David Bowie, “Lodger”, 1979

DAVID BOWIE LODGER immagine pubblicaEro convinto d’aver già dedicato, in passato, un post a “Lodger”, l’album di David Bowie del 1979. Rimettendo ordine fra i miei vecchi scritti (nel corso del mese sono riuscito finalmente a recuperare quanto pubblicato tra il 2006 e il 2011, o almeno i post più decenti, ecco) ho invece constatato una stridente assenza. Forse ne avevo tentato più volte la bozza, nel corso degli anni, resta il fatto che su Immagine Pubblica non ho mai speso pubblicamente due parole – per quello che possono valere – a proposito di “Lodger”.

Considerato il capitolo conclusivo della celeberrima “trilogia berlinese” di David Bowie, “Lodger” non c’entra un bel nulla con Berlino. E’ stato principalmente registrato nello studio svizzero dei Queen, gli ormai famosi Mountain Studios di Montreux, più una serie d’incisioni finali (soprattutto per quanto riguarda le parti vocali) effettuata a New York. Anche la concezione di base di “Lodger” si discosta parecchio dai due album che l’hanno preceduto, ovvero “Low” e “Heroes“: se questi ultimi presentavano grosso modo i brani cantati e più convenzionalmente pop sulla facciata A, lasciando così quelli strumentali e più sperimentali sulla facciata B dei vinili originali, in “Lodger” non soltanto questa distinzione non viene applicata ma sono del tutto assenti i pezzi strumentali.

Ad ogni modo, similitudini stilistiche e sonore tra i tre dischi in questione sono però evidenti, anche perché sostanzialmente sono il frutto della creatività delle stesse tre menti: il musicista e compositore Brian Eno, il produttore Tony Visconti e ovviamente lo stesso David Bowie. Mettendo per un momento da parte il buon Visconti, che ha prodotto dischi per Bowie sia prima che dopo quelli della “trilogia berlinese”, ecco che la vera e propria trilogia – se proprio di trilogia vogliamo parlare – è quella realizzata dal duo Bowie-Eno nella seconda metà degli anni Settanta, tre magnifici album appunto chiamati “Low”, “Heroes” e “Lodger”. Sgombrato il campo dagli equivoci (mi sembra d’aver scritto per uno di quegli orrendi trattati sociologici che mi toccava studiare all’università…), passiamo ora a vedere “Lodger” un po’ più da vicino.

Trilogico o meno, “Lodger” è un gran disco, uno dei migliori che si possano trovare nella discografia di David Bowie. In perfetto equilibrio tra commercialità pop e sperimentazione d’artista, quest’album originariamente edito dalla RCA quasi quarant’anni fa è uno di quei rari casi in cui ogni ascolto sembra rivelarci qualcosa di nuovo, come se avessimo il disco fra le mani solo da qualche giorno e non, come nel mio caso, da decenni. Ogni volta che l’ascolto, voglio dire, mi sembra di sentirlo differente da come me lo ricordavo: dieci brani per trentacinque minuti di musica che spaziano dalla ballad pianistica di Fantastic Voyage, il sublime pezzo d’apertura di “Lodger”, al funk-rock robo(ipno)tico di Red Money (posto a chiusura dell’album, proprio esso che apriva le danze in “The Idiot” di Iggy Pop con il titolo di Sister Midnight e tutt’altro testo), passando per veri e propri antesignani della world music che verrà negli anni Ottanta (African Night Flight, Move On e Yassassin) e delizie pop-rock che restano tra i brani più riusciti e apprezzati di Bowie (Look Back In Anger, Boys Keep Swinging e D.J.).

Su “Lodger” ci sarebbe molto altro da dire (anche dell’inquietante veste grafica), ma in attesa di sviluppi futuri per ora mi fermo qui. Sviluppi futuri perché quest’anno dovrebbe vedere la luce il terzo d’una serie di lussuosi cofanetti comprendente l’intera produzione di David Bowie: dopo aver pubblicato “Five Years (1969-1973)” nel 2015 (dodici ciddì o tredici vinili) e “Who Can I Be Now? (1974–1976)” l’anno dopo (sempre dodici ciddì o tredici vinili), la Warner Bros (la casa madre che attualmente detiene i diritti di edizione sui dischi bowiani) dovrebbe infatti distribuire un altro cofanetto con presumibilmente una decina buona di dischi del periodo 1977-1980, tra i quali figura quindi anche “Lodger”. Ecco, spero proprio che il box contenga qualche succosa versione alternativa dell’album, qualcosa che ci faccia ulteriormente appassionare a un lavoro sempre un po’ ingiustamente sottovalutato e che magari ci racconti la sua storia da angolazioni sonore inedite. Avremo modo di riparlarne.

-Mat

David Bowie, “Low”, 1977

david-bowie-low-immagine-pubblica-blogPrimo album della celeberrima trilogia berlinese assieme a “Heroes” (1977) e “Lodger” (1979), “Low” (1977) è semplicemente uno dei dischi di David Bowie che più amo, ed è inoltre quello che ritengo il migliore dei tre. E’ un lavoro che in questo 2017 ha già compiuto quarant’anni ma che resta ancora moderno, concettualmente interessante e, cosa ancora più importante, musicalmente godibile.

In realtà inciso più in Francia che in Germania, la genesi di “Low” può partire tuttavia dagli Stati Uniti, dove un Bowie decadente di ventotto anni, tra eccessi e follie, è comunque impegnato su due fronti col film “L’uomo che cadde sulla terra”: ne è infatti sia l’attore protagonista che l’autore della colonna sonora. Nonostante le buone intenzioni, tuttavia, quest’ultima non verrà portata a termine, con i nastri originali che verranno “riciclati” per il successivo progetto discografico di David, per l’appunto “Low”.

Supportato dagli ottimi Dennis Davis (batteria, percussioni), Carlos Alomar (chitarra) e George Murray (basso), Bowie si affida inoltre ad altri due preziosissimi collaboratori, ancora una volta al geniale produttore Tony Visconti e per la prima volta a quel mago delle ambientazioni sonore che è Brian Eno. Completato già nel corso del ’76, “Low” vide la luce soltanto l’anno dopo, giacché la casa discografica, la RCA, lo riteneva troppo d’avanguardia e quindi poco appetibile commercialmente.

David mette subito le cose in chiaro fin dal primo brano: Speed Of Life è uno strumentale funk-rock pesantemente contaminato dai suoni elettronici, una sorta d’introduzione che fa già capire fin dove si è spinta la ricerca musicale di Bowie rispetto al suo celebrato glam rock dei primi anni Settanta. La secca & percussiva Breaking Glass è invece cantata, ma gli innesti elettronici non mancano, così come i cambiamenti di tempo, col tutto che si traduce in una forma canzone che travalica i confini standard del pop-rock.

Se la briosa e avvolgente What In The World è in pratica un piacevolissimo duetto tra David Bowie e Iggy Pop, la successiva Sound And Vision (uno dei singoli estratti dall’album e, per la cronaca, una delle mie canzoni bowiane preferite) presenta un ritmo delizioso, arricchito da campionamenti, atmosfere elettroniche & una grande prestazione vocale del nostro; alla voce troviamo la moglie di Visconti, quella Mary Hopkin nota soprattutto per Those Were The Days. Più distesa è invece Always Crashing In The Same Car, anch’essa caratterizzata da ritmica pesante ed effetti tecnologici in primo piano. Segue quindi una gran bella canzone, Be My Wife, forse la più convenzionale del disco (infatti è stata pubblicata pure su singolo), forte d’un ritornello in stile disco & da viscerali assoli di chitarra.

A New Career In A New Town, un saltellante strumentale contraddistinto dall’uso trattato dell’armonica a bocca (suonata dallo stesso Bowie), funge da introduzione al lato più sperimentale di “Low” (sull’elleppì originale è l’intero lato B), che parte con quella che secondo me è la traccia migliore dell’album, ovvero Warszawa: questo stupendo requiem composto dal duo Bowie-Eno (e credo interamente eseguito da esso) in onore della capitale polacca – effettivamente visitata in treno dal nostro – è semplicemente una delle canzoni più belle & suggestive del catalogo bowiano. Senza voler sminuire il resto del lavoro, forse la sola presenza di Warszawa giustifica l’acquisto di “Low”.

Completamente strumentale, Art Decade ci regala un’ambientazione alquanto notturna & meditabonda, sembra proprio una colonna sonora, seguìta a sua volta da Weeping Wall, ancora più interessante: l’uso simultaneo di percussioni e tastiere sembra ricordare un effetto di pioggia che cade a catinelle sul muro di Berlino, mentre uno straziante & lontano assolo di chitarra sottolinea la tetraggine del paesaggio circostante. Seppur strumentale, in Weeping Wall la voce di Bowie è chiaramente udibile, e anche in questo caso – come in Warszawa – usata come se fosse uno strumento essa stessa.

Un disco straordinario come “Low” non poteva che concludersi con un brano straordinario, ovvero Subterraneans, un’altra sorta di requiem. E’ un brano dolente, malinconico ma anche imponente, col sax e la voce di Bowie che eseguono delle parti evocative e struggenti. E i testi? Tutte le liriche di “Low” sono più o meno attraversate dal male di vivere, dal disagio e da una certa depressione; non manca tuttavia la voglia di riscattarsi e di trovare una vita d’uscita, magari proprio attraverso la musica e l’arte.

-Mat (novembre 2006 – febbraio 2017)

Bowie a Berlino

thomas-jerome-seabrook-libro-bowie-immagine-pubblicaNegli Usa è fresco di stampa “Bowie In Berlin: A New Career In A New Town”, un libro di Thomas Jerome Seabrook che documenta il celebre periodo berlinese di David Bowie.

Come tutti i grandi fan di David sanno, Bowie si traferì con Iggy Pop a Berlino nel 1976, dopo un periodo di dissolutezze a Los Angeles. Lì diede vita ad alcuni dei suoi album più famosi e immaginifici – “Low” e “Heroes” ma anche “The Idiot” e “Lust For Life” sotto il nome di Iggy Pop. Ad accompagnarlo in studio però non c’era il solo Iggy, bensì un’indiviabile squadra di talenti, fra cui Brian Eno, Robert Fripp, Carlos Alomar e Tony Visconti.

Il periodo berlinese di David Bowie è un argomento che mi ha sempre affascinato e spero vivamente che questo nuovo libro venga presto tradotto anche per il mercato italiano. Anche se, porcalamiseria, devo ancora procurarmi l’imponente enciclopedia bowiana curata da Nicholas Pegg

– Mat

Album interi eseguiti dal vivo

pink-floyd-the-wall-liveNegli ultimi anni s’è diffusa fra le band più disparate l’iniziativa di eseguire integralmente dal vivo un album considerato un classico. Ha fatto molta notizia, per esempio, la recente riproposizione di “Berlin” da parte di Lou Reed, così come “Dark Side Of The Moon” eseguito da Roger Waters. Ma, a proposito di Pink Floyd, fu forse proprio la nota band inglese a cimentarsi per prima con l’esecuzione live di tutte le canzoni d’un loro album: già nel lontano 1977, Waters e soci eseguivano integralmente “Wish You Were Here” e “Animals”, culminando con la trasposizione teatrale di “The Wall” fra il 1980 e il 1981 (foto).

E’ notizia di questi giorni che Van Morrison eseguirà dal vivo il suo classico del 1968, “Astral Weeks”, mentre i Mission hanno salutato per l’ultima volta (o almeno così hanno detto…) i loro fan con l’esecuzione integrale di ben quattro album – “Gods Own Medicine” (1986), “The First Chapter” (1986), “Children” (1988) e “Carved In Sand” (1990) – in altrettante serate concertistiche speciali.

Operazione interessante da parte dei Cure qualche anno fa: in una serie di concerti – poi immortalata in un divudì chiamato “Trilogy” – hanno riproposto in sequenza gli album “Pornography” (1982), “Disintegration” (1989) e “Bloodflowers” (2000).

Se non ricordo male, un po’ di anni fa anche Brian Wilson ha riproposto integralmente “Pet Sounds” (1966), comunque di sicuro i Sonic Youth hanno eseguito dal vivo tutti i brani del loro classico, “Daydream Nation”, datato 1988. Anche per quanto riguarda i Simple Minds, qualche mese fa avevo letto che i componenti originali della band si sarebbero riuniti per eseguire dal vivo nella sua totalità l’album “New Gold Dream” del 1982.

Anche i Depeche Mode potrebbero rientrare nel tema di questo post: nel corso del loro “Devotional Tour” del 1993-94 arrivavano ad eseguire tutte le canzoni presenti nell’album “Songs Of Faith And Devotion”, seppure mai tutte nella stessa sera e non in ordine d’apparizione su disco.

In definitiva, trovo molto interessante questa pratica di riproporre un album intero di fronte al proprio pubblico di appassionati: è la testimonianza più lampante di come un concerto rock possa evitare di ridursi ad un mero jukebox dal vivo nel quale scorrono via l’uno dopo l’altro i successi maggiori e le canzoni più recenti. E poi è l’ennesima testimonianza dello storicizzarsi della (cosiddetta) musica leggera: in futuro si eseguiranno dischi pop-rock come “Sgt. Pepper” così come oggi si esegue per intero il “Requiem” mozartiano.

Per quanto mi riguarda, infine, mi piacerebbe tantissimo se a David Bowie venisse in mente di rirproporre dal vivo, tutto in una serata, gli album della sua trilogia berlinese: “Low”, “Heroes” e “Lodger”, magari portandosi appresso Brian Eno e Robert Fripp. Sarebbe a dir poco magnifico!

– Mat

David Bowie (seconda parte)

david-bowie-immagine-pubblicaRiprendiamo la storia dell’immenso David Bowie, dopo aver tracciato la sua vita fra gli anni 1967-1979 col post precedente.

L’avvento degli anni Ottanta segna un profondo cambiamento nell’arte bowiana: se da una parte la frequenza degli album del nostro sarà parecchio ridimensionata, dall’altra si registrerà una notevole espansione dei suoi interessi verso il cinema e la realizzazione di colonne sonore, oltre che una mole considerevole di collaborazioni (musicali e non) con altri artisti famosi, mentre al termine del decennio Bowie sarà preso da una nuova smania di sperimentazione.

Ma andiamo con ordine e partiamo dal 1980. E’ l’anno che riporta David Bowie dov’era stato spesso nel decennio precedente, vale a dire al 1° posto della classifica inglese, grazie al robusto album “Scary Monsters” e all’eccezionale singolo Ashes To Ashes. Se la collaborazione con Brian Eno è terminata col precedente “Lodger” (1979), in “Scary Monsters” ritroviamo comunque Tony Visconti (però al suo ultimo atto con Bowie per quanto riguarda il resto degli anni Ottanta) e Robert Fripp, che contribuiscono a modellare un album ottimamente bilanciato fra sonorità più commerciali & accessibili e incessanti sperimentazioni sonore (ma anche visuali, dato che David dirige pure lo stupefacente video di Ashes To Ashes).

Il 1981 non porta nessun nuovo album bowiano ma segna una collaborazione importante, quella del nostro con i Queen, per il celeberrimo hit di Under Pressure. E’ la prima d’una serie di illustri collaborazioni che continueranno nel corso del decennio con artisti del calibro di Bing Crosby, Mick Jagger, Iggy Pop, Tina Turner, Giorgio Moroder, Pat Metheny e altri. Nello stesso periodo, inoltre, Bowie è molto attivo in ambito cinematografico: qui ricordo i film “I Ragazzi dello zoo di Berlino” (1982), “Miriam Si Sveglia a Mezzanotte” (1983), “Furyo” (1983), “Labyrinth” (1986), “Absolute Beginners” (1986), “L’Ultima tentazione di Cristo” (1988), ma anche svariate colonne sonore, oltre che in alcuni dei film citati anche per “Il Bacio della Pantera” (1982), “The Falcon & The Snowman” (1985, con la bellissima This Is Not America), “When The Wind Blows” (1986), “Pretty Woman” (1990) e altri.

Gli album musicali veri e propri firmati da David Bowie negli anni Ottanta sono invece soltanto tre: il fortunatissimo “Let’s Dance” (1983, contenente i grandiosi singoli China Girl e Let’s Dance e prodotto dal nostro col leggendario Nile Rodgers), il discusso “Tonight” (1984, in realtà un buon disco di pop-rock) e il debole “Never Let Me Down” (1987). Sul finire del decennio, Bowie torna alla musica come parte integrante d’una nuova band, i Tin Machine, coi quali firma due album eponimi di rock alternativo fra il 1989 e il ’91. Formati dal nostro con Reeves Gabrels e i fratelli Hunt e Tony Sales, i Tin Machine non riusciranno però a catalizzare l’attenzione sperata e negli anni Novanta David Bowie tornerà a firmate dischi a suo nome. Ecco quindi gli album “Black Tie White Noise” (1993), “1. Outside” (1995, della cui genesi ho già parlato qui), “EAR THL ING” (1997) e “…Hours” (1999): tutti lavori che forse non aggiungono molto a quello che David Bowie ha già espresso artisticamente (per quanto alcuni di essi ci mostrano un uomo perfettamente a suo agio coi moderni stili musicali) ma che senza dubbio contribuiscono a definire un personaggio che non ha mai subìto cali di popolarità.

Se, nei Novanta, David Bowie continua ancora a cimentarsi in diverse esperienze cinematografiche – qui ricordo i ruoli d’attore nei film “Basquiat” (1996, dove interpreta Andy Warhol) e “Il Mio West” (1998, dove recita con Leonardo Pieraccioni!), la colonna sonora “The Buddha Of Suburbia” (1994) – anche la sua vita privata ed i suoi affari subiscono importanti modifiche: sposa la bellissima modella Iman (che gli darà una figlia, mentre un primo figlio di David era nato dal suo precedente matrimonio) e quota in borsa i suoi diritti & proventi editoriali. Inoltre, e qui Bowie dimostra ancora una volta tutta la sua versatilità artistica, organizza diverse esposizioni dei quadri dipinti da lui.

L’avvento del Terzo millennio saluta il caro David Bowie come uno splendido sessantenne che si permette d’incidere quando vuole discreti album – finora “Heathen” (2002) e “Reality” (2003) – e di essere sempre riconosciuto come una leggenda vivente ed uno degli artisti più influenti che la storia della musica possa annoverare fra le sue pagine.
Per quanto mi riguarda, David Bowie è uno di quegli artisti che mi piacciono sempre di più e la sua musica la ascolto spesso & volentieri, a casa o in viaggio: sono intenzionato a completare la collezione dei suoi dischi (mi trovo a buon punto, però!) e a saperne di più sulla sua straordinaria carriera acquistando la monumentale enciclopedia bowiana scritta da Nicholas Pegg. Insomma, è solo una questione di soldi!

– Mat

David Bowie

David BowieHo già scritto di David Bowie in altri post, dato che è uno dei miei artisti preferiti. E’ anche uno dei nomi che conosco da più tempo: praticamente sento parlare di David Bowie da quando ho memoria, anche se, e non so perché, quand’ero piccolo la sua immagine mi faceva paura!
In questo post voglio tracciare un breve profilo – scandito dalla sua vasta discografia – di quello che reputo uno dei personaggi musicali più influenti e originali della musica moderna.

Il nostro nasce come David Jones l’8 gennaio del 1947 (un anno che segna anche la nascita di, fra gli altri, Elton John e Brian May dei Queen) e fin da giovanissimo inizia a cimentarsi con la musica (oltre che col mimo), imparando quindi a suonare prima il sassofono e poi la chitarra, oltre che, ovviamente a cantare. In seguito imparerà a destreggiarsi discretamente anche con piano, tastiere e sintetizzatori, divenendo a tutti gli effetti un polistrumentista, anche se a partire dagli anni Ottanta si concentrerà soprattutto sul canto, preferendo avvalersi di ottimi musicisti turnisti e ospiti d’eccezione.

Il primo, omonimo album di David Bowie vede la luce nel 1967, quando lui aveva soltanto ventanni, e conteneva anche una manciata di brani pubblicati come singoli nel biennio precedente. Tuttavia è soltanto nel 1969 che il nostro inizia a farsi notare, con una canzone finalmente memorabile, la straordinaria Space Oddity. Curiosamente, anche l’album che conteneva Space Oddity venne chiamato “David Bowie”, cosa che generò un po’ di confusione fra i collezionisti ma che comunque viene oggi identificato come “Space Oddity”.

Nel 1970 il nostro stringe il primo dei suoi tanti sodalizi musicali, quello col bravissimo chitarrista, pianista e arrangiatore Mick Ronson, col quale Bowie realizzerà alcune fra le pagine più belle del rock degli anni Settanta. Escono quindi gli album “The Man Who Sold The World” (1970) – contenente il noto singolo omonimo – “Hunky Dory” (1971) – contenente le fantastiche Changes, Oh! You Pretty Things e l’indimenticabile Life On Mars? – e soprattutto “The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars” (1972), l’album che proietta definitivamente Bowie nell’olimpo del rock. Supportato da singoli incredibili quali Suffragette City, Ziggy Stardust e Starman, “Ziggy Stardust” viene giustamente considerato una pietra miliare nell’evoluzione della musica contemporanea, nonché la vetta più alta del genere glam (uno stile iniziato dall’inglese Marc Bolan dei T. Rex, che si avvale di una musica allegramente rockeggiante, corale e coinvolgente, e d’uno sfoggio di eccentrici costumi sgargianti, zatteroni ai piedi e pesante make-up sul volto). Da questo punto in poi, David Bowie diventa quell’icona rock tuttora riconosciuta ma soprattutto avvia il suo cammino artistico verso un percorso d’evoluzione sonora a dir poco straordinario che lo porterà in pochi anni a realizzare alcuni dei dischi più belli e influenti di sempre. In questo periodo, inoltre, Bowie inizia a supportare alcuni dei suoi artisti preferiti che, grazie a lui, ritroveranno la via del successo smarrita; il nostro quindi (alternativamente o tutto in una volta) scrive, suona, canta, arrangia e produce materiale per The Stooges, il loro istrionico leader, cioè Iggy Pop, poi Lou Reed (celeberrimo il suo “Transformer”) e ancora i Mott The Hoople, manifestando un’attitudine filantropica del nostro che si ripeterà in anni successivi con Amanda Lear, Tina Turner e ancora una volta Iggy Pop (Bowie pensava anche di resuscitare le carriere di Syd Barrett e dello stesso Marc Bolan ma qui fu più sfortunato, dato che il primo s’isolò sempre più nella sua pazzia mentre il secondo morì tragicamente nel ’77).

Dopo aver pubblicato altri due album nel corso del 1973, l’originale “Aladdin Sane” (contenente la superlativa The Jean Genie, uno dei pezzi bowiani che più amo) e la raccolta di cover “Pinups”, sempre assistito da Mick Ronson e dalla band The Spiders From Mars, Bowie decide di dare un’altra svolta alla sua carriera. Suonando la maggior parte degli strumenti da solo e autoproducendo il tutto, Bowie realizza così “Diamond Dogs” (1974), quello che secondo diversi critici è il suo miglior album da studio. Basato sulle vicende narrate da George Orwell nel suo noto libro “1984”, “Diamond Dogs” è una sorta di compatto concept-album che si pone esattamente a metà fra il periodo glam di Bowie e la sua successiva fase sperimentale. E’ in effetti un album strepitoso (è quello che include la nota Rebel Rebel) – uno dei miei preferiti fra quelli firmati dal nostro – che spero di recensire presto. Con “Diamond Dogs” Bowie ritrova un preziosissimo collaboratore di qualche anno prima, il celebre produttore Tony Visconti: se in “Diamond Dogs” il buon Tony si limiterà ad arrangiare alcune partiture orchestrali, da qui in avanti sarà fra i principali artefici delle sonorità bowiane più suggestive.

Dopo aver dato alle stampe “David Live” (1974), il nostro torna con un nuovo album da studio nel 1975, il discusso “Young Americans”; se da una parte “Young Americans” fa di Bowie un divo anche in America, dall’altra viene tacciato di insulsa commercialità in quanto le sonorità del disco sono fin troppo influenzate dal cosiddetto Philadelphia Sound, ovvero un morbido e patinato soul danzereccio che a quel tempo stava portando notevole fortuna a band quali The Stylistics e Harold Melvin & The Blue Notes. In realtà “Young Americans” è un altro bel disco da parte del nostro, un lavoro molto professionale, impreziosito dalla partecipazione del grande John Lennon, che firma con David il suo primo singolo numero uno statunitense, Fame.

In questo periodo Bowie vive stabilmente in America, è ormai un artista affermato, frequenta il bel mondo ma è separato dalla moglie Angela, è schiavo della cocaina e soffre delle contraddizioni dello show business. Nonostante tutto, resta intatta la sua voglia di sperimentare e di mettersi in discussione: nel 1976 si cimenta con la sua prima grande parte d’attore, nel film fantascientifico “L’uomo che cadde sulla Terra” e dà alle stampe un disco importante come “Station To Station”. Pur senza Tony Visconti (lo ritroveremo fra poco, però) e non ancora alle prese col genio visionario di Brian Eno, Bowie realizza con “Station To Station” un campione d’equilibrio fra atmosfere sperimentali (il lungo brano omonimo) e soul-pop di classe (il singolo di Golden Years e l’intensa cover di Wild Is The Wind), con i testi che affrontano direttamente il suo momento d’incertezza e di transizione.

“Station To Station” segna al contempo una punto d’arrivo ed un punto di partenza nella storia di Bowie: mette fine alla sua parentesi americana e alla sua prima fase da rockstar e dà avvio al suo periodo più sperimentale, che avverrà a Berlino, dove il nostro si trasferisce nel corso del 1976 in compagnia del collega e amico Iggy Pop. E’ nella storica città tedesca, all’epoca divisa dal famigerato muro eretto dai sovietici, che David realizza un magnifico poker di dischi: “The Idiot” (1977), firmato da Iggy Pop”, “Low” (1977), “Heroes” (1977) e “Lodger” (1979), con questi ultimi noti come ‘trilogia berlinese’ e creati assieme a quel mago delle ambientazioni sonore che è Brian Eno e al ritrovato Tony Visconti. Di questi quattro capolavori ho già parlato in altri rispettivi post, per cui, per non ripetermi troppo, vado oltre con questa storia. Anzi no, mi fermo qui che ho già scritto abbastanza! Il post successivo arriverà però domani.

– Mat

David Bowie, “Heroes”, 1977

david-bowie-heroes-immagine-pubblica-blogEccoci al secondo capitolo della trilogia di album che David Bowie ha realizzato in collaborazione con Brian Eno tra il 1977 e il 1979. Qualche post fa si è parlato di “Low“, uscito nel ’77, mentre oggi è la volta di “Heroes”, pubblicato nello stesso anno. Come già detto, nel ’76 Bowie si traferisce a Berlino e qui dà vita al suo periodo artistico più sperimentale e immaginifico: “Heroes” è l’album della trilogia che più risente dell’atmosfera berlinese, essendo l’unico dei tre ad essere stato realizzato completamente nella storica città tedesca, all’epoca segnata ancora dal muro divisorio tra Est e Ovest.

Bowie si affida allo stesso team col quale aveva creato il precedente “Low”: il grande Tony Visconti alla produzione, gli ottimi Carlos Alomar (chitarra), George Murray (basso) e Dennis Davis (batteria e percussioni), un chitarrista d’eccezione che è quel mago di Robert Fripp e, ovviamente, il re delle ambientazioni sonore, quel genio di Brian Eno. Anche “Heroes”, come “Low”, è suddiviso in due parti: sul lato A dell’elleppì originale troviamo le canzoni più ‘convenzionali’ (anche se questo termine poco si addice all’arte di Bowie), sul lato B troviamo invece le composizioni più sperimentali. Ma adesso passiamo alle singole tracce di “Heroes”.

L’album inizia con un botto, una canzone potente e incalzante chiamata Beauty And The Beast: quando l’ascoltai per la prima volta capii immediatamente da dove provenivano tutti i suoni new-wave e dark dei miei artisti preferiti. Basta già la sola Beauty And The Beast per accorgersi di quanto Bowie (grazie anche ai suoi preziosi collaboratori) si trovasse avanti rispetto ai suoi colleghi e/o rivali del tempo.

La successiva Joe The Lion è un altro bel pezzo movimentato ma quello che segue è il pezzo forte dell’album, l’omonima Heroes. Penso che la conosciate un po’ tutti, è davvero una delle canzoni più famose e più belle di Bowie: potente e melodica al tempo stesso, struggente e sperimentale in equal misura, senza dubbio uno dei vertici artistici del nostro (la versione su singolo è un edit di tre minuti e mezzo, mentre questa raggiunge i sei minuti).

Poi i ritmi rallentano con la bella e dolente Sons Of The Silent Age, che mi sembra una attualizzazione disincantata di Life On Mars? (stupenda canzone del 1971, pubblicata sull’album “Hunky Dory”). La successiva Blackout è una grande canzone che, come l’iniziale Beauty And The Beast, prefigura il sound che la musica pop-rock assumerà di lì a qualche anno. Grandissima e basta. Con V-2 Schneider entriamo nel lato più sperimentale di “Heroes”: un pulsante ritmo elettronico ci porta in una dimensione nuova che Bowie ci fa esplorare per la prima volta nella sua discografia; come in tante altre volte tra i solchi della trilogia berlinese, qui la voce di David è usata come un puro strumento.

Poi è la volta d’una sequenza interessantissima e superba, ovvero tre brani ambient nel quale Brian Eno sembra farla da padrone (anche se Bowie c’è e si sente… si sente eccome!): sono l’inquietante Sense Of Doubt, l’orientaleggiante Moss Garden e la dolente Neukoln (dal nome di un sobborgo berlinese all’epoca piuttosto degradato). Tre brani d’atmosfera bellissimi, collegati tra loro, con Bowie e Eno che ci prendono per mano e ci portano in territori all’epoca del tutto inesplorati.

Un viaggio emozionante che infine ci conduce in Arabia. L’ultimo brano del superlativo “Heroes” è infatti The Secret Life Of Arabia, che ci riporta ad una forma-canzone più abituale: un suadente ritmo funky-esotico, con una grande prova vocale di David… davvero una delle gemme artistiche del nostro.

Tra “Low” e “Heroes” non saprei veramente dire quale dei due sia il migliore: senza dubbio però stiamo parlando di due capolavori, tra i cinque dischi più belli mai realizzati da David Bowie (e imperdibili per tutti i veri fanatici del rock). Su “Heroes” posso aggiungere solo che la presenza di Eno è più evidente (ed infatti lui ottiene più crediti compositivi, tra cui la coautorialità con Bowie del brano Heroes) rispetto a “Low”: una collaborazione che si farà ancor più fitta nell’atto finale di questa trilogia, l’album “Lodger” (1979).

Roxy Music, “Avalon”, 1982

roxy-music-avalon-immagine-pubblicaLa storia di oggi riguarda uno dei dischi più belli pubblicati negli anni Ottanta, “Avalon”, l’ultimo album da studio dei Roxy Music.

Già la sua epica copertina, nella foto a lato, è uno spettacolo: da tempo la mia copia in elleppì di “Avalon” fa bella mostra di sé sul comò di camera mia, a mo’ di quadro… penso che sia una delle più belle copertine mai realizzate per un disco.

Ora passiamo però alla musica, che è la cosa che qui c’interessa maggiormente. In “Avalon” abbiamo dieci canzoni che vedremo brevemente una ad una. Si parte con una delle canzoni più belle e famose degli anni Ottanta, More Than This, ed è già tutto un programma. Sono convinto che chiunque ascolti i primi secondi di questo indimenticabile brano poi dica ‘ah, questa, bella’. Non aggiungo altro, che dire, più di così… Segue The Space Between, con la base ritmica (basso massiccio, batteria secca e decisa, uso sapiente delle percussioni) in bell’evidenza, e con il sax e il discreto uso del synth che ne fanno uno dei brani più scintillanti e suadenti dei Roxy Music, soprattutto una volta che è entrata la voce di Bryan Ferry.

La successiva Avalon è l’altro brano famoso del disco, inserito in molte compilation dedicate agli anni Ottanta: un placido ritmo percussivo dal sapore caraibico, la voce rilassatissima di Ferry, la chitarra pigra e avvolgente di Phil Manzanera, la voce d’angelo della corista. Arte sopraffina per un pezzo di classe!

India, un breve brano strumentale, sembra più un abbozzo di canzone che un lavoro compiuto: l’irresistibile ritmo percussivo, unito ad un synth marpione, ne fanno comunque una canzone melodicamente valevole (stiamo pur sempre parlando di un gran disco, questo non dimentichiamolo). Poi è la volta della malinconica While My Heart Is Still Beating, arricchita dalle percussioni che contribuiscono ad alleviarne il senso di nostalgia incombente.

Abbassando la puntina del giradischi sulla seconda facciata del vinile, ecco entrare prepotentemente The Main Thing, una delle mie canzoni preferite dei Roxy Music: qui tutto è in bell’evidenza, dalla potente e trascinante base ritmica (un basso pulsante che sembra cantare da solo, delle percussioni fantastiche, una batteria secca e scandìta), i fraseggi di chitarra che esotizzano il tutto, la voce calda di Ferry. Un brano davvero molto sexy, eccellente anche se sì è alla guida (come del resto un po’ tutto “Avalon”).

Il pezzo successivo è Take A Chance With Me, che si apre con un’introduzione lenta e scandìta dai colpi (o meglio, dai tonfi) della grancassa e che poi procede con un ritmo simile all’iniziale More Than This. Un bel brano pop di classe, non c’è che dire. To Turn You On è maestosa: un ritmo medio-lento pieno di effetti percussivi, di basso saltellante, di voce piaciona di Ferry, di synth vaporoso (ma sempre discreto, davvero usato con maestria… lo suona Ferry). Gran bella canzone, bella davvero.

La successiva True To Life è semplicemente magnifica: una delle più belle di questo disco, una delle più belle dei Roxy Music, una delle più struggenti & potenti al contempo che io abbia mai sentito. Magnifica, non avrei altro aggettivo per sintetizzarla. A concludere questo straordinario calderone d’emozioni musicali che è “Avalon” ci pensa il breve strumentale di Tara, perlopiù un assolo del sax di Andy Mackay sorretto dalla tastiera di Bryan Ferry.

Come detto prima, “Avalon” è l’ultimo disco inciso in studio dai Roxy Music, che da qualche album a questa parte erano un trio composto dal superlativo Ferry, dall’ottimo Manzanera e dall’inconfondibile Mackay (nei primi due album del gruppo figurava Brian Eno, uscito dalla formazione per seguire impervie ma affascinanti vie sperimentali). Meritano comunque un plauso gli eccellenti musicisti che indubbiamente hanno contribuito (e non poco, direi) alla grandezza di questo disco: il batterista Andy Newmark, i bassisti Alan Spenner e Neil Jason e il percussionista Jimmy Maelen… a tutti un bell’undiciellode per il lavoro compiuto.