Seal, “Standars”, 2017

Seal Standards immagine pubblica blogAndare al negozio di dischi per comprare un certo titolo e invece sceglierne un altro, fresco fresco d’uscita, del quale non sapevo niente. E’ quel che mi è successo al principio del mese, quando mi sono inaspettatamente imbattuto in “Standards”, il nuovo album di Seal. Dato che mi sto appassionando sempre più alle canzoni del cosiddetto Great American Songbook (o Grande Canzoniere Americano, se non amate troppo gli inglesismi) e dato che lo stile di Seal m’è sempre piaciuto – sopratutto quando è alle prese con album di cover, vedi “Soul” (2008) e “Soul 2” (2011) – non ho proprio saputo resistere e così mi sono portato a casa la mia bella copia di “Standards”.

Come si evince dal titolo stesso, il nuovo album di Seal contiene una selezione di brani – undici per la precisione – che ormai sono considerati dei veri e propri standard della canzone, per l’appunto, brani che hanno fatto la gloria di artisti del calibro di Miles Davis, Ella Fitzgerald e Frank Sinatra, tanto per dirne alcuni, ed è proprio Sinatra l’interprete che in qualche modo è più rappresentato in “Standards”. L’album, fra l’altro, si apre e si chiude con due canzoni che The Voice aveva interpretato a suo tempo, ovvero Luck Be A Lady e It Was A Very Good Year: tanto spumeggiante & esuberante è la prima quanto malinconica & intimista è la seconda. In mezzo troviamo quindi la struggente Autumn Leaves, un’autentica poesia in musica (che in effetti è basata su Les Feuilles Mortes di Jacques Prevert); quel grande classico di Screamin’ Jay Hawkins chiamato I Put A Spell On You e interpretato anche, tra gli altri, da Nina Simone e Bryan Ferry; e ancora They Can’t Take That Away From Me, classicone tra i classici di George Gershwin; la Anyone Who Knows What Love Is resa celebre da Irma Thomas (un brano che, a pensarci bene, avrebbe impreziosito anche uno dei due album di Seal della serie “Soul”); quella Love For Sale di Cole Porter della quale non si contano più le cover, qui interpretata come una lussureggiante bossa nova; quell’altra My Funny Valentine di Rodgers & Hart, rifatta anch’essa da chissà quanti altri artisti (ne ricordo una cover di Sting ma anche una magnifica versione di Miles Davis del ’63); quell’altra gemma porteriana chiamata I’ve Got You Under My Skin (anch’essa ben presente nel repertorio di Sinatra); un originale di Duke Ellington chiamato I’m Beginning To See The Light e infine una versione di Smile, un brano la cui musica è opera niente meno che di Charlie Chaplin e che in passato è stata reinterpretata niente meno che da Michael Jackson.

E così tra swing, jazz, pop e nostalgia, “Standards”, decimo album da studio per Seal, si mostra subito come uno dei lavori meglio riusciti da parte del cantante inglese. Certo, così come nel caso di “Soul” e “Soul 2”, si potrebbe obiettare che molte delle canzoni contenute in “Standards” siano fin troppo fedeli alle versioni originali o quanto meno alle versioni più popolari interpretate in passato, tuttavia questa fedeltà mi sembra più che altro un punto a favore di Seal: il nostro non mostra soltanto di essere più che degno di questo repertorio, ma anche di averci saputo dare uno dei più belli e piacevoli dischi di cover mai realizzati.

Prodotto da Nick Patrick (un nome che sinceramente non conoscevo) e grandiosamente orchestrato e condotto da Chris Walden (qui alle prese con un ensemble di ben sessantacinque elementi), “Standards” mi è capitato tra le mani per puro caso, eppure è già diventato un ascolto frequente in casa mia e, di fatto, uno dei dischi più godibili che io abbia acquistato negli ultimi anni. Bravo Seal, sono sicuro che anche a quest’album, così come all’altrettanto godibile “Soul” del 2008, darai il suo bel seguito da qui a qualche anno.

-Mat

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Roxy Music, “Avalon”, 1982

roxy-music-avalon-immagine-pubblicaLa storia di oggi riguarda uno dei dischi più belli pubblicati negli anni Ottanta, “Avalon”, l’ultimo album da studio dei Roxy Music.

Già la sua epica copertina, nella foto a lato, è uno spettacolo: da tempo la mia copia in elleppì di “Avalon” fa bella mostra di sé sul comò di camera mia, a mo’ di quadro… penso che sia una delle più belle copertine mai realizzate per un disco.

Ora passiamo però alla musica, che è la cosa che qui c’interessa maggiormente. In “Avalon” abbiamo dieci canzoni che vedremo brevemente una ad una. Si parte con una delle canzoni più belle e famose degli anni Ottanta, More Than This, ed è già tutto un programma. Sono convinto che chiunque ascolti i primi secondi di questo indimenticabile brano poi dica ‘ah, questa, bella’. Non aggiungo altro, che dire, più di così… Segue The Space Between, con la base ritmica (basso massiccio, batteria secca e decisa, uso sapiente delle percussioni) in bell’evidenza, e con il sax e il discreto uso del synth che ne fanno uno dei brani più scintillanti e suadenti dei Roxy Music, soprattutto una volta che è entrata la voce di Bryan Ferry.

La successiva Avalon è l’altro brano famoso del disco, inserito in molte compilation dedicate agli anni Ottanta: un placido ritmo percussivo dal sapore caraibico, la voce rilassatissima di Ferry, la chitarra pigra e avvolgente di Phil Manzanera, la voce d’angelo della corista. Arte sopraffina per un pezzo di classe!

India, un breve brano strumentale, sembra più un abbozzo di canzone che un lavoro compiuto: l’irresistibile ritmo percussivo, unito ad un synth marpione, ne fanno comunque una canzone melodicamente valevole (stiamo pur sempre parlando di un gran disco, questo non dimentichiamolo). Poi è la volta della malinconica While My Heart Is Still Beating, arricchita dalle percussioni che contribuiscono ad alleviarne il senso di nostalgia incombente.

Abbassando la puntina del giradischi sulla seconda facciata del vinile, ecco entrare prepotentemente The Main Thing, una delle mie canzoni preferite dei Roxy Music: qui tutto è in bell’evidenza, dalla potente e trascinante base ritmica (un basso pulsante che sembra cantare da solo, delle percussioni fantastiche, una batteria secca e scandìta), i fraseggi di chitarra che esotizzano il tutto, la voce calda di Ferry. Un brano davvero molto sexy, eccellente anche se sì è alla guida (come del resto un po’ tutto “Avalon”).

Il pezzo successivo è Take A Chance With Me, che si apre con un’introduzione lenta e scandìta dai colpi (o meglio, dai tonfi) della grancassa e che poi procede con un ritmo simile all’iniziale More Than This. Un bel brano pop di classe, non c’è che dire. To Turn You On è maestosa: un ritmo medio-lento pieno di effetti percussivi, di basso saltellante, di voce piaciona di Ferry, di synth vaporoso (ma sempre discreto, davvero usato con maestria… lo suona Ferry). Gran bella canzone, bella davvero.

La successiva True To Life è semplicemente magnifica: una delle più belle di questo disco, una delle più belle dei Roxy Music, una delle più struggenti & potenti al contempo che io abbia mai sentito. Magnifica, non avrei altro aggettivo per sintetizzarla. A concludere questo straordinario calderone d’emozioni musicali che è “Avalon” ci pensa il breve strumentale di Tara, perlopiù un assolo del sax di Andy Mackay sorretto dalla tastiera di Bryan Ferry.

Come detto prima, “Avalon” è l’ultimo disco inciso in studio dai Roxy Music, che da qualche album a questa parte erano un trio composto dal superlativo Ferry, dall’ottimo Manzanera e dall’inconfondibile Mackay (nei primi due album del gruppo figurava Brian Eno, uscito dalla formazione per seguire impervie ma affascinanti vie sperimentali). Meritano comunque un plauso gli eccellenti musicisti che indubbiamente hanno contribuito (e non poco, direi) alla grandezza di questo disco: il batterista Andy Newmark, i bassisti Alan Spenner e Neil Jason e il percussionista Jimmy Maelen… a tutti un bell’undiciellode per il lavoro compiuto.