David Bowie, “Low”, 1977

david-bowie-low-immagine-pubblica-blogPrimo album della celeberrima trilogia berlinese assieme a “Heroes” (1977) e “Lodger” (1979), “Low” (1977) è semplicemente uno dei dischi di David Bowie che più amo, ed è inoltre quello che ritengo il migliore dei tre. E’ un lavoro che in questo 2017 ha già compiuto quarant’anni ma che resta ancora moderno, concettualmente interessante e, cosa ancora più importante, musicalmente godibile.

In realtà inciso più in Francia che in Germania, la genesi di “Low” può partire tuttavia dagli Stati Uniti, dove un Bowie decadente di ventotto anni, tra eccessi e follie, è comunque impegnato su due fronti col film “L’uomo che cadde sulla terra”: ne è infatti sia l’attore protagonista che l’autore della colonna sonora. Nonostante le buone intenzioni, tuttavia, quest’ultima non verrà portata a termine, con i nastri originali che verranno “riciclati” per il successivo progetto discografico di David, per l’appunto “Low”.

Supportato dagli ottimi Dennis Davis (batteria, percussioni), Carlos Alomar (chitarra) e George Murray (basso), Bowie si affida inoltre ad altri due preziosissimi collaboratori, ancora una volta al geniale produttore Tony Visconti e per la prima volta a quel mago delle ambientazioni sonore che è Brian Eno. Completato già nel corso del ’76, “Low” vide la luce soltanto l’anno dopo, giacché la casa discografica, la RCA, lo riteneva troppo d’avanguardia e quindi poco appetibile commercialmente.

David mette subito le cose in chiaro fin dal primo brano: Speed Of Life è uno strumentale funk-rock pesantemente contaminato dai suoni elettronici, una sorta d’introduzione che fa già capire fin dove si è spinta la ricerca musicale di Bowie rispetto al suo celebrato glam rock dei primi anni Settanta. La secca & percussiva Breaking Glass è invece cantata, ma gli innesti elettronici non mancano, così come i cambiamenti di tempo, col tutto che si traduce in una forma canzone che travalica i confini standard del pop-rock.

Se la briosa e avvolgente What In The World è in pratica un piacevolissimo duetto tra David Bowie e Iggy Pop, la successiva Sound And Vision (uno dei singoli estratti dall’album e, per la cronaca, una delle mie canzoni bowiane preferite) presenta un ritmo delizioso, arricchito da campionamenti, atmosfere elettroniche & una grande prestazione vocale del nostro; alla voce troviamo la moglie di Visconti, quella Mary Hopkin nota soprattutto per Those Were The Days. Più distesa è invece Always Crashing In The Same Car, anch’essa caratterizzata da ritmica pesante ed effetti tecnologici in primo piano. Segue quindi una gran bella canzone, Be My Wife, forse la più convenzionale del disco (infatti è stata pubblicata pure su singolo), forte d’un ritornello in stile disco & da viscerali assoli di chitarra.

A New Career In A New Town, un saltellante strumentale contraddistinto dall’uso trattato dell’armonica a bocca (suonata dallo stesso Bowie), funge da introduzione al lato più sperimentale di “Low” (sull’elleppì originale è l’intero lato B), che parte con quella che secondo me è la traccia migliore dell’album, ovvero Warszawa: questo stupendo requiem composto dal duo Bowie-Eno (e credo interamente eseguito da esso) in onore della capitale polacca – effettivamente visitata in treno dal nostro – è semplicemente una delle canzoni più belle & suggestive del catalogo bowiano. Senza voler sminuire il resto del lavoro, forse la sola presenza di Warszawa giustifica l’acquisto di “Low”.

Completamente strumentale, Art Decade ci regala un’ambientazione alquanto notturna & meditabonda, sembra proprio una colonna sonora, seguìta a sua volta da Weeping Wall, ancora più interessante: l’uso simultaneo di percussioni e tastiere sembra ricordare un effetto di pioggia che cade a catinelle sul muro di Berlino, mentre uno straziante & lontano assolo di chitarra sottolinea la tetraggine del paesaggio circostante. Seppur strumentale, in Weeping Wall la voce di Bowie è chiaramente udibile, e anche in questo caso – come in Warszawa – usata come se fosse uno strumento essa stessa.

Un disco straordinario come “Low” non poteva che concludersi con un brano straordinario, ovvero Subterraneans, un’altra sorta di requiem. E’ un brano dolente, malinconico ma anche imponente, col sax e la voce di Bowie che eseguono delle parti evocative e struggenti. E i testi? Tutte le liriche di “Low” sono più o meno attraversate dal male di vivere, dal disagio e da una certa depressione; non manca tuttavia la voglia di riscattarsi e di trovare una vita d’uscita, magari proprio attraverso la musica e l’arte.

-Mat (novembre 2006 – febbraio 2017)

Bowie a Berlino

thomas-jerome-seabrook-libro-bowie-immagine-pubblicaNegli Usa è fresco di stampa “Bowie In Berlin: A New Career In A New Town”, un libro di Thomas Jerome Seabrook che documenta il celebre periodo berlinese di David Bowie.

Come tutti i grandi fan di David sanno, Bowie si traferì con Iggy Pop a Berlino nel 1976, dopo un periodo di dissolutezze a Los Angeles. Lì diede vita ad alcuni dei suoi album più famosi e immaginifici – “Low” e “Heroes” ma anche “The Idiot” e “Lust For Life” sotto il nome di Iggy Pop. Ad accompagnarlo in studio però non c’era il solo Iggy, bensì un’indiviabile squadra di talenti, fra cui Brian Eno, Robert Fripp, Carlos Alomar e Tony Visconti.

Il periodo berlinese di David Bowie è un argomento che mi ha sempre affascinato e spero vivamente che questo nuovo libro venga presto tradotto anche per il mercato italiano. Anche se, porcalamiseria, devo ancora procurarmi l’imponente enciclopedia bowiana curata da Nicholas Pegg

– Mat

David Bowie, “Heroes”, 1977

david-bowie-heroes-immagine-pubblica-blogEccoci al secondo capitolo della trilogia di album che David Bowie ha realizzato in collaborazione con Brian Eno tra il 1977 e il 1979. Qualche post fa si è parlato di “Low“, uscito nel ’77, mentre oggi è la volta di “Heroes”, pubblicato nello stesso anno. Come già detto, nel ’76 Bowie si traferisce a Berlino e qui dà vita al suo periodo artistico più sperimentale e immaginifico: “Heroes” è l’album della trilogia che più risente dell’atmosfera berlinese, essendo l’unico dei tre ad essere stato realizzato completamente nella storica città tedesca, all’epoca segnata ancora dal muro divisorio tra Est e Ovest.

Bowie si affida allo stesso team col quale aveva creato il precedente “Low”: il grande Tony Visconti alla produzione, gli ottimi Carlos Alomar (chitarra), George Murray (basso) e Dennis Davis (batteria e percussioni), un chitarrista d’eccezione che è quel mago di Robert Fripp e, ovviamente, il re delle ambientazioni sonore, quel genio di Brian Eno. Anche “Heroes”, come “Low”, è suddiviso in due parti: sul lato A dell’elleppì originale troviamo le canzoni più ‘convenzionali’ (anche se questo termine poco si addice all’arte di Bowie), sul lato B troviamo invece le composizioni più sperimentali. Ma adesso passiamo alle singole tracce di “Heroes”.

L’album inizia con un botto, una canzone potente e incalzante chiamata Beauty And The Beast: quando l’ascoltai per la prima volta capii immediatamente da dove provenivano tutti i suoni new-wave e dark dei miei artisti preferiti. Basta già la sola Beauty And The Beast per accorgersi di quanto Bowie (grazie anche ai suoi preziosi collaboratori) si trovasse avanti rispetto ai suoi colleghi e/o rivali del tempo.

La successiva Joe The Lion è un altro bel pezzo movimentato ma quello che segue è il pezzo forte dell’album, l’omonima Heroes. Penso che la conosciate un po’ tutti, è davvero una delle canzoni più famose e più belle di Bowie: potente e melodica al tempo stesso, struggente e sperimentale in equal misura, senza dubbio uno dei vertici artistici del nostro (la versione su singolo è un edit di tre minuti e mezzo, mentre questa raggiunge i sei minuti).

Poi i ritmi rallentano con la bella e dolente Sons Of The Silent Age, che mi sembra una attualizzazione disincantata di Life On Mars? (stupenda canzone del 1971, pubblicata sull’album “Hunky Dory”). La successiva Blackout è una grande canzone che, come l’iniziale Beauty And The Beast, prefigura il sound che la musica pop-rock assumerà di lì a qualche anno. Grandissima e basta. Con V-2 Schneider entriamo nel lato più sperimentale di “Heroes”: un pulsante ritmo elettronico ci porta in una dimensione nuova che Bowie ci fa esplorare per la prima volta nella sua discografia; come in tante altre volte tra i solchi della trilogia berlinese, qui la voce di David è usata come un puro strumento.

Poi è la volta d’una sequenza interessantissima e superba, ovvero tre brani ambient nel quale Brian Eno sembra farla da padrone (anche se Bowie c’è e si sente… si sente eccome!): sono l’inquietante Sense Of Doubt, l’orientaleggiante Moss Garden e la dolente Neukoln (dal nome di un sobborgo berlinese all’epoca piuttosto degradato). Tre brani d’atmosfera bellissimi, collegati tra loro, con Bowie e Eno che ci prendono per mano e ci portano in territori all’epoca del tutto inesplorati.

Un viaggio emozionante che infine ci conduce in Arabia. L’ultimo brano del superlativo “Heroes” è infatti The Secret Life Of Arabia, che ci riporta ad una forma-canzone più abituale: un suadente ritmo funky-esotico, con una grande prova vocale di David… davvero una delle gemme artistiche del nostro.

Tra “Low” e “Heroes” non saprei veramente dire quale dei due sia il migliore: senza dubbio però stiamo parlando di due capolavori, tra i cinque dischi più belli mai realizzati da David Bowie (e imperdibili per tutti i veri fanatici del rock). Su “Heroes” posso aggiungere solo che la presenza di Eno è più evidente (ed infatti lui ottiene più crediti compositivi, tra cui la coautorialità con Bowie del brano Heroes) rispetto a “Low”: una collaborazione che si farà ancor più fitta nell’atto finale di questa trilogia, l’album “Lodger” (1979).

Iggy Pop, “The Idiot”, 1977

iggy-pop-the-idiot-immagine-pubblica-blogAvendo avuto l’oscuro piacere d’ascoltarlo ieri notte, oggi pomeriggio mi sembra proprio l’occasione buona per parlare di uno dei miei album preferiti, “The Idiot”. Il disco in questione, pubblicato dalla RCA nel 1977, è accreditato a Iggy Pop, anzi è il suo primo vero album solista dopo lo scioglimento degli Stooges.

In realtà “The Idiot” è un’opera nata dalla collaborazione tra due enormi talenti che apprezzo moltissimo: Iggy Pop, ovviamente, e l’immenso David Bowie, che produce l’album. Bowie, inoltre è coautore di tutte le canzoni, suona il piano, le tastiere & il sax, contribuisce ai cori e mixa il tutto. Altra aspetto interessante: si parla spesso del periodo berlinese di Bowie, che ha fruttato la splendida trilogia di “Low” (1977), “Heroes” (1977) e “Lodger” (1979), ma bisogna considerare che anche “The Idiot” è stato inciso a Berlino, nel corso del 1976, mentre Bowie incideva il suo “Low”. A questo punto si tratta d’un poker fantastico di album berlinesi… certo, aggiungendovi “Lust For Life” (il seguito di “The Idiot”) ed escludendo “Lodger” che in realtà non è stato registrato a Berlino… ma la cosa si complica, per cui passiamo per ora ad una breve recensione del solo “The Idiot”.

Si parte con un brano piuttosto notturno, chiamato inequivocabilmente Sister Midnight: con le parti di chitarra di Carlos Alomar in bell’evidenza, la canzone è una lenta danza ipnotica che fa subito capire con quale tipo di sonorità abbiamo a che fare in questo lavoro. Segue il rock strisciante ma irresistibilmente funky di Nightclubbing, una delle canzoni più coinvolgenti di Pop, che forse molti ricordano nella colonna sonora del film “Trainspotting”. Poi è la volta di Funtime, un trascinante brano funk-punk dove si sente chiaro & forte il coro di Bowie; anche questa canzone verrà inclusa in una colonna sonora, per il film “Miriam Si Sveglia A Mezzanotte”, interpretato dallo stesso Bowie con una bellissima Catherine Deneuve.

Il quarto brano è Baby, sintetico & tenebroso ma assolutamente irresistibile e molto melodico, seguìto da una delle canzoni che più amo, China Girl: invito calorosamente tutti quelli che vogliono conoscere Iggy Pop ad ascoltare questo brano di rock decadente ad alto volume. China Girl resta una delle migliori creazioni del duo Pop-Bowie, forte d’un testo interpretato con la tipica sfontatezza di Iggy ma adagiato su una musica potente ed innovativa al tempo stesso, tipica del Bowie di quegli anni. Poi è la volta della pesante Dum Dum Boys, la canzone più convenzionalmente rock del disco, anche qui col coro di Bowie ben evidente (sul canale destro degli speaker) e poi ancora c’è Tiny Girls, una breve & struggente ballata dall’andamento circolare, con il sax di David come principale protagonista. Gli oltre sette minuti della ben più elettronica Mass Production chiudono l’album su note dissonanti che ci regalano un testo colmo di sarcasmo, in quella che è un’epica espressione fifty-fifty fra Bowie e Pop.

L’atmosfera complessiva di “The Idiot” è notturna, cupa & opprimente, coi testi sempre in bilico tra disperazione & sarcasmo. Il tutto suona incredibilmente avanti per i suoi tempi: come per gli album “Low” e “Heroes” di Bowie, “The Idiot” sembra un disco inciso negli anni Ottanta (prestare attenzione al suono della batteria, in particolare), un lavoro davvero straordinario, forse un po’ sottovalutato ma fra i migliori che io possegga nella mia collezione di dischi.

Per finire, alcuni aneddoti… Sister Midnight è stata ripresa da Bowie per il suo album “Lodger”, dopo averne riscritto il testo e presentandola quindi col nome di Red Money. Bowie ha anche riproposto China Girl: la sua è una cover magnifica che s’avvale di musicisti d’eccezione (si trova sull’album “Let’s Dance” del 1983), mentre il buon David sfoggia una delle sue migliori prove vocali. Peter Murphy dei Bauhaus chiude il suo album del 1988, “Love Hysteria”, con una bella cover di Funtime, mentre Martin Gore dei Depeche Mode ripropone una suggestiva versione di Tiny Girls nel suo album “Counterfeit2” (2003). Ultimo aneddoto, piuttosto macabro… prima di togliersi la vita, Ian Curtis, il cantante dei Joy Division, ascolta “The Idiot” e mentre questo compie trentatrè giri lui decide di farla finita.

– Mat