Miles Davis, “Bitches Brew”, 1970

miles-davis-bitches-brew-immagine-pubblicaRiconosciuto dai critici, dagli studiosi e dai semplici appassionati come uno dei lavori più importanti e innovativi nella sterminata discografia di Miles Davis, “Bitches Brew” è l’album del celebre trombettista statunitense che più mi ha affascinato. Ne ho tre differenti edizioni, tanto per dire.

Originariamente pubblicato come doppio vinile nell’ormai remoto 1970, “Bitches Brew” appartiene al cosiddetto periodo elettrico di Miles Davis, quando cioè, verso il 1967, il nostro iniziò ad avvalersi in studio e dal vivo di soli strumenti amplificati elettricamente. Proseguendo poi sulla strada tracciata dal bellissimo “In A Silent Way” (1969), Miles Davis divenne praticamente l’esponente più in vista di quel sottogenere di jazz chiamato fusion. Ora, ci sarebbe da dire che tali etichette hanno dato vita ad innumerevoli controversie: che cosa s’intende per fusion? La fusione, per l’appunto, tra jazz e rock? Siamo sicuri che Miles amasse il rock? Siamo sicuri che il rock sia una forma d’arte musicale superiore? E poi, alla luce di dischi davisiani come “In A Silent Way”, “Bitches Brew” e “On The Corner” (1972), ha ancora senso parlare di jazz? E che cosa s’intende propriamente per jazz?

Non voglio dilungarmi ulteriormente su queste annose questioni che, per quanto mi riguarda, lasciano il tempo che trovano. M’importa davvero poco delle etichette, così come del parere dei critici. Mi interessano molto di più le considerazioni storiche, e la storia ci dice che dopo quarantasei anni stiamo ancora ascoltando “Bitches Brew”, nonostante tutto. Ed è solo a proposito di questo, dell’album in quanto tale, che m’interessa scambiare opinioni coi lettori di questo modesto blog.

Registrato negli studi della Columbia di New York in soli tre giorni dell’agosto 1969, “Bitches Brew” uscì quindi nell’aprile seguente, dopo che il produttore di quelle magnifiche sedute, Teo Macero, fece tutto il lavoro di editing creativo che i sei nuovi brani necessitavano, distribuendoli infine nelle quattro facciate d’un bel doppio vinile. Un lavoro imponente, “Bitches Brew”, che all’epoca divenne il pezzo più venduto del catalogo davisiano e che tuttavia alcuni critici sottovalutarono: Miles aveva infatti trovato una formula sonora che travalicava gli angusti confini del jazz per addentrarsi in territori sonori poco sperimentati, spiazzando praticamente tutti.

Le lunghe composizioni presenti in “Bitches Brew” ci offrono una musica calda, pulsante e pastosa, irresistibilmente funky e contaminatissima, spesso eseguita con tre tastiere, due batterie, due bassi e vari effetti postproduttivi di loop e cambi d’atmosfera. E’ un tipo di musica, questa, che mi ha colpito fin da subito, grazie a brani dalla resa – sia sonora che atmosferica – fantastica quali l’iniziale Pharaoh’s Dance (che coi suoi 20 minuti & passa riempie da solo una prima facciata di vinile), la stessa Bitches Brew (anch’essa, coi suoi quasi 27 minuti, riempie un’intera facciata), Spanish Key, John McLaughlin (che prende il nome dal noto chitarrista, presente nelle sedute), Miles Runs The Voodoo Down e la conclusiva Sanctuary, quest’ultima più lenta e meditabonda.

Imponente anche la schiera di collaboratori che Miles portò con sé in studio, grossi calibri, come sempre accadeva in quegli anni, tra cui Wayne Shorter (sax soprano e autore di Sanctuary), Bennie Maupin (clarinetto basso), Joe Zawinul (piano elettrico, nonché autore di Pharaoh’s Dance), Larry Young (piano elettrico), Chick Corea (piano elettrico), il già citato John McLaughlin (chitarra), Dave Holland (basso), Harvey Brooks (basso elettrico), Lenny White (batteria), Jack DeJohnette (batteria), Don Alias (batteria, conga).

Sul finire degli anni Novanta, la Columbia ha ristampato gli album di Davis con bei libretti illustrativi e brani aggiunti per ogni titolo: in questo caso abbiamo come settimo numero in programma Feio, un’atmosferica e misteriosa composizione di Shorter registrata il 28 gennaio 1970 negli stessi studi e rimasta inedita. Lunga quasi 12 minuti, Feio figura più o meno gli stessi musicisti citati sopra, ma con la partecipazione del celebre batterista Billy Cobham e del percussionista Airto Moreira. Per i più fanatici (come il sottoscritto) è stata invece approntata un’edizione in cofanetto da quattro ciddì intitolata “The Complete Bitches Brew Sessions”, contenente i sette brani visti finora più tutta una serie d’interessanti registrazioni effettuate fra gli ultimi mesi del ’69 e i primi del ’70.

Per quelli ancora più esaltati (come il sottoscritto, of course), nel 2010 alla Sony hanno pensato bene di distribuire una “super deluxe edition” in occasione del quarantennale di “Bitches Brew” contenente una ristampa in doppio vinile ad imitazione dell’originale del 1970, quattro ciddì contenenti – oltre alle inevitabili ripetizioni di quanto già visto sopra – anche qualche inedito dell’epoca e un gustoso live del ’70, oltre che tutta una serie di inserti editoriali che sono pur sempre meglio delle sciarpe, delle spille e delle sottocoppe che negli ultimi anni hanno ridicolmente accompagnato alcune delle ristampe più illustri dei dischi pop e rock.

Comunque lo si voglia prendere, e qui concludo nonostante io non abbia speso una sola parola tanto per la sua copertina quanto per tutto l’artwork in generale (mi piacerebbe dedicare un post ad hoc sull’argomento “copertine di dischi”, un giorno o l’altro) “Bitches Brew” resta un indiscutibile capolavoro nella vasta discografia di Miles Davis, un album monumentale che non smette di colpire e incantare.

-Mat (maggio 2008 – dicembre 2016)

Miles Davis, “Kind Of Blue”, 1959

miles-davis-kind-of-blue-immagine-pubblicaOriginariamente pubblicato il 28 maggio 2009, questo post è più una goffa raccolta di considerazioni personali che una recensione vera e propria. Che poi, lasciatemelo dire: ma che cosa avrà da aggiungere un post su Immagine Pubblica, scritto da un emerito sconosciuto come il sottoscritto, a proposito di un’autentica pietra miliare della musica come “Kind Of Blue”, il classico fra i classici dell’immensa discografia di Miles Davis?

Su questo disco sono state scritte pagine e pagine dai più illustri critici musicali del mondo, se non dei veri e propri libri, come quello di Ashley Khan, uno di quei libroni sul jazz che prima o poi – continuo a ripetermi ormai da troppo tempo – dovrò comprare e quindi leggere & rileggere. Un disco, questo “Kind Of Blue”, che è stato ristampato innumerevoli volte negli ultimi cinquantotto anni (compreso un bel cofanettone, nel 2008, con tanto di vinile, ciddì & divuddì… ovviamente presente nella mia collezione) e che si può trovare praticamente dappertutto, non solo nei negozi di dischi, ma anche nei centri commerciali e nelle edicole, passando per le stazioni di servizio in autostrada.

Per questo e per tanti altri motivi, mi limiterò – ora come in quel post del 2009 – a delle semplici considerazioni sull’album originale del ’59, un vero disco coi controcazzi, come direbbe lo stesso Miles Davis in quel linguaggio colorito che gli era tanto caro, suonato da un gruppo coi controcazzi: i sassofonisti John Coltrane e Cannonball Adderley, i pianisti Bill Evans e Wynton Kelly, il bassista Paul Chambers e il batterista Jimmy Cobb. E poi in “Kind Of Blue” c’è ovviamente Miles, con la sua magica tromba ma anche con tutto il suo carisma di bandleader, qui alle prese con la massima espressione del jazz modale, vale a dire un tipo di jazz acustico (l’elettrico sarebbe arrivato per Davis solo sul finire degli anni Sessanta) che, in base a semplici schemi predefiniti sulla carta, lasciava grande spazio alla libera espressione e all’improvvisazione dei musicisti.

In effetti i cinque brani di “Kind Of Blue” – l’esaltante So What (contenente quella che forse resta l’introduzione più bella di sempre in un album jazz), il brioso Freddie Freeloader, il romantico Blue In Green, l’africaneggiante All Blues e il suggestivo Flamenco Sketches – mettono meravigliosamente in luce la sensibilità artistica & la bravura tecnica d’ogni singolo musicista, in un equilibrio di gruppo che definirei pressoché perfetto. E’ un miracolo questo “Kind Of Blue”, e concordo pienamente con chi disse e/o scrisse che dev’essere stato fatto in paradiso.

Registrato negli studi newyorkesi della Columbia in sole due sessioni fra il marzo & l’aprile 1959 e prodotto da Irving Townsend, “Kind Of Blue” è un’autentica pietra miliare non solo del jazz ma soprattutto della musica in generale. Per Miles Davis fu una sorta di fatidico spartiacque: la musica che incise prima di “Kind Of Blue” fu una cosa, la musica che incise dopo fu tutt’altro. Anche la mia esperienza di ascoltatore può essere riassunta in un prima e un dopo “Kind Of Blue”, lo credereste?

-Mat

Miles Davis, “Miles Ahead”, 1957

Miles Davis Miles Ahead Gil EvansSpesso, tra gli appassionati e gli studiosi di musica, si discute il senso delle etichette utilizzate per classificare i vari generi musicali. Considerate ora inutili perché vittime della moda del momento, ora necessarie perché aiutano a delimitare i campi, hanno senso – per quanto mi riguarda – se servono a semplificare il discorso. E’ in tal senso che mi piace etichettare come “jazz orchestrale” quello che forse è il disco di jazz orchestrale più bello di sempre, “Miles Ahead” di Miles Davis.

Primo di una splendida trilogia di album usciti per la Columbia e realizzati assieme al fido Gil Evans, l’amico di una vita, oltre che uno dei principali nomi associati alla lunga carriera discografica di Miles Davis, “Miles Ahead” è stato registrato a New York in sole quattro fruttuosissime sedute di registrazione nel maggio 1957, oltre ad una specifica seduta di overdubbing (o sovraincisione che dir si voglia) avvenuta tre mesi dopo. Una trilogia, come s’è detto, della quale fanno parte i successivi “Porgy & Bess” (1958) e “Sketches Of Spain” (1960), i quali costituiscono tutti assieme sia uno dei picchi artistici di Miles Davis che uno dei suoi periodi discografici più amati.

“Miles Ahead”, il mio preferito fra i tre, suona come una lunga ed elegantissima suite, formata sia da momenti più briosi (come l’iniziale Springville, la brubeckiana The Duke o la conclusiva I Don’t Wanna Be Kissed) che da altri più contemplativi (My Ship) se non decisamente dolenti (The Maids Of Cadiz). Il tutto suona che è una meraviglia, è proprio il caso di dirlo, per una quarantina di minuti accessibili a tutte le orecchie. Perché è questa la vera forza di un disco come “Miles Ahead”: per quanto complesso e raffinato, offre nell’insieme una resa sonora piacevole ed accattivante, che non può lasciare indifferente l’ascoltatore pur senza appesantirlo.

Il merito di tutto questo, probabilmente, è più dovuto all’arte di Gil Evans che a quella di Miles Davis, ma è pur vero che il buon Evans ha saputo cucire un vestito sonoro (formato da diciannove elementi tra trombettisti, trombonisti, clarinettisti e quant’altro) su misura per Davis, che qui è l’unica voce solista, alternandosi ora alla tromba e ora al flicorno. Insomma, se Evans può aver fatto il grosso del lavoro è pur vero che questo lavoro non sarebbe stato lo stesso se affidato a un altro solista, con una “voce” diversa. Che poi il bello delle grandi collaborazioni è proprio questo: ognuno dà il meglio di sé con l’opera finale che, una volta compiuta, suona come il perfetto amalgama dei suoi autori, dove è difficile per l’ascoltatore riconoscere chi ha fatto cosa.

Ci sarebbero tante altre cose da dire su un capolavoro come “Miles Ahead” che qui mi sono limitato a tratteggiare in base alla mia “ispirazione” del momento, tanto che ci vorrebbe ben più d’un singolo post per parlarne a sufficienza. Riascoltandolo in questi giorni, sempre con gran piacere e con vivo interesse, “Miles Ahead” ha semplicemente reclamato il suo posto in questo mio modesto blog dedicato sostanzialmente ai dischi che più amo. Avremo magari il modo di riparlarne più dettagliatamente in futuro.

– Mat

Miles Davis, “On The Corner”, 1972

miles-davis-on-the-corner-immagine-pubblica-blogAlbum fra i più controversi & discussi presenti nella sterminata discografia di Miles Davis, “On The Corner” offre tuttora un ascolto sconcertante. Dopo aver accolto strumenti elettrici sul finire degli anni Sessanta e aver notevolmente scombinato i parametri per definire il jazz con album quali “In A Silent Way” (1969), “Bitches Brew” (1970), “A Tribute To Jack Johnson” (1970) e “Live-Evil” (1971), Miles compie un ulteriore balzo in avanti, forse il più estremo, proponendo nel ’72 un album come “On The Corner” che di jazz in senso stretto non ha proprio nulla.

Qui siamo infatti alle prese con cinquantacinque minuti di musica martellante e allucinata, ad altissmo tasso ritmico, densa, stratificata, ma anche irresistibilmente funky. Una musica davvero innovativa per l’epoca, praticamente uno sguardo anticipato su quella che sarebbe stata la black music degli anni a venire. A differenza di molti capitoli davisiani del passato, la musica di “On The Corner” non nasce da jam session improvvisate in studio, bensì da concetti lungamente meditati da Miles: prima la sua fascinazione per le trame sonore del compositore d’avanguardia tedesco Karlheinz Stockhausen, e poi il supporto diretto d’un celebre violoncellista/arrangiatore come l’inglese Paul Buckmaster (noto soprattutto per aver lavorato con Elton John, ma anche per David Bowie, i Bee Gees e molti altri) sono infatti i punti di partenza del disco. L’idea è di comporre delle cellule musicali e dei pattern ritmici che possono unirsi e combinarsi a seconda dell’ispirazione, in modo da fornire al lavoro finito un senso di circolarità, come se la musica potesse procedere all’infinito.

Un disco inconfondibilmente black, questo “On The Corner”, eppure, come s’è visto, pesantemente influenzato dalla sensibilità di musicisti bianchi, per giunta europei. All’epoca, Miles Davis non aveva più un gruppo stabile, per cui convocò per le sedute di “On The Corner” alcuni giovani musicisti (fra cui i sassofonisti David Liebman e Carlos Garnett, il chitarrista David Creamer, il batterista Billy Hart) e vecchie & gloriose conoscenze che avevano lavorato con lui nel passato più recente (il chitarrista John McLaughlin, i tastieristi Herbie Hancock e Chick Corea, il clarinettista Bennie Maupin, il batterista Jack DeJohnette, il bassista Michael Henderson, nonché Khalil Balakrishna al sitar elettrico e Badal Roy alla tabla). Faceva da collante col passato più strettamente jazz di Davis, il grande produttore Teo Macero. In effetti è difficile pensare a “On The Corner” come l’opera dello stesso uomo che solo tredici anni prima aveva realizzato un capolavoro indiscusso come “Kind Of Blue”. Una svolta che parve inconcepibile non solo al personale della Columbia – che promosse “On The Corner” come un tradizionale disco jazz e non come intendeva Miles, ovvero un lavoro moderno dedicato ai giovani afroamericani – ma anche ai critici (celebre fu il giudizio della rivista specializzata Down Beat, che diede all’album due sole stelline) e soprattutto al grande pubblico.

Ecco come lo stesso Miles Davis ha rievocato la genesi di “On The Corner” nella sua autobiografia del 1989 [grassetti e parentesi quadre sono miei]: “Quello che stavo suonando in On The Corner non aveva etichetta, anche se la gente pensò che fosse funk perché non sapevano come altro chiamarlo. In realtà era una specie di combinazione fra le idee di Paul Buckmaster, Sly Stone, James Brown e Stockhausen, altre idee le avevo riprese dalla musica di Ornette [Coleman], altre ancora erano mie. La musica era una questione di spazi, di libere associazioni di idee musicali intorno a un nocciolo fatto di ritmo e improvvisazioni della linea di basso. Mi piaceva il modo in cui Paul Buckmaster usava il ritmo, lo spazio; e lo stesso valeva per Stockhausen”.

L’ascolto dei quattro lunghi brani di “On The Corner” – il primo, prossimo ai venti minuti, è formato da quattro parti senza soluzione di continuità chiamate On The Corner, New York Girl, Thinkin’ Of One Thing And Doin’ Another e Vote For Miles; il secondo, Black Satin, è stato anche stampato su singolo; il terzo, One And One, è quasi una variazione sul tema del precedente; l’ultimo, lungo oltre ventitrè minuti, è composto da due titoli, Helen Butte e Mr. Freedom X – può risultare un’impresa ardua e non sempre piacevole, inoltre le parti solistiche dello stesso Miles risultano alquanto sfocate e non sempre ispirate. Tuttavia “On The Corner” è un’esperienza sonora imprescindibile per capire e apprezzare tutto il talento visionario di un gigante della musica come è stato Miles Davis.

Nel 2007, la Columbia ha pubblicato un cofanetto da ben sei ciddì intitolato “The Complete On The Corner Sessions”: in realtà si tratta di registrazioni edite e in parte inedite riguardanti il periodo 1972-1975. E’ un acquisto che devo ancora fare e che finora ho sempre rimandato, non solo per questioni economiche ma soprattutto per il fatto che una buona metà del materiale è già disponibile su altri titoli davisiani.

– Mat

Ristampe, ristampe, ristampe!!!

Michael Jackson Off The Wall immagine pubblicaDa una decina d’anni a questa parte, s’è definitivamente consolidata fra le case discografiche – major o meno che siano – l’abitudine di ristampare il vecchio catalogo in riedizioni più o meno meritevoli di tornare a far capolino nelle vetrine dei negozi accanto alle ultime novità.

Spesso si festeggiano i ventennali, i venticinquennali, i trentennali o addirittura il mezzo secolo di dischi famosi, riproposti in appariscenti confezioni, con tanto di note biografiche e foto d’epoca, meglio ancora se con inediti e/o rarità (che poi, almeno per me, sono le uniche motivazioni nel comprarmi una riedizione d’un disco che magari già posseggo), a volte addirittura in formato cofanetto.

E’ notizia di oggi che entro l’anno verrà ristampato “Off The Wall”, uno dei classici di Michael Jackson, edito appunto trentanni fa. In base a un accordo fra la Sony, la EMI (che non ho capito che c’entra…), gli esecutori testamentari & gli eredi del grande cantante, da qui a dieci anni dovremmo avere altre ristampe (di sicuro “Bad”, probabilmente pure “Dangerous” e tutti gli altri) e altri dischi con brani inediti. Inediti che dovrebbero comunque figurare anche nella ristampa di “Off The Wall”, fra l’altro ripubblicato già nel 2001, così come gli stessi “Bad” e “Dangerous”.

C’è da dire che le ristampe, a volte, sembrano solo una scusa per propinarci un disco del passato alla cifra non proprio popolare dei diciotto/diciannove euro: penso alla riedizione di “Dark Side Of The Moon”, il classico dei Pink Floyd, uscita nel 2003 in occasione del trentennale dell’album. Si trattava d’un ciddì in SuperAudio, col suono distribuito in cinque canali per impianti surround… vabbene, moltobbello, ma le canzoni erano quelle, non c’era uno straccio di brano aggiuntivo, e il tutto si pagava a prezzo pieno.

Si tratta comunque d’una sgradita eccezione perché il più delle volte le ristampe sono ben meritevoli d’essere acquistate. Nel 2007, ad esempio, sono stati riproposti i tre album da studio dei Sisters Of Mercy con belle confezioni cartonate, note tecniche/critiche, foto & preziosi brani aggiuntivi. L’anno dopo, la stessa operazione è stata replicata (tranne per le confezioni, non di carta ma di plastica) per i dischi dei Mission, band nata da una costola degli stessi Sisters Of Mercy. Anche i dischi di David Sylvian usciti per la Virgin – compresi quelli a nome Japan e Rain Tree Crow – sono stati riproposti in lussuose confezioni cartonate, corredate di canzoni aggiunte; ne ho comprate diverse di queste ristampe sylvianiane, come “Tin Drum” dei Japan, pubblicato in uno stupendo cofanetto con disco aggiuntivo & libretto fotografico, un lavoro davvero ben fatto e pagato la modica cifra di sedici euro. Un altro lavoro lodevole che merita l’acquisto a scatola chiusa da parte dell’appassionato è la ristampa del 2004 di “London Calling” dei Clash, comprensiva di ciddì audio con interessante materiale aggiuntivo e divuddì con documentario & videoclip.

Recentemente, l’etichetta Legacy (di proprietà della Columbia, a sua volta controllata dalla Sony), ha riproposto il primo album di Whitney Houston, ovvero quel disco che portava il suo nome, pubblicato nel 1985 con grande successo in tutto il mondo. “Whitney Houston” è stato così ristampato per il suo venticinquennale con brani aggiuntivi e un divuddì contentene videoclip, apparizioni televisive e nuove interviste. Ancora la Legacy, ad aprile, immetterà sul mercato due interessanti ristampe: una per “This Is Big Audio Dynamite”, l’esordio di Mick Jones come leader dei B.A.D. (originariamente pubblicato anch’esso nell’85), e un’altra per il classico degli Stooges, “Raw Power”, che oltre a proporre esibizioni dell’epoca, inediti & rarità figurerà anche l’originale mix di David Bowie del 1973.

Negli ultimi anni s’è ristampato davvero di tutto, spaziando un po’ fra tutti i generi musicali: “What’s Going On” di Marvin Gaye, “Tommy” degli Who, “Pet Sounds” dei Beach Boys (anche in cofanetto da tre ciddì), “Songs From The Big Chair” per i Tears For Fears, “All Mod Cons” per i Jam, “Our Favourite Shop” per gli Style Council, “Stanley Road” e “Wild Wood” di Paul Weller, “Steve McQueen” dei Prefab Sprout, “Night and Day” di Joe Jackson, i primi quattro album dei Bee Gees, “Guilty” della Streisand, “Songs In The Key Of Life” di Stevie Wonder, “Damned Damned Damned” dei Damned, “Ten” dei Pearl Jam (in un voluminoso cofanetto), l’intero catalogo per Bob Marley, i Doors, Siouxsie And The Banshees, Depeche Mode, Megadeth e Joy Division. E ancora: “Transformer” di Lou Reed, “All The Young Dudes” per Mott The Hoople, “A Night At The Opera” dei Queen, i quattro album da studio dei Magazine, gran parte dei dischi di Bowie, dei Genesis dei Cure e dei New Order, “The Final Cut” dei Pink Floyd, “A Love Supreme” di Coltrane e gran parte dei dischi di Miles Davis (spesso anche in lussuosi cofanetti da tre, quattro o più ciddì). Eppure si sono viste anche ristampe ben più povere, vale a dire senza brani extra e in confezioni standard, per Peter Gabriel, Roxy Music, Simple Minds, David Gilmour, Sting e The Police.

Riproposizione in grande stile, invece, per il catalogo dei Beatles: lo scorso 9 settembre, il fatidico 9/9/09, tutti gli album del gruppo originariamente pubblicati dalla EMI fra il 1963 e il 1970 sono stati ristampati (e remasterizzati) sia singolarmente che tutti insieme in costosi cofanetti (in formato stereo e mono), tuttavia nessun disco contemplava i succosi inediti ancora custoditi in archivio.

Per quanto riguarda i solisti, già nel 1993 la EMI ristampò tutto il catalogo di McCartney nella serie “The Paul McCartney Collection”, mentre fra il 2000 e il 2005 è toccato agli album di John Lennon. Spesso ognuno di questi album include i brani pubblicati all’epoca sui lati B dei singoli e alcune ghiotte rarità. Anche il catalogo di George Harrison è stato rilanciato di recente; qui ricordo in particolare la bella ristampa di “All Things Must Pass”, uscita nel 2001 e curata dallo stesso Harrison. Per quanto riguarda Ringo Starr, l’americana Rykodisc ha ristampato già nei primi anni Novanta i suoi album del periodo 1970-74 con diversi brani aggiuntivi, tuttavia l’operazione s’è conclusa lì e le copie a noi disponibili erano solo quelle d’importazione. Insomma, il catalogo solista di Starr meriterebbe anch’esso una riscoperta, almeno per quanto riguarda i suoi album più antichi.

In definitiva, povere o ricche che siano, tutte queste riedizioni stanno ad indicare che la musica incisa a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta fino ai primi Novanta è ormai giunta alla sua storicizzazione, forse perché si è ormai capito che, musicalmente parlando, quello è stato un periodo straordinario & irripetibile che evidentemente ha ancora molto da dire… e da far sentire!

– Mat

(ultimo aggiornamento: 18 marzo 2010)

Miles Davis & Jimi Hendrix: un appuntamento mancato

jimi-hendrix-miles-davis-collaborazioneTornando in tema di progetti musicali irrealizzati, vediamo ora un caso isolato, ovvero l’affascinante storia della mancata collaborazione fra due delle più luminose stelle afroamericane della musica, Miles Davis e Jimi Hendrix. Che genere di suoni avrebbe prodotto l’unione artistica di un gigante del jazz con un gigante del rock? Purtroppo non abbiamo avuto il modo di saperlo a causa della tragica morte del chitarrista di Seattle, tuttavia la storia del loro ‘appuntamento mancato’ è un argomento assai affascinante.

Preferisco però riportare alcuni brani tratti dal libro “Lo Sciamano Elettrico” di Gianfranco Salvatore (edito nel 2007 da Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri); lo studioso davisiano ha narrato con dovizia di particolari tutta la vicenda Davis-Hendrix. Eccone un sunto, precisando solo che parentesi quadre e grassetti sono miei.

– Mat

Tra il ’68 e il ’69 anche Jimi Hendrix era alla ricerca di una svolta. Da tempo sognava di suonare assieme a una sezione di fiati, o su uno sfondo orchestrale. Probabilmente non gli interessava più di tanto che la formazione dei suoi sogni fosse jazzistica: voleva far viaggiare la chitarra elettrica su una trama sonora più ricca e più importante, vagheggiava la dimensione del “concerto” per chitarra e orchestra. […] Dal jazz Hendrix era attratto ma anche intidimito. Sapeva che la sua scarsa competenza in fatto di accordi e funzioni armoniche non gli consentiva di misurarsi con le strutture tipiche di quella musica. Non che di jazz fosse del tutto digiuno: aveva conosciuto da piccolissimo certe big band degli anni Quaranta che il padre amava ascoltare, […] e una notte del 1969 tenne una leggendaria jam con [John] McLaughlin, [Dave] Holland e Buddy Miles. […] Si era stancato dei musicisti del suo trio, l’Experience, mentre stimava certi jazzisti più smaliziati che non sentiva troppo lontani da lui, come [Roland] Kirk e altri, per la loro concezione delle improvvisazioni estese. […]
Miles Davis non gli era ignoto: conosceva ed ammirava quanto meno KIND OF BLUE. Davis, nello stesso periodo, stava cercando di trovare il modo di inserire la chitarra nella sua formazione, perché i tentativi fatti in studio di registrazione con Joe Beck e George Benson lo avevano lasciato insoddisfatto. Di Jimi lo attraeva moltissimo la sonorità, e doveva aver intuito, dall’ascolto dei dischi, che il chitarrista era predisposto per una musica più sofisticata. […]
Potrebbe essere stato Gil Evans il primo a parlare a Miles di Hendrix, a cui s’era appassionato fin dai primissimi dischi, adottando piano, chitarra e basso elettrici all’inizio del 1969 in BLUES IN ORBIT. […] Ma fu Betty Mabry [all’epoca giovane moglie di Miles], che frequentava personalmente il chitarrista, a spronare i due musicisti a incontrarsi. Verso l’inizio dell’estate del ’69 organizzò a casa Davis un party ad hoc, con pochi invitati selezionati: creata la giusta atmosfera, Miles avrebbe sottoposto a Jimi della musica scritta. Quella sera, però, andò a finire che Davis si trattenne in studio di registrazione: fatalità o tattica diversiva, la storia non lo dice. Tuttavia il padrone di casa aveva lasciato il suo spartito perché l’ospite gli desse un’occhiata, e poi gli telefonò dallo studio per sapere cosa ne pensasse, scoprendo solo in quel momento che Hendrix non era in grado di leggere la musica. La cosa, però, non finì lì: cominciarono a frequentarsi, entrarono in confidenza. […] Il più grande trombettista del jazz invitò più volte nella sua casa di New York il più grande chitarrista del rock a suonare e improvvisare insieme, anche per spiegargli come funzionavano certi meccanismi musicali, mostrandoglieli al pianoforte o alla tromba, oppure facendogli ascoltare un disco suo, o di [John] Coltrane. Hendrix coglieva il succo di tali lezioni e incorporava alcuni suggerimenti nei propri dichi: è Miles ad affermarlo, nell’autobiografia.
E l’affermazione è veritiera. Nell’autunno del ’69 il chitarrista aveva formato la Band Of Gypsys, e la notte del 31 dicembre 1969 il trio si era esibito al Fillmore East in un doppio concerto che scivolò tra il vecchio e il nuovo anno, aprendo un nuovo decennio musicale in cui rock e musica nera avrebbero trovato intese sempre più feconde. Davis li adorava: c’era Hendrix, c’era Buddy Miles – che diventò il suo batterista di riferimento -, e con Billy Cox al basso la musica aveva preso un orientamento spiccatamente più funky di quello dell’Experience. […]
Miles e Jimi cominciarono a scambiarsi lunghe telefonate, discutendo del loro lavoro e di una possibile collaborazione. […] E la loro amicizia non passò inosservata. Il chitarrista stava lavorando con un nuovo produttore discografico, Alan Douglas, proprietario della Douglas Records, che per lui aveva grandi progetti. Era l’uomo giusto per promuovere un incontro fra cultura afroamericana e psichedelia: aveva collaborato con [Duke] Ellington, [Charles] Mingus, Coltrane, Eric Dolphy ai suoi esordi, ma anche prodotto registrazioni di Timothy Leary, il guru dell’LSD. […] Quando seppe che Hendrix e Davis si frequentavano fiutò il colpo grosso, ritenendo di essere la persona più adatta per catalizzare una loro collaborazione. Per realizzare il progetto lavorò quattro mesi a un accordo tra la Columbia e la Warner Bros. Si decise che il disco sarebbe uscito per quest’ultima, e che avrebbe contenuto quattro brani, con i diritti equamente divisi tra i due musicisti. […] Douglas, che conosceva il fatto suo, commissionò la stesura del disco a Gil Evans: […] La soluzione sembrava prevenire ogni problema di ego. Evans avrebbe messo a punto la musica prima che le due star entrassero in studio di registrazione; con lui, Miles avrebbe trovato dalla sua parte colui che da tanti anni era il suo consigliere spirituale ed artistico, mentre Hendrix avrebbe ottenuto finalmente quel disco “barocco-blues-flamenco” a cui anelava.
Ma le cose si complicarono. Douglas sostiene che la sera stessa della seduta di registrazione, solo mezz’ora prima dell’orario previsto per iniziare il lavoro, l’agente di Miles lo chiamò per dirgli che il trombettista voleva cinquantamila dollari prima di entrare in studio. Il produttore stava per consultarsi con Hendrix, quando telefonò Tony Williams [il batterista di Davis] chiedendo la stessa cifra che voleva Miles…
La seduta fu annullata. Davis ammise poi nell’autobiografia che il disco non si realizzò non solo perché non si riuscì a far quadrare gli impegni suoi e del chitarrista, ma anche perché il compenso offertogli era troppo basso. Ma Hendrix non voleva rinunciare al propri progetto “jazzistico”. Frequentava anche la casa di Quincy Jones, e fu invitato a collaborare al suo album GULA MATARI nel brano Hummin’, di Nat Adderley. Tuttavia il chitarrista non si presentò né nelle sedute di marzo, né in quelle di maggio (al suo posto fu usato Toots Thielemans) [ecco così un altro caso di progetto irrealizzato, una collaborazione Jones-Hendrix]. Si decise di andare avanti con l’orchestra di Evans, senza Miles. […] Alla fine dell’anno il solista avrebbe dovuto cominciare le prove con l’orchestra evansiana, per poi esibirsi alla Carnegie Hall di New York, registrando il disco dal vivo. Fu anche commissionata a Mati Klarwein, l’artista che aveva ideato l’immagine di BITCHES BREW, la copertina dell’album in preparazione.
Ma in qualche modo Miles tornò in campo. Nell’agosto del 1970 i due musicisti erano entrambi in programma al Festival dell’isola di Wight, Miles il 29 e Jimi il 30, e avrebbero dovuto incontrarsi a Londra dopo il concerto del trombettista, tra un aereo e l’altro, per discutere del contenuto musicale del disco. A quello storico appuntamento Davis arrivò in ritardo – a causa del traffico, disse – e non vi trovò Jimi. Però, al suo ritentro a New York, Evans gli fece sapere che nel nuovo progetto con Hendrix (che evidentemente era stato anticipato, e a cui avrebbe partecipato anche Tony Williams, ridotto a più miti consigli) avrebbe voluto anche lui. Ma a quel punto si era già in settembre: il 18 di quel mese Hendrix fu trovato morto in una stanza d’albergo di Londra. Si dice che avesse già pronto il biglietto d’aereo: il giorno dopo sarebbe partito per New York per la prima seduta di registrazione con Miles e Gil. Invece volò via per sempre.
L’improvvisa scomparsa di Hendrix spezzò il cuore a Miles. Dominando per una volta la sua insofferenza alle convenzioni sociali e al fastidio di mescolarsi alla folla, si recò a Seattle per le onoranze funebri, il 1° ottobre 1970. Fu l’unico funerale della sua vita: non era andato nemmeno a quello dei suoi genitori. Si tormentava, era turbato, forse pentito. Più volte, negli anni, avrebbe confidato ad amici e collaboratori che il mancato progetto con Hendrix era il solo rimpianto della sua vita.

– Gianfranco Salvatore (da “Lo Sciamano Elettrico”, pagine 97-101)

Per fanaticoni davisiani

miles-davis-the-complete-columbia-album-collectionLa Columbia/Legacy ha da poco pubblicato un cofanettone dedicato a Miles Davis chiamato “The Complete Columbia Album Collection”, quasi un’opera omnia contenente la bellezza di settanta ciddì!

In pratica, con un sol colpo si hanno tutti gli album registrati da Miles in studio e dal vivo ufficialmente editi dalla Columbia fra gli anni Cinquanta e Ottanta. I titoli, tra singoli e doppi, sono così cinquantadue, più un divuddì contenente un concerto europeo inedito del 1967; il tutto impreziosito da un corposo libretto con note biografiche, tecniche e discografiche. La vera ghiottoneria è forse però la versione integrale dell’esibizione di Davis nel 1970 allo storico festival dell’Isola di Wight, mai pubblicata prima. I ciddì sono presentati all’interno del cofanettone in confezioni cartonate del tipo ‘mini LP replica’ e comprendono quelle succose bonus tracks già apparse nelle riedizioni Legacy dai tardi anni Novanta in poi.

Questo per la cronaca, visto che m’interessa tutto ciò che esce ufficialmente a nome Miles Davis. Tuttavia mi lascerò sfuggire quest’ennesimo cofanetto(ne) perché ho già la maggior parte di quei dischi, diversi dei quali inclusi in altri cofanetti della serie “The Complete Sessions” (ad esempio questo). Ecco, restando quindi in tema, i cofanetti di Miles che m’interessano davvero e che spero di poter comprare in un prossimo futuro sono (in ordine di preferenza):

  • “Miles Davis Quintet 1965-1968”: un box di sei ciddì edito sempre dalla Columbia/Legacy riguardante uno dei periodi più celebrati della lunga carriera artistica di Miles, quando si faceva accompagnare da Wayne Shorter, Herbie Hancock, Tony Williams e Ron Carter.
  • “Seven Steps: The Complete Sessions 1962-1964”: altri sette dischi in un box della Columbia/Legacy contenenti il periodo storico precedente a quello del quintetto di cui sopra.
  • “The Complete Miles Davis At Montreux”: un monumentale cofanetto di venti ciddì, edito dalla Warner Bros, contenente tutte le esibizioni che Miles ha tenuto (dal 1973 al 1991) in occasione del celebre Jazz Festival sul lago di Ginevra.
  • “The Complete On The Corner Sessions”: sei dischi in un altro box della Columbia/Legacy riguardanti il periodo 1972-1975 del nostro. E’ un acquisto che un po’ mi pesa perché ho già una buona parte del materiale distribuita su altri titoli davisiani.
  • “The Legendary Prestige Quintet Sessions”: quattro ciddì se non ricordo male, in un cofanetto curato dalla Prestige, ovvero la casa discografica con la quale Miles incideva dischi prima di passare alla Columbia.

In definitiva, per quanto mi riguarda, che nessuno dicesse da parte mia alle case discografiche che i dischi non si vendono! Ah, mi dispiace per i Beatles, ma…

– Mat

Miles Davis, “The Complete In A Silent Way Sessions”, 2001

miles-davis-the-complete-in-a-silent-way-sessionsNel 2008 appena trascorso, la mia passione per la musica di Miles Davis è cresciuta in modo esponenziale, tanto da indurmi a fare spese pazze per i suoi dischi. E così, oltre agli album da studio o dal vivo, in formato singolo o doppio che fossero, ho comprato anche diversi cofanetti: tripli, quadrupli o addirittura quintupli. Non so quanti soldi ho speso… certamente un sacco ma certamente n’è valsa la pena!

Riguardo ai cofanetti, quello che più ho apprezzato e che del resto ascolto più spesso è “The Complete In A Silent Way Sessions”, tre ciddì racchiusi in una lussuosa confezione cartonata, con belle foto e molti dettagli tecnici/creativi sulla musica inclusa. Come suggerisce il titolo stesso, tale cofanetto è incentrato sull’album “In A Silent Way” del 1969, uno dei grandi capolavori di Miles Davis, il suo primo disco nel quale troviamo strumenti amplificati elettricamente (mentre fino al precedente “Nefertiti” era stata impiegata solo strumentazione acustica), il primo che fa uso di chitarra, in breve il primo album davisiano dell’era fusion. Lo stesso titolo del cofanetto è però fonte di fraintendimenti: non si tratta della totalità delle registrazioni effettuate dal gruppo di Miles per l’album “In A Silent Way”, bensì delle registrazioni più notevoli incise in studio fra il settembre 1968 e il febbraio ’69, una mole di materiale che poi è stata distribuita nel corso degli anni negli album “Filles De Kilimanjaro” (1969), “Water Babies” (1976), “Circle In The Round” (1979) e “Directions” (1981), oltre che ovviamente sullo stesso “In A Silent Way”. Vediamo comunque per sommi capi il contenuto dei tre dischi di questo “The Complete In A Silent Way Sessions”, quinto d’una serie di cofanetti che ha fatto (e sta facendo) la gioia di migliaia di appassionati davisiani.

Cd 1) Si parte con l’incantevole Mademoiselle Mabry, una lunga e sofisticata composizione dedicata a quella che di lì a poco diventerà (seppur per un solo anno) la seconda signora Davis, Betty Mabry. Pacata e briosa al contempo, Mademoiselle venne registrata il 24 settembre ’68 e inserita in “Filles De Kilimanjaro”, così come la spumeggiante Frelon Brun. La piacevolmente ipnotica Two Faced e la fantasia percussiva di Dual Mr. Anthony Tillmon Williams Process, entrambe incise l’11 novembre, sono invece apparse molto tempo dopo, su “Water Babies”. La movimentata Splash, incisa il 12 novembre, non era mai stata pubblicata in questa versione integrale, bensì priva d’introduzione nella compilation “Circle In The Round”. Splashdown, ancora una composizione ricca di movimento e messa su nastro il 25 novembre, è invece uno dei tanti gioielli di Miles rimasti nei cassetti della Columbia e riscoperti per questa strepitosa serie di cofanetti: è anche interessante dal punto di vista storico giacché segna l’inizio della collaborazione fra Davis e Joe Zawinul, uno dei suoi partner creativi più geniali e influenti.

Cd 2) La sognante Ascent, incisa il 27 novembre, è semplicemente una delle registrazioni più belle di Miles Davis: apparsa per la prima volta su “Directions”, questa versione restaurata rimedia ad alcuni difetti tecnici di quella prima edizione. Directions, nota e incalzante composizione zawinuliana, incisa quello stesso 27 novembre, è qui presente in due versioni (una è leggermente più estesa dell’altra) dall’arrangiamento simile. Poi si passa finalmente ai brani veri e propri intesi per l’album “In A Silent Way”, vale a dire Shhh/Peaceful, l’omonima In A Silent Way e It’s About That Time, registrati tutti il 18 febbraio 1969 e inediti in questa forma, vale a dire senza gli interventi di post-produzione. Da segnalare, in particolare, una versione Rehearsal di In A Silent Way sensibilmente più dinamica (suona quasi come una samba) ma assolutamente deliziosa.

Cd 3) Il terzo e ultimo disco comincia subito in modo memorabile, con The Ghetto Walk, una maestosa composizione prossima ai ventisette minuti di durata. Messa su nastro il 20 febbraio, sembra incredibile che una tale gemma come The Ghetto Walk sia rimasta inedita fino alla pubblicazione di queste “Sessions”. Anche l’elegante e malinconica Early Minor, registrata in quella stessa seduta, è rimasta inedita fino al 2001. I due brani restanti sono invece le versioni rimasterizzate di Shhh/Peaceful e In A Silent Way/It’s About That Time, così come erano apparse nel 1969 sull’album “In A Silent Way”, ovvero con tutti gli effetti di editing e looping curati dal produttore Teo Macero.

In definitiva, la splendida musica presente nei tre ciddì di “In A Silent Way Sessions” documenta un periodo di transizione nella carriera artistica di Miles Davis: l’utilizzo di strumenti elettrici, come detto, l’impiego di nuove metodologie compositive ma anche il ricorso a musicisti geniali e innovativi che hanno contribuito a spingere la musica di Miles in una dimensione che travalica ampiamente il concetto di jazz verso una forma d’avanguardia sonora che mescola brillantemente la spontaneità del jazz con la musica classica, il rock e la psichedelia. Davvero impressionante la lista dei nomi che hanno affiancato Miles Davis – peraltro in forma magnifica – nel periodo raccontato da questo cofanetto: il grande sassofonista Wayne Shorter, i celeberrimi tastieristi Chick Corea, Herbie Hancock e il già citato Zawinul, il solido bassista Dave Holland, i batteristi Tony Williams, Jack DeJohnette e Joe Chambers, uno più bravo dell’altro, l’inventivo chitarrista John McLaughlin. Oltre, ovviamente, al geniale Teo Macero che ha fatto dello studio di registrazione un ulteriore strumento creativo.

– Mat

Michael Jackson

(FILES) US pop star and entertainer MichNon l’ho mai negato e non devo certo vergognarmene: a me Michael Jackson è sempre piaciuto. Voglio dire, la sua musica e il suo innegabile talento visionario. Per me, Michael rimane un personaggio legato all’infanzia, agli anni Ottanta, quando rimanevo incantato davanti alla tivù nel vedere i suoi celebri videoclip: Thriller, Beat It, Billie Jean, Dirty Diana, Bad, Smooth Criminal e altri. Però è stato nei Novanta che ho iniziato a comprare i suoi dischi, anche se in quel periodo m’è un po’ crollato il mito per via dei tanti scandali – veri o presunti – che hanno accompagnato il nostro fino a poco tempo fa.

Personaggio fra i più eccentrici, carismatici e controversi che la dorata industria del pop-rock abbia mai proposto al grande pubblico, Michael Jackson s’è conquistato nello spazio di pochi anni, e con una manciata di album, un posto di diritto nella storia della musica ma anche del costume e della cultura, influenzando e stregando più d’una generazione. Insomma, piaccia o meno, la presenza di Michael Jackson fa parte del nostro vissuto quotidiano e ci vorrà un bel po’ di tempo prima di poterci scordare di lui.

La storia artistica di Michael Joseph Jackson, nato in Indiana (USA) nel 1958, parte veramente da lontano, quasi quanto la sua stessa vita biologica: infatti a cinque anni già canta nei Jackson 5, un gruppo perlopiù vocale composto da altri quattro fratelli, che entro pochi anni inizierà ad incidere per una major discografica, la celeberrima e prestigiosa Motown.

Il nostro è un autentico bambino prodigio, canta, balla e dà spettacolo che è una meraviglia e in breve tempo cresce anche la sua consapevolezza d’artista: sarà proprio lui, a metà anni Settanta, a volersi slegare dalla Motown perché sentiva il bisogno di svincolarsi dalle imposizioni di manager e produttori. E così, a parte il fratello Jermaine Jackson (sentimentalmente legato alla figlia di Barry Gordy, boss della Motown), i Jackson passano alla Columbia (in seguito acquistata dalla potente Sony), aggiungono un altro fratello, Randy, e l’avventura riparte sotto il nome di The Jacksons.

L’avventura discografica dei Jacksons proseguirà fra enormi successi fino al 1984, quando i sei figli maschi di casa Jackson (ve ne sono altri tre di figli, tre femmine, fra cui la famosa Janet) pubblicheranno l’album “Victory” e ne celebreranno i fasti con un imponente tour mondiale. Nel frattempo Michael ha avuto modo d’oscurare non solo i suoi fratelli ma anche ogni altra star musicale del tempo, grazie allo straordinario successo di “Thriller” (1982), tuttora l’album più venduto di sempre. Ma, a ben vedere, già nel 1979, con l’uscita del suo album solista “Off The Wall”, il nostro ottiene uno strepitoso successo di critica e pubblico (l’album vende dieci milioni di copie in tutto il mondo, mica noccioline…), imponendosi con due grandiosi singoli danzerecci, Rock With You e Don’t Stop ‘Til You Get Enough, e una toccante ballata, She’s Out Of My Life.

Nel corso degli Ottanta, dopo il successo planetario di “Thriller”, Michael Jackson diventa quel re del pop che tuttora molti ricordano come tale, pubblicando l’album “Bad” (1987) e singoli famosi come The Way You Make Me Feel, Man In The Mirror, Bad, Dirty Diana e Smooth Criminal. Inoltre, scrive con Lionel Richie la famosissima We Are The World per un imponente progetto benefico al quale prendono parte le maggior stelle del pop-rock americano del periodo.
Diversi videoclip di Michael figurano celebrità hollywoodiane quali John Landis, Martin Scorsese, Dan Aykroyd e Eddie Murphy, e lui stesso avrà modo di cimentarsi occasionalmente col cinema, in particolare col film musicale di “Moonwalker” (1988).
Impressionante anche la lista di chi, nel corso degli anni, ha suonato e cantato al suo fianco: Stevie Wonder, Paul McCartney, Freddie Mercury, Diana Ross, Barry Gibb, Mick Jagger, i Toto, Quincy Jones, Slash, Eddie Van Halen, Steve Stevens e altri ancora.

Arrivano gli anni Novanta e per Michael Jackson arrivano anche altri successi, come testimoniato dall’album “Dangerous” (1991) e dai suoi singoli estratti: Black Or White, Heal The World, Remember The Time, Jam e In The Closet sono tutti scalatori di classifiche internazionali. Tuttavia sarà proprio a cavallo degli Ottanta e dei Novanta che il grande pubblico prende più a chiacchierare della vita privata di Michael che della sua carriera artistica: il cantante, infatti, si è sottoposto a svariati interventi chirugici ed estetici, che, di fatto, l’hanno trasformato in un altro. Il suo nome figurerà così più sui tabloid scandalistici che sulle riviste musicali, grazie ad una serie di manie, fobie e stranezze che Michael manifesterebbe in privato e talvolta anche in pubblico.

Nel 1993, infine, la botta finale: Jackson viene accusato e processato per molestie a minori. Processi che si ripeteranno altre volte fino ad anni recenti, con grande attenzione mediatica in tutto il mondo. Qualcosa di vero deve pur esserci ma una colpevolezza effettivamente provata non s’è mai prodotta… per quanto mi riguarda, mi rifiuto di credere che uno come Michael Jackson – che tuttora resta la stella della musica che più ha donato in beneficenza – ha violentato un solo bambino.

Nel frattempo la sua musica va avanti, anche se la sua immagine, e quindi la sua credibilità, sono notevolmente compromesse: nel 1995, dopo un chiacchieratissimo matrimonio (durato poco più di un anno) con Lisa Marie Presley, la figlia del celeberrimo Elvis, Michael pubblica il doppio “HIStory”, metà raccolta antologica e metà nuovo album, che riscuote dappertutto un enorme successo. Non così potrà dirsi di “Invincible” (2001) che, dopo l’ottimo singolo You Rock My World, non farà più parlare di sè, divenendo quindi il primo vero flop di Jackson. Seguirà quindi una marea imbarazzante di raccolte e ristampe curate dalla Sony che dura tuttora.

Nel 2009 Michael dovrebbe pubblicare un atteso nuovo album, supportandolo con un tour a suo nome e, forse, con un altro come componente dei redivivi Jacksons. Staremo a vedere… era quello che avevo scritto in quel tardo pomeriggio di novembre, mentre ora, ad agosto, la realtà è ben diversa. Purtroppo. Non sono riuscito ad aggiornare questo post, non ne ho voglia. Ci riproverò in futuro.

– Mat

(ultimo aggiornamento: 20 agosto 2009)