The Jam, il primo gruppo di Paul Weller

the-jamAvrei voluto dedicare un post alla carriera solista di Paul Weller ma, prima d’addentrarmi nella sua discografia & di tentarne un ritratto, ho preferito far ordine in due post che avevo scritto in passato a proposito dei Jam e degli Style Council, vale a dire i due gruppi che hanno dato fama internazionale & credibilità artistica a Paul Weller, cantante, chitarrista (ma in realtà abile polistrumentista), autore, produttore & vero motore artistico di quei due gruppi. Due formazioni che amo tantissimo, i Jam e gli Style Council, molto più del Weller solista. Che poi, a ben vedere, la vicenda di Paul è imprescindibile dalla storia di questi due gruppi. Ecco quindi un post su Jam, mentre un altro sugli Style Council sarà pubblicato nei prossimi giorni.

I Jam, discograficamente attivi dal 1977 al 1982, hanno segnato per l’allora diciannovenne John ‘Paul’ Weller il debutto sulla scena musicale inglese, assieme al bassista Bruce Foxton e al batterista Rick Buckler. Il trio ha realizzato sei album da studio, una ventina di singoli memorabili e una manciata di raccolte di vario genere (hits, lati A e B dei singoli, rarità, live), conquistandosi nello spazio di pochi anni un posto ben soleggiato fra le band inglesi più fortunate & amate in patria di tutti i tempi.

Il primo album dei Jam, “In The City”, venne pubblicato dalla Polydor nella primavera del ’77, in pieno fermento punk: contiene l’irresistibile singolo In The City e altri undici ruggenti brani a cavallo fra punk e mod revival. Prima che quel fatidico 1977 finisse, uscì comunque un secondo album dei nostri, “This Is The Modern World”, col singolo The Modern World e altri brani simili nello stile a quanto già sentito con “In The City”. In effetti, travolti come tutti dal clamore con cui pubblico & critica accolsero i ben più aggressivi “The Clash” e “Never Mind The Bollocks”, i primi due album dei Jam passarono in secondo piano, presentando il gruppo più come dei cuginetti incazzati degli Who che delle future rockstar credibili. L’ora dei Jam sarebbe comunque arrivata, e presto, già nel 1978.

Nell’anno in cui il sottoscritto veniva al mondo, infatti, vide la luce il primo album d’una trilogia che vedrà i Jam definitivamente proiettati nello stardom musicale britannico: supportato da quattro singoli indimenticabili come Down In A Tube Station At Midnight, Mr. Clean, Billy Hunt e la cover kinksiana di David Watts, “All Mod Cons” raggiunse infatti il 6° posto in classifica, preparando la strada al coronamento definitivo. Ecco quindi “Setting Sons” (1979), che volò al 1° posto delle charts britanniche, spinto dal travolgente singolo Going Underground, anch’esso 1° nella rispettiva classifica. “Sound Affects” (1980) non bissò la conquista della vetta ma si arrestò al 2° posto: contiene comunque il singolo Start! (al 1°) e altre gemme d’una band in evoluzione verso uno stile molto più personale, antesignano del brit pop che esploderà come fenomeno riconosciuto solo nei Novanta (ecco perché parlare di brit pop per gruppi come Oasis e Blur, che non hanno inventato assolutamente nulla, mi è sempre parso ridicolo).

L’ultimo album dei Jam, “The Gift”, uscì nella primavera dell’82: anticipato dal formidabile Town Called Malice / Precious, al 1° posto fra i singoli, anche il sesto disco da studio dei nostri conquistò l’ennesimo 1° posto della classifica inglese. In qualche modo, tuttavia, il giocattolo si ruppe e a romperlo fu soprattutto Paul Weller, ormai insofferente alle ristrette possibilità espressive raggiunte con Foxton e Buckler, e sempre più affascinato dal funk e dalla musica nera in generale, in realtà una sua vecchia passione. C’è da dire, inoltre, che il ragazzo era ormai cresciuto e così – come ogni grande artista dovrebbe fare – decise di seguire le proprie inclinazioni espressive a discapito del facile successo commerciale che sarebbe derivato da una riproposizione continua della stessa musica e della stessa immagine.

E così, al culmine del successo raggiunto coi Jam, Paul Weller sconvolse tutti dichiarando che – ultimata la serie di concerti prevista per il 1982 – alla fine di quell’anno avrebbe detto addio ai Jam. Non lo fecero desistere nemmeno gli ultimi grandi successi conquistati dalla band, due fortunatissimi singoli come The Bitterest Pill e Beat Surrender più la doppia raccolta “Snap!”.

Dispiacerà a tutti la fine di questo grande & influente trio inglese, soprattutto ai due diretti interessati, Bruce Foxton e Rick Buckler, i quali pubblicheranno insieme un libro che non risparmierà frecciate verso Weller. Dal canto suo, Paul era già lontano, di nuovo ai primi posti delle classifiche con un nuovo progetto, The Style Council… ma questa è già un’altra storia.

Per quanto mi riguarda, sono arrivato a scoprire pienamente la musica dei Jam solo dopo essere diventato un drogato degli Style Council, gruppo del quale avevo già memorie infantili: decisi di non perdere tempo perciò – dopo essermi assicurato qualche anno prima il cofanetto in cinque ciddì “The Complete Adventures Of The Style Council” (1998) – puntai direttamente all’altro cofanetto quintuplo, “Direction, Reaction, Creation” (1997), contenente l’intera avventura di Paul nei Jam così com’è stata immortalata in studio, con tanto di ghiotti inediti.

– Mat