The Glove, “Blue Sunshine”, 1983

the-glove-blue-sunshine-the-cure-siouxsie-and-the-bansheesE’ stata davvero una bella sorpresa, per me, l’ascolto di “Blue Sunshine”, l’unico album accreditato a The Glove, una sigla che cela i nomi di Robert Smith dei Cure e Steven Severin dei Siouxsie And The Banshees. Semplicemente non credevo che fosse così bello, ecco!

Sapevo da anni di questo disco, un album più sperimentale e dal sapore psichedelico, ma è solo dopo la sua recente ristampa in formato deluxe che ho deciso di comprarmene una copia, sul finire dell’anno scorso.

La storia di quest’inedito progetto musicale dovrebbe essere nota ai fan dei Cure – ne ho già parlato nel post biografico sui Cure e in questa recensione – tuttavia qualche breve cenno di riepilogo ci sta bene: nel corso del 1983 i Cure non se la passavano affatto bene e Robert Smith – voce, chitarra e mente creativa del noto gruppo inglese – tentò di formare una nuova band, stavolta un duo, con un musicista che apprezzava anche umanamente e che aveva gusti artistici in comune, Steven Severin, per l’appunto, bassista dei Banshees nonché componente centrale dell’altro noto gruppo inglese. L’idea però non piaceva a Chris Parry, manager dei Cure verso il quale il buon Robert aveva ancora degli stretti obblighi contrattuali: e così il perfido Parry proibì a Smith di cantare più di due canzoni che avrebbero formato il primo album dei Glove.

Fu così che Severin & Smith, per ridurre al minimo le influenze altrui sul proprio lavoro, ricorsero per il ruolo di cantante ad una totale sconosciuta, tale Jeannette Landray, all’epoca ragazza di Budgie, il batterista dei Banshees. Jeannette cantò quindi in ben sei delle dieci composizioni Severin/Smith, dato che due restavano strumentali e altre due venivano cantate da Smith. In realtà nelle versioni dimostrative delle canzoni, messe su nastro ad uso privato, la voce di Robert Smith si sente forte & chiara non solo nei brani successivamente affidati a Landray ma anche in quei due che infine sono stati editi come strumentali. Questo materiale, più qualche altra ghiotta chicca, è stato inserito nel ciddì aggiuntivo alla recente riedizione di “Blue Sunshine”: insomma, dal 2006 è finalmente possibile non soltanto ascoltare la versione rimasterizzata di “Blue Sunshine” con tanto dei brani che apparivano solo sui lati B dei singoli, ma anche di avere un’idea precisa di quello che sarebbe stato l’album con Smith come unico cantante. Ora torniamo però al disco così come venne inteso per la pubblicazione nel lontano 1983…

Col minimo supporto di qualche musicista esterno – fra cui Andy Anderson, all’epoca batterista dei Cure – il duo Severin/Smith scrisse, arrangiò, suonò e produsse quest’album tanto peculiare che è “Blue Sunshine” e che adesso vedremo brano dopo brano.

Si comincia con Like An Animal (scelta anche come primo singolo), una delle sei canzoni cantate dall’impassibile e bassa voce della Landray: ritmo veloce, musica molto percussiva e strumentazione avvolgente in quella che è una sorta d’anticipazione più elettronica di In Between Days, il brano d’apertura del curiano “The Head On The Door”. Al termine di Like An Animal possiamo ascoltare alcuni secondi di The Man From Nowhere, brano strumentale non accreditato che ricompare in altri punti dell’album come breve raccordo fra le canzoni.

Decisamente più rilassata è la successiva Looking Glass Girl, una canzone dalle atmosfere sognanti ed epiche; a mio avviso è uno dei momenti più belli di questo disco. Un andamento più sensuale ci viene invece offerto da Sex-Eye-Make-Up, un brano che sarebbe stato perfetto in un album di Siouxsie And The Banshees, così come la seguente Mr. Alphabet Says sarebbe stata perfetta in un album dei Cure di quel periodo: quest’ultimo infatti è uno dei due brani qui presenti affidati alla voce più unica che rara di Robert Smith; la musica è alquanto tetrale, una sorta di piccola marcia dove a farla da padrone sono il piano, i violini e la viola.

La riflessiva ma calda sonorità di A Blues In Drag rappresenta invece il primo dei due momenti strumentali inclusi in “Blue Sunshine”; una bella prova A Blues In Drag, ricorda un po’ alcune sonorità del bowiano “Low” ma dal retrogusto più ottimista. Con Punish Me With Kisses, edita come secondo singolo, ritroviamo la voce della Landray in quella che pare una versione più lenta e sognante di Ceremony dei Joy Division; in effetti la somiglianza è più evidente nella seconda parte della canzone e sul finale… a ben guardare (o meglio, sentire…) la musica di Robert Smith è molto debitrice nei confronti del sound dei Joy Division e della sua successiva incarnazione, i New Order

This Green City è una sognante ma propulsiva composizione, molto adatta mentre si guida in un paesaggio d’aperta campagna avvolto dalla foschia. Questo è uno dei brani in cui si avverte maggiormente la nostalgia della voce di Smith… con lui This Green City avrebbe guadagnato cento punti! Segue Orgy, un brano più tribale, anzi dalle sonorità alquanto orientaleggianti. Non è una cattiva canzone, tuttavia è quella che meno apprezzo in quest’album.

Con l’etnico e sinuoso techno-pop di Perfect Murder ritroviamo il buon Robert alla voce in quello che è un pezzo molto rappresentativo del sound complessivo dell’album: orientamento pop, attenzione alle melodie, uso di strumenti poco convenzionali, commistione di stili sonori e un vivace spruzzo di psichedelia. La strumentale e conclusiva Relax può suggerire tutto fuorché il significato del suo titolo: il suo sovrapporsi di strumenti, vocii & effetti d’ogni sorta in sequenza circolare e vagamente minacciosa (una specie di Revolution 9 dei Beatles mi viene da pensare) sembra più che altro la musica d’un vecchio film dell’orrore.

A chi fosse interessato all’acquisto di “Blue Sunshine”, consiglio caldamente la ristampa in doppio ciddì del 2006, che oltre a contenere (come già detto) una versione demo dell’intero disco cantato da Robert Smith, include anche altri inediti interessanti, i lati B dei singoli – fra i quali l’avvolgente Mouth To Mouth, presente anche nella versione cantata da Smith – e alcune versioni estese e/o remixate degli stessi singoli. Insomma, per una volta tanto un lavoro veramente completo a proposito d’un disco che non dispiacerà affatto ai veri fan dei Cure e dei Banshees.

– Mat

The Cure

the-cureGià mi sono occupato dei Cure nelle pagine virtuali di questo blog, recensendo alla bellemmeglio alcuni loro album (e di altri mi piacerebbe parlare in futuro). Però non ho mai dedicato un post biografico al noto gruppo dark-pop inglese: ecco quindi un punto della situazione, con la speranza di aver rimediato decentemente.

Fin dagli esordi nella seconda metà degli anni Settanta, quando la band si chiamava ancora The Easy Cure, la formazione dei nostri subiva continui cambi che la trasformò da quartetto a quintetto, fino a diventare un trio, fra il ’78 e il ’79. E’ per l’appunto come trio che il gruppo, perso ‘Easy’ e diventato ufficialmente The Cure, debutta professionalmente al principio del 1979 col singolo Killing An Arab, seguìto qualche mese dopo dall’album “Three Imaginary Boys”. Già allora il capo indiscusso dei Cure era il cantante/chitarrista Robert Smith, un tipo assolutamente particolare, un personaggio unico & inconfondibile nel panorama musicale, l’anima stessa dei Cure in tutti questi anni d’attività. All’epoca, tuttavia, i Cure avevano un manager-padrone chiamato Chris Parry che molto influì sulla vicenda storica & artistica del gruppo: già scopritore dei Jam di Paul Weller, Parry consolidò grazie al successo in classifica di questi ultimi la sua posizione nella casa discografica Polydor, sebbene si fece sfuggire i Clash. Non così avvenne coi Cure, quindi, che mise sotto contratto e che distribuì per un’etichetta nuova di zecca in seno alla stessa Polydor, la Fiction Records, che pubblicherà le nuove uscite dei nostri fino al 2004.

Non ho mai imparato tutti i nomi dei componenti dei Cure che via via hanno condiviso con Smith i palcoscenici di mezzo mondo e gli studi di registrazione più blasonati, tuttavia nel 1982, dopo aver dato alle stampe altri tre album, alquanto darkettoni se non proprio gotici, ovvero “Seventeen Seconds” (1980), “Faith” (1981) e il ben più celebrato “Pornography” (1982), i Cure di fatto si sciolgono dopo essere venuti alle mani fra loro. Tensioni interne, uso di droghe, un successo che sembrava scemare, il rapido cambio dello scenario musicale seguìto all’esplosione del fenomeno punk nel 1977, le pressioni da parte di Parry affinché i Cure diventassero più appetibili commercialmente… insomma un’atmosfera non certo salubre & rilassata per un personaggio sensibile & creativo come Smith.

Tuttavia, convinti ancora una volta da Parry, i Cure risorgono entro quel fatidico 1982, seppur con una formazione ridotta a duo, vale a dire lo stesso Smith col fido Lol Tolhurst: il risultato sono due singoli dall’appeal appositamente più commerciale e cioè la danza sintetica di The Walk e il melodico funk-pop di Let’s Go To Bed. I due brani ottengono il risultato sperato in classifica, spazzando anche l’immagine dark della band, ma di lì a poco Smith rinnega quella svolta, coi due componenti del gruppo che prendono strade separate per cercare di schiarirsi le idee.

Robert Smith intensifica così i suoi rapporti d’amicizia e professionali con Siouxsie And The Banshees diventando un membro di quel gruppo a tutti gli effetti. Passa un altro po’ di tempo e Smith e il bassista di questi ultimi, Steven Severin, provano a formare un nuovo gruppo dato che pure i Banshees attraversano brutte acque. L’inedito progetto del duo Smith/Severin adotta quindi il nome di The Glove ma Chris Parry, pur sempre legato contrattualmente a Smith, non gradisce il sodalizio del suo protetto con Severin e gli proibisce di cantare più di due canzoni nel primo (e unico) album dei Glove, l’interessante “Blue Sunshine”, edito nel 1983. In effetti la voce di Smith è assolutamente unica & perfettamente riconoscibile: Parry voleva continuare ad associare quella voce ad un unico marchio, The Cure per l’appunto, e così sarà.

Dopo aver realizzato un album da studio coi redivivi Banshees, “Hyaena” (1984), Smith abbandona quindi il gruppo di Siouxsie e rifonda i Cure. In realtà la rinascita della band avviene già sul finire dell’83, con l’irresistibile singolo The Lovecats, seguìto dall’album “The Top” nel 1984. Non è un capolavoro, “The Top”, ma di sicuro è l’album che incanala una volta per tutte i Cure (guidati da Smith con chi via via lo affiancherà in studio e sui palchi) verso una rinascita artistica che li porta a sfornare una serie di album memorabili: l’eccitante “The Head On The Door” nel 1985, l’ambizioso “Kiss Me Kiss Me Kiss Me” nel 1987, lo splendido “Disintegration” nel 1989, il superlativo “Wish” nel 1992, l’ecclettico “Wild Mood Swings” nel 1996 e lo straordinario “Bloodflowers” nel 2000.

In mezzo raccolte antologiche, dischi dal vivo, album di remix, reinterpretazioni, tributi, progetti umanitari e una sfilza invidiabile di singoli fantastici: da Boys Don’t Cry del ’79 a Friday I’m In Love del ’92, passando per Jumping Someone Else’s Train, Charlotte Sometimes, The Hanging Garden, In Between Days, Close To Me, A Night Light This, Why Can’t I Be You?, Just Like Heaven, Lullaby, Lovesong, Pictures Of You, High e A Letter To Elise. Impossibile non menzionare Burn, pubblicata nella colonna sonora del film “Il Corvo” (1994), meno riuscita ma sempre interessante l’elettronica Wrong Number del ’97. Discorso a parte merita “Bloodflowers“, uscito nel 2000 come ultimo album d’inediti per la Fiction, al quale dedicherò un post tutto suo più avanti.

Nel 2001 viene quindi pubblicata una nuova antologia (la terza) dei Cure, “Greatest Hits”, contenente due pezzi nuovi del tutto trascurabili, Cut Here e Just Say Yes. Seguono un ottimo cofanetto in quadruplo ciddì con lati B dei singoli e rarità, “Join The Dots” (2004), e le ristampe di tutti gli album del gruppo del periodo 1979-1987 con tanto di dischi aggiuntivi di materiale raro e/o inedito (un’operazione personalmente condotta da Smith). Nel 2002 la band se ne va in tour, passando pure in Italia, precisamente allo Stadio Olimpico di Roma: un estasiato Mat, accompagnato dall’altrettanto estasiato Brother Luca, è presente! Intanto i Cure firmano per una nuova etichetta, la Geffen, che pubblica quindi nel 2004 il primo album omonimo dei nostri, quasi come a voler simboleggiare un nuovo inizio, seguìto quattro anni dopo da un nuovo disco, “4.13 Dream”.

– Mat

(aggiornato il 19 ottobre 2009)