The Beatles, l’album bianco, 1968

the-beatles-the-white-album-bianco-numero-1Nell’ottobre 2008 pubblicai due post a proposito di “The Beatles”, il famoso album bianco dei Fab Four pubblicato 40 anni prima. Cercando di riunire quei miei vecchi scritti in quest’unico post, spero d’aver coniugato un’utile condivisione d’informazioni a quella che non è mai stata una mia dote, la sintesi.

Chiamato “The White Album” per la sua confezione immacolata, il nostro è un disco ricco di sfaccettature, registrato in totale libertà creativa ma pure tra continue liti per questioni finanziarie e gestionali. Venne fuori, ad ogni modo, l’ennesimo capolavoro dei Beatles, un’epopea da 30 canzoni che spaziano dal pop all’avanguardia, fino ad anticipare alcuni generi come l’hard rock, il punk ma anche un certo epic rock da stadio; tutte sonorità che sarebbero definitivamente emerse nel decennio successivo.

Sconvolti dalla morte di Brian Epstein (agosto ’67), inesperti nel management dell’etichetta discografica (la Apple) che avevano appena fondato e di ritorno da un controverso viaggio in India, al seguito del Maharishi Mahesh Yogi per “studiare” meditazione trascendentale, i Beatles presero a lavorare a quello che sarebbe diventato un doppio album eponimo nel maggio 1968. E così, tornati in Inghilterra, i nostri si ritrovarono nella dimora di George Harrison per incidere i demo delle loro composizioni più recenti: tutti e quattro proposero diverse canzoni, addirittura 11 da parte del solo John Lennon, anche se non tutte furono incluse nell’album (alcune, come ad esempio JunkJealous Guy, che allora si chiamava Child Of Nature, finirono nei successivi dischi solisti). Perlopiù acustici e dal suono deliziosamente rilassato, questi demo sono stati parzialmente pubblicati nel terzo volume della serie “Anthology” (1996) con un’eccellente resa sonora.

Il 30 maggio, mentre da Parigi montava la più celebre delle contestazioni giovanili, i Beatles tornarono finalmente negli studi EMI di Abbey Road per registrare le canzoni da destinare alle loro prossime uscite discografiche: un album – poi diventato un doppio, quindi – e un 45 giri di grande successo. Si cominciò con una di John, la blueseggiante Revolution, che presto arrivò all’imponente durata di 10 minuti, con un finale psichedelico fatto di nastri che giravano al contrario e sovrapposizioni multiple d’effetti sonori. Lennon pensò bene di tagliare la canzone in due brani ben distinti, che divennero quindi la rilassata Revolution 1 (con tanto di sezione fiati) e Revolution 9, un folle collage sonoro realizzato grazie a quello che è il più evidente contributo di Yoko Ono a un pezzo dei Beatles. Comunque anche Harrison diede una mano, lo si sente pure nei dialoghi surreali presenti sul pezzo; nel “White Album” così come è entrato nelle nostre case, Revolution 9 viene inoltre introdotta dal frammento di una canzone di Paul McCartney, Can You Take Me Back?, altrimenti inedita e non accreditata nei titoli. Revolution 9 può essere quindi considerata un’opera dei Beatles a tutti gli effetti e non un’escursione solista di John & Yoko in un disco dei Beatles.

A giugno fu la volta del debutto di Ringo Starr come autore, l’amabile Don’t Pass Me By, per la quale s’era concepita un’introduzione orchestrale, poi scartata (vi lavorò direttamente George Martin, e la si può ascoltare comunque su “Anthology 3”, sotto il titolo di A Beginning). Quindi fu la volta di Blackbird, perla acustica scritta & eseguita dal solo Paul, così come di Everybody’s Got Something To Hide Except Me And My Monkey (titolo lungo per un testo di difficile interpretazione, in una canzone decisamente rock impreziosita da una grandiosa prova vocale di John, che ne è l’autore) e di Good Night (una delle più delicate creazioni lennoniane, affidata alla voce di Ringo e sorretta da un’orchestra e un coro diretti da George Martin).

A luglio fu quindi il turno della maccartiana Ob-La-Di, Ob-La-Da, il cui scanzonato andamento circolare e l’atmosfera complessivamente festosa ne tradiscono in realtà una gestazione lunga e complessa, con McCartney che avrebbe voluto lavorarci ancora per poi farne un singolo, prima che uno stufo Lennon dicesse basta. Il quale, stavolta rilassatissimo, mise su nastro Cry Baby Cry, guidando il resto dei Beatles in un’esecuzione amabile e accattivante. Tuttavia, se John voleva il gioco duro, Paul rispose con Helter Skelter, ovvero l’episodio più heavy di tutta la discografia beatlesiana, ad ennesima testimonianza della grande versatilità dei Beatles (e di Paul) e della loro (e sua) voglia di esplorare territori sonori inconsueti. Il colpaccio lo piazzò comunque George con la sua While My Guitar Gently Weeps: riconosciuta da Lennon – che per giunta non vi prese parte – come la miglior canzone dell’album bianco, questa dolente ballata rock impreziosita dalla chitarra solista di Eric Clapton resta senza dubbio una delle canzoni più belle dei Beatles. Una canzone nata già bella, a dire il vero, come testimonia ancora una volta “Anthology 3”, che include una versione acustica, ai primissimi stadi di lavorazione, assolutamente deliziosa. Forse colpito dalla maturazione artistica di George, ecco Paul che nel volgere di quello stesso mese di luglio, il giorno 29, introduce la sua Hey Jude nell’agenda di lavoro beatlesiana. Pubblicata su singolo un mese dopo – con una versione di Revolution appositamente riregistrata e molto più rock sul lato B – Hey Jude ottenne uno straordinario successo in tutto il mondo e tuttora è ricordata come una delle canzoni più belle e popolari dei Beatles, una per la quale non c’è davvero bisogno di presentazioni.

Ad agosto toccò invece alla lennoniana Yer Blues (un abrasivo rock-blues dove il suo autore esprime tra il serio e il faceto tendenze suicide) e alle maccartiane Mother Nature’s Son (rilassata e meditabonda, è un’altra esecuzione solista, sezione fiati a parte), Rocky Raccoon (sorta di country & western) e Wild Honey Pie (semplice improvvisazione da solo per voce, chitarra e batteria per un brano più corto d’un minuto del quale francamente potevamo tutti fare a meno). Pur se incise in quello stesso mese, altre tre canzoni dei Beatles andarono incontro a sorte diversa: la harrisoniana Not Guilty venne scartata dalla scaletta dell’album bianco per riapparire, in tutt’altra forma, nell’eponimo album solista di George del 1979; la lennoniana What’s The New Mary Jane, decisamente psichedelica, trovò posto nel catalogo ufficiale quasi trent’anni dopo, su “Anthology 3”, mentre la maccartiana Etcetera resta tuttora inedita.

Poi il fattaccio: il 22 agosto, durante una discussione mentre si lavorava alla nuova Back In The U.S.S.R., uno scanzonato rock dalle reminiscenze beachboysiane, Ringo se ne andò sbattendo la porta a causa della troppa tensione che s’era accumulata fra i quattro. La defezione del batterista venne tenuta segreta e i Beatles ridotti a trio continuarono imperterriti nel loro lavoro. Con Paul alla batteria, ecco quindi la lennoniana Dear Prudence, con quel pigro arpeggio di chitarra iniziale che è tutto un programma e la dolce voce di John che invita Prudence – la sorella di Mia Farrow ospite anch’essa del Maharishi in quella primavera ’68 – a uscire dalla sua paranoia.

Dopo il ritorno di Ringo, si procedette a settembre con le lennoniane Glass Onion (enigmatica e anche un po’ tetra, con rimandi ad altre canzoni beatlesiane) e Happiness Is A Warm Gun (costruita dall’unione di tre motivetti che Lennon aveva composto in India, mentre il titolo è stato preso da un’inquietante pubblicità di armi da fuoco), le maccartiane I Will (breve e pulsante ballata per chitarra acustica e percussioni) e Birthday (la cui ruvidità, unita al suo senso d’urgenza, sembrano anticipare le sonorità punk), e quindi la harrisoniana Piggies (insolitamente teatrale per George, forse lontana dal suo stile che, pur proponendovi un arrangiamento interessante, evidenzia nel testo una misantropia piuttosto sgradevole).

A ottobre fu la volta delle maccartiane Honey Pie (in stile anni Trenta), Martha My Dear (altra canzone dove il versatile Paul fa tutto da solo: voce, piano, basso, chitarra, batteria e battiti di mani… tutto tranne l’orchestra) e Why Don’t We Do It In The Road? (poco più di un’improvvisazione, provinata comunque in diverse forme, da una lieve e del tutto acustica eseguita dal solo Paul a questa più arrembante suonata con Ringo), delle harrisoniane Savoy Truffle (probabilmente la canzone più brutta dell’album bianco, il cui testo è stato “ispirato” da una scatola di cioccolatini particolarmente graditi dall’amico Eric Clapton) e Long, Long, Long (una ballata quasi sussurrata), e quindi delle lennoniane I’m So Tired (pigra ma isterica, lunga appena due minuti) e The Continuing Story Of Bungalow Bill (alquanto dimesso per gli standard beatlesiani del periodo, è un brano corale piuttosto scanzonato che narra le vicende di un altro ospite del Maharishi; è l’unico brano dei Beatles dove possiamo ascoltare – seppur brevemente – la voce solista di una donna, Yoko Ono) e infine Julia, ovvero una delle canzoni più belle e toccanti dei Beatles, sebbene sia un’esecuzione del solo John per voce & chitarra acustica.

Durante la lavorazione a “The Beatles”, inoltre, i nostri improvvisarono altri motivi, più o meno compiuti, come una versione di Blue Moon in medley con Helter Skelter, una jam in forma libera di Step Inside Love (una canzone scritta da Paul per una sua protetta, Cilla Black), una deliziosa alternativa di I Will chiamata The Way You Look Tonight, e una versione dissacrante di Sexy Sadie chiamata Maharishi (con pesanti insulti verso il guru ma anche contro Epstein, già defunto). Secondo alcuni tecnici di studio, infine, pare che McCartney provasse Let It Be fra una sessione e l’altra.

Come abbiamo già avuto modo di notare, buona parte di tutte queste canzoni venne eseguita da due o addirittura da un solo Beatle, con gli altri usati più come semplici musicisti che partner musicali veri e propri, e con ognuno che portava in studio i propri collaboratori di fiducia (Clapton, la Ono, ma anche Chris Thomas, in seguito famoso produttore). Tuttavia non mancano ruggenti e/o divertite esibizioni di gruppo, come Helter Skelter, Everybody’s Got Something To Hide, Ob-La-Di, Ob-La-Da o Birthday. Insomma, furono cinque mesi di registrazioni dove ognuno fece un po’ quello che gli pareva ma la libertà creativa ebbe da guadagnarci e i risultati furono eterogenei come non mai, e in molti casi assai interessanti.

“The Beatles” resta l’album più complesso e meno immediato dei Fab Four, ma il suo ascolto è sempre un’esperienza interessante, emozionante e a tratti esaltante. A chi ama questo doppio elleppì/ciddì consiglio vivamente anche l’ascolto di quella “Anthology 3” a cui abbiamo già accennato. Magari ne riparleremo in un prossimo post.

-Mat

Le meteore

meteore-italia-1Un po’ di anni fa, su Italia 1 c’era un programma serale chiamato “Meteore” dedicato soprattutto a quei cantanti o a quei gruppi che si sono fatti notare per un paio di singoli d’alta classifica e che poi sono spariti nel nulla. Ricordo che in maggioranza si trattava di artisti emersi negli anni Ottanta. Una cosa che mi fece particolarmente incazzare fu l’inclusione tra queste meteore di Tony Hadley, il cantante degli Spandau Ballet: ma come, uno che calca le scene da dieci anni, e precisamente dal 1980 al 1989, producendo una sfilza di gradevoli canzoni pop di successo, è una meteora?!

C’è da dire comunque che le meteore non hanno brillato soltanto negli anni Ottanta, bensì hanno fatto la loro comparsa fin da subito nel mondo dell’industria del pop, soprattutto da quando i Beatles esplosero come fenomeno discografico di massa nei primi anni Sessanta. Ecco quindi una carrellata di meteore dal 1960 (più o meno) ad oggi, in particolare quei nomi che hanno avuto almeno un hit al primo posto della classifica.

Sponsorizzata nientemeno che da Paul McCartney, ecco la favolosa Cilla Black, al primo posto delle charts britanniche con Those Were The Days. Ma in vetta alla classifica in quel decennio troviamo anche Chubby Checker con The Twist, gli Archies con Sugar Sugar, i Move con Blackberry Way, Bruce Channel con Hey Baby!, Tommy James con Crimson And Clover, gli Shadows con Apache, Frank Ifield con I Remember You. E poi ancora Jimmy Dean con Big Bad John, Gene Chandler con Duke Of Earl, i Tymes con So Much In Love, i Fifth Dimension con Aquarius, gli Association con Windy, i Foundations con Baby Now That I Found You, gli Allisons con Are You Sure?, Tommy Roe con Dizzy, Peter & Gordon con A World Without Love (scritta da Paul McCartney), Barry Ryan con Eloise, i Crystals con He’s A Rebel, Jerry & The Pacemakers con How Do You Do It, gli Young Rascals con Good Lovin’, gli Herman’s Hermits con I’m Into Something Good, Connie Francis con Jealous Of You, Engelbert Humperdinck con Release Me, gli Union Gap con Young Girl, i Searchers con Needles And Pins, le Shirelles con Soldier Boy, le Marvelettes con Please Mr. Postman (un brano di lì a poco ripreso anche dai Beatles). Uffa, quante di meteore, altro che anni Ottanta… che ne è oggi di tutta questa gente?

Leggendo le classifiche degli anni Settanta ci imbattiamo invece in Roberta Flack con Killing Me Softly (negli anni Novanta reinterpretata da un’altra meteora di quel decennio, i Fugees), i Tremeloes con Me And My Life, gli America con A Horse With No Name, Mungo Jerry con In The Summertime, la Earth Band con Blinded By The Light, Samantha Sang con Emotion (un brano scritto e prodotto dai Bee Gees), gli Edison Lighthouse con Love Grows, gli Shocking Blue con Venus (negli anni Ottanta riproposta da un’altra meteora di quella decade, le Bananarama). Ma ricordo anche John Paul Young con Love Is In The Air, Patrick Hernandez con Born To Be Alive, i Trammps con Disco Inferno, i Buggles con Video Killed The Radio Star, The Knack con My Sharona, la Steve Miller Band con The Joker e Al Stewart con The Year Of The Cat.

Passando ai famigerati anni Ottanta troviamo i Dead Or Alive con You Spin Me Round, i Berlin con You Take My Breath Away (colonna sonora del film “Top Gun”), Belinda Carlisle con Heaven Is A Place On Earth, i Men At Work con Down Under, Howard Jones con No One Is To Blame (prodotta da Phil Collins), gli Alphaville con Big In Japan, i Kajagoogoo con Too Shy, i Black Box con Ride On Time, Falco con Der Kommissar, Sandra con Maria Magdalena, Richard Marx con Hold On To The Nights, i Foreigner con la struggente I Want To Know What Love Is, le Bangles con Manic Monday (un brano scritto per loro da Prince) e Tracy Spencer con Run To Me. Ma io ricordo perfettamente gente come Nick Kamen, con Tell Me, i Crowded House con Don’t Dream It’s Over, i M/A/R/R/S con la geniale Pump Up The Volume, Alannah Myles con Black Velvet, Huey Lewis & The News con The Power Of Love (colonna sonora del film “Ritorno al Futuro”), Irene Cara con What A Feeling e Michael Sembello con Maniac, entrambi singoli di successo tratti dalla colonna sonora del film “Flashdance”.

Avanzando agli anni Novanta troviamo Coolio con Gangsta’s Paradise, Vanilla Ice con Ice Ice Baby, gli Hanson con Mmmbop, i Goo Goo Dolls con Iris, gli Aqua con Barbie Girl, i Savage Garden con Truly Madly Deeply, Lou Bega con Mambo Nr. 5. Ma rammento benissimo anche i 4 Non Blondes con What’s Up, The Beloved con Sweet Harmony, i Vacuum Cleaner con I Breathe, una certa Emilia con una lagnaccia chiamata Big Big World, i Bran Van 3000 con Drinking In L.A., i White Town con Your Woman, Shivaree con Goodnight Moon, i Fool’s Garden con Lemon Tree, i Connells con ’74-’75, Anouk con Nobody’s Wife, Eagle-Eye Cherry con Save Tonight e un duo chiamato Charles & Eddie con la gradevole Would I Lie To You.

Anche il decennio in corso, immancabilmente, sta producendo le sue belle meteore, basta leggersi le classifiche di TV Sorrisi e Canzoni di qualche anno fa per ricordarne qualcuna. Ora mi vengono in mente le sole Michelle Branch (aveva cantato una canzone di Santana, quale non la ricordo più) e Jamelia, quella dell’hit danzereccio Superstar. Ne ricordate altre?