The Beatles, “Rubber Soul”, 1965

The Beatles Rubber Soul immagine pubblicaConsiderato il primo grande album dei Beatles, e non una semplice raccolta di canzoni più o meno inedite, “Rubber Soul” ha effettivamente un ruolo centrale nella discografia dei Fab Four. Pubblicato alla fine di quel 1965 che aveva visto consolidarsi la beatlemania come un vero e proprio fenomeno culturale e non soltanto discografico, “Rubber Soul” è lo specchio sonoro dei Beatles nel loro più importante momento di transizione. I cinque dischi che l’avevano preceduto – “Please Please Me” (1963), “With The Beatles” (1963), “A Hard Day’s Night” (1964), “Beatles For Sale” (1964) e “Help!” (1965) – rappresentavano gli anni giovanili, per così dire, mentre quelli che gli sarebbero immediatamente succeduti – “Revolver” (1966) e “Sgt. Pepper” (1967) – avrebbero rappresentato il culmine di quel periodo sperimentale, più adulto, che proprio con “Rubber Soul” aveva iniziato ad affacciarsi.

Eppure il nostro album ha avuto una genesi del tutto particolare che, in realtà, non lasciava presagire nessun capolavoro. Anzi. All’epoca, secondo il contratto sottoscritto con la EMI, i Beatles dovevano dare alle stampe almeno quattro singoli e due album all’anno, e così, dopo aver recitato nel film “Help!”, fatto pubblicare il relativo album-colonna sonora e intrapreso l’inevitabile tour internazionale, i Beatles erano tornati agli studi di Abbey Road il 12 ottobre.

L’obiettivo era ovviamente di realizzare il secondo album annuale per la EMI, e quindi un disco “dovuto” più che artisticamente “sentito” dalla band. E quel contratto non veniva certo sospeso quando l’ispirazione latitava e la stanchezza ci metteva del suo. Si partì infatti da Run For Your Life, un debole country pop dal fastidioso testo sessista, una canzone che qualcosa doveva alla Baby Let’s Play House di Elvis Presley e che resta, secondo la mia modestissima opinione, la peggiore dei Beatles (vedi QUI).

Quello stesso 12 ottobre, se non altro, i Beatles incisero anche una prima versione della splendida Norwegian Wood (This Bird Has Flown), una canzone acustica ideata da John Lennon e realizzata col fondamentale contributo di Paul McCartney. Dal canto suo, George Harrison, la cui effettiva partecipazione a Run For Your Life è incerta, si distingue qui per la sua esecuzione al sitar che, a quanto pare, segna la sua prima comparsa non solo in un pezzo dei Beatles ma anche in un pezzo pop in generale. La canzone è passata almeno per altri due rifacimenti prima di debuttare su “Rubber Soul”, mentre la prima versione di quel 12 ottobre è stata pubblicata trent’anni dopo col progetto “Anthology”.

Quella dell’indomani, il 13 ottobre, fu la prima seduta dei Beatles ad andare oltre la mezzanotte, inaugurando una pratica, quella delle incisioni notturne, che presto sarebbe diventata uno standard nella metodologia in studio dei Fab Four. Il motivo di tanto daffare? Il vivace rock-soul di Drive My Car, che quindi venne scelto come brano d’apertura di “Rubber Soul”. A quanto pare, il contributo di George all’arrangiamento fu determinante, dato che quello inizialmente proposto da Paul “somigliava” un po’ troppo a Respect di Otis Redding.

Cominciata il 16 ottobre con la sola parte ritmica, If I Needed Someone allargava la formazione fino a comprendere il produttore George Martin (qui all’armonium), per un pezzo che tuttavia “ricorda” The Bells Of Rhymney dei Byrds. Fin qui, insomma, il nuovo album dei Beatles non si stava certamente rivelando come quel capolavoro acclamato che tutti conosciamo. Le cose però cambiarono il 18 ottobre, quando in studio fece la comparsa In My Life, il vero capolavoro di “Rubber Soul” e una delle canzoni più belle di tutti i tempi. Con Paul McCartney e George Martin a dividersi le parti di piano elettrico, fu tuttavia Martin a prodursi nel barocco assolo a metà canzone. Tra il 21 e il 22 venne quindi ultimata la ben nota Nowhere Man, vale a dire la terza perla nata da un’idea di Lennon a comparire nelle sedute di registrazione dell’album.

Più laboriosa risultò invece la registrazione di I’m Looking Through You: messa su nastro una prima volta il 24 ottobre, fu sottoposta ad ulteriori rifacimenti il 6 e il 10 novembre. Con Ringo Starr all’organo, oltre che alla batteria e al tamburino, resta incerta l’effettiva partecipazione di George Harrison al brano. La prima versione del 24 ottobre, quando ancora la canzone non presentava quella sorta di bridge che comincia con le parole “Why, tell me why…”, è stata tuttavia inclusa in “Anthology 2”.

Iniziata e finita il 3 novembre, Michelle è con buona probabilità un’esecuzione solista di McCartney. E ciò nonostante, Lennon ha dato un contributo importante a questa canzone tanto celebre, compreso il “prestito” da I Put A Spell On You di Nina Simone (quando Paul canta “i love you, i love you, i loooove you…”)

Registrata il 4 novembre con Ringo alla voce solista, la country What Goes On è in realtà un’idea di John risalente almeno al ’63. In quella stessa seduta venne anche registra 12 Bar Original, un blues strumentale dagli oltre sei minuti di durata e ancora con George Martin all’armonium. Omessa dall’album, 12 Bar Original è stata inclusa trent’anni dopo in “Anthology 2”, sebbene in una versione editata a meno di tre minuti.

Think For Yourself, secondo e ultimo contributo autoriale di Harrison all’album, fu registrata l’8 novembre e si avvale di due parti di basso, una delle quali distorta col fuzz-box. In quella stessa seduta venne anche registrato l’audio per l’annuale flexi disc natalizio da regalare agli iscritti inglesi al Fan Club Ufficiale di Beatles, tra chiacchiericcio scherzoso, riproposizione semiseria di vecchi standard natalizi e stonature e buffonerie su brani originali, tra cui una dissacrante Yesterday.

Sentendo il fiato dei discografici sul collo perché “il nuovo album dei Beatles” doveva uscire in tempo per lo shopping natalizio, i nostri si gettarono a capofitto in una seduta-maratona tra il 10 e l’11 novembre nella quale vennero incise e ultimate altre quattro canzoni: The Word (con Martin nuovamente all’armonium), You Won’t See Me (presumibilmente basata su It’s The Same Old Song dei Four Tops), Wait (recuperata dopo un primo tentativo di registrazione del 17 giugno precedente, nel pieno delle sedute d’incisione di “Help!”) e quindi la migliore delle tre, ovvero Girl. Quest’ultima, a un certo punto, figurava anche una parte di chitarra trattata con distorsore ad opera di George; scartata infine dal mix definitivo, mostra che anche in vista delle scadenze i Beatles non risparmiavano sulle sperimentazioni.

Fin qui abbiamo visto le quattordici canzoni che finirono nell’edizione inglese di “Rubber Soul”. In America le cose andarono però diversamente: la Capitol pensò infatti di escludere Nowhere Man dall’album per pubblicarla invece su singolo, mentre due brani esclusi dalla versione americana di “Help”, ovvero I’ve Just Seen A Face e It’s Only Love, furono scelti a discapito di altrettanti brani sacrificati a loro volta da “Rubber Soul”. In pratica, togliendo ogni volta un paio di pezzi da ogni nuovo album dei Beatles e quindi inserendovi quelli pubblicati solo sui singoli inglesi, quei furbacchioni della Capitol potevano permettersi il lusso di pubblicare via via ulteriori “nuovi album dei Beatles”, in una pratica di montaggio e rimontaggio che i Beatles detestavano ma alla quale non potevano opporsi.

The Beatles Yesterday And Today Butcher CoverSentendosi carne da macello, i nostri escogitarono qualche mese dopo una grottesca trovata: si fecero fotografare proprio da macellai, con tanto di pezzi di carne rossa in bella vista e pezzi di bambole smembrate. Il tutto per una di quelle compilation americane che i Beatles “dovevano” alla Capitol, “Yesterday And Today”. Stiamo parlando della famigerata “butcher cover”, che è un pezzo di storia beatlesiana che meriterebbe forse un post a sé. Qui concludo dicendo che “Rubber Soul”, e forse proprio per l’effetto della “butcher cover” che venne ovviamente censurata in America, fu l’ultimo album dei Beatles ad apparire con due differenti scalette nei mercati al di qua e al di là dell’Atlantico.

-Mat

Il mio Miles Davis

miles-davisNell’acquistare ogni disco che suscitava il mio interesse non ho badato (quasi mai) a spese. Contrariamente all’opinione comune, sborsare una ventina di euro per un ciddì non mi sembra una follia, come se l’edizione fresca di stampa d’un qualsiasi libro non ci alleggerisse di altrettanti soldini (e nonostante un’IVA decisamente più bassa). Eppure, chissà perché, non sento nessuno lamentarsi del caro-libri, se non a settembre, nei confronti dei libri di testo scolastici. Per me è una follia spendere 600 euro per un telefono, ecco il punto, senza parlare di chi spende allegramente 30mila euro per il più fesso degli status symbol: l’automobile.

Qualche follia, però, l’ho fatta anch’io, in particolare per i dischi di Miles Davis, probabilmente l’artista per cui ho speso più soldi. “Colpa” anche di quelle magnifiche edizioni Sony uscite tra il 1996 e il 2007, quei cofanetti da quattro, cinque, sei o addirittura sette ciddì con la rilegatura laterale in metallo che li tiene a mo’ di libro. Io non mai ho saputo resistere e, nel giro di pochi anni, sono andato a comprarmeli tutti, questi cofanetti deluxe, comprese le ristampe “economiche” riproposte di recente con le sole custodie cartacee. Dannata Sony, hai stampato e ristampato di tutto, bastava che recasse il nome Miles Davis sopra! E io ci sono cascato in pieno, facendo la gioia dei vostri geni del marketing! Ma me ne sono pentito? NO.

Anche la Warner Bros, che ha avuto Miles Davis sotto contratto nei suoi ultimi cinque anni di vita (1986-1991), ci è andata giù abbastanza pesantemente. Mi pubblica un costoso cofanetto da 20 (venti!) ciddì contenente tutte le sue esibizioni al Montreux Jazz Festival? Ebbene, io sono andato a comprarmelo! E le incisioni Blue Note? Le Capitol? Le Prestige? Tutte, prese tutte! La mia debolezza sentimentale, tuttavia, è per le etichette di proprietà della Sony, ovvero quelle che coprono gli anni d’incisione 1955-1985, un trentennio tondo tondo di musica straordinaria che, per quanto mi riguarda, rappresenta la più bella avventura musicale del secondo dopoguerra, seconda forse a quella dei Beatles.

Ecco, volevo scrivere un post più biografico su Miles Davis, in questo 2016 che segna il novantesimo anniversario della nascita e il venticinquesimo della morte, e non scrivendo dei dischi. Almeno non ora. Però, a ben vedere, i dischi sono l’unica cosa che posso vantare a proposito dell’universo di Miles Davis giacché, per questioni anagrafiche, ho iniziato a interessarmi all’arte e alla figura del celeberrimo trombettista soltanto molti anni dopo la sua morte.

A breve mi piacerebbe ripubblicare quanto scritto sulle precedenti incarnazioni di questo modesto blog; i miei “archivi segreti” contengono cinque post originariamente pubblicati tra il maggio 2008 e il maggio 2009, più l’abbozzo d’un sesto. Con le dovute revisioni, vorrei riproporli qui nelle settimane prossime, non perché particolarmente memorabili ma perché forse non saprei fare di meglio. Sarà inoltre un’occasione per lasciarmi ispirare nello scrivere qualche nuovo post. Ad ogni modo, mi riserverò una “milesdavizzazione” di Immagine Pubblica che forse ho rinviato anche troppo, un po’ come la “freddiemercuryzzazione” degli scorsi mesi. Tra un post e l’altro, come sempre, avremo comunque modo di parlare d’altro.

-Mat

The Beach Boys, “Pet Sounds”, 1966

LP_OUT-P1_output.pdfApparso sul blog Parliamo di Musica il 15 dicembre 2006, rivisto e quindi ripubblicato il 23 novembre 2007, il post che segue è la terza versione d’un mio scritto che considero più un insieme di appunti che una recensione in senso stretto. Mi riferisco, ad ogni modo, a “Pet Sounds”, il capolavoro dei Beach Boys, uno di quei dischi per me imprescindibili, che la scorsa estate ha compiuto la bellezza di 50 anni.

Ritenuto una pietra miliare nella storia della musica moderna, “Pet Sounds” è uno dei pochissimi dischi (se non l’unico…) degli anni Sessanta a mostrare un’inventiva pari al “Sgt. Pepper” dei Beatles. E’ proprio col mitico quartetto inglese che in quegli anni gli americani Beach Boys avevano ingaggiato una cordiale competizione: entrambi i gruppi stavano tentando di realizzare il disco più straordinario che creatività & tecnologia permettessero di concepire in studio. Iniziano i Beatles con “Rubber Soul” (1965), rispondono i Beach Boys con “Pet Sounds” (1966), replicano i Beatles con “Revolver” (1966) e, mentre i Beach Boys stavano per replicare a loro volta, i Fab Four se ne escono con “Sgt. Pepper” (1967). Per Brian Wilson, cervello creativo nonché produttore e direttore musicale dei Beach Boys, è il tracollo definitivo. Pare che, dopo aver gettato alle ortiche l’album “Smile”, depresso, abbia passato a letto i due anni successivi, mentre il resto della band è comunque andato avanti senza di lui. Ma questa è un’altra storia, e mi piacerebbe affrontarla in un post che sto già scrivendo.

Oggi parliamo d’un disco, “Pet Sounds” per l’appunto, che indipendentemente dai paragoni coi capolavori beatlesiani è davvero uno degli album più belli mai prodotti. Un album che vanta una ricchezza sonora tuttora stupefacente: orchestre, organi, pianoforti, fisarmoniche, vibrafoni, chitarre, fiati di vario tipo, percussioni assortite e, come nello stile di questa band, un intreccio sopraffino tra voci soliste e cori. Quelle di “Pet Sounds”, insomma, suonano sì come delle canzoni inconfondibilmente pop ma si tratta d’un pop registrato in maniera tanto originale da porsi in una categoria a sé. La prima volta che ho ascoltato l’album, nel 2001 se non ricordo male, ho sì avvertito di essere alle prese con un lavoro inciso molti anni prima ma, al tempo stesso, mi sono reso conto di non aver mai sentito niente del genere e che questa musica è un eccellente diversivo al sound contemporaneo. E’ davvero in una categoria a sé, in una dimensione temporale dove il concetto di “anni Sessanta”, con tutti gli annessi & connessi del caso, conta davvero poco.

the-beach-boys-the-pet-sounds-sessions-cofanetto-1996Col tempo mi sono così appassionato a “Pet Sounds” che sono andato a procurarmi un cofanetto da 4 ciddì che agognavo in realtà da anni: “The Pet Sounds Sessions”, pubblicato dalla Capitol/EMI nel 1996 per celebrare i trent’anni dell’album originale. All’epoca non lo sapevo, ma quel cofanetto faceva debuttare la prima vera edizione stereo di “Pet Sounds”, opportunamente remasterizzata con la stessa supervisione di Brian Wilson. Nel box è infatti compreso, in un ciddì a parte, l’album originale così come era stato inizialmente distribuito, ovvero in mono, mentre gli altri tre dischi figurano tutte le canzoni “rielaborate” in stereofonia e tutta una serie di provini e versioni alternative – all’epoca era un materiale decisamente raro, se non del tutto inedito – delle tredici canzoni originali dell’album.

Prima in programma è la gradevolissima Wouldn’t It Be Nice, una delle canzoni più famose dei Beach Boys, e una delle pochissime in “Pet Sounds” a mostrare pienamente il sound scanzonato della produzione precedente dei nostri, quella compresa fra gli anni 1961-65. Già con la successiva You Still Believe In Me, infatti, tutto cambia: il ritmo rallenta, l’atmosfera si fa più introspettiva, sembra quasi d’ascoltare un canto natalizio nel calore casalingo. Poi è la volta della grandiosa That’s Not Me, una delle canzoni migliori dei Beach Boys: grande arrangiamento, grande prova vocale (sia solista che corale) e una melodia indimenticabile. Segue la distesa e dolcissima Don’t Talk (Put Your Head On My Shoulder), altro brano memorabile di questo disco incredibile, forte d’una bella prova vocale solista. Successivamente troviamo l’allegra e tambureggiante I’m Waiting For The Day, seguita dal sognante Let’s Go Away For A While, un brano strumentale. Sloop John B, edito come singolo, è un altro pezzo memorabile, il quale, anch’esso come Wouldn’t It Be Nice, ricorda la prima produzione dei Beach Boys. La canzone più rappresentativa e celebrata di “Pet Sounds” è però quella che segue, ovvero la magnifica God Only Knows: senza dubbio si tratta di una delle canzoni d’amore in chiave pop più belle di tutti i tempi, senza null’altro da aggiungere. Anche I Know There’s An Answer è un’altra grande canzone e, come per la maggior parte delle tracce di questo disco, è ricca di un’inventiva sonora strepitosa. E’ quindi la volta del saltellante Here Today, un brano che, a dispetto dei continui cambi di tempo, non perde nulla del suo senso melodico. Segue la commovente I Just Wasn’t Made For These Times, dove Brian Wilson esprime senza mezzi termini il suo disagio interiore: oltre al titolo della canzone, è significativo il refrain in cui canta “sometimes i feel very sad”. L’eponimo Pet Sounds è invece un gradevole strumentale dall’andamento alquanto caraibico, mentre la struggente Caroline No è la canzone conclusiva, appassionata e toccante, con gli ultimi 40 secondi a sfumare con un treno che passa mentre dei cani abbaiano in sottofondo.

the-beach-boys-pet-sounds-50-anni-cofanettoCi sarebbero tantissime altre cose da dire su “Pet Sounds”, come ad esempio l’efficace alternarsi delle voci soliste tra i vari brani, o anche in uno stesso brano, come dimostrano i confronti tra le edizioni mono e stereo dell’album o le versioni alternative del cofanetto. Se, per fare un unico esempio, la dolce voce di Carl Wilson è la protagonista di God Only Knows, nel box possiamo ascoltare la stessa versione cantata però da Brian. Non mi dilungo oltre: “Pet Sounds” è un album grandissimo, un capolavoro assoluto che si lascia scoprire un po’ di più ad ogni ascolto e che consiglio a chiunque voglia arricchire la propria collezione di dischi con una gemma preziosa. Anzi, fidatevi di me: acquistate direttamente il cofanetto, che tra l’altro nei mesi scorsi è stato ristampato con l’aggiunta d’un disco live.

-Mat

Jimi Hendrix, “Band Of Gypsys”, 1970

jimi-hendrix-band-of-gypsys-immagine-pubblicaCome ho già scritto in qualche altro post, non sono un grande fan dei dischi dal vivo (anche se a furia di sentire Miles Davis in tutto il suo fulgore elettrico mi sto ricredendo). Comunque, fra quei pochi live che ascolto con una certa frequenza & autentica gioia c’è “Band Of Gypsys”, l’ultimo album realizzato da Jimi Hendrix: un live muscoloso e sanguigno, insolitamente funk per chi conosce solo i tre album da studio realizzati dal celebre chitarrista mancino con l’Experience, tuttavia – forse proprio per questo – il suo disco migliore. Chissà.

La nostra banda di zingari – registrata in presa diretta nel Capodanno del 1970 al celebre Fillmore East di Nuova York – altro non è che un formidabile trio costituito dal bassista Billy Cox, dal batterista/cantante Buddy Miles e, ovviamente, dal chitarrista/cantante Jimi Hendrix. L’ultimo album realizzato da Jimi, s’è detto, dato che “Band Of Gypsys” venne pubblicato dalla Capitol nell’aprile ’70, cinque mesi prima della sua morte. La performance immortalata su disco comprende soltanto sei canzoni (in realtà il trio suonò per quattro set fra il 31 dicembre ’69 e il giorno dopo*), sei brani inediti (per l’epoca) che tracciavano una nuova direzione musicale per il chitarrista di Seattle: impelagato da vecchi vincoli contrattuali, in rotta col management, indeciso se resuscitare l’Experience, insoddisfatto e drogatissimo, Jimi concepì un modo più viscerale & terrestre di fare rock, con meno concessioni alla psichedelia e maggior apertura all’innata anima funk della musica nera, una dimensione sonora nella quale potesse fondere il rock col blues, il soul e – forse – anche il jazz orchestrale, tanto che Jimi Hendrix iniziò un ‘dialogo’ con Miles Davis e Gil Evans che s’interruppe solo con la prematura morte del chitarrista.

Dopodiché una marea d’incisioni inedite, più o meno autorizzate dalla famiglia Hendrix, di qualità non sempre eccelsa e, talvolta, di dubbia provenienza. Ad ogni modo, comunque, mi piace pensare che il vero testamento artistico di Jimi sia proprio “Band Of Gypsys”, l’opera incompiuta d’una grande carriera artistica rimasta a sua volta tragicamente incompiuta. Vediamo quindi le sei lunghe canzoni che compongono quest’album dal vivo.

Cantata da Jimi Hendrix con l’accompagnamento vocale di Buddy Miles, Who Knows è un’irresistibile escursione funk-blues di oltre nove minuti. La nerboruta linea di basso adottata da Billy Cox e l’implacabile batteria di Buddy sono la piattaforma di lancio da cui la chitarra del leader – viscerale & tagliente – parte per i suoi memorabili assoli. Ecco, basterebbero i nove minuti abbondanti di Who Knows per giustificare i soldi spesi per l’acquisto di questo disco.

Più fumosa e diradata l’atmosfera generale di Machine Gun, una delle tante canzoni rock ispirate alla guerra del Vietnam, all’epoca un inferno in pieno svolgimento. Il brano è una piccola epopea – dodici minuti e passa – dove la chitarra di Jimi, piena d’effetti e distorsioni, imita le incursioni aeree, i lanci di bombe e le esplosioni sul tormentanto suolo asiatico. Un pezzo straordinario, Machine Gun, una delle vette artistiche di Hendrix, secondo me.

Them Changes è la prima delle due canzoni presenti in “Band Of Gypsys” scritte da Buddy Miles. A lui spetta quindi il ruolo di cantante, in quello che è un soul-rock dalle forti venature blues e heavy, con un bel interludio dove la band cerca tutto l’appoggio del pubblico. A differenza dei due brani precedenti, Them Changes rientra comunque nella più canonica durata dei cinque minuti.

Power Of Soul presenta grossomodo lo schema dell’iniziale Who Knows: solida ritmica in tempo medio scandìta dal basso groovy di Cox e dalla batteria puntuale (ma divertita) di Miles, con Hendrix superbamente a suo agio con una chitarra che sembra squarciare la dimensione stessa del suono. Molto immediato il ritornello – ‘with the power of soul, anything is possible’ – quasi un mantra, per un brano che procede per emozionanti saliscendi e brevi sequenze stop/start.

Ben più convenzionale dei pezzi visti fin qui, Message Of Love è il momento più leggero del disco, suonato comunque con grande enfasi da un Jimi Hendrix che non si risparmia, soprattutto nel lungo assolo centrale. Ultimo in programma, We Gotta Live Together è il secondo contributo autoriale di Buddy Miles all’album, che conferma una dimensione più accessibile e apertissima all’interazione col pubblico, che pare gradire e divertirsi almeno quanto il formidabile trio che sta suonando.

Per concludere, “Band Of Gypsys” è un live album robusto e vitale, godibilissimo anche oggi, a quasi quarantanni di distanza dalla sua prima edizione, uno di quei dischi – evvivaddio – che è sempre un piacere spararsi a tutto volume con lo stereo.

(*se non ricordo male, esiste anche un cofanetto con l’esibizione integrale della Band Of Gypsys al Fillmore East)

– Mat

Prince, “Emancipation”, 1996

prince-emancipation-immagine-pubblica“Emancipation” è l’incredibile triplo album che quel genio di Prince ha dato alle stampe nel 1996, quando rinnegava il suo nome e si faceva identificare da un fantasioso simbolo grafico. Ci vogliono le palle per pubblicare un disco doppio, figuriamoci un triplo… in questo caso sono tre ciddì da sessanta minuti di durata ciascuno, per un totale di tre ore di musica.

Non recensirò ogni singola canzone dell’opera – ne sono trentasei – ma affronterò quelle che più mi sembrano valide. Prima però lasciatemi dire che “Emancipation” è l’album che segna una nuova fase artistica nella storia di Prince: dopo aver rotto con la Warner Bros, questo nuovo capitolo princiano è il solo pubblicato dalla Capitol-EMI ed è anche il primo album di Prince a figurare cover di canzoni di altri artisti.

Numerosi sono gli stili musicali racchiusi in “Emancipation”: funk, rock, jazz, soul, dance, elettronica, ballate, rap, hip-hop, ambient, il tutto però è stato confezionato con notevole amalgama… insomma, nonostante le sue tre ore di durata, “Emancipation” è un lavoro straordinariamente organico, composto da un artista in piena libertà espressiva (le mani che spezzano le catene in copertina sono emblematiche). Vabbene, fatta questa premessa, vediamo da vicino una selezione delle trentasei tracce di questo lavoro.

La canzone d’apertura è Jam Of The Year, elegante e caldo brano da club impreziosito da una vecchia conoscenza di Prince, la cantante soul Rosie Gaynes. Segue Right Back Here In My Arms, brano funk-rap che secondo me si pone fra i migliori mai proposti dal folletto di Minneapolis. Se la melodica Somebody’s Somebody è un’autentica perla, cantata dal nostro con intensità e passione, la breve Courtin’ Time è invece una veloce divagazione swing-jazz, seguìta a sua volta dalla dolcissima Betcha By Golly Wow!: cover d’un brano degli Stylistics, Betcha è una romantica canzone che Prince ha coraggiosamente scelto come primo singolo estratto da “Emancipation”.
Straordinariamente atmosferica White Mansion, una notevole ballata che si pone fra le migliori canzoni del nostro. Altra deliziosa cover con la lenta e romantica I Can’t Make You Love Me, seguìta dai ritmi hip-hop di Mr. Happy, un brano che figura anche un bel rap ad opera di Scrap D.

Passando al secondo ciddì, troviamo un’altra dolce ed orecchiabile melodia con One Kiss At A Time. Se la gentile Curious Child sembra una ballata medievale (tanto atipica per lo stile di Prince quanto immediatamente riconoscibile come una sua canzone), la successiva Dreamin’ About U si rivela non solo come una delle canzoni più belle di “Emancipation” ma come una delle migliori di Prince: su una base irresistibilmente sognante e sensuale, la voce del nostro è poco più che un sussurro, mentre nel ritornello è ben più accentuata (da segnalare il grande assolo di basso eseguito da Rhonda Smith).
Con The Holy River siamo alle prese col secondo singolo: un soffice brano pop-rock, adattissimo all’ascolto in macchina, forte d’una melodia coinvolgente, d’un bel ritornello e d’un grandioso assolo finale di chitarra ad opera dello stesso Prince. Segue la delicata Let’s Have A Baby, brano soul cantato dal nostro col suo inconfondibile falsetto, la cui strumentazione è ridotta al solo piano accompagnato dal basso. Bella anche la successiva Saviour, elegante e rilassata, perfetta quando si guida al tramonto.

La percussiva e corale Slave c’introduce al terzo e ultimo ciddì di quest’autentica epopea princiana, inaugurato appunto da questo secco e trascinante pezzo funk. Ritmi marcatamente danzerecci per New World, una sonorità che mi ricorda i brani che Prince ha scritto per la colonna sonora del film “Batman” (1989).

Altra cover di gran classe con la rilassata La, La, La Means I Love U, seguìta dalla calda atmosfera da club di Style, un brano decisamente funky impreziosito dal sax di Eric Leeds, collaboratore storico di Prince. Ancora funk (sebbene spruzzato di ritmi dance) con la successiva Sleep Around, così come My Computer, comunque più melodica e impreziosita dalla voce di Kate Bush.

Con One Of Us siamo invece alle prese con l’ultima delle cover proposte nell’album: è una bella e famosa canzone d’una meteora degli anni Novanta, Joan Osborne, interpretata da Prince con estrema naturalezza e disinvoltura (sarò di parte, ma questa versione – decisamente rock – mi piace più dell’originale). Espressamente dedicata ad un ‘lost friend’, la successiva The Love We Make è invece una dolente ma imponente ballata, ennesimo grande numero dell’album in questione.

Quelli che ho appena cercato di descrivere sono i brani di “Emancipation” che più ritengo validi, anche se devo ammettere che non c’è una canzone veramente brutta in questo monumentale album. Oggi “Emancipation” è venduto a prezzi stracciatissimi, rivelandosi come uno degli album più sottovalutati degli anni Novanta… se fosse uscito solo tre anni prima, sono sicuro che oggi se ne parlerebbe come di una pietra miliare.

– Mat

Bee Gees

bee-gees-immagine-pubblica-blogIo i Bee Gees li ho sempre amati! La loro musica ha attraversato cinque decenni e ognuno di essi li ha visti protagonisti con grandi album e bellissime canzoni. Negli anni Sessanta, ad esempio, se ne uscirono con I’ve Gotta Get A Message To You, Words , World, I Started A Joke e First Of May, nei Settanta con le ormai immortali You Should Be Dancing, Stayin’ Alive, How Deep Is Your Love, Night Fever, More Than A Woman e Tragedy, negli Ottanta con You Win Again e Wish You Were Here, nei Novanta con For Whom The Bell Tolls e Alone, e nel nuovo millennio con This Is Where I Came In.

Ma di canzoni a dir poco memorabili, i tre fratelli Gibb ne hanno tirate fuori a bizzeffe in tutti questi anni, sia come gruppo, sia come solisti ma anche come autori / produttori di altri artisti, gente del calibro di Barbra Streisand, Diana Ross, Céline Dion, Kerry Rogers, Dionne Warwick, Elton John, tanto per dire i primi nomi che mi sovvengono.

Il nome Bee Gees sta per B e G, ovvero Brothers Gibb, dove i fratelli in questione sono Barry, Robin e Maurice (questi ultimi due sono gemelli). C’era anche un quarto fratello, il più giovane, Andy Gibb, il quale ha avuto anche lui un certo successo commerciale a cavallo degli anni Settanta e Ottanta. Purtroppo Andy morì nel 1988 per complicazioni cardiache dovute ai suoi eccessi, mentre nel 2003 fu la volta di Maurice, stroncato da una malformazione congenita all’intestino. Ma non è di morte che voglio parlare perché i Gibb ci hanno sempre proposto delle canzoni straordinariamente vitali, e tuttora attuali, anche quelle incise all’inizio della loro carriera.

Una carriera che, incoraggiata dal padre Hugh, inizia in Australia nella seconda metà degli anni Sessanta, col singolo Spicks & Specks che vola già al 1° posto della classifica. Poi i Gibb tornano nella terra natìa, la Gran Bretagna, e si preparano a conquistare le classifiche mondiali con brani come Massachusetts, To Love Somebody, How Can You Mend A Broken Heart, Run To Me, Jive Talking, Nights On Broadway e tante altre, e con album come “Bee Gees’ First” (1967)”, “Horizontal”, “Idea” (entrambi del ’68), “Odessa” (1969), “Cucumber Castle” (1970, coi Bee Gees ridotti a duo dopo la breve defezione di Robin), “2 Years On” (sempre nel ’70), “Trafalgar” (1971), fino a quello che per molti è il miglior disco dei Gibb, “Main Course” (1975).

Nel 1976 esce “Children Of The World” che anticipa quella svolta disco che si compirà alla grande l’anno dopo, con le canzoni scritte ed interpretate per la colonna sonora de “La Febbre del Sabato Sera”. Musiche e film strafamosi in tutto il pianeta. I Bee Gees si ripetono nel 1979 con “Spirits Having Flown”, poi negli anni Ottanta la loro produzione sarà meno prolifica: preferiranno assumere un profilo più basso per scrivere/produrre per altri artisti, con Robin che ottiene un discreto successo come solista (il singolo Juliet del 1983 è famosissimo). Qualche anno prima anche Andy iniziò ad ottenne grandi riconoscimenti, grazie all’album “Flowing Rivers” (1977) e a fortunati singoli quali Love Is Thicker Than Water, Shadow Dancing e An Everlasting Love.

Negli Ottanta gli album veri e propri dei Bee Gees sono soltanto tre, “Living Eyes” (1981), “E.S.P.” (1987) e “One” (1989), mentre nei Novanta escono altri tre da studio – “High Civilization” (1991), “Size Isn’t Everything” (1993) e “Still Waters” (1997) – e un album live, “One Night Only” (1998). Tutto materiale che non fa che confermare un’impressione già netta: passano gli anni, passano le tendenze, cambiano gli stili, ma i fratelli Gibb non perdono nulla della loro innata classe. Nel 2001 i Bee Gees tornano con l’ottimo “This Is Where I Came In”, seguìto dall’eccellente “The Record/Their Greatest Hits” (2002), un doppio ciddì antologico da urlo.

Attorno alla metà del decennio, i Bee Gees hanno finalmente ottenuto il pieno controllo artistico-editoriale sul loro catalogo discografico: una libertà che ha già dato alcuni frutti nel corso del 2006, con le splendide ristampe rimasterizzate dei loro primi tre album, seguita nel 2009 dal nuovo remaster di “Odessa” con tanto di cofanetto, tutte ad opera della Warner Bros. Negli anni successivi, tuttavia, complice probabilmente un cambiamento di management alla Warner, ma anche alcuni dissidi tra Barry e Robin, le uniche pubblicazioni ufficiali dei Bee Gees sono state soltanto raccolte. Nel 2012, infine, anche Robin è venuto a mancare, mentre era nel bel mezzo della composizione di nuovo materiale e nella riproposizione del catalogo storico, stavolta della sua produzione solistica. Un nuovo passaggio di consegne tra case discografiche, dalla Warner alla Capitol, annunciato sul finire del 2016, lascia tuttavia ben sperare per una nuova valorizzazione del catalogo storico dei Bee Gees, magari proprio in concomitanza, nel 2017, del quarantennale de “La Febbre del Sabato Sera”. Resto in fiduciosa attesa.

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Dave Mustaine

dave-mustaine-megadethIl tostissimo Dave Mustaine, leader incontrastato dei tostissimi Megadeth, ha una storia alquanto curiosa che merita di essere raccontata, seppur per sommi capi.

Il nostro è un chitarrista-cantante californiano, classe 1961, che nei primi anni Ottanta fa parte di una band chiamata Metallica in compagnia di Lars Ulrich (batteria), James Hetfield (chitarrista-cantante anch’egli) e Cliff Burton (basso). Ma la compagnia non sembra gradirlo molto e lo sbatte fuori nel 1983, poco prima d’incidere il primo album dei Metallica, “Kill ‘Em All”. Pare che Mustaine si drogasse tantissimo e per questo il temibile duo Ulrich-Hetfield lo avesse messo alla porta: in realtà, Dave non era soltanto un bravissimo chitarrista ma anche un prolifico autore… è la solita storia dei troppi galli nel pollaio.

Tuttavia, nel primo e nel secondo album dei Metallica, alcune canzoni sono accreditate anche a Mustaine, che viene quindi rimpiazzato da Kirk Hammett: i reciproci crediti autoriali si ripetono anche nell’album “Killing Is My Business… And Business Is Good!”, il primo album dei Megadeth. Sì, perché il nostro non perde tempo e mette su un altro gruppo, i Megadeth, per l’appunto. Mentre sono in procinto d’incidere il secondo album, i Megadeth vengono contattati da una major discografica, la Capitol-EMI, che pubblica così il fantastico “Peace Sells… But Who’s Buying?”. Quest’album, uscito nel 1986, è una pietra miliare del metal anni Ottanta: rientra in quel filone chiamato progressive-metal perché Mustaine e l’altro grandissimo chitarrista che l’accompagna, Chris Poland, s’inventano una tessitura che cambia più volte tempo e atmosfera ad una velocità incredibile. La forza d’urto è tremenda, ascolare Wake Up Dead per credere!

Nel corso del 1987 le cose cambiano: Mustaine sbatte fuori il bravissimo Poland a causa della sua crescente tossicodipendenza (certo che farsi cacciare da Mustaine per una cosa simile risulta un po’ comica) e dà vita ad una seconda formazione dei Megadeth (nel corso degli anni la storia si ripeterà spesso, avrete capito tutti che Mustaine è il padrone assoluto in casa Megadeth): al principio del 1988 esce quindi “So Far, So Good… So What!”, il terzo album della band americana. E’ l’album dei Medageth che preferisco: si apre con uno strumentale da brividi, Into The Lungs Of Hell, che ricorda un tema western di Ennio Morricone in chiave metal. Segue Set The World Afire, un’esperienza sonora sconvolgente… mi mette la pelle d’oca se l’ascolto mentre sono al volante. Segue ancora Anarchy In The U.K. (cover dei Sex Pistols, alla quale partecipa Steve Jones, chitarrista degli stessi) e poi la fantastica Mary Jane. L’altro brano memorabile è In My Darkest Hour, che Mustaine scrive all’indomani della morte di Cliff dei Metallica… pare che il povero Cliff fosse l’unico col quale Dave fosse rimasto in buoni rapporti.

Il successivo album dei Megadeth, il grandioso “Rust In Peace” (1990), segna una svolta nella carriera della band: i ritmi rallentano, il suono è più un potente hard rock che un metal, dovuto all’importante cambiamento occorso alla vita di Dave. Durante l’anno, il nostro si fa beccare drogato alla guida dell’auto: si becca una grossa multa e la condanna alla riabilitazione. Ma anche Dave si rende conto che si è spinto troppo oltre e accetta di buon grado la cura disintossicante. Negli anni successivi, Dave si sposa, ha dei figli, ritrova la fede religiosa… insomma, inizia a fare il bravo padre di famiglia e la cosa traspare inevitabilmente anche nella sua musica, che si fa via via più accessibile: l’album del ’92, “Countdown To Extinction”, vola infatti al 2° posto della classifica USA.

Da qualche parte ho letto che era meglio il Mustaine degli anni Ottanta, quello eroinomane che produceva della musica potente ed unica, mentre i suoi dischi successivi (diciamo quelli compresi fra il già citato “Countdown” e “The World Needs A Hero” del 2001), per quanto pregevoli, non hanno aggiunto più nulla. Anche per me, i primi quattro album dei Megadeth sono superiori, ma non posso però contestare la scelta d’un uomo che ha deciso d’uscire dal tunnel e di mettere la testa a posto. E poi, a parte il cambiamento della scena musicale negli anni Novanta, c’è da dire che anche le rockstar più sfrenate invecchiano… è difficile mantenere una rabbia credibile quando si ha un lauto conto in banca.