Queen, “A Kind Of Magic”, 1986

queen-a-kind-of-magic-immagine-pubblica-blogNella prima metà del 1985, la carriera dei Queen era in stallo e forse vi sarebbe rimasta qualche anno se la band inglese non avesse ricevuto due offerte dall’esterno che di fatto la rimise in pista alla grande. Iniziò il cantante Bob Geldof che, in procinto di lanciare l’ormai storico Live Aid, invitò i Queen ad esibirsi sul palco di Wembley, a Londra, per quello che sarà ricordato dagli appassionati rock come il set più eccitante dell’intero programma del Live Aid. Poi seguì il regista Russell Mulcahy, fan dichiarato del gruppo, che invitò i Queen ad occuparsi della colonna sonora del suo primo film, un fantasy chiamato “Highlander”.

E così i nostri si ritrovarono nuovamente assieme in studio nell’autunno del 1985, per preparare la colonna sonora del film: il primo prodotto noto al pubblico fu però una canzone che esulava dal progetto, la rockeggiante One Vision, il cui testo aveva qualche rimando all’ancora fresca esperienza umanitaria del Live Aid. Pubblicata su singolo a novembre, One Vision riportò nei quartieri alti delle classifiche la vena più metallara dei Queen, che qui si producevano in un irresistibile ed epico brano rock. Curiosamente, anche One Vision fece da colonna sonora, per un film d’azione chiamato “Aquila d’Acciaio”.
Il lavoro in studio, comunque, proseguì con rinnovato entusiasmo: se la proposta iniziale di Mulcahy era d’incidere un paio di nuove canzoni per il suo film, i Queen ne registrarono molte di più e contribuirono attivamente anche agli stessi effetti sonori che la pellicola necessitava: ad esempio, c’è una scena in cui il cavallo dell’attore antagonista, il bravissimo Clancy Brown, nitrisce… beh, quel nitrito altro non è che la chitarra di Brian May!

Le canzoni che effettivamente si ascoltano in “Highlander” sono quindi Princes Of The Universe, One Year Of Love, Gimme The Prize, Who Wants To Live Forever, A Dozen Red Roses For My Darling / New York New York e la conclusiva A Kind Of Magic, quasi tutte abbastanza diverse dalle versioni che poi saranno incluse su disco. Sì, perché i Queen decisero infine di non voler pubblicare una semplice colonna sonora – come fecero sei anni prima con “Flash Gordon” – ma, con l’aggiunta di qualche altra nuova canzone, di realizzare un album vero e proprio. Da qui la pubblicazione, nel giugno ’86, di “A Kind Of Magic”, dodicesimo album da studio dei Queen che, come il precedente “The Works” (1984), volò al 1° posto della classifica inglese. In “A Kind Of Magic”, che molti appassionati come il sottoscritto considerano il miglior album dei Queen realizzato negli anni Ottanta, trovano posto nove canzoni, fra cui One Vision e cinque originariamente concepite come colonna sonora di “Highlander”. Ma ora vediamole brevemente una ad una.

1) Si parte proprio col rock ruggente di One Vision, qui in una versione più lunga (e più esaltante) di quella pubblicata su singolo. E’ una composizione accreditata a tutti e quattro i componenti del gruppo, anticipando ciò che sarà una norma nei due restanti album da studio dei Queen, “The Miracle” (1989) e “Innuendo” (1991).

2) Segue la ben più famosa A Kind Of Magic, sorta di danzereccio pop-rock pubblicato su singolo a marzo, da sempre una delle mie canzoni preferite dei Queen. La versione di A Kind Of Magic presente in “Highlander”, che ha il compito di musicare i titoli di coda del film, è molto diversa da questo noto hit: è più lenta e, sebbene sia meno rifinita nell’arrangiamento, è ben più epica. Anche se accreditata al solo Roger Taylor, il batterista dei Queen, nella versione più nota inserita nell’album risalta l’eccellente opera di riarrangiamento effettuata dall’indimenticato Freddie Mercury.

3) One Year Of Love, presente anch’essa nel film, è invece una romantica ballata scritta da John Deacon, il mite bassista del gruppo. A parte l’appassionata prestazione vocale di Mercury, spicca in questa canzone l’assolo di sax di Steve Gregory, che è lo stesso che suona il celebre assolo in Careless Whisper di George Michael.

4) Il pop pulsante di Pain Is So Close To Pleasure, opera del duo Mercury-Deacon, è uno dei momenti più leggeri e melodici del disco, caratterizzato soprattutto dall’alta tonalità in falsetto di Freddie. In qualche Paese, Pain Is So Close To Pleasure è stata anche pubblicata su singolo.

5) Poi è la volta d’un’altra canzone molto famosa, Friends Will Be Friends, altra creazione Mercury-Deacon: una melodica ballata pop-rock, tipica dello stile dei Queen e pubblicata anche come terzo singolo, che tuttavia col tempo mi ha un po’ stancato. Insomma, se devo pensare ai Queen, non mi viene certamente in mente Friends Will Be Friends.

6) Segue un’altra celeberrima opera dei nostri, Who Wants To Live Forever, atmosferica ballata sinfonica dove la musica dei Queen (pare che però Deacon non vi abbia suonato) è accompagnata dall’orchestra diretta dal noto Michael Kamen (al lavoro con molti altri idoli pop-rock, da Bryan Adams ai Metallica, anche sarà ricordato come il direttore d’orchestra del floydiano “The Wall”). La toccante & drammatica Who Wants To Live Forever, tema centrale di “Highlander”, è anch’essa diversa da quanto ascoltiamo nel film e su disco: nel primo viene interamente cantata da Freddie Mercury, nel secondo l’introduzione, parte del bridge e la frase conclusiva sono invece cantate dal suo autore, Brian May.

7) Ancora Brian, in grande spolvero, è l’autore del brano più metallaro dei Queen, Gimme The Prize, che canta il punto di vista del Kurgan, il tosto avversario del protagonista del film, Christopher Lambert (nel mix della canzone si possono sentire anche diversi effetti audio del film). Il brano, dal massiccio andamento medio-lento, è uno schiacciasassi dove ad una grande perizia tecnico-espressiva di May si accosta la voce più urlante e cattiva che Mercury abbia mai messo su nastro. In seguito, lo stesso Mercury e John Deacon non hanno fatto mistero di non amare questa canzone.

8) Basata su A Dozen Red Roses For My Darling, uno pseudo techno strumentale che Roger Taylor ha composto per alcune sequenze del film (è stato pubblicato anche sul lato B del singolo A Kind Of Magic), Don’t Lose Your Head è un altro brano tosto, sebbene dalle tonalità più elettroniche. Interessante per l’utilizzo delle parti vocali – solista e cori per Freddie, distorte per Roger e d’abbellimento per Joan Armatrading, Don’t Lose Your Head è un brano alquanto stradaiolo e dall’atmosfera notturna.

9) La conclusiva Princes Of The Universe, un rock potente, drammatico & epico scritto da Freddie, resta una delle mie canzoni preferite dei Queen. Superbamente disinvolta la parte vocale, eccellente l’arrangiamento fra musica & cori, da antologia l’interludio in chiave speed-metal. In “Highlander” questa canzone è stata ottimamente scelta per musicare i titoli di testa e negli Stati Uniti è stata pubblicata come singolo. Il video di Princes Of The Universe, girato dallo stesso Russell Mulcahy come anche per A Kind Of Magic, figura diverse scene del film e la partecipazione attiva del suo protagonista, Christopher Lambert, che duella con quello che è il vero immortale… Freddie Mercury.

Non c’è traccia, invece, della cover di New York New York, brano reso celebre da Liza Minnelli: la versione dei Queen, che sul film si sente per meno d’un minuto e che costituisce un medley con A Dozen Red Roses For My Darling, non è presente in nessuna pubblicazione discografica ufficiale dei Queen. Di recente, Brian May ha parlato d’una possibile futura pubblicazione della colonna sonora di “Highlander” così come la si ascolta nel film, New York New York compresa. Speriamo bene!

A parte tutto, “A Kind Of Magic” resta un album ricco & piacevole, d’ottima fattura, in grado d’accontentare tutte le frange d’appassionati dei Queen, da quelli più metallari a quelli più sensibili alle belle melodie pop. A mio avviso, i Queen avrebbero potuto fare un lavoro più teso & drammatico, a metà fra l’hard rock di Princes Of The Universe e il sinfonismo di Who Wants To Live Forever e a discapito di momenti più pop quali Friends Will Be Friends e Pain Is So Close To Pleasure. Ma in fondo, e non mi dispiace ripeterlo, questo è l’album migliore edito dai Queen negli Ottanta e, di fatto, uno dei migliori a figurare nella loro discografia.

– Mat

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Sting

stingNella fantascientifica ipotesi che io mi reincarni in una rockstar, mi piacerebbe rinascere Sting. Perché Sting è un personaggio che ha sempre prodotto grandissima musica, sia coi Police che da solo, è famoso in tutto il mondo, non ha mai subìto cali di popolarità, se l’è spassata alla grande ma senza mai inciampare nei soliti eccessi della sua professione, s’è dilettato spesso e volentieri nel cinema, ha dato vita a numerose e interessanti collaborazioni, tanto in studio quanto dal vivo, ed è da sempre impegnato nel sociale. E poi, perché negarlo, è sempre stato un bell’uomo e sta invecchiando splendidamente.

Sting è un altro di quei nomi che conosco da quando ho memoria, in pratica non ricordo il giorno preciso che ho conosciuto la parola Sting: probabilmente, dopo ‘mamma’ e ‘papà’, ‘sting’ è la prima parola che ho imparato! È, inoltre, una di quelle voci che riconosci immediatamente appena la ascolti, ha uno stile inconfondibile e da trentanni a questa parte – un periodo che ha visto notevoli cambiamenti nell’industria discografica ma anche nella stessa industria culturale – Sting s’è meritatamente ritagliato uno spazio tutto suo come una delle più amate e ammirate rockstar di fama mondiale.

Nel 2003 Sting ha pubblicato “Broken Music”, una sua parziale autobiografia, dall’infanzia al debutto discografico dei Police con “Outlandos d’Amour”: è un libro piuttosto intimo ma molto godibile che ho letto finora due volte. In esso, Sting sembra descriversi come una persona fondamentalmente molto umana, con tutte le debolezze che questa condizione comporta, ma anche arso da una smania di sfondare che forse l’ha portato più lontano di quel che poteva immaginare da ragazzo, quando alternava la sua passione per la musica (suonava il basso in diverse formazioni locali, la più notevole, i Last Exit, nei quali cantava e componeva la maggior parte del materiale) alla sua professione d’insegnante d’inglese nelle scuole elementari.

Nato Gordon Matthew Sumner da umili origini (parte delle quali irlandesi) a Wallsend, vicino Newcastle, il 2 ottobre 1951, venticinque anni dopo ebbe la fortuna d’incontrare Stewart Copeland, all’epoca batterista dei Curved Air che, di fatto, scoprì Sting proponendogli d’entrare a far parte della band che stava costituendo col chitarrista corso Henri Padovani (in seguito rimpiazzato da Andy Summers), The Police. La storia di questo infinito trio rock l’ho raccontata già, per cui passo al 1985, quando Sting debutta definitivamente come solista con l’album “The Dream Of The Blue Turtles”, contenente i noti singoli If You Love Somebody (Set Them Free) e Russians. Nello stesso anno collabora con Miles Davis, Phil Collins, i Dire Straits, un side-project dei Duran Duran chiamato Arcadia, e inoltre partecipa allo storico evento musicalmediatico del Live Aid, organizzato da Bob Geldof per raccogliere fondi a favore delle popolazioni africane più bisognose.

In quella prima metà degli anni Ottanta, Sting si confronta con numerose vicissitudini private: il divorzio dalla prima moglie, l’attrice irlandese Frances Tomelty, la fine dei Police, l’inizio d’una nuova relazione con la modella Trudie Styler, che gli darà altri quattro figli oltre ai due avuti dalla Tomelty. Inoltre, nei tre anni successivi, Sting deve affrontare la dolorosa perdita di entrambi i genitori. In mezzo a tutto questo, nel 1987, troviamo quello che forse è il suo album migliore, “…Nothing Like The Sun”, contenente, fra l’altro, le indimenticabili Englisman In New York, Fragile e They Dance Alone. Un successo mondiale come il precedente “The Dream Of The Blue Turtles” che fa capire chiaramente che Sting non aveva più bisogno dei Police per andare avanti e che era ormai una delle più grandi stelle dello spettacolo.

Il terzo album solista di Sting, il mio preferito, “The Soul Cages”, viene pubblicato al principio del 1991, supportato dagli splendidi singoli All This Time e Mad About You. L’anno seguente Sting sposa finalmente Trudie Styler e, nel corso della serata, riunisce brevemente i Police per un concerto privato. Gli anni Novanta sono un periodo in cui il nostro non fa altro che consolidare la sua fama e la sua bravura, producendo come sempre dischi di qualità – “Ten Summoner’s Tales” (1993), “Mercury Falling” (1996) e “Brand New Day” (1999) – continuando le sue apparizioni cinematografiche e intessendo interessanti collaborazioni con altri noti artisti (qui mi limito a citare Elton John, Bryan Adams, Tina Turner, Eric Clapton e Rod Stewart).

Sting resta sinceramente sconvolto dai tragici fatti dell’11 settembre 2001, esprimendo direttamente le sue sensazioni al riguardo sull’album “Sacred Love” (2003), supportato dai singoli Send Your Love e Whenever I Say Your Name con Mary J. Blige. Ma la cosa che forse più ammiro di Sting è la sua continua evoluzione e maturazione artistica (oltre che, si capisce, umana) che lo ha portato a proporre sempre grande musica senza mai fare un solo passo falso: ulteriore testimonianza con “Songs From The Labyrinth” (2006), un album prevalentemente per sola voce e liuto dove il nostro rivisita l’opera del musico medievale John Dowland.

Il regalo più grande che Sting potesse fare ai suoi tanti ammiratori sparsi per il mondo arriva però al principio del 2007: annuncia la reunion dei Police, che quindi intraprendono un lungo tour internazionale che tocca anche l’Italia, il 2 ottobre a Torino. Quel concerto fu per me la prima occasione che ebbi di vedere il mio idolo dal vivo, per giunta alle prese col repertorio musicale di uno dei gruppi rock che più hanno entusiasmato gli appassionati di musica. Terminato il tour coi Police nell’estate 2008, Sting è tornato in studio per l’album “If On A Winter’s Night…” (2009) – altra escursione nel passato con canti e filastrocche natalizie dei secoli scorsi – e tentando con successo sperimentazioni nel teatro o per orchestra. Un’esperienza, quest’ultima, che ha portato alla realizzazione dell’album “Symphonicities” (2010) – una rivisitazione dei classici di Sting per voce e orchestra – e al relativo tour mondiale.

Dopo un’esperienza a teatro con l’interpretazione del musical tratto dall’album “The Last Ship” (che se non altro, pur non essendo un capolavoro di disco, ci mostra Sting alle prese con delle sue canzoni nuove di zecca), il nostro torna alle collaborazioni illustri per quanto riguarda l’attività concertistica (prima Paul Simon e successivamente Peter Gabriel) e soprattutto alla musica rock, suggellato dal nuovo album “57th & 9th” (2016) e dal relativo tour mondiale. Inarrestabile Sting.

– Mat

(ultimo aggiornamento: 4 marzo 2017)

Steve Hackett in concerto

steve-hackett-immagine-pubblicaIeri sera mi sono gustato alla grande un bel concerto di Steve Hackett, il chitarrista storico dei Genesis! Prima di fare una piccola cronaca della serata, però, ecco qualche breve cenno sulla figura di Steve Hackett…

Inglese, classe 1950, il buon Steve ha sostituito nei Genesis il dimissionario Anthony Phillips nel corso del 1970, suonando quindi negli album “Nursery Cryme” (1971), “Foxtrot” (1972), “Selling England By The Pound” (1973), “The Lamb Lies Down On Broadway” (1974), “A Trick Of The Tail” (1976) e “Wind & Wuthering” (1976). Dopo aver pubblicato il suo primo album solista, “Voyage Of The Acolyte” (1975), Hackett lascia i Genesis nel ’77 per proseguire definitivamente come solista. Numerosi i suoi album, da “Please Don’t Touch” (1978) al recente “Wild Orchids” (2006), così come le sue collaborazioni, fra le quali ricordo il fratello John Hackett, Brian May dei Queen e Steve Howe degli Yes, col quale ha brevemente fatto parte d’una band parallela, GTR, con un solo omonimo album all’attivo, edito nel 1986. Ecco di seguito quello che ho visto & sentito ieri sera.

Antonella & io arriviamo verso le venti & venti, quando la sala dell’Auditorium De Cecco di Pescara era già piena per metà. Fortunatamente troviamo due posti in seconda fila, davanti a un conoscente che saluto. Mentre invece, appena mi sistemo sulla poltroncina rossa, mi accorgo che davanti a me ci sono due miei carissimi amici di Chieti, due scatenati fratelli, fissati con la musica peggio di me. Ovviamente, mentre aspettiamo l’inizio del concerto, previsto per le ventuno, scambio quattro chiacchiere con loro: si parla solo di musica, in particolare di Steve e dei Genesis, ovviamente, poi di Peter Gabriel, di Bryan Adams, dei Duran Duran, dei Guns N’ Roses e dei redivivi Stooges. Nel frattempo la gente ha riempito la sala & inizia ad accomodarsi in piccionaia.

Finalmente – quando l’orologio segna le ventuno & quindici – le luci si spengono, il tendone in fondo al palcoscenico si tinge d’azzurro, e Steve Hackett (t-shirt nera su pantaloni neri) entra sorridendo e salutando il pubblico. Fa un piccolo inchino, dopodiché si siede sullo sgabello, imbraccia una delle due chitarre già disposte sul palco, la accorda e poi inizia a suonare una dolce melodia in stile flamenco. Ci s’accorge subito, in pochi minuti, che Hackett è semplicemente un bravissimo chitarrista, con una finezza nel tocco assolutamente sopraffina. Al termine del brano, salutato da calorosissimi applausi (una costante per tutta la serata), Steve prende il microfono e saluta il pubblico in italiano: parlerà spesso nella nostra lingua, arrangiandosi più che discretamente. Si ricorda perfettamente della prima volta che è venuto a Pescara, nell’estate del 1999, quando il suo concerto all’aperto venne annullato per il maltempo.

E così, in perfetta solitudine, l’ex Genesis esegue una decina di brani, tratti dal suo ultimo album “Wild Orchids” (2006) e dai suoi dischi precedenti, pescando da “Bay Of Kings” (1983), “Guitar Noir” (1994), “A Midsummer Night’s Dream” (1997), “Metamorpheus” (2005), ma anche dall’omonimo album dei GTR, col brano Imagining. Ovviamente, qua & là, spruzza le sue deliziose composizioni chitarristiche coi riff più famosi del suo periodo nei Genesis, suscitando l’estasi del pubblico. In tutto utilizza a turno due tipi di chitarre, entrambe a sei corde. Conclude questa prima parte in solitaria del suo show con Horizons, una delicata ballata acustica incisa coi Genesis per l’album “Foxtrot”.

Steve viene quindi raggiunto sul palco dal fratello, il flautista John Hackett, e dal tastierista Roger King: a questo punto il tendone in fondo si tinge di rosso. Anche in questo caso, il trio esegue brani presi dalla discografia solista di Steve Hackett e altri tratti dagli album “Foxtrot”, “Selling England By The Pound” e “The Lamb Lies Down On Broadway”. Durante la performance, il tendone in fondo al palco assume altre colorazioni mentre il concerto procede impeccabile, scandìto dai calorosi applausi al termine d’ogni brano. Anche John utilizza a turno due tipi di strumenti: un flauto diritto e uno rovescio. Verso le ventitrè, i tre musicisti lasciano i loro strumenti sul palco, salutano il pubblico, riscuotono le scroscianti acclamazioni & escono lateralmente dal palco.

Subito si sentono i primi cori ‘fuori, fuori, fuori’ da parte degli spettatori. Il trio non si fa attendere e riparte per un ultimo pezzo, una sezione strumentale tratta da Firth Of Fifth, uno dei brani più memorabili dei Genesis. Al termine del concerto, una buona quarantina d’appassionati resta in attesa di poter incontrare Steve Hackett faccia a faccia, magari per farsi firmare qualche autografo. Infatti sbucano da tutte le parti i libretti di ciddì, le custodie di elleppì & gli stessi manifestini pubblicitari del concerto. Anche in questo caso, Steve non si fa attendere: sbuca dal lato opposto dal quale è uscito dal palco, solo che si trova fra noi, in platea… tutti che corrono verso di lui!

Steve si rivela d’una gentilezza & d’una disponibilità uniche per un musicista del suo calibro: firma tutti i dischi che gli vengono messi in mano e si lascia fotografare sempre volentieri. Noi riusciamo a farci autografare un biglietto (per Antonella) e le copertine di tre ciddì dei Genesis (per me). Mi faccio pure un paio di foto con lui, dopodiché gli stringo la mano, lo ringrazio & lo saluto. Ebbeh, che dire… sono molto, molto contento!

– Mat

Roger Waters

roger-waters-the-wall-immagine-pubblica-blogSu Rockol lessi nel marzo 2007 che Roger Waters aveva espresso in un’intervista il desiderio di tornare a fare concerti coi Pink Floyd. In effetti, ce l’auguravamo tutti noi fan floydiani, soprattutto dopo l’entusiasmante esibizione della band riunita in occasione del Live 8, nel luglio 2005. Tuttavia, la recente scomparsa di Richard Wright ha infranto tutti i nostri sogni. La storia dei Pink Floyd viene così consegnata una volta per tutte alla storia. Questa che segue è però la storia di Waters.

George Roger Waters, nato nel settembre 1943, è stato fra i membri fondatori, insieme con Syd Barrett, dei Pink Floyd. Dopo la fuoriuscita di Syd dalla band e l’ingresso di David Gilmour nella formazione, i Pink Floyd sono ascesi ad una popolarità mondiale grazie a dischi indimenticabili come “Atom Heart Mother” (1970), “Dark Side Of The Moon” (1973) , “Wish You Were Here” (1975) e “The Wall” (1979). Waters è stato il vero motore del gruppo: in apparenza era semplicemente il bassista, in realtà era il principale (e, col tempo, l’unico) autore dei testi e l’ideologo della band, la coscienza civile e politica del quartetto. Tuttavia, dopo la realizzazione dei progetti dedicati a “The Wall” (album, tour teatrale, film, seguito discografico con “The Final Cut”), il nostro decide di mollare la band nel 1985. Di lì a qualche anno, Roger sarà impegnato in una lunga e controversa causa legale contro Gilmour per il controllo del marchio Pink Floyd. L’avrà vinta Gilmour che, a nome Pink Floyd, realizzerà due album fra il 1987 e il 1994, mentre il nostro procederà da solo con un’interessante e coraggiosa carriera solista.

In realtà un primo progetto solista di Roger Waters, “The Body”, esce già nel 1970, in coppia col musicista scozzese Ron Geesin, per la colonna sonora dell’omonimo film-documentario sull’anatomia umana. Il primo album solista vero e proprio del nostro, comunque, esce nel 1984: intitolato “The Pros And Cons Of Hitch Hiking”, la stesura originale del disco venne creata dal nostro parallelamente a “The Wall”, nel biennio 1977-78. La realizzazione finale su album è davvero bellissima: suonato da musicisti di gran classe (fra i quali spicca Eric Clapton), “The Pros And Cons” è un lavoro perfettamente in linea con album floydiani come “Animals” (1977), “The Wall” e “The Final Cut” (1983).

Il disco successivo di Waters esce nel 1987, “Radio K.A.O.S.”: condizionato da arrangiamenti volutamente pre-programmati ed elettronici, l’album non riesce ad oscurare il coevo “A Momentary Lapse Of Reason”, dei redivivi Pink Floyd. Roger Waters avrà comunque modo di rifarsi alla grande tre anni dopo, quando realizza un’imponente riproposizione dello show di “The Wall” in occasione della caduta del muro di Berlino. Lo storico concerto, arricchito da nomi quali Van Morrison, Bryan Adams, Sinéad O’Connor, Cyndi Lauper e Scorpions, si tiene nel luglio 1990 nella Potsdamer Platz, nel cuore dell’ex capitale del Reich. Dallo show verranno tratti anche un video e un doppio elleppì.

Il terzo album di Roger Waters, “Amused To Death”, probabilmente il suo lavoro migliore in veste solista, giunge nel 1992, impreziosito da ospiti stellari come Jeff Beck, Don Henley degli Eagles e membri dei Toto. E’ purtroppo l’ultimo album realizzato finora dal nostro. I suoi lavori successivi, ovvero album dal vivo, colonne sonore e raccolte, hanno figurato diverse canzoni nuove ma finora lo straordinario “Amused To Death” rimane l’ultimo vero capitolo discografico di Waters.

In anni recenti, infatti, Roger si è dedicato più intensamente all’attività concertistica, come mai prima nella sua carriera. Ha iniziato a riproporre il repertorio floydiano (e in parte solistico) nel 1999, prima negli USA e poi nel resto del mondo, Italia compresa, dove il sottoscritto era presente, nel 2002 allo stadio Flaminio di Roma. Waters ha anche preso parte al Live Earth organizzato da Al Gore nel 2007, mentre nello stesso periodo ha dato vita ad una serie di concerti che vedevano l’esecuzione integrale di “Dark Side Of The Moon”. Un’operazione che sarà bissata nel 2010 con l’esecuzione integrale di “The Wall” (vedi QUI per i dettagli).

Unica parentesi consistente in fatto di musica registrata in studio, è stata la pubblicazione dell’opera lirica “Ca Ira” (2005), dedicata alla Rivoluzione francese. Un’ulteriore conferma della versatilità e grandiosità di questo Artista che è Roger Waters.

– Mat

(ultimo aggiornamento: 15 maggio 2010)