Stevie Wonder, “Songs In The Key Of Life”, 1976

Stevie Wonder Songs In The Key Of LifeDopo aver dedicato un post a un capolavoro della Motown come “What’s Going On” di Marvin Gaye, mi sembra opportuno citare anche un altro discone edito dalla stessa etichetta in quegli stessi anni Settanta, ovvero “Songs In The Key Of Life” di Stevie Wonder. Semplicemente tra i dischi più belli che io abbia mai sentito, “Songs In The Key Of Life” venne originariamente pubblicato nel 1976 in doppio vinile con tanto di 45 giri aggiuntivo da quattro canzoni. Insomma, ventuno brani complessivi per un’opera d’arte mastodontica, giustamente considerata da molti critici e appassionati come il miglior atto della longeva discografia di Stevie Wonder.

“Songs In The Key Of Life” è un lavoro caldo, professionale, melodico, coinvolgente, ricco d’inventiva, con bei testi (soprattutto amore, disuguaglianza sociale e diritti civili), bei cori ma soprattutto… belle canzoni a volontà! Alcune sono diventate dei grandi successi, altre hanno acquisito maggior fama negli anni a venire perché riproposte da altri artisti: ecco quindi gli straordinari singoli Sir Duke (un omaggio a Duke Ellington), l’irresistibile I Wish, la strafamosa Isn’t She Lovely e la festaiola Another Star; e ancora, la suadente Pastime Paradise (riproposta negli anni Novanta da una meteora, Coolio, che ne ha fatto una famosa versione rap), la melodica & coralissima As (riproposta da George Michael con Mary J. Blige, sempre nei Novanta) e una serie di brani che in un modo o nell’altro mi sembra di conoscere da sempre, come la magnifica Love’s In Need Of Love Today, la ballatona soul di Joy Inside My Tears, la maccartiana Ebony Eyes (sarà forse un caso che qualche anno dopo Stevie Wonder e Paul McCartney abbiano duettato in una splendida canzone chiamata Ebony & Ivory?) e la sintetica ma melodicissima Saturn. Un’altra perla, secondo me, è Ngiculela-Es Una Historia-I Am Singing dove il nostro non solo si cimenta con tre lingue differenti ma sfodera una prestazione vocale suprema.

Veramente da applausi sbucciamani le altre ballate, vale a dire Knocks Me Off My Feet, Summer Soft, la prima parte di Ordinary Pain (la seconda, affidata ad una voce femminile, è irresistibilmente funky) e If It’s Magic. Molto interessanti, e incredibilmente all’avanguardia per il sound dell’epoca, i pezzi più funk e soul: oltre alla già citata I Wish, la lunga e complessa Black Man, ad esempio, sembra anticipare le sonorità breakdance e rap degli anni Ottanta. Notevole il tocco fusion d’uno strumentale coi fiocchi, la vivace Contusion, mentre deliziosamente consolante suona il secondo pezzo strumentale in programma, il conclusivo Easy Goin’ Evening (My Mama’s Call), affidato all’inconfondibile armonica a bocca del nostro.

A proposito, qui il buon Stevie non si risparmia mai, suonando con grande padronanza e disinvoltura un po’ tutto quello che gli capita fra le mani: tastiere, sintetizzatori, pianoforte, basso, percussioni, armonica, effetti vari, oltre che una serie incredibile di cori da supporto alla sua stessa voce. Per il resto (e che resto!), il nostro si affida a preziosi collaboratori: i chitarristi Mike Sembello (quello che negli anni Ottanta riscosse una notevole popolarità col singolo Maniac, tratto dal film “Flashdance”) e il più celebre George Benson, il bassista Nathan Watts, i tastieristi Greg Phillinganes e Herbie Hancock, il sassofonista Jim Horn e tanti altri che contribuiscono con ottoni vari, percussioni assortite, arpe, organi, cori maschili e femminili.

Insomma, un album grande da qualsiasi punto di vista lo si osservi, questo “Songs In The Key Of Life”, un altro di quei titoli che non possono assolutamente mancare nella collezione d’un qualsiasi appassionato di musica. Recentemente, in occasione dei quaranta anni di “Songs In The Key Of Life”, Stevie Wonder si è lanciato in un tour internazionale dove vengono riproposte dal vivo tutte le canzoni originali del disco; chissà se ne seguirà anche una specifica riedizione celebrativa. Nel caso, avremo sicuramente modo di riparlarne.

-Mat (originariamente pubblicato il 15 gennaio 2008)

Le meteore

meteore-italia-1Un po’ di anni fa, su Italia 1 c’era un programma serale chiamato “Meteore” dedicato soprattutto a quei cantanti o a quei gruppi che si sono fatti notare per un paio di singoli d’alta classifica e che poi sono spariti nel nulla. Ricordo che in maggioranza si trattava di artisti emersi negli anni Ottanta. Una cosa che mi fece particolarmente incazzare fu l’inclusione tra queste meteore di Tony Hadley, il cantante degli Spandau Ballet: ma come, uno che calca le scene da dieci anni, e precisamente dal 1980 al 1989, producendo una sfilza di gradevoli canzoni pop di successo, è una meteora?!

C’è da dire comunque che le meteore non hanno brillato soltanto negli anni Ottanta, bensì hanno fatto la loro comparsa fin da subito nel mondo dell’industria del pop, soprattutto da quando i Beatles esplosero come fenomeno discografico di massa nei primi anni Sessanta. Ecco quindi una carrellata di meteore dal 1960 (più o meno) ad oggi, in particolare quei nomi che hanno avuto almeno un hit al primo posto della classifica.

Sponsorizzata nientemeno che da Paul McCartney, ecco la favolosa Cilla Black, al primo posto delle charts britanniche con Those Were The Days. Ma in vetta alla classifica in quel decennio troviamo anche Chubby Checker con The Twist, gli Archies con Sugar Sugar, i Move con Blackberry Way, Bruce Channel con Hey Baby!, Tommy James con Crimson And Clover, gli Shadows con Apache, Frank Ifield con I Remember You. E poi ancora Jimmy Dean con Big Bad John, Gene Chandler con Duke Of Earl, i Tymes con So Much In Love, i Fifth Dimension con Aquarius, gli Association con Windy, i Foundations con Baby Now That I Found You, gli Allisons con Are You Sure?, Tommy Roe con Dizzy, Peter & Gordon con A World Without Love (scritta da Paul McCartney), Barry Ryan con Eloise, i Crystals con He’s A Rebel, Jerry & The Pacemakers con How Do You Do It, gli Young Rascals con Good Lovin’, gli Herman’s Hermits con I’m Into Something Good, Connie Francis con Jealous Of You, Engelbert Humperdinck con Release Me, gli Union Gap con Young Girl, i Searchers con Needles And Pins, le Shirelles con Soldier Boy, le Marvelettes con Please Mr. Postman (un brano di lì a poco ripreso anche dai Beatles). Uffa, quante di meteore, altro che anni Ottanta… che ne è oggi di tutta questa gente?

Leggendo le classifiche degli anni Settanta ci imbattiamo invece in Roberta Flack con Killing Me Softly (negli anni Novanta reinterpretata da un’altra meteora di quel decennio, i Fugees), i Tremeloes con Me And My Life, gli America con A Horse With No Name, Mungo Jerry con In The Summertime, la Earth Band con Blinded By The Light, Samantha Sang con Emotion (un brano scritto e prodotto dai Bee Gees), gli Edison Lighthouse con Love Grows, gli Shocking Blue con Venus (negli anni Ottanta riproposta da un’altra meteora di quella decade, le Bananarama). Ma ricordo anche John Paul Young con Love Is In The Air, Patrick Hernandez con Born To Be Alive, i Trammps con Disco Inferno, i Buggles con Video Killed The Radio Star, The Knack con My Sharona, la Steve Miller Band con The Joker e Al Stewart con The Year Of The Cat.

Passando ai famigerati anni Ottanta troviamo i Dead Or Alive con You Spin Me Round, i Berlin con You Take My Breath Away (colonna sonora del film “Top Gun”), Belinda Carlisle con Heaven Is A Place On Earth, i Men At Work con Down Under, Howard Jones con No One Is To Blame (prodotta da Phil Collins), gli Alphaville con Big In Japan, i Kajagoogoo con Too Shy, i Black Box con Ride On Time, Falco con Der Kommissar, Sandra con Maria Magdalena, Richard Marx con Hold On To The Nights, i Foreigner con la struggente I Want To Know What Love Is, le Bangles con Manic Monday (un brano scritto per loro da Prince) e Tracy Spencer con Run To Me. Ma io ricordo perfettamente gente come Nick Kamen, con Tell Me, i Crowded House con Don’t Dream It’s Over, i M/A/R/R/S con la geniale Pump Up The Volume, Alannah Myles con Black Velvet, Huey Lewis & The News con The Power Of Love (colonna sonora del film “Ritorno al Futuro”), Irene Cara con What A Feeling e Michael Sembello con Maniac, entrambi singoli di successo tratti dalla colonna sonora del film “Flashdance”.

Avanzando agli anni Novanta troviamo Coolio con Gangsta’s Paradise, Vanilla Ice con Ice Ice Baby, gli Hanson con Mmmbop, i Goo Goo Dolls con Iris, gli Aqua con Barbie Girl, i Savage Garden con Truly Madly Deeply, Lou Bega con Mambo Nr. 5. Ma rammento benissimo anche i 4 Non Blondes con What’s Up, The Beloved con Sweet Harmony, i Vacuum Cleaner con I Breathe, una certa Emilia con una lagnaccia chiamata Big Big World, i Bran Van 3000 con Drinking In L.A., i White Town con Your Woman, Shivaree con Goodnight Moon, i Fool’s Garden con Lemon Tree, i Connells con ’74-’75, Anouk con Nobody’s Wife, Eagle-Eye Cherry con Save Tonight e un duo chiamato Charles & Eddie con la gradevole Would I Lie To You.

Anche il decennio in corso, immancabilmente, sta producendo le sue belle meteore, basta leggersi le classifiche di TV Sorrisi e Canzoni di qualche anno fa per ricordarne qualcuna. Ora mi vengono in mente le sole Michelle Branch (aveva cantato una canzone di Santana, quale non la ricordo più) e Jamelia, quella dell’hit danzereccio Superstar. Ne ricordate altre?