Miles Davis, 26 maggio 1926

Miles DavisEra nato in Illinois, Miles Davis, nella città di Alton, il 26 maggio 1926. Trent’anni dopo già incideva per la maggiore casa discografica d’America, la Columbia, registrando per i successivi trent’anni alcuni dei dischi più belli e innovativi non solo per quanto riguarda il jazz ma anche la musica in generale. Per quanto mi riguarda, l’ascolto delle opere di Miles Davis è sempre foriero di scoperte e, soprattutto, di gioie. Più volte ne ho parlato & riparlato in questo blog, e altre volte ancora mi piacerebbe parlarne & riparlarne nei post futuri.

Finora mi sono occupato di due magnifici titoli realizzati in stretta collaborazione con Gil Evans, ovvero “Miles Ahead” (1957) e “Porgy And Bess” (1958), ai quali ha fatto seguito un album che, se possibile, si è rivelato ancora più spettacolare, “Kind Of Blue” (1959). Ho anche scritto su alcuni degli album del cosiddetto primo periodo elettrico, nello specifico “In A Silent Way” (1969), “Bitches Brew” (1970) e  “On The Corner” (1972), una trilogia di dischi che metto senza dubbio tra le cose più eccitanti che io abbia mai sentito. Molto esaltante resta anche l’ascolto di due album dal vivo registrati nel corso dello stesso giorno del febbraio 1975, ovvero “Agharta” e “Pangaea“. Della riscoperta del materiale d’archivio dell’era Columbia, iniziata nel 2011 e tuttora in corso grazie alla celebrata “Bootleg Series”, infine, ho finora parlato d’una notevole collezione chiamata “Freedom Jazz Dance” (2016).

Tornerò in seguito a ospitare su Immagine Pubblica ulteriori post sui dischi di Miles Davis. Per ora, buona lettura. E soprattutto buon ascolto.

-Mat

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Miles Davis, “Porgy And Bess”, 1958

Miles Davis Gil Evans Porgy And BessSe c’è un disco che ho ascoltato più assiduamente degli altri nelle ultime settimane, quello è senz’altro “Porgy And Bess” di Miles Davis. In effetti, pur avendo questo titolo nella mia collezione da ormai un decennio, non l’avevo mai ascoltato con così grande interesse. Un mio limite, sicuramente, ma è anche vero che la mia copia di questo illustre capolavoro fa parte in realtà d’un cofanetto del 1996, intitolato “The Complete Columbia Studio Recordings”, e riguardante le collaborazioni tra Miles Davis e Gil Evans. Il tutto in ben sei ciddì, con materiale originale inciso tra il 1957 e il 1968. Ecco, perso in oltre sei ore di musica, tra master take e versioni alternative dei molti brani così generosamente offerti, ho impiegato letteralmente anni per mettere il tutto nella giusta prospettiva.

Secondo d’una splendida trilogia di album usciti per la Columbia e realizzati – per l’appunto – assieme al fido Gil Evans, l’amico di una vita, oltre che uno dei principali nomi associati alla lunga carriera discografica di Miles Davis, “Porgy And Bess”, così come il precedente “Miles Ahead” (1957), è stato registrato a New York in sole quattro fruttuosissime sedute, nell’estate ’58. Una trilogia, come s’è detto, della quale fanno parte il già citato “Miles Ahead” e “Sketches Of Spain” (1960), i quali rappresentano tutti insieme sia uno dei picchi artistici di Miles Davis che uno dei suoi periodi discografici più amati. E anche fortunati dal punto di vista meramente commerciale.

Scritta da George Gershwin col fratello paroliere Ira Gershwin e con lo stesso DuBose Heyward, autore del romanzo originale, “Porgy And Bess” narra la storia di una comunità di afroamericani ambientata negli anni Trenta. Se l’originale è una vera e propria opera lirica, con tanto di tenori, soprani e libretto, la rivisitazione del duo Davis-Evans spicca come uno dei vertici del cosiddetto jazz orchestrale, dove alla tromba (e in certi casi al flicorno) solista di Miles fa da supporto un’intera sezione fiati comprendente altre trombe, tromboni, clarinetti, corni francesi, tuba e flauti. Non mancano tuttavia alcuni componenti della working band davisiana di quegli anni, ovvero Cannonball Adderley (alto sax), Paul Chambers (basso) e Jimmy Cobb (batteria, sebbene in alcuni pezzi gli sia stato preferito il più vigoroso Philly Joe Jones).

Per quanto riguarda i singoli brani di “Porgy And Bess”, dall’iniziale Buzzard Song, con quella sua qualità notturna che forse è anche un po’ la caratteristica di tutto l’album, si passa alla suadente Bess, You Is My Woman Now, per quindi imbattersi nel rutilante Gone, l’unico brano non presente nell’opera gershwiniana. Si tratta infatti d’un originale di Gil Evans che in qualche modo rielabora parte del tema del brano successivamente in programma. Ecco così la tenebrosa Gone, Gone, Gone, alla quale segue un autentico classico del jazz, quella Summertime per la quale Evans ha confezionato un grandioso arrangiamento che più sofisticato non si poteva. Segue a sua volta la contemplativa Oh Bess, Oh Where’s My Bess, e quindi la lirica Prayer (Oh Doctor Jesus), tesa e sospesa nella prima parte, placidamente epica nella seconda. E’ poi la volta della contemplativa, quasi pastorale direi, Fisherman, Strawberry And Devil Crab, dopo la quale sopraggiunge la dolente My Man’s Gone Now. Si procede con It Ain’t Necessarily So, il brano più squisitamente swing dell’album, con il breve passaggio lirico di Here Come De Honey Man, con l’intenso lirismo di I Loves You, Porgy e si conclude infine con la frizzante There’s A Boat That’s Leaving Soon For New York.

C’è soltanto una cosa che proprio non riesce a piacermi della “Porgy And Bess” davisiana: la copertina che, per quanto mi riguarda, potrebbe anche essere annoverata QUI. Per il resto, siamo alle prese con un vero capolavoro che a distanza di sessant’anni dalla sua uscita non ha perso nulla della sua classe.

-Mat

Altre brutte copertine di dischi

La musica di Miles Davis che più amo è quella che il grande trombettista americano ha inciso quando era sotto contratto con la Columbia (gli anni 1955-1985). La musica che successivamente ha inciso per conto della Warner Bros, nella fase finale della sua carriera, mi piace un po’ meno ma ancora meno mi piacciono i suoi anni pre-Columbia, per così dire, soprattutto quando incideva per la Prestige. E tra i motivi che mi tengono alla larga da quei dischi metto proprio le orride copertine che molto spesso ornavano i lavori comunque degni di nota di Davis. Eccone una selezione.

Miles Davis, Relaxin

“Relaxin’ With The Miles Davis Quintet” è una raccolta di materiale inciso nel 1956 e quindi pubblicato dalla Prestige nel 1958, quando Miles era già passato alla Columbia. Non discuto il contenuto dell’album, peraltro registrato dal nostro assieme a uno dei suoi gruppi migliori, ovvero quello con John Coltrane, Red Garland, Paul Chambers e Philly Joe Jones. Ma la copertina? Mi ha sempre raffreddato la voglia di ascoltarmi il disco, purtroppo.

Miles Davis, Collectors Items

E che dire di “Collectors’ Items”, inciso sempre in quel 1956 ma con tutt’altra formazione?

Miles Davis, Miles Davis And Horns

Anche se, per quanto mi riguarda, la copertina più brutta d’un disco di Miles Davis resta quella di “Miles Davis And Horns”, anch’essa del 1956. Certo che l’allora reparto grafico della Prestige era a dir poco originale.

Il mondo è comunque pieno di brutte copertine di dischi, e continuano a farne anche in tempi recenti. Vediamone qualcuna.

Ed Sheeran, X

Ecco l’album “X” (gruppo Warner, 2014) di Ed Sheeran, un cantante del quale oggi tutti sembrano proprio non poterne fare a meno, in particolare i programmisti radiofonici.

Katy Perry, Witness, 2017

Questa è invece la spaventosa copertina di “Witness”, l’ultimo album di Katy Perry, pubblicato dalla Capitol nel 2017. E pensare che sarebbe bastata una semplice foto alla stessa Perry per dare invece alle stampe una bella copertina.

Depeche Mode - Spirit

Ancora i Depeche Mode, con una brutta copertina tratta da quello che molto probabilmente è il loro album più brutto, il recente “Spirit” (Sony, 2017).

Lou Reed, Metallica, Lulu

E che dire poi dell’orrenda copertina di “Lulu”, una collaborazione del 2011 tra Lou Reed e i Metallica pubblicata dalla Warner nel 2011?

Ma in casa, oltre a “Spirit” dei Depeche Mode e ai dischi Prestige di Miles Davis ho anche i seguenti…

Prince, Rave Un2 The Joy Fantastic, 1999

Prince, “Joy Un2 The Joy Fantastic” (gruppo BMG, 1999), oltre a…

New Order Republic

New Order, “Republic” (gruppo Warner, 1993), oppure, per fare un esempio nostrano…

Mango, Visto Così

Mango, “Visto Così” (gruppo Warner anch’esso, 1999).

Beh, penso che per ora la nostra carrellata di brutte copertine possa bastare. Ovviamente tutto è discutibile, quello che non piace a me potrebbe benissimo rappresentare un capolavoro per qualcun altro. Col prossimo post torneremo a parlare di musica vera. Forse proprio d’un noto album di Miles Davis che in questi giorni sto riascoltando spesso & volentieri.

-Mat

Billie Holiday, “Lady In Satin”, 1958

Billie Holiday Lady In Satin immagine pubblica blogPenultimo album registrato da Billie Holiday ma ultimo ad essere stato pubblicato – nel giugno 1958 – quando la cantante era ancora in vita, “Lady In Satin” può essere considerato il vero testamento artistico della celebre Lady Day. Formato da dodici brani che la Holiday non aveva mai precedentemente interpretato nel corso della sua carriera, “Lady In Satin” è un album romantico, etereo, sontuosamente orchestrato, eppure decadente e avvolto in un’aurea un po’ dark, per così dire, che non dispiace affatto, anzi che contribuisce eccezionalmente alla resa sonora complessiva del disco. Sorretta dalle partiture orchestrali arrangiate e dirette da Ray Ellis, la voce di Billie Holiday è ormai irrimediabilmente segnata dalle sue travagliate vicissitudini e dai suoi stessi accessi con alcol e droghe. Ma è proprio quella voce danneggiata, fragile e a tratti stentorea il marchio distintivo d’un disco come “Lady In Satin”, un lavoro che segnava sia il ritorno alla Columbia dopo aver cambiato tre o quattro etichette in pochi anni e sia il ritorno all’uso dell’orchestra (da quaranta componenti, in questo caso) così come quando la nostra incideva per la Decca.

Con Irving Townsend alla produzione, la Holiday, il buon Ellis e i loro collaboratori impiegarono soltanto tre giorni per incidere “Lady In Satin”, nel corso di altrettante sedute agli studi newyorkesi della Columbia che iniziavano intorno alla mezzanotte e terminavano verso le tre del mattino. Dodici le canzoni messe a punto in queste nove ore di registrazioni, la maggior parte delle quali tratta da quel leggendario Grande Canzoniere Americano (o Great American Songbook, se si preferisce) che continua ad affascinare tuttora (vedi il recente “Triplicate” di Bob Dylan, tanto per dirne uno) e dai motivi più celebri tratti dai musical di Broadway. Tuttavia, accanto a brani quali I Get Along Without You Very Well e It’s Easy To Remember, figurano anche numeri più contemporanei (per l’epoca in cui “Lady In Satin” uscì), come quel formidabile I’m A Fool To Want You di Frank Sinatra che la Holiday ha scelto come brano d’apertura di questo suo album.

Personalmente ritengo For Heaven’s Sake il pezzo più bello contenuto in “Lady In Satin”: non possono non colpire la suggestione dell’ascoltatore frasi come “un angelo intreccia le sue mani con le mie” e soprattutto “il paradiso non può essere così lontano”. Se si pensa che Billie Holiday morì nel luglio dell’anno successivo, una canzone come For Heaven’s Sake suona tristemente profetica; eppure è cantata & eseguita con una tale dolcezza e un tale gusto che il tutto sembra il più delizioso degli addii.

Non mi resta molto altro da dire, se non che “Lady In Satin” è un disco che merita di stare nella collezione di un qualsiasi appassionato della musica d’oltreoceano. Un disco che non può deludere e che, soprattutto, non può lasciare indifferenti. Io, nel mio piccolo, sono andato a comprarmi direttamente la “Centennal Edition” pubblicata dalla Sony nel 2015, in occasione del centenario della nascita di Billie Holiday. Si tratta di una bella riedizione deluxe comprendente tre ciddì: il primo contiene l’album più alcune versioni alternative, mentre gli altri due sintetizzano i tre giorni di lavorazione all’album (dal 18 al 20 febbraio ’58) attraverso take più o meno inedite con tanto di eventuali false partenze e discussioni in sala d’incisione tra Townsend, Ellis e la Holiday. Un ascolto davvero interessante per apprezzare ancor di più l’album originale.

-Mat

Miles Davis Quintet, “Freedom Jazz Dance: The Bootleg Series, Vol. 5”, 2016

Miles Davis Freedom Jazz Dance Bootleg SeriesCon entusiasmo calante, negli ultimi anni ho comprato tutti i volumi della “Bootleg Series” che la Legacy Records/Sony ha dedicato all’opera di Miles Davis. E se i primi tre volumi della serie, pubblicati tra il 2011 e il ’14, li ho acquistati nei rispettivi giorni d’uscita, i due capitoli seguenti li ho presi soltanto quando me li sono trovati davanti a prezzi stracciati, e tanto per completare la collezione. Invece, con mia somma gioia & stupore, ho dovuto constatare che l’ultimo in ordine d’uscita, nonché d’acquisto da parte mia, è per quanto mi riguarda il migliore della serie, oltre che il più coinvolgente da un punto di vista meramente auditivo.

Si tratta di “Freedom Jazz Dance: The Bootleg Series, Vol. 5”, il primo della serie a contenere solo materiale da studio, mentre tutti i precedenti volumi contenevano esclusivamente esibizioni dal vivo. Uscito a fine 2016, questo “Freedom Jazz Dance” è una raccolta di provini, false partenze, versioni alternative e “dibattiti” in sala d’incisione del periodo 1966-68, quando Miles Davis suonava con quello che forse è stato il suo miglior gruppo, ovvero il quintetto formato col sassofonista Wayne Shorter, col pianista Herbie Hancock, col bassista Ron Carter e col batterista Tony Williams. Insomma, “Freedom Jazz Dance: The Bootleg Series, Vol. 5” è una sorta di compendio del processo creativo adottato in studio da uno dei quintetti jazz più amati ed entusiasmanti di sempre. Con loro, in sala di controllo, c’è l’altrettanto celebre produttore Teo Macero, ed è proprio negli scambi di impressioni/istruzioni tra il gruppo e il produttore che “Freedom Jazz Dance” offre il meglio di sé. E’ illuminante per chiunque come me ami la musica che Miles Davis ha creato tra il 1965 e il 1968 con questi formidabili musicisti (oltre che, è bene ricordarlo, anche autori) scoprire chi ha proposto cosa e come Macero abbia operato in seguito a quella o quell’altra idea. Dal canto suo, Miles dà l’impressione di sapere esattamente che cosa voglia, pur lasciando sempre la possibilità agli altri di proporre idee alternative e di sperimentare soluzioni più o meno accolte nei master definitivi.

Quelle che possiamo ascoltare in “Freedom Jazz Dance: The Bootleg Series, Vol. 5” sono così sei sedute d’incisione (tutte negli studi newyorkesi della Columbia) nella quale la band appare quasi sempre rilassata, pur mantenendo alta la concentrazione. E’ uno spasso, inoltre, sentire Miles inveire amichevolmente verso i suoi collaboratori con parolacce come “shit”, “cocksucker” e soprattutto “motherfucker”. I brani – più o meno completi ma comunque tutti inediti in questa veste – coi quali abbiamo a che fare sono Circle (in tre versioni), Dolores, Orbits, Footprints, Gingerbread Boy, Fall (dove solo in questo caso il produttore è Howard Roberts, forse perché Macero impossibilitato in quel giorno), Nefertiti, Water Babies, Masqualero (unico ad offrirci una take completa, la numero 3, senza dialoghi o altro che non sia musica) e Country Son (solo la sezione ritmica, ovvero senza Davis e Shorter), oltre ovviamente quella Freedom Jazz Dance che dà il titolo e che apre opportunamente le danze in questo quinto volume della “Bootleg Series”. In coda è invece stata inserita un’inedita incisione casalinga che ci mostra un Miles al piano che dà istruzioni a Wayne circa un’idea musicale che gli ronzava in testa e che qui è chiamata Blues In F (My Ding). Il nostro si aiuta anche canticchiando con quel suo inconfondibile sussurro rasposo, sebbene Shorter sembri più interessato a spiluccare dal frigorifero del padrone di casa.

Si tratta, come si sarà capito, d’un quinto volume estremamente dedicato, rivolto soltanto a chi già conosce l’opera del Miles Davis Quintet del periodo 1965-68; eppure è il capitolo che finora ho trovato più interessante, quello che ho ascoltato più volte. Insomma, a volte capita proprio questo: compri un disco con grandi aspettative e ti delude, ne compri un altro tanto per non lasciare un vuoto nella collezione e scopri che è quello che ti ci voleva.

-Mat

Miles Davis, “Bitches Brew”, 1970

miles-davis-bitches-brew-immagine-pubblicaRiconosciuto dai critici, dagli studiosi e dai semplici appassionati come uno dei lavori più importanti e innovativi nella sterminata discografia di Miles Davis, “Bitches Brew” è l’album del celebre trombettista statunitense che più mi ha affascinato. Ne ho tre differenti edizioni, tanto per dire.

Originariamente pubblicato come doppio vinile nell’ormai remoto 1970, “Bitches Brew” appartiene al cosiddetto periodo elettrico di Miles Davis, quando cioè, verso il 1967, il nostro iniziò ad avvalersi in studio e dal vivo di soli strumenti amplificati elettricamente. Proseguendo poi sulla strada tracciata dal bellissimo “In A Silent Way” (1969), Miles Davis divenne praticamente l’esponente più in vista di quel sottogenere di jazz chiamato fusion. Ora, ci sarebbe da dire che tali etichette hanno dato vita ad innumerevoli controversie: che cosa s’intende per fusion? La fusione, per l’appunto, tra jazz e rock? Siamo sicuri che Miles amasse il rock? Siamo sicuri che il rock sia una forma d’arte musicale superiore? E poi, alla luce di dischi davisiani come “In A Silent Way”, “Bitches Brew” e “On The Corner” (1972), ha ancora senso parlare di jazz? E che cosa s’intende propriamente per jazz?

Non voglio dilungarmi ulteriormente su queste annose questioni che, per quanto mi riguarda, lasciano il tempo che trovano. M’importa davvero poco delle etichette, così come del parere dei critici. Mi interessano molto di più le considerazioni storiche, e la storia ci dice che dopo quarantasei anni stiamo ancora ascoltando “Bitches Brew”, nonostante tutto. Ed è solo a proposito di questo, dell’album in quanto tale, che m’interessa scambiare opinioni coi lettori di questo modesto blog.

Registrato negli studi della Columbia di New York in soli tre giorni dell’agosto 1969, “Bitches Brew” uscì quindi nell’aprile seguente, dopo che il produttore di quelle magnifiche sedute, Teo Macero, fece tutto il lavoro di editing creativo che i sei nuovi brani necessitavano, distribuendoli infine nelle quattro facciate d’un bel doppio vinile. Un lavoro imponente, “Bitches Brew”, che all’epoca divenne il pezzo più venduto del catalogo davisiano e che tuttavia alcuni critici sottovalutarono: Miles aveva infatti trovato una formula sonora che travalicava gli angusti confini del jazz per addentrarsi in territori sonori poco sperimentati, spiazzando praticamente tutti.

Le lunghe composizioni presenti in “Bitches Brew” ci offrono una musica calda, pulsante e pastosa, irresistibilmente funky e contaminatissima, spesso eseguita con tre tastiere, due batterie, due bassi e vari effetti postproduttivi di loop e cambi d’atmosfera. E’ un tipo di musica, questa, che mi ha colpito fin da subito, grazie a brani dalla resa – sia sonora che atmosferica – fantastica quali l’iniziale Pharaoh’s Dance (che coi suoi 20 minuti & passa riempie da solo una prima facciata di vinile), la stessa Bitches Brew (anch’essa, coi suoi quasi 27 minuti, riempie un’intera facciata), Spanish Key, John McLaughlin (che prende il nome dal noto chitarrista, presente nelle sedute), Miles Runs The Voodoo Down e la conclusiva Sanctuary, quest’ultima più lenta e meditabonda.

Imponente anche la schiera di collaboratori che Miles portò con sé in studio, grossi calibri, come sempre accadeva in quegli anni, tra cui Wayne Shorter (sax soprano e autore di Sanctuary), Bennie Maupin (clarinetto basso), Joe Zawinul (piano elettrico, nonché autore di Pharaoh’s Dance), Larry Young (piano elettrico), Chick Corea (piano elettrico), il già citato John McLaughlin (chitarra), Dave Holland (basso), Harvey Brooks (basso elettrico), Lenny White (batteria), Jack DeJohnette (batteria), Don Alias (batteria, conga).

Sul finire degli anni Novanta, la Columbia ha ristampato gli album di Davis con bei libretti illustrativi e brani aggiunti per ogni titolo: in questo caso abbiamo come settimo numero in programma Feio, un’atmosferica e misteriosa composizione di Shorter registrata il 28 gennaio 1970 negli stessi studi e rimasta inedita. Lunga quasi 12 minuti, Feio figura più o meno gli stessi musicisti citati sopra, ma con la partecipazione del celebre batterista Billy Cobham e del percussionista Airto Moreira. Per i più fanatici (come il sottoscritto) è stata invece approntata un’edizione in cofanetto da quattro ciddì intitolata “The Complete Bitches Brew Sessions”, contenente i sette brani visti finora più tutta una serie d’interessanti registrazioni effettuate fra gli ultimi mesi del ’69 e i primi del ’70.

Per quelli ancora più esaltati (come il sottoscritto, of course), nel 2010 alla Sony hanno pensato bene di distribuire una “super deluxe edition” in occasione del quarantennale di “Bitches Brew” contenente una ristampa in doppio vinile ad imitazione dell’originale del 1970, quattro ciddì contenenti – oltre alle inevitabili ripetizioni di quanto già visto sopra – anche qualche inedito dell’epoca e un gustoso live del ’70, oltre che tutta una serie di inserti editoriali che sono pur sempre meglio delle sciarpe, delle spille e delle sottocoppe che negli ultimi anni hanno ridicolmente accompagnato alcune delle ristampe più illustri dei dischi pop e rock.

Comunque lo si voglia prendere, e qui concludo nonostante io non abbia speso una sola parola tanto per la sua copertina quanto per tutto l’artwork in generale (mi piacerebbe dedicare un post ad hoc sull’argomento “copertine di dischi”, un giorno o l’altro) “Bitches Brew” resta un indiscutibile capolavoro nella vasta discografia di Miles Davis, un album monumentale che non smette di colpire e incantare.

-Mat (maggio 2008 – dicembre 2016)

Miles Davis, “Kind Of Blue”, 1959

miles-davis-kind-of-blue-immagine-pubblicaOriginariamente pubblicato il 28 maggio 2009, questo post è più una goffa raccolta di considerazioni personali che una recensione vera e propria. Che poi, lasciatemelo dire: ma che cosa avrà da aggiungere un post su Immagine Pubblica, scritto da un emerito sconosciuto come il sottoscritto, a proposito di un’autentica pietra miliare della musica come “Kind Of Blue”, il classico fra i classici dell’immensa discografia di Miles Davis?

Su questo disco sono state scritte pagine e pagine dai più illustri critici musicali del mondo, se non dei veri e propri libri, come quello di Ashley Khan, uno di quei libroni sul jazz che prima o poi – continuo a ripetermi ormai da troppo tempo – dovrò comprare e quindi leggere & rileggere. Un disco, questo “Kind Of Blue”, che è stato ristampato innumerevoli volte negli ultimi cinquantotto anni (compreso un bel cofanettone, nel 2008, con tanto di vinile, ciddì & divuddì… ovviamente presente nella mia collezione) e che si può trovare praticamente dappertutto, non solo nei negozi di dischi, ma anche nei centri commerciali e nelle edicole, passando per le stazioni di servizio in autostrada.

Per questo e per tanti altri motivi, mi limiterò – ora come in quel post del 2009 – a delle semplici considerazioni sull’album originale del ’59, un vero disco coi controcazzi, come direbbe lo stesso Miles Davis in quel linguaggio colorito che gli era tanto caro, suonato da un gruppo coi controcazzi: i sassofonisti John Coltrane e Cannonball Adderley, i pianisti Bill Evans e Wynton Kelly, il bassista Paul Chambers e il batterista Jimmy Cobb. E poi in “Kind Of Blue” c’è ovviamente Miles, con la sua magica tromba ma anche con tutto il suo carisma di bandleader, qui alle prese con la massima espressione del jazz modale, vale a dire un tipo di jazz acustico (l’elettrico sarebbe arrivato per Davis solo sul finire degli anni Sessanta) che, in base a semplici schemi predefiniti sulla carta, lasciava grande spazio alla libera espressione e all’improvvisazione dei musicisti.

In effetti i cinque brani di “Kind Of Blue” – l’esaltante So What (contenente quella che forse resta l’introduzione più bella di sempre in un album jazz), il brioso Freddie Freeloader, il romantico Blue In Green, l’africaneggiante All Blues e il suggestivo Flamenco Sketches – mettono meravigliosamente in luce la sensibilità artistica & la bravura tecnica d’ogni singolo musicista, in un equilibrio di gruppo che definirei pressoché perfetto. E’ un miracolo questo “Kind Of Blue”, e concordo pienamente con chi disse e/o scrisse che dev’essere stato fatto in paradiso.

Registrato negli studi newyorkesi della Columbia in sole due sessioni fra il marzo & l’aprile 1959 e prodotto da Irving Townsend, “Kind Of Blue” è un’autentica pietra miliare non solo del jazz ma soprattutto della musica in generale. Per Miles Davis fu una sorta di fatidico spartiacque: la musica che incise prima di “Kind Of Blue” fu una cosa, la musica che incise dopo fu tutt’altro. Anche la mia esperienza di ascoltatore può essere riassunta in un prima e un dopo “Kind Of Blue”, lo credereste?

-Mat

Miles Davis, “Miles Ahead”, 1957

Miles Davis Miles Ahead Gil EvansSpesso, tra gli appassionati e gli studiosi di musica, si discute il senso delle etichette utilizzate per classificare i vari generi musicali. Considerate ora inutili perché vittime della moda del momento, ora necessarie perché aiutano a delimitare i campi, hanno senso – per quanto mi riguarda – se servono a semplificare il discorso. E’ in tal senso che mi piace etichettare come “jazz orchestrale” quello che forse è il disco di jazz orchestrale più bello di sempre, “Miles Ahead” di Miles Davis.

Primo di una splendida trilogia di album usciti per la Columbia e realizzati assieme al fido Gil Evans, l’amico di una vita, oltre che uno dei principali nomi associati alla lunga carriera discografica di Miles Davis, “Miles Ahead” è stato registrato a New York in sole quattro fruttuosissime sedute di registrazione nel maggio 1957, oltre ad una specifica seduta di overdubbing (o sovraincisione che dir si voglia) avvenuta tre mesi dopo. Una trilogia, come s’è detto, della quale fanno parte i successivi “Porgy & Bess” (1958) e “Sketches Of Spain” (1960), i quali costituiscono tutti assieme sia uno dei picchi artistici di Miles Davis che uno dei suoi periodi discografici più amati.

“Miles Ahead”, il mio preferito fra i tre, suona come una lunga ed elegantissima suite, formata sia da momenti più briosi (come l’iniziale Springville, la brubeckiana The Duke o la conclusiva I Don’t Wanna Be Kissed) che da altri più contemplativi (My Ship) se non decisamente dolenti (The Maids Of Cadiz). Il tutto suona che è una meraviglia, è proprio il caso di dirlo, per una quarantina di minuti accessibili a tutte le orecchie. Perché è questa la vera forza di un disco come “Miles Ahead”: per quanto complesso e raffinato, offre nell’insieme una resa sonora piacevole ed accattivante, che non può lasciare indifferente l’ascoltatore pur senza appesantirlo.

Il merito di tutto questo, probabilmente, è più dovuto all’arte di Gil Evans che a quella di Miles Davis, ma è pur vero che il buon Evans ha saputo cucire un vestito sonoro (formato da diciannove elementi tra trombettisti, trombonisti, clarinettisti e quant’altro) su misura per Davis, che qui è l’unica voce solista, alternandosi ora alla tromba e ora al flicorno. Insomma, se Evans può aver fatto il grosso del lavoro è pur vero che questo lavoro non sarebbe stato lo stesso se affidato a un altro solista, con una “voce” diversa. Che poi il bello delle grandi collaborazioni è proprio questo: ognuno dà il meglio di sé con l’opera finale che, una volta compiuta, suona come il perfetto amalgama dei suoi autori, dove è difficile per l’ascoltatore riconoscere chi ha fatto cosa.

Ci sarebbero tante altre cose da dire su un capolavoro come “Miles Ahead” che qui mi sono limitato a tratteggiare in base alla mia “ispirazione” del momento, tanto che ci vorrebbe ben più d’un singolo post per parlarne a sufficienza. Riascoltandolo in questi giorni, sempre con gran piacere e con vivo interesse, “Miles Ahead” ha semplicemente reclamato il suo posto in questo mio modesto blog dedicato sostanzialmente ai dischi che più amo. Avremo magari il modo di riparlarne più dettagliatamente in futuro.

– Mat

Miles Davis, “On The Corner”, 1972

miles-davis-on-the-corner-immagine-pubblica-blogAlbum fra i più controversi & discussi presenti nella sterminata discografia di Miles Davis, “On The Corner” offre tuttora un ascolto sconcertante. Dopo aver accolto strumenti elettrici sul finire degli anni Sessanta e aver notevolmente scombinato i parametri per definire il jazz con album quali “In A Silent Way” (1969), “Bitches Brew” (1970), “A Tribute To Jack Johnson” (1970) e “Live-Evil” (1971), Miles compie un ulteriore balzo in avanti, forse il più estremo, proponendo nel ’72 un album come “On The Corner” che di jazz in senso stretto non ha proprio nulla.

Qui siamo infatti alle prese con cinquantacinque minuti di musica martellante e allucinata, ad altissmo tasso ritmico, densa, stratificata, ma anche irresistibilmente funky. Una musica davvero innovativa per l’epoca, praticamente uno sguardo anticipato su quella che sarebbe stata la black music degli anni a venire. A differenza di molti capitoli davisiani del passato, la musica di “On The Corner” non nasce da jam session improvvisate in studio, bensì da concetti lungamente meditati da Miles: prima la sua fascinazione per le trame sonore del compositore d’avanguardia tedesco Karlheinz Stockhausen, e poi il supporto diretto d’un celebre violoncellista/arrangiatore come l’inglese Paul Buckmaster (noto soprattutto per aver lavorato con Elton John, ma anche per David Bowie, i Bee Gees e molti altri) sono infatti i punti di partenza del disco. L’idea è di comporre delle cellule musicali e dei pattern ritmici che possono unirsi e combinarsi a seconda dell’ispirazione, in modo da fornire al lavoro finito un senso di circolarità, come se la musica potesse procedere all’infinito.

Un disco inconfondibilmente black, questo “On The Corner”, eppure, come s’è visto, pesantemente influenzato dalla sensibilità di musicisti bianchi, per giunta europei. All’epoca, Miles Davis non aveva più un gruppo stabile, per cui convocò per le sedute di “On The Corner” alcuni giovani musicisti (fra cui i sassofonisti David Liebman e Carlos Garnett, il chitarrista David Creamer, il batterista Billy Hart) e vecchie & gloriose conoscenze che avevano lavorato con lui nel passato più recente (il chitarrista John McLaughlin, i tastieristi Herbie Hancock e Chick Corea, il clarinettista Bennie Maupin, il batterista Jack DeJohnette, il bassista Michael Henderson, nonché Khalil Balakrishna al sitar elettrico e Badal Roy alla tabla). Faceva da collante col passato più strettamente jazz di Davis, il grande produttore Teo Macero. In effetti è difficile pensare a “On The Corner” come l’opera dello stesso uomo che solo tredici anni prima aveva realizzato un capolavoro indiscusso come “Kind Of Blue”. Una svolta che parve inconcepibile non solo al personale della Columbia – che promosse “On The Corner” come un tradizionale disco jazz e non come intendeva Miles, ovvero un lavoro moderno dedicato ai giovani afroamericani – ma anche ai critici (celebre fu il giudizio della rivista specializzata Down Beat, che diede all’album due sole stelline) e soprattutto al grande pubblico.

Ecco come lo stesso Miles Davis ha rievocato la genesi di “On The Corner” nella sua autobiografia del 1989 [grassetti e parentesi quadre sono miei]: “Quello che stavo suonando in On The Corner non aveva etichetta, anche se la gente pensò che fosse funk perché non sapevano come altro chiamarlo. In realtà era una specie di combinazione fra le idee di Paul Buckmaster, Sly Stone, James Brown e Stockhausen, altre idee le avevo riprese dalla musica di Ornette [Coleman], altre ancora erano mie. La musica era una questione di spazi, di libere associazioni di idee musicali intorno a un nocciolo fatto di ritmo e improvvisazioni della linea di basso. Mi piaceva il modo in cui Paul Buckmaster usava il ritmo, lo spazio; e lo stesso valeva per Stockhausen”.

L’ascolto dei quattro lunghi brani di “On The Corner” – il primo, prossimo ai venti minuti, è formato da quattro parti senza soluzione di continuità chiamate On The Corner, New York Girl, Thinkin’ Of One Thing And Doin’ Another e Vote For Miles; il secondo, Black Satin, è stato anche stampato su singolo; il terzo, One And One, è quasi una variazione sul tema del precedente; l’ultimo, lungo oltre ventitrè minuti, è composto da due titoli, Helen Butte e Mr. Freedom X – può risultare un’impresa ardua e non sempre piacevole, inoltre le parti solistiche dello stesso Miles risultano alquanto sfocate e non sempre ispirate. Tuttavia “On The Corner” è un’esperienza sonora imprescindibile per capire e apprezzare tutto il talento visionario di un gigante della musica come è stato Miles Davis.

Nel 2007, la Columbia ha pubblicato un cofanetto da ben sei ciddì intitolato “The Complete On The Corner Sessions”: in realtà si tratta di registrazioni edite e in parte inedite riguardanti il periodo 1972-1975. E’ un acquisto che devo ancora fare e che finora ho sempre rimandato, non solo per questioni economiche ma soprattutto per il fatto che una buona metà del materiale è già disponibile su altri titoli davisiani.

– Mat

Ristampe, ristampe, ristampe!!!

Michael Jackson Off The Wall immagine pubblicaDa una decina d’anni a questa parte, s’è definitivamente consolidata fra le case discografiche – major o meno che siano – l’abitudine di ristampare il vecchio catalogo in riedizioni più o meno meritevoli di tornare a far capolino nelle vetrine dei negozi accanto alle ultime novità.

Spesso si festeggiano i ventennali, i venticinquennali, i trentennali o addirittura il mezzo secolo di dischi famosi, riproposti in appariscenti confezioni, con tanto di note biografiche e foto d’epoca, meglio ancora se con inediti e/o rarità (che poi, almeno per me, sono le uniche motivazioni nel comprarmi una riedizione d’un disco che magari già posseggo), a volte addirittura in formato cofanetto.

E’ notizia di oggi che entro l’anno verrà ristampato “Off The Wall”, uno dei classici di Michael Jackson, edito appunto trentanni fa. In base a un accordo fra la Sony, la EMI (che non ho capito che c’entra…), gli esecutori testamentari & gli eredi del grande cantante, da qui a dieci anni dovremmo avere altre ristampe (di sicuro “Bad”, probabilmente pure “Dangerous” e tutti gli altri) e altri dischi con brani inediti. Inediti che dovrebbero comunque figurare anche nella ristampa di “Off The Wall”, fra l’altro ripubblicato già nel 2001, così come gli stessi “Bad” e “Dangerous”.

C’è da dire che le ristampe, a volte, sembrano solo una scusa per propinarci un disco del passato alla cifra non proprio popolare dei diciotto/diciannove euro: penso alla riedizione di “Dark Side Of The Moon”, il classico dei Pink Floyd, uscita nel 2003 in occasione del trentennale dell’album. Si trattava d’un ciddì in SuperAudio, col suono distribuito in cinque canali per impianti surround… vabbene, moltobbello, ma le canzoni erano quelle, non c’era uno straccio di brano aggiuntivo, e il tutto si pagava a prezzo pieno.

Si tratta comunque d’una sgradita eccezione perché il più delle volte le ristampe sono ben meritevoli d’essere acquistate. Nel 2007, ad esempio, sono stati riproposti i tre album da studio dei Sisters Of Mercy con belle confezioni cartonate, note tecniche/critiche, foto & preziosi brani aggiuntivi. L’anno dopo, la stessa operazione è stata replicata (tranne per le confezioni, non di carta ma di plastica) per i dischi dei Mission, band nata da una costola degli stessi Sisters Of Mercy. Anche i dischi di David Sylvian usciti per la Virgin – compresi quelli a nome Japan e Rain Tree Crow – sono stati riproposti in lussuose confezioni cartonate, corredate di canzoni aggiunte; ne ho comprate diverse di queste ristampe sylvianiane, come “Tin Drum” dei Japan, pubblicato in uno stupendo cofanetto con disco aggiuntivo & libretto fotografico, un lavoro davvero ben fatto e pagato la modica cifra di sedici euro. Un altro lavoro lodevole che merita l’acquisto a scatola chiusa da parte dell’appassionato è la ristampa del 2004 di “London Calling” dei Clash, comprensiva di ciddì audio con interessante materiale aggiuntivo e divuddì con documentario & videoclip.

Recentemente, l’etichetta Legacy (di proprietà della Columbia, a sua volta controllata dalla Sony), ha riproposto il primo album di Whitney Houston, ovvero quel disco che portava il suo nome, pubblicato nel 1985 con grande successo in tutto il mondo. “Whitney Houston” è stato così ristampato per il suo venticinquennale con brani aggiuntivi e un divuddì contentene videoclip, apparizioni televisive e nuove interviste. Ancora la Legacy, ad aprile, immetterà sul mercato due interessanti ristampe: una per “This Is Big Audio Dynamite”, l’esordio di Mick Jones come leader dei B.A.D. (originariamente pubblicato anch’esso nell’85), e un’altra per il classico degli Stooges, “Raw Power”, che oltre a proporre esibizioni dell’epoca, inediti & rarità figurerà anche l’originale mix di David Bowie del 1973.

Negli ultimi anni s’è ristampato davvero di tutto, spaziando un po’ fra tutti i generi musicali: “What’s Going On” di Marvin Gaye, “Tommy” degli Who, “Pet Sounds” dei Beach Boys (anche in cofanetto da tre ciddì), “Songs From The Big Chair” per i Tears For Fears, “All Mod Cons” per i Jam, “Our Favourite Shop” per gli Style Council, “Stanley Road” e “Wild Wood” di Paul Weller, “Steve McQueen” dei Prefab Sprout, “Night and Day” di Joe Jackson, i primi quattro album dei Bee Gees, “Guilty” della Streisand, “Songs In The Key Of Life” di Stevie Wonder, “Damned Damned Damned” dei Damned, “Ten” dei Pearl Jam (in un voluminoso cofanetto), l’intero catalogo per Bob Marley, i Doors, Siouxsie And The Banshees, Depeche Mode, Megadeth e Joy Division. E ancora: “Transformer” di Lou Reed, “All The Young Dudes” per Mott The Hoople, “A Night At The Opera” dei Queen, i quattro album da studio dei Magazine, gran parte dei dischi di Bowie, dei Genesis dei Cure e dei New Order, “The Final Cut” dei Pink Floyd, “A Love Supreme” di Coltrane e gran parte dei dischi di Miles Davis (spesso anche in lussuosi cofanetti da tre, quattro o più ciddì). Eppure si sono viste anche ristampe ben più povere, vale a dire senza brani extra e in confezioni standard, per Peter Gabriel, Roxy Music, Simple Minds, David Gilmour, Sting e The Police.

Riproposizione in grande stile, invece, per il catalogo dei Beatles: lo scorso 9 settembre, il fatidico 9/9/09, tutti gli album del gruppo originariamente pubblicati dalla EMI fra il 1963 e il 1970 sono stati ristampati (e remasterizzati) sia singolarmente che tutti insieme in costosi cofanetti (in formato stereo e mono), tuttavia nessun disco contemplava i succosi inediti ancora custoditi in archivio.

Per quanto riguarda i solisti, già nel 1993 la EMI ristampò tutto il catalogo di McCartney nella serie “The Paul McCartney Collection”, mentre fra il 2000 e il 2005 è toccato agli album di John Lennon. Spesso ognuno di questi album include i brani pubblicati all’epoca sui lati B dei singoli e alcune ghiotte rarità. Anche il catalogo di George Harrison è stato rilanciato di recente; qui ricordo in particolare la bella ristampa di “All Things Must Pass”, uscita nel 2001 e curata dallo stesso Harrison. Per quanto riguarda Ringo Starr, l’americana Rykodisc ha ristampato già nei primi anni Novanta i suoi album del periodo 1970-74 con diversi brani aggiuntivi, tuttavia l’operazione s’è conclusa lì e le copie a noi disponibili erano solo quelle d’importazione. Insomma, il catalogo solista di Starr meriterebbe anch’esso una riscoperta, almeno per quanto riguarda i suoi album più antichi.

In definitiva, povere o ricche che siano, tutte queste riedizioni stanno ad indicare che la musica incisa a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta fino ai primi Novanta è ormai giunta alla sua storicizzazione, forse perché si è ormai capito che, musicalmente parlando, quello è stato un periodo straordinario & irripetibile che evidentemente ha ancora molto da dire… e da far sentire!

– Mat

(ultimo aggiornamento: 18 marzo 2010)