio i ‘dinosauri’ della musica al centro delle sue critiche. Nonostante i cambiamenti interni & esterni, “And Then There Were Three” – spinto dall’irresistibile singolo Follow You, Follow Me – conquistò comunque piazzamenti importanti in Top Ten. E il meglio, dal punto di vista del successo, deveva ancora arrivare!

Nel 1980 esce il decimo album da studio dei Genesis, “Duke”, che vola al 1° posto della classifica inglese, così come fanno i successivi “Abacab” (1981), “Genesis” (1983), “Invisible Touch” (1986) e “We Can’t Dance” (1991). E tutto ciò mentre in quegli stessi anni Phil Collins riscuote un enorme successo da solista e Peter Gabriel diventa ormai un punto fermo per tutti gli appassionati di musica contemporanea. Il record arriva nell’86, in un momento in cui ben cinque dischi piazzati nella Top Ten inglese sono di derivazione genesisiana: “No Jacket Required” di Collins, l’eponimo primo album dei Mike & The Mechanics (band formata da Rutherford col bravissimo Paul Carrack), l’eponimo dei GTR (supergruppo costituito da Hackett con Steve Howe), “So” di Gabriel e, ovviamente, “Invisible Touch” al 1° posto.

Il resto è storia abbastanza recente: Phil annuncia nel ’95 d’aver lasciato i Genesis per mutuo consenso & senza rancore, mentre il gruppo – rivitalizzato da un nuovo, giovante cantante, lo scozzese Ray Wilson – pubblica nel ’97 l’album “Calling All Stations” (2° posto della classifica inglese). Nel ’99 esce l’antologia “Turn It On Again/The Hits”, dove Peter e Phil duettano in una nuova versione di Carpet Crawlers, mentre ai primi del 2007 viene annunciato con grande enfasi un tour mondiale che segna il ritorno del trio storico dei Genesis – Banks, Collins & Rutherford. Il tour ha grande successo, il gruppo non solo si toglie lo sfizio di partecipare al Live Earth ma si concede la bella soddisfazione di suonare al Circo Massimo di Roma al cospetto di cinquecentomila entusiastici appassionati, fra cui il sottoscritto.

Dal 2008, complice pure una grande operazione di riproposizione del catalogo storico della band, si torna a parlare con una certa insistenza d’una reunion dei Genesis che coinvolga anche Peter Gabriel e Steve Hackett. Per me i tempi sono ormai maturi e, sempre che la questione abbia un vero fondamento, ne vedremo/sentiremo presto delle belle!

– Matteo Aceto

Phil Collins

phil-collins-immagine-pubblica-blogSemplicemente uno dei miei artisti preferiti, Phil Collins (inglese, classe 1951) è uno di quelli che conosco e apprezzo da una vita. Comincio dal 1980, quando il nostro inizia a rivolgersi alla sua carriera solista dopo anni fortunati come leader dei Genesis (comunque la sua militanza nel gruppo continuerà ancora per molti anni). Dopo la breve esperienza nel gruppo parallello (e sperimentale) dei Brand X e dopo aver condotto l’album dei Genesis “Duke” al 1° posto della classifica inglese, Phil inizia ad incidere il suo primo album solista, “Face Value”. Anticipato dallo straordinario singolo In The Air Tonight, “Face Value” viene pubblicato nel 1981 e riscuote subito un enorme successo commerciale. E’ un album perfettamente in equilibrio tra pop, soul, psichedelica, dark e ballate sentimentali; contiene anche un omaggio a John Lennon, la cover beatlesiana di Tomorrow Never Knows.

Poi il buon Phil torna al lavoro coi Genesis, proiettando il grandioso album “Abacab” (1981) al vertice della classifica britannica. Incredibilmente, il nostro torna come solista già nel 1982, con l’album “Hello, I Must Be Going!”. E’ un altro grande successo, forte d’una cover delle Supremes, You Can’t Hurry Love, che giunge al 1° posto in Gran Bretagna. Nel corso dell’anno, l’instancabile Phil è nuovamente in studio coi Genesis, e poi passa a produrre, suonare e arrangiare un album per Frida, la cantante rossa degli Abba.

Tra il 1983 e il 1984, Phil Collins è ancora a tempo pieno coi Genesis, ancora al 1° posto con l’album omonimo, quello col fantastico singolo Mama. Nel 1984, tuttavia, se ne esce con uno dei suoi brani più belli e famosi, Against All Odds, per la colonna sonora del film “Due Vite In Gioco”.
Phil pubblica il suo terzo album solista nel 1985, lo scalaclassifiche “No Jacket Required”, che vola al 1° posto spinto da tre singoli sensazionali, Sussudio, One More Night e Take Me Home. Nel luglio dello stesso anno, il nostro partecipa allo storico Live Aid: il bello è che dopo aver eseguito il suo set londinese, Phil prende il concorde e raggiunge i Led Zeppelin a Philadelphia per il secondo concerto ‘all stars’ in programma per il Live Aid.

Nel 1986 Phil è ancora al 1° posto in classifica, con l’album “Invisible Touch” dei Genesis, poi, giustamente, decide di riposarsi un po’ (ma nemmeno tanto perché si diletta a produrre e suonare per altri artisti, Eric Clapton per dirne uno). Torna con un quarto album solista nel 1989, “…But Seriously”, quello che secondo me è il miglior disco di Phil Collins. E’ l’album che contiene Another Day In Paradise e I Wish It Would Rain Down, che è tutto dire, ma le canzoni in esso contenute sono davvero una più bella dell’altra.

Nel 1990 esce il primo album dal vivo per Phil, “Serious Hits… Live!”, mentre l’anno dopo è la volta del suo ultimo album da studio coi Genesis, il bellissimo “We Can’t Dance”. Ma tutta questa attività come si riflette nella vita privata del nostro? Beh, tutto si può dire tranne che sia un padre/marito sempre presente… E così giunge al suo secondo divorzio, una seconda amarezza che diventa il tema portante del suo nuovo album solista, “Both Sides” (1993). E’ forse l’ultimo grande successo commerciale del nostro, dopodiché le vendite dei suoi dischi, fino a quel momento millionarie, inizieranno a calare.

Nel 1996 la depressione scompare e torna così la luce: esce “Dancing Into The Light”, caratterizzata dalla prima copertina per un disco solista di Phil in cui non compaia il suo inconfondibile faccione (lì è a figura intera). In quell’anno, Collins ufficializza la sua dipartita amichevole dai Genesis e se ne va in giro per il mondo a suonare con una big band di jazz, il suo primo amore musicale. L’esperienza darà vita al curioso album live “A Hot Night In Paris” (1999), pubblicato poco dopo la raccolta “…Hits” (1998) e la colonna sonora per il cartoon Disney, “Tarzan” (1999).

Nel 2000, comunque, il nostro inizia a scrivere ed incidere materiale per un nuovo album solista, “Testify”, che vedrà la luce nel 2002. L’anno dopo è la volta di una seconda colonna sonora disneyana, “Brother Bear”. Poi se ne andrà in giro per il mondo in quella che considererà il suo ultimo tour (pare che abbia dei problemi d’udito e che non se la senta più di andare in giro come un tempo). Ne approfitterà anche per far parlare le cronache rosa di tutto il mondo grazie al suo terzo divorzio. Altre speculazioni, per me più interessanti, riguardano una presunta reunion dei Genesis, dove Phil (sono parole sue), si rimetterebbe tranquillamente dietro ai tamburi pur di riavere in formazione il suo grande amico Peter Gabriel, il primo cantante della storica band inglese.

L’inarrestabile Phil Collins, lo avrete capito tutti, è un artista a tutto tondo che vive soprattuto di & per la musica: che sia in studio coi Genesis, coi Brand X, come solista, come produttore per qualcuno, come semplice batterista per qualcun altro (fra i tanti, ricordo Tina Turner, Tears For Fears e Paul McCartney), o addirittura come attore (vedi il film “Buster”, 1988, la cui colonna sonora include la sua bellissima cover di A Groovy Kind Of Love), il nostro è sempre stato un artista in primo piano e credo che lo resterà per sempre.