Public Enemy, “Fear Of A Black Planet”, 1990

public-enemy-fear-of-a-black-planet-immagine-pubblicaIl capolavoro dei Public Enemy, “Fear Of A Black Planet”, è il solo album interamente rap che circola nella mia collezione di dischi. Non sono un appassionato del genere ma rispetto molto questa musica, è il punk dei neri, la loro musica di denuncia. Un genere, il rap, che oggi s’è commercializzato vergognosamente, c’è da dire, però negli anni Ottanta e Novanta rappresentava uno stile unico e rivoluzionario.

Concepito a cavallo tra i due decenni in questione, “Fear Of A Black Planet” è una pietra miliare del rap, portatore d’un suono che sconvolse gli ammiratori del genere e che aprì il rap a contaminazioni inaspettate. Tuttora un disco straordinariamente attuale, vediamo ora di scoprirlo brano dopo brano… ma preciso che si tratta di una piccola impresa perché bisogna districarsi tra venti tracce, quasi tutte collegate tra loro con brevi strumentali di raccordo.

Si parte con Contract On The World Love Jam, brano introduttivo contraddistinto da base hip-hop, scratch del giradischi, synth come sfondo e una serie di voci campionate (tra cui, riconoscibilissimo, l’urlo di James Brown in I Feel Good), ma il tutto dura poco più d’un minuto e mezzo, poi entra con prepotenza uno dei pezzi forti di questo disco, Brothers Gonna Work It Out. E’ un rap potente, con un ritmo travolgente e contaminatissimo nella struttura (in sottofondo mi sembra di riconoscere, campionata, la chitarra di Prince): un suono incredibile, non ho mai sentito nulla di simile, include pure degli elementi industrial.

La successiva 911 Is A Joke sembra più un funky, una musica da club… comunque l’atmosfera è quella; più volte si ascolta la diabolica risata dell’attore Vincent Price, campionata dal successo del 1982 di Michael Jackson, Thriller. Il pezzo seguente, Incident At 6.66 FM, è un altro breve brano (di raccordo) d’un minuto e mezzo, anche questo caratterizzato da base hip-hop e frammenti di voci radiofoniche. Il tutto introduce uno dei brani più famosi dei Public Enemy, ovvero Welcome To The Terrordome: rap duro, tirato, sempre su una base incredibilmente contaminata.

Segue un brano di appena cinquanta secondi, Meet The G That Killed Me, duro duetto rap con un sottofondo incredibile tra scampanellate natalizie, scratch e colpi di batteria sui piatti. Segue a sua volta la più distesa Pollywanacraka, dove il rapper di turno – i componenti dei Public Enemy presenti su questo disco sono otto, non so quale di loro stia cantando di volta in volta, comunque le voci soliste sono almeno tre, fra cui quelle dei due leader storici, Chuck D e Flavor Flav – canta estendendo la fine di ogni frase con un fare piacione/marpione. Gran bel pezzo, comunque.

Un mix confuso di voci, frammenti ed effetti vari introduce il pezzo successivo, Anti-Nigger Machine, ideale colonna sonora d’una qualsiasi storia criminale da ghetto con tanto di sirena della sbirranza campionata. Poi, con un mix improvviso, ci troviamo già alle prese con un altro brano, Burn Hollywood Burn, tiratissimo rap dove Chuck D divide il microfono con Ice Cube e Big Daddy Kane, altri campioni del rap di quel periodo.

La successiva Power To The People è ancora più tirata, un rap veloce e travolgente che nel testo guarda all’immediato futuro (ma un occhio al futuro lo getta tutto il disco). Who Stole The Soul?, caratterizzata da un’introduzione selvaggia di voci e grida, è un altro rap che strizza l’occhio a sonorità più funky e danzerecce, anche se l’atmosfera generale è piuttosto tirata (mi sembra un invito a lasciarsi andare, a fare casino).

L’omonima Fear Of A Black Planet rallenta un po’ il ritmo e ci presenta un’altra grandiosa base di hip-hop, scratch e campionamenti vari. Gran bel pezzo pure questo, impossibile da descrivere in tutti i suoi effetti sonori. Revolutionary Generation riaccelera invece il tempo col suono che diventa più underground, se vogliamo, una sonorità più notturna, non so come dire… addirittura nel finale sembra un brano house (è difficile descrivere a parole un’esperienza sonora unica come questo “Fear Of A Black Planet”, spero di risultare comprensibile anche a chi non ne conosce una sola nota).

Poi è la volta di Can’t Do Nuttin’ For Ya Man, dal ritmo sempre piuttosto veloce ma più morbido (influenze house anche in questo), e poi ancora di Reggie Jax, con un tempo medio-lento piuttosto diluito e carico di eco. Ancora un brano di raccordo, Leave This Off Your Fu*kin Charts, ancora una volta base hip-hop, scratch e campionamenti multipli in primo piano; la durata è però maggiore rispetto ai brani simili che abbiamo incontrato in precedenza, siamo sui due minuti e mezzo.

Le successive B Side Wins Again e War At 33 1/3 sono altri due rap dalla base contaminata ai massimi livelli (c’è un po’ di tutto, impossibile da descrivere appropriatamente)… comunque sono sonorità assai interessanti e uniche nel loro genere (ancora una volta).

Il brano che segue, Final Count Of The Collition Between Us And The Damned, uno strumentale dal gradevole ritmo funky, sembra messo lì un po’ a caso ma il tutto non dura nemmeno un minuto. Chiude questo capolavoro del rap che è “Fear Of A Black Planet” un altro brano famoso dei nostri, Fight The Power, pubblicato come singolo già nel 1989 e incluso pure nella colonna sonora del film di Spike Lee, “Fa’ La Cosa Giusta”.

“Fear Of A Black Planet” è un album tosto, martellante, tiratissimo ma incredibilmente innovativo per i suoi tempi, consigliato a chi vuole avere un disco serio di rap serio ma anche a chi vuole avvicinarsi per la prima volta alle sonorità più dure & urbane della musica nera.