Dennis Wilson, “Pacific Ocean Blue”, 1977

dennis wilson pacific ocean blue immagine pubblica blogMemore di un’entusiastica recensione che lessi una decina d’anni fa a proposito del ritorno sul mercato discografico di “Pacific Ocean Blue”, in occasione del suo trentennale, mi ricordai così di acquistare l’album quando me lo trovai inaspettatamente davanti, qualche anno dopo, rovistando tra gli scaffali d’un negozio di dischi dalle mie parti. Si tratta del primo album solistico d’un componente dei Beach Boys, ovvero di Dennis Wilson, che probabilmente resta anche l’album più bello d’un Wilson in veste solista.

Ebbene sì, Dennis, il più scapestrato dei fratelli Wilson, quello che almeno nei dischi più acclamati dei Beach Boys era stato un comprimario o poco più, quello con le amicizie pericolose e sempre alle prese coi tipici eccessi da rockstar (fino all’inevitabile morte tragica quando era ancora giovane, a trentanove anni, nel 1983), è il sorprendente autore d’un autentico capolavoro di musica contemporanea. Prodotto dallo stesso Wilson con Gregg Jakobson e interamente registrato nello studio di famiglia di Santa Monica (California), “Pacific Ocean Blue” contiene dodici brani originali dalla durata media di tre minuti ognuno. E’ molto meno pop di quanto si potrebbe facilmente supporre, anzi è più lento e più d’atmosfera di ciò che i formidabili successi dei Beach Boys che tutti noi conosciamo ci indurrebbe a ritenere. E’ una commistione più unica che rara di ballate pianistiche, gospel, soul e rock. Su tutto, l’inconfondibile voce di Dennis Wilson, roca e inevitabilmente segnata dagli abusi, ma sempre appassionata e a suo modo vera.

E così i dodici brani in programma, dall’iniziale River Song alla conclusiva End Of The Show, scorrono via che è un incanto, in un tutto unico attraversato anche da momenti di grande lirismo, come nel caso di Moonshine, di Thoughts Of You, di Time. Non manca una certa impressione di opera incompiuta che si avverte chiaramente in più d’un brano, come se la canzone in questione (ad esempio Friday Night, per dirne una) sfumasse quando avrebbe potuto continuare altrimenti; ma anche questo contribuisce al fascino d’un disco così atipico come è appunto “Pacific Ocean Blue”.

Tra i vari partecipanti all’album, tra cui ricordo il bassista Jamie Jamerson e il batterista Hal Blaine, non mancano all’appello altri componenti dei Beach Boys, sia in veste di autori (come il fratello Carl Wilson e il cugino Mike Love) che di coristi (Bruce Johnston). Non manca, inoltre, Karen Lamm Wilson, all’epoca moglie di Dennis (una delle tre o quattro che il Beach Boy ha avuto), che contribuisce sia ai cori che alla scrittura di alcuni brani.

Al momento della sua uscita, nel settembre ’77, “Pacific Ocean Blue” entrò a malapena nella Top 100 americana, sparendo del tutto dopo sole otto settimane, e non fortuna migliore trovarono i due singoli estratti, You And I e River Song. Ma successo a parte, questo è un disco che si ascolta ancora straordinariamente bene dopo tanti anni e del quale, evidentemente, non si è ancora smesso di parlare.

La copia in mio possesso è una bella ristampa del 2010 contenente tre brani aggiuntivi ma consiglio a tutti, anche a me stesso, l’acquisto della riedizione deluxe in doppio ciddì che la Sony ha distribuito nel 2008 in occasione del trentennale dell’album.

-Mat

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The Beach Boys, “Pet Sounds”, 1966

LP_OUT-P1_output.pdfApparso sul blog Parliamo di Musica il 15 dicembre 2006, rivisto e quindi ripubblicato il 23 novembre 2007, il post che segue è la terza versione d’un mio scritto che considero più un insieme di appunti che una recensione in senso stretto. Mi riferisco, ad ogni modo, a “Pet Sounds”, il capolavoro dei Beach Boys, uno di quei dischi per me imprescindibili, che la scorsa estate ha compiuto la bellezza di 50 anni.

Ritenuto una pietra miliare nella storia della musica moderna, “Pet Sounds” è uno dei pochissimi dischi (se non l’unico…) degli anni Sessanta a mostrare un’inventiva pari al “Sgt. Pepper” dei Beatles. E’ proprio col mitico quartetto inglese che in quegli anni gli americani Beach Boys avevano ingaggiato una cordiale competizione: entrambi i gruppi stavano tentando di realizzare il disco più straordinario che creatività & tecnologia permettessero di concepire in studio. Iniziano i Beatles con “Rubber Soul” (1965), rispondono i Beach Boys con “Pet Sounds” (1966), replicano i Beatles con “Revolver” (1966) e, mentre i Beach Boys stavano per replicare a loro volta, i Fab Four se ne escono con “Sgt. Pepper” (1967). Per Brian Wilson, cervello creativo nonché produttore e direttore musicale dei Beach Boys, è il tracollo definitivo. Pare che, dopo aver gettato alle ortiche l’album “Smile”, depresso, abbia passato a letto i due anni successivi, mentre il resto della band è comunque andato avanti senza di lui. Ma questa è un’altra storia, e mi piacerebbe affrontarla in un post che sto già scrivendo.

Oggi parliamo d’un disco, “Pet Sounds” per l’appunto, che indipendentemente dai paragoni coi capolavori beatlesiani è davvero uno degli album più belli mai prodotti. Un album che vanta una ricchezza sonora tuttora stupefacente: orchestre, organi, pianoforti, fisarmoniche, vibrafoni, chitarre, fiati di vario tipo, percussioni assortite e, come nello stile di questa band, un intreccio sopraffino tra voci soliste e cori. Quelle di “Pet Sounds”, insomma, suonano sì come delle canzoni inconfondibilmente pop ma si tratta d’un pop registrato in maniera tanto originale da porsi in una categoria a sé. La prima volta che ho ascoltato l’album, nel 2001 se non ricordo male, ho sì avvertito di essere alle prese con un lavoro inciso molti anni prima ma, al tempo stesso, mi sono reso conto di non aver mai sentito niente del genere e che questa musica è un eccellente diversivo al sound contemporaneo. E’ davvero in una categoria a sé, in una dimensione temporale dove il concetto di “anni Sessanta”, con tutti gli annessi & connessi del caso, conta davvero poco.

the-beach-boys-the-pet-sounds-sessions-cofanetto-1996Col tempo mi sono così appassionato a “Pet Sounds” che sono andato a procurarmi un cofanetto da 4 ciddì che agognavo in realtà da anni: “The Pet Sounds Sessions”, pubblicato dalla Capitol/EMI nel 1996 per celebrare i trent’anni dell’album originale. All’epoca non lo sapevo, ma quel cofanetto faceva debuttare la prima vera edizione stereo di “Pet Sounds”, opportunamente remasterizzata con la stessa supervisione di Brian Wilson. Nel box è infatti compreso, in un ciddì a parte, l’album originale così come era stato inizialmente distribuito, ovvero in mono, mentre gli altri tre dischi figurano tutte le canzoni “rielaborate” in stereofonia e tutta una serie di provini e versioni alternative – all’epoca era un materiale decisamente raro, se non del tutto inedito – delle tredici canzoni originali dell’album.

Prima in programma è la gradevolissima Wouldn’t It Be Nice, una delle canzoni più famose dei Beach Boys, e una delle pochissime in “Pet Sounds” a mostrare pienamente il sound scanzonato della produzione precedente dei nostri, quella compresa fra gli anni 1961-65. Già con la successiva You Still Believe In Me, infatti, tutto cambia: il ritmo rallenta, l’atmosfera si fa più introspettiva, sembra quasi d’ascoltare un canto natalizio nel calore casalingo. Poi è la volta della grandiosa That’s Not Me, una delle canzoni migliori dei Beach Boys: grande arrangiamento, grande prova vocale (sia solista che corale) e una melodia indimenticabile. Segue la distesa e dolcissima Don’t Talk (Put Your Head On My Shoulder), altro brano memorabile di questo disco incredibile, forte d’una bella prova vocale solista. Successivamente troviamo l’allegra e tambureggiante I’m Waiting For The Day, seguita dal sognante Let’s Go Away For A While, un brano strumentale. Sloop John B, edito come singolo, è un altro pezzo memorabile, il quale, anch’esso come Wouldn’t It Be Nice, ricorda la prima produzione dei Beach Boys. La canzone più rappresentativa e celebrata di “Pet Sounds” è però quella che segue, ovvero la magnifica God Only Knows: senza dubbio si tratta di una delle canzoni d’amore in chiave pop più belle di tutti i tempi, senza null’altro da aggiungere. Anche I Know There’s An Answer è un’altra grande canzone e, come per la maggior parte delle tracce di questo disco, è ricca di un’inventiva sonora strepitosa. E’ quindi la volta del saltellante Here Today, un brano che, a dispetto dei continui cambi di tempo, non perde nulla del suo senso melodico. Segue la commovente I Just Wasn’t Made For These Times, dove Brian Wilson esprime senza mezzi termini il suo disagio interiore: oltre al titolo della canzone, è significativo il refrain in cui canta “sometimes i feel very sad”. L’eponimo Pet Sounds è invece un gradevole strumentale dall’andamento alquanto caraibico, mentre la struggente Caroline No è la canzone conclusiva, appassionata e toccante, con gli ultimi 40 secondi a sfumare con un treno che passa mentre dei cani abbaiano in sottofondo.

the-beach-boys-pet-sounds-50-anni-cofanettoCi sarebbero tantissime altre cose da dire su “Pet Sounds”, come ad esempio l’efficace alternarsi delle voci soliste tra i vari brani, o anche in uno stesso brano, come dimostrano i confronti tra le edizioni mono e stereo dell’album o le versioni alternative del cofanetto. Se, per fare un unico esempio, la dolce voce di Carl Wilson è la protagonista di God Only Knows, nel box possiamo ascoltare la stessa versione cantata però da Brian. Non mi dilungo oltre: “Pet Sounds” è un album grandissimo, un capolavoro assoluto che si lascia scoprire un po’ di più ad ogni ascolto e che consiglio a chiunque voglia arricchire la propria collezione di dischi con una gemma preziosa. Anzi, fidatevi di me: acquistate direttamente il cofanetto, che tra l’altro nei mesi scorsi è stato ristampato con l’aggiunta d’un disco live.

-Mat