George Benson, Al Jarreau, “Givin’ It Up”, 2006

George Benson, Al Jarreau, Givin' it up immagine pubblica blogQuanti dischi degli anni Duemila, una volta annunciati, abbiamo atteso con ansia, precipitandoci al più vicino negozio di dischi nel giorno stesso dell’uscita? E quanti di questi dischi ascoltiamo ancora oggi, quasi vent’anni dopo? Nel mio caso pochini. Gira & rigira, la musica che più ascolto è quella pubblicata tra gli anni Cinquanta e Ottanta del secolo scorso. Insomma, quante volte, negli ultimi anni, avrò sentito la necessità di ascoltare i vari “Invincible” (Michael Jackson, 2001), “Up” (Peter Gabriel, 2002), “Heathen” (David Bowie, 2002), “Morph The Cat” (Donald Fagen, 2003), “Playing The Angel” (Depeche Mode, 2005), “X&Y” (Coldplay, 2005), “Again” (John Legend, 2006), “Planet Earth” (Prince, 2007), “Chinese Democracy” (Guns N’ Roses, 2008) o “If On A Winter’s Night” (Sting, 2009)? Sono tutti album che all’epoca o qualche anno dopo sono andato effettivamente ad acquistare ma che adesso non sento praticamente più.

Eppure, come sempre, non mancano le eccezioni. E una di queste è un piacevole disco del 2006 che acquistai quasi distrattamente, una volta capitatomi tra le mani al prezzo ribassato di otto euro & novanta centesimi. Si tratta di “Givin’ It Up”, una collaborazione tra George Benson e Al Jarreau, ovvero due cantanti americani che ho sempre apprezzato. Si tratta d’un album atipico che inizia con Breezin’ (grande successo di Benson del 1976) e che prosegue con Mornin’ (grande successo di Jarreau del 1982). Ecco, a questo punto si potrebbe pensare che i due abbiano semplicemente riproposto alcuni tra i loro più celebri hit in forma di duetto, attualizzandone la veste musicale. E invece le cose cambiano già al terzo brano in programma, quando ci imbattiamo in una notevole cover di Tutu, forse il brano più popolare del Miles Davis anni Ottanta. Con la successiva God Bless The Child (altra cover di classe, di Billie Holiday in questo caso) troviamo al canto una terza voce, ovvero quella di Jill Scott, così come nella splendida Let It Rain troviamo quella di Patti Austin. E nella conclusiva Bring It On Home To Me (un classico di Sam Cooke) ci imbattiamo addirittura in un certo Paul McCartney, che canta così forte & chiaro da far sembrare lui il protagonista, piuttosto che l’ospite di lusso all’interno d’un duetto Benson-Jarreau.

Ma le sorprese non finiscono qui perché “Givin’ It Up” ci presenta una All I Am eseguita dal solo George Benson (che, non dimentichiamolo, resta sempre quel gran chitarrista di classe che è, e si sente anche qui) e una Ordinary People nel quale a duettare sono la chitarra di Benson e i vocalizzi di Jarreau, senza quindi l’esecuzione del testo originale della canzone di John Legend. Un album di reinterpretazioni e di rivisitazioni, insomma, questo “Givin’ It Up”, nel quale trovano anche spazio le famose Everytime You Go Away (anche se la versione che ne fece Paul Young nel 1985 resta forse la migliore di tutte) e Summer Breeze (forse questa è addirittura la più bella tra le tante altre cover). Su tutte metto comunque una versione di Four, altro classico di Miles Davis, reinterpretata da Benson & Jarreau con un’eleganza sopraffina che da sola mi ha ripagato dei soldi spesi per acquistare tutto l’album.

Un lavoro eclettico questo “Givin’ It Up”, gioioso e amabile, eseguito con una schiera di musicisti di prim’ordine quali i bassisti Marcus Miller e Stanley Clarke, il trombettista Chris Botti, il pianista Herbie Hancock, il batterista Vinnie Colaiuta, il chitarrista Dean Parks e altri ancora. Non so se possa definirsi un capolavoro, “Givin’ It Up”, ma rispetto a tanti altri strombazzatissimi dischi di quel decennio è uno dei pochi che ancora mi invoglia all’ascolto, sia con lo stereo quando sono a casa che con l’autoradio quando solo alla guida. E questo è, per quanto mi riguarda ormai, il miglior metro di paragone possibile per stabilire se un disco sia grande o meno.

-Mat

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Record Store Day 2018: le succose novità

David Sylvian, Dead Bees On A Cake, RSD 2018Le case discografiche hanno cominciato a diffondere le prime immagini e le informazioni relative alle uscite previste in occasione del Record Store Day 2018, che si terrà in tutti i negozi di dischi del mondo il prossimo 21 aprile. Se negli ultimi anni non avevo avuto modo d’andarci, l’anno scorso ci sono stato eccome, in entrambi i negozi di dischi della mia città, Pescara, trovando dei titoli che pur non essendo essenziali non mi hanno fatto dubitare sulla necessità di acquistarli (vuoi per il formato, vuoi per la grafica, vuoi ancora per una bella confezione).

Quest’anno, da quel che ho visto & letto finora, l’edizione che più m’interessa – la sola che vorrei acquistare davvero – è la riedizione di “Dead Bees On A Cake” (nella foto), l’album di David Sylvian datato 1999. Ristampato in doppio vinile bianco, con una nuova copertina, con tutte le foto di Anton Corbijn e soprattutto con quattro brani in più (quelli che, pur incisi durante la lavorazione dell’album, sono invece stati inclusi nella successiva raccolta del 2000, “Everything And Nothing”), l’album “Dead Bees On A Cake” viene finalmente presentato – per dirla con le parole dello stesso Sylvian – “come il doppio album che avevo sempre inteso di proporre, prima che l’etichetta perdesse la pazienza aspettandone l’arrivo”.

“Dead Bees On A Cake”, infatti, rappresentava un grande ritorno dopo anni di collaborazioni e dischi sperimentali. Di fatto, “Dead Bees”, uscito come ricordato nel 1999, fu il primo vero album di David Sylvian dai tempi di “Secrets Of The Beehive“. Sarà quindi l’occasione per godere ancora una volta e ancora di più (grazie all’inserimento di altri quattro splendidi brani, tra cui The Scent Of Magnolia e Cover Me With Flowers) di un album che a mio modesto avviso è stato un tantino sottovalutato. Gran disco, a parte tutto, mi piacerebbe dedicargli un post ad hoc, magari proprio a partire da questa ristampa, se mai riuscirò a portarmene a casa una copia.

Per quanto riguarda gli altri titoli riservati ad altri artisti, quelli che mi hanno fatto drizzare di più le orecchie sono i seguenti, tutti in vinile, e tutti in rigoroso ordine alfabetico.

Ac/Dc – “Back In Black”: il primo album della celeberrima band australiana con Brian Johnson alla voce, probabilmente il loro disco più famoso, ristampato addirittura in cassetta per questo RSD 2018.

Big Audio Dynamite II – “On The Road Live ’92”: un EP di soli cinque pezzi – tutti dal vivo, e mai prima d’ora stampati in vinile – in formato dodici pollici per la seconda reincarnazione del gruppo post-Clash di Mick Jones.

David Bowie – In questo caso abbiamo tre interessanti proposte. Partiamo in ordine cronologico, con la ristampa dell’album eponimo del 1967, “David Bowie” per l’appunto: edizione doppia in elleppì, contenente la versione mono (in vinile rosso) e la versione stereo (in vinile blu) dello stesso album. La seconda proposta, sempre su vinile, è un dodici pollici da 45 giri contenente la versione demo di Let’s Dance del dicembre 1982, pubblicata nella sua lunghezza integrale (sul lato B del singolo troviamo invece una versione live dell’epoca della stessa Let’s Dance). Infine, il nome di Bowie è legato a un triplo vinile, “Welcome To The Blackout”, contenente un inedito concerto londinese del 1978.

Johnny Cash – “At Folsom Prison: Legacy Edition”: forse il disco più famoso di Cash e senz’altro uno degli album live più acclamati di tutti i tempi, qui proposto in un lussuoso box da ben cinque vinili, contenente per la prima volta entrambi i concerti integrali che Cash e la sua band tennero nel carcere di Folsom in quel lontano 1968. Secondo me il tutto costerà un botto ma con ogni probabilità saranno soldi ben spesi. Ci sto facendo un pensierino.

John Coltrane – “My Favorite Things, Part I & II”: soltanto mille copie per questo singolo contenente entrambi i single edit di My Favourite Things, brano portante dell’omonimo e storico album uscito per la Atlantic nel 1961.

The Cure – Due uscite per la band di Robert Smith, decisamente peculiari: “Torn Down” è un doppio elleppì (entrambi in picture disc) contenente sedici nuovi remix curati dallo stesso Smith, mentre “Mixed Up”, anch’esso in doppio picture disc, è la riproposizione dell’album di remix dei Cure uscito nel 1990.

Miles Davis – “Rubberband EP”: quando ho letto “Rubberband” sono saltato sulla sedia! Quello, infatti, è il titolo dell’album inedito che Miles registrò nel 1985 come primo disco da far distribuire alla sua nuova etichetta, la Warner Bros. Poi s’imbatté nei demo di Marcus Miller e ricominciò daccapo con un nuovo progetto, che quindi divenne il celebre “Tutu”. In questo caso siamo però alle prese con un EP di soli quattro brani, e per giunta non tutti originali: c’è infatti qualche remix attuale, accanto al materiale inciso all’epoca da Miles e i suoi collaboratori del periodo. Sono tentato dall’acquisto ma anche fortemente dubbioso. Spero che questo EP sia invece l’anticipazione di qualcosa di più consistente che la Warner potrebbe distribuire in autunno.

Bob Dylan & The Grateful Dead – “Dylan & The Dead”: originariamente uscito nel 1989, questo live nel quale Bob Dylan era accompagnato dai Greteful Dead viene riproposto in un vinile dalle facciate diversamente colorate (quella A è rossa, quella B è blu). Un po’ troppo poco, forse? I soli Grateful Dead, ad ogni modo, potrebbero consolare i fan con un ben più corposo cofanetto da quattro vinili contenente un loro concerto al Fillmore West di San Francisco del 1969.

Fleetwood Mac – “The Alternate Tango In The Night”: se l’anno scorso è stato stampato un acclamato box da ben cinque dischi dedicato al trentennale di “Tango In The Night”, in occasione del RSD 2018 la sola versione alternativa dell’album (ovvero con mix diversi tratti dalle varie sedute d’incisione) viene qui estrapolata per un’edizione nel più tradizionale elleppì nero, il tutto disponibile in sole 8500 copie.

Marvin Gaye – Due uscite anche nel caso di questo leggendario soul singer, ovvero “Let’s Get It On” – uno dei suoi dischi più belli, datato 1972, del quale vorrei presto parlare in un post ad hoc – in vinile rosso da 180 grammi di peso, e quindi “Sexual Healing: The Remixes”, ovvero un altro vinile rosso contente sette versioni – vecchie e nuove – della classica Sexual Healing, il formidabile hit single del 1982.

Van Morrison – “The Alternative Moondance”: ovvero il classico album “Moondance” del 1970 qui ricreato a partire dalle versioni alternative / demo / provini tratti dalle sedute d’incisione originali (come nel caso di “Tango In The Night” dei Fleetwood Mac che abbiamo visto sopra, insomma).

Pink Floyd – “The Piper At The Gates Of Dawn”: edizione in vinile, e mono, per il primo album della storica band inglese, quando ancora era dominato dalla figura e dall’estro di Syd Barrett. In questo caso si tratta, stando al comunicato stampa ufficiale, di “a new mono 2018 remaster by James Guthrie, Joel Plante and Bernie Grundman. Remastered from the original 1967 mono mix”. Anche la grafica promette bene, con una sovracopertina tutta nuova.

Prince – “1999”: questa, vi dirò, non l’ho capita. Si tratta di una riduzione a soli sette brani dell’originale doppio album che il folletto di Minneapolis diede alle stampe nel 1982. C’è una nuova grafica ma mi sembra pochino… perché non distribuire di nuovo l’album nel suo glorioso doppio formato, magari con l’aggiunta dei B-side o versioni alternative?

Rolling Stones – “Their Satanic Majesties Request”: la risposta degli Stones, a quanto pare non troppo riuscita, al “Sgt. Pepper” beatlesiano. Qui siamo in presenza d’un vinile colorato ma trasparente, con tanto d’immagine lenticolare in copertina. Potrà bastare?

Bruce Springsteen – “Greatest Hits”: ovvero la riedizione in due vinili della prima raccolta antologica del Boss, edita per la prima volta nel 1995. Si tratta d’una gran bella antologia, stavolta riproposta in vinili rossi per un’edizione limitata & numerata. Anche qui, c’è il pensierino (e la minaccia al portafogli).

Neil Young – “Roxy: Tonight’s The Night Live”: due vinili contenenti un concerto losangelino inedito del 1973, quando l’album “Tonight’s The Night” doveva ancora uscire.

Questo è quanto, per ora, ma sono più che sicuro che da qui al prossimo 21 aprile ne sentiremo ancora delle belle. Magari ci sarà l’occasione per dare un seguito a questo post.

-Mat

David Bowie, “Let’s Dance”, 1983

David Bowie Let's Dance 1983“Let’s Dance” è stato il primo album di David Bowie che ho avuto modo di ascoltare, nei primi anni Novanta. Certo, conoscevo già l’artista, conoscevo molte delle sue canzoni – e anche qualcuno dei film in cui aveva avuto un ruolo da protagonista, come ad esempio “Labyrinth” – ma prima di acquistare un impianto stereo in piena regola, nel 1992, non avevo mai avuto il piacere di sentire un disco di David Bowie.

E fu così che un mio giovane zio, grande appassionato di musica come me, mi prestò la sua bella copia in ciddì, rigorosamente “made in Japan”, di “Let’s Dance”, un album uscito nove anni prima ma che suonava ancora magnificamente bene con lo stereo a palla. In effetti “Let’s Dance” non può essere annoverato tra i grandi capolavori di David Bowie ma ha un pregio indiscutibile: è suonato, cantato e registrato benissimo. Anzi, forse è l’album bowiano dalla resa audio migliore di tutti. Merito del nostro e del suo co-produttore, quel Nile Rodgers che fino a pochi anni prima conquistava le classifiche con l’irresistibile discofunk dei suoi Chic, ma merito anche di una schiera di musicisti a dir poco formidabile, tra cui: Stevie Ray Vaughan alla chitarra solista, Carmine Rojas al basso, Omar Hakim alla batteria, Sammy Figueroa alle percussioni, nonché gli stessi Bernard Edwards e Tony Thompson, rispettivamente basso e batteria degli Chic, e quindi Nile Rodgers con la sua inconfondibile chitarra ritmica.

Formato da sole otto canzoni, tra cui due cover – Criminal World e China Girl – e un brano che seppure in forma diversa era già uscito un anno prima, ovvero Cat People (Putting Out Fire), “Let’s Dance” vanta comunque tre singoli straordinari che – di fatto da soli – hanno fatto la sua fortuna, ovvero Modern LoveLet’s Dance e quella China Girl che abbiamo già citato. Scandito da una batteria squadrata e implacabile, Modern Love è il classico pezzo powerpop, per così dire, che serve per aprire l’album con un botto, mentre la successiva China Girl è la personale rivisitazione di Bowie d’un pezzo che aveva scritto con Iggy Pop per un suo album del 1977, “The Idiot“. E’ il pezzo che preferisco tra quelli di “Let’s Dance”, con David che tira fuori una prestazione vocale da urlo e con tutti i musicisti coinvolti che sembrano avere un unico scopo in mente, ovvero quello di creare il perfetto pezzo pop-rock anni Ottanta. Ad ogni modo è stata la stessa Let’s Dance, proposta in una versione canonica da quattro minuti (contro i sette della versione contenuta nell’album eponimo), a rivelarsi come il singolo davvero trainante di tutta l’operazione, conquistando all’epoca entrambe le classifiche, britannica e statunitense.

E se, come abbiamo già detto, Criminal World è una cover (oscura canzone new-wave d’un gruppo ancora più oscuro, del quale non ricordo nemmeno più il nome), interpretata superbamente dal nostro come se fosse una sua creazione originale, e Cat People è l’efficace rifacimento rodgersiano d’una collaborazione precedente di Bowie con Giorgio Moroder, le tre canzoni restanti, ovvero Without You, Ricochet e Shake It, sono davvero insignificanti. Tre canzonette che si lasciano ascoltare senza coinvolgimento e che si tende a dimenticare una volta che la musica è finita. Tre riempitivi, insomma, tanto per portare la durata complessiva dell’album a quaranta minuti, ecco. Per la presenza di questi brani più deboli, che quindi rendono “Let’s Dance” un album dall’ispirazione particolarmente altalenante, non si può certo parlare di disco capolavoro. Ciò non ha impedito, tuttavia, a fare di “Let’s Dance” un best seller planetario, un disco che è finito a milioni di copie nelle case degli ascoltatori più disparati di musica, anche di quelli che non possedevano altri dischi di Bowie. Come mio zio, ad esempio.

L’altro ieri, giorno che avrebbe segnato il settantunesimo compleanno di David, è stata distribuita digitalmente una versione demo del brano Let’s Dance, incisa nel dicembre 1982 agli studi Power Station di New York (dove è stato registrato tutto l’album, del resto). Siccome quest’anno dovrebbe uscire un cofanetto con la produzione bowiana degli anni 1983-1989, la pubblicazione inaspettata di questo demo potrebbe forse essere una ghiotta anticipazione dell’antologia che verrà. Chissà, staremo a sentire e magari avremo modo di tornare sull’argomento.

-Mat

Notiziole musicali #5

Walter Becker, Donald Fagen, Steely DanE’ settembre, finalmente, mese di ripartenze, ed è tempo di far ripartire anche questo modesto blog. Purtroppo si riparte con una brutta notizia: il chitarrista-autore-produttore Walter Becker (a sinistra nella foto), cofondatore degli Steely Dan assieme Donald Fagen (a destra nella foto), è morto ieri in circostanze non ancora rese note. Un tumore, probabilmente. Personalmente mi dispiace molto, giacché gli Steely Dan sono uno dei miei gruppi preferiti: ho tutti i loro dischi, quelli di Fagen da solista e, ovviamente, anche quelli di Becker da solista, cioè “11 Tracks Of Whack” (1994) e “Circus Money” (2008). Da qualche anno a questa parte sono clamorosamente scomparsi alcuni dei più famosi & celebrati divi musicali – qui metto soltanto David Bowie, Prince e George Michael, tanto per citarne alcuni tra i più recenti, ma la lista è tristemente lunga – per cui la morte di un personaggio peraltro schivo come Walter Becker mi addolora ma non mi sconvolge più di tanto. E’ anche una questione anagrafica, insomma. Non saranno certamente vecchie, le mie pop-rockstar preferite, ma non sono neppure nate ieri.

Queen News Of The World 40th Anniversary EditionE’ notizia di oggi, invece, che l’album “News Of The World” (1977) dei Queen verrà ristampato il prossimo novembre dalla Universal in un lussuoso cofanetto commemorativo in occasione del suo quarantennale. Ebbene sì, canzoni come We Will Rock You e We Are The Champions sono state pubblicate la bellezza di quaranta anni fa… sembra ieri, vero? “News Of The World – 40th Anniversary Edition” sarà un box multiformato contenente l’edizione in vinile dell’album originale, un divuddì con documentario e filmati d’archivio, tre ciddì (uno con l’album originale e due contenenti inedite versioni alternative e/o demo delle undici canzoni originariamente incluse nell’album del ’77, più alcuni brani che ne vennero scartati e una selezione degli stessi pezzi registrati dal vivo tra il 1977 e il 1982). Non mancheranno, infine, un bel libretto di sessanta pagine dalle dimensioni d’un vinile e un paio di poster del quale, probabilmente, chiunque di noi potrebbe anche fare a meno.

Il materiale presente in “News Of The World – 40th Anniversary Edition” è, in effetti, abbastanza ridondante, considerando che i master del vinile e del ciddì sono gli stessi della più recente riedizione dell’album (2011) e i pezzi dal vivo avevano già visto la luce in precedenti uscite discografiche dei Queen (come ad esempio le BBC sessions). I due ciddì contenenti i provini, gli strumentali e le versioni alternative dovrebbero però giustificare l’acquisto (secondo me siamo sui cento euro), almeno per noi fan accaniti del gruppo inglese. Senza contare il bel formato che anche solo a vederlo così, in questa prima immagine che è stata resa pubblica dal sito ufficiale, fa la sua porca figura.

Neil Young HitchhikerUscirà invece già questo venerdì “Hitchhiker”, un album inedito di Neil Young registrato nel lontano 1976. Si tratta di una raccolta di dieci brani perlopiù per sola voce & chitarra messi su nastro dal nostro in presa diretta. Soltanto due canzoni sono effettivamente inedite, Give Me Strenght e Hawaii, mentre le altre, in un modo o nell’altro, erano già comparse in altri album di Neil Young successivi, come ad esempio la splendida Pocahontas, che debuttò in “Rust Never Sleeps” del 1979. Per quanto io conosca Neil Young da una vita, soltanto di recente ho imparato ad apprezzarlo davvero: se tanti anni fa comprai su musicassetta (anzi, era un doppia musicassetta!) la raccolta “Decade”, negli ultimi mesi sono andato a comprarmi il celeberrimo “Harvest” (finalmente!) e “On The Beach”, che mi è piaciuto anche di più e del quale mi piacerebbe parlare prossimamente in un post dedicato.

-Mat

David Bowie, “Lodger”, 1979

DAVID BOWIE LODGER immagine pubblicaEro convinto d’aver già dedicato, in passato, un post a “Lodger”, l’album di David Bowie del 1979. Rimettendo ordine fra i miei vecchi scritti (nel corso del mese sono riuscito finalmente a recuperare quanto pubblicato tra il 2006 e il 2011, o almeno i post più decenti, ecco) ho invece constatato una stridente assenza. Forse ne avevo tentato più volte la bozza, nel corso degli anni, resta il fatto che su Immagine Pubblica non ho mai speso pubblicamente due parole – per quello che possono valere – a proposito di “Lodger”.

Considerato il capitolo conclusivo della celeberrima “trilogia berlinese” di David Bowie, “Lodger” non c’entra un bel nulla con Berlino. E’ stato principalmente registrato nello studio svizzero dei Queen, gli ormai famosi Mountain Studios di Montreux, più una serie d’incisioni finali (soprattutto per quanto riguarda le parti vocali) effettuata a New York. Anche la concezione di base di “Lodger” si discosta parecchio dai due album che l’hanno preceduto, ovvero “Low” e “Heroes“: se questi ultimi presentavano grosso modo i brani cantati e più convenzionalmente pop sulla facciata A, lasciando così quelli strumentali e più sperimentali sulla facciata B dei vinili originali, in “Lodger” non soltanto questa distinzione non viene applicata ma sono del tutto assenti i pezzi strumentali.

Ad ogni modo, similitudini stilistiche e sonore tra i tre dischi in questione sono però evidenti, anche perché sostanzialmente sono il frutto della creatività delle stesse tre menti: il musicista e compositore Brian Eno, il produttore Tony Visconti e ovviamente lo stesso David Bowie. Mettendo per un momento da parte il buon Visconti, che ha prodotto dischi per Bowie sia prima che dopo quelli della “trilogia berlinese”, ecco che la vera e propria trilogia – se proprio di trilogia vogliamo parlare – è quella realizzata dal duo Bowie-Eno nella seconda metà degli anni Settanta, tre magnifici album appunto chiamati “Low”, “Heroes” e “Lodger”. Sgombrato il campo dagli equivoci (mi sembra d’aver scritto per uno di quegli orrendi trattati sociologici che mi toccava studiare all’università…), passiamo ora a vedere “Lodger” un po’ più da vicino.

Trilogico o meno, “Lodger” è un gran disco, uno dei migliori che si possano trovare nella discografia di David Bowie. In perfetto equilibrio tra commercialità pop e sperimentazione d’artista, quest’album originariamente edito dalla RCA quasi quarant’anni fa è uno di quei rari casi in cui ogni ascolto sembra rivelarci qualcosa di nuovo, come se avessimo il disco fra le mani solo da qualche giorno e non, come nel mio caso, da decenni. Ogni volta che l’ascolto, voglio dire, mi sembra di sentirlo differente da come me lo ricordavo: dieci brani per trentacinque minuti di musica che spaziano dalla ballad pianistica di Fantastic Voyage, il sublime pezzo d’apertura di “Lodger”, al funk-rock robo(ipno)tico di Red Money (posto a chiusura dell’album, proprio esso che apriva le danze in “The Idiot” di Iggy Pop con il titolo di Sister Midnight e tutt’altro testo), passando per veri e propri antesignani della world music che verrà negli anni Ottanta (African Night Flight, Move On e Yassassin) e delizie pop-rock che restano tra i brani più riusciti e apprezzati di Bowie (Look Back In Anger, Boys Keep Swinging e D.J.).

Su “Lodger” ci sarebbe molto altro da dire (anche dell’inquietante veste grafica), ma in attesa di sviluppi futuri per ora mi fermo qui. Sviluppi futuri perché quest’anno dovrebbe vedere la luce il terzo d’una serie di lussuosi cofanetti comprendente l’intera produzione di David Bowie: dopo aver pubblicato “Five Years (1969-1973)” nel 2015 (dodici ciddì o tredici vinili) e “Who Can I Be Now? (1974–1976)” l’anno dopo (sempre dodici ciddì o tredici vinili), la Warner Bros (la casa madre che attualmente detiene i diritti di edizione sui dischi bowiani) dovrebbe infatti distribuire un altro cofanetto con presumibilmente una decina buona di dischi del periodo 1977-1980, tra i quali figura quindi anche “Lodger”. Ecco, spero proprio che il box contenga qualche succosa versione alternativa dell’album, qualcosa che ci faccia ulteriormente appassionare a un lavoro sempre un po’ ingiustamente sottovalutato e che magari ci racconti la sua storia da angolazioni sonore inedite. Avremo modo di riparlarne.

-Mat

David Bowie, “Low”, 1977

david-bowie-low-immagine-pubblica-blogPrimo album della celeberrima trilogia berlinese assieme a “Heroes” (1977) e “Lodger” (1979), “Low” (1977) è semplicemente uno dei dischi di David Bowie che più amo, ed è inoltre quello che ritengo il migliore dei tre. E’ un lavoro che in questo 2017 ha già compiuto quarant’anni ma che resta ancora moderno, concettualmente interessante e, cosa ancora più importante, musicalmente godibile.

In realtà inciso più in Francia che in Germania, la genesi di “Low” può partire tuttavia dagli Stati Uniti, dove un Bowie decadente di ventotto anni, tra eccessi e follie, è comunque impegnato su due fronti col film “L’uomo che cadde sulla terra”: ne è infatti sia l’attore protagonista che l’autore della colonna sonora. Nonostante le buone intenzioni, tuttavia, quest’ultima non verrà portata a termine, con i nastri originali che verranno “riciclati” per il successivo progetto discografico di David, per l’appunto “Low”.

Supportato dagli ottimi Dennis Davis (batteria, percussioni), Carlos Alomar (chitarra) e George Murray (basso), Bowie si affida inoltre ad altri due preziosissimi collaboratori, ancora una volta al geniale produttore Tony Visconti e per la prima volta a quel mago delle ambientazioni sonore che è Brian Eno. Completato già nel corso del ’76, “Low” vide la luce soltanto l’anno dopo, giacché la casa discografica, la RCA, lo riteneva troppo d’avanguardia e quindi poco appetibile commercialmente.

David mette subito le cose in chiaro fin dal primo brano: Speed Of Life è uno strumentale funk-rock pesantemente contaminato dai suoni elettronici, una sorta d’introduzione che fa già capire fin dove si è spinta la ricerca musicale di Bowie rispetto al suo celebrato glam rock dei primi anni Settanta. La secca & percussiva Breaking Glass è invece cantata, ma gli innesti elettronici non mancano, così come i cambiamenti di tempo, col tutto che si traduce in una forma canzone che travalica i confini standard del pop-rock.

Se la briosa e avvolgente What In The World è in pratica un piacevolissimo duetto tra David Bowie e Iggy Pop, la successiva Sound And Vision (uno dei singoli estratti dall’album e, per la cronaca, una delle mie canzoni bowiane preferite) presenta un ritmo delizioso, arricchito da campionamenti, atmosfere elettroniche & una grande prestazione vocale del nostro; alla voce troviamo la moglie di Visconti, quella Mary Hopkin nota soprattutto per Those Were The Days. Più distesa è invece Always Crashing In The Same Car, anch’essa caratterizzata da ritmica pesante ed effetti tecnologici in primo piano. Segue quindi una gran bella canzone, Be My Wife, forse la più convenzionale del disco (infatti è stata pubblicata pure su singolo), forte d’un ritornello in stile disco & da viscerali assoli di chitarra.

A New Career In A New Town, un saltellante strumentale contraddistinto dall’uso trattato dell’armonica a bocca (suonata dallo stesso Bowie), funge da introduzione al lato più sperimentale di “Low” (sull’elleppì originale è l’intero lato B), che parte con quella che secondo me è la traccia migliore dell’album, ovvero Warszawa: questo stupendo requiem composto dal duo Bowie-Eno (e credo interamente eseguito da esso) in onore della capitale polacca – effettivamente visitata in treno dal nostro – è semplicemente una delle canzoni più belle & suggestive del catalogo bowiano. Senza voler sminuire il resto del lavoro, forse la sola presenza di Warszawa giustifica l’acquisto di “Low”.

Completamente strumentale, Art Decade ci regala un’ambientazione alquanto notturna & meditabonda, sembra proprio una colonna sonora, seguìta a sua volta da Weeping Wall, ancora più interessante: l’uso simultaneo di percussioni e tastiere sembra ricordare un effetto di pioggia che cade a catinelle sul muro di Berlino, mentre uno straziante & lontano assolo di chitarra sottolinea la tetraggine del paesaggio circostante. Seppur strumentale, in Weeping Wall la voce di Bowie è chiaramente udibile, e anche in questo caso – come in Warszawa – usata come se fosse uno strumento essa stessa.

Un disco straordinario come “Low” non poteva che concludersi con un brano straordinario, ovvero Subterraneans, un’altra sorta di requiem. E’ un brano dolente, malinconico ma anche imponente, col sax e la voce di Bowie che eseguono delle parti evocative e struggenti. E i testi? Tutte le liriche di “Low” sono più o meno attraversate dal male di vivere, dal disagio e da una certa depressione; non manca tuttavia la voglia di riscattarsi e di trovare una vita d’uscita, magari proprio attraverso la musica e l’arte.

-Mat (novembre 2006 – febbraio 2017)

L’aspetto visuale della musica pop

michael-jackson-moonwalker-film-1988Sono decenni che sento parlare della visionarietà di gruppi e cantanti come Pink Floyd, Queen, Michael Jackson e Peter Gabriel, tanto per dirne qualcuno, eppure nessuna delle opere filmiche associate ai miei beniamini musicali mi ha mai veramente esaltato. Escludendo infatti una manciata di videoclip, magari girati pure da illustri registi cinematografici, solitamente l’aspetto visuale della musica pop non mi ha mai convinto del tutto. Quando ad esempio esce un nuovo album, e l’edizione deluxe include semplicemente un divuddì, state pur certi che io vado a comprarmi l’edizione standard dell’album in questione, lasciando il divuddì al tempo che trova.

Certo, oltre a uno strabiliante quantitativo di pezzi strafamosi in tutto il mondo, uno come Michael Jackson ci ha lasciato anche tutta una serie di videoclip che hanno a dir poco lasciato il segno: pensiamo soltanto a Thriller e Black Or White, girati entrambi da John Landis, rispettivamente nel 1983 e nel 1991. Eppure, quella volta che si è cimentato con il cinema vero e proprio, col film “Moonwalker”, non ci ha lasciato niente di veramente memorabile, per non dire di fondamentale per la comprensione dell’artista. Così come Prince, il quale si è cimentato per ben tre volte con l’opera filmica in quanto tale: i suoi “Purple Rain” (1984), “Under The Cherry Moon” (1986) e “Graffiti Bridge” (1990) sono tutto fuorché memorabili pellicole da guardare e riguardare per la gioia degli occhi.

E che dire dei miei amati Queen? C’è chi sostiene che quello girato per Bohemian Rhapsody nel 1975 sia il primo videoclip della storia (anche se, secondo me, i Beatles hanno preceduto tutti con Strawberry Fields Forever e Penny Lane, se non già con Paperback Writer e Rain dell’anno prima, il 1966), ma ad ogni modo non fa che animare la copertina di “Queen II”, un album uscito l’anno prima. Insomma, per quanto possa essere considerato innovativo per l’epoca, un video come Bohemian Rhapsody sembrava più guardare al passato che annunciare il futuro. E in effetti, i videoclip dei Queen che gli sono susseguiti negli anni non sono particolarmente memorabili o quantomeno espressivamente rilevanti.

Ci sono stati casi di commistione disco/film più interessanti nel caso di Who e Pink Floyd: entrambi questi storici gruppi inglesi hanno prodotto delle opere che possiamo definire multimediali, come nel caso di “Tommy” (1975, diretto da Ken Russell) e “Quadrophenia” (1979, diretto da Franc Roddam) per i primi e “The Wall” (1982) per i secondi. Vi dirò la mia: pur avendo ascoltato (e in un caso comprato) i due classici degli Who, non ho mai sentito l’esigenza d’andarmi a vedere i loro film (li considero dei tipici film generazionali, buoni cioè per quella generazione che li ha visti al cinema, all’epoca), mentre “The Wall” di Alan Parker è tutto fuorché una visione piacevole. Musica a parte, è uno di quei film che puoi vedere una volta, anche due o tre, ma poi basta così, grazie.

Nel corso degli anni Ottanta, quando il videoclip iniziò a farsi inevitabilmente più spettacolare (anche e soprattutto per il fenomeno Jackson), molti musicisti provarono a dare uno sfogo più compiuto alla loro visionarietà. Ne ricordo alcuni tra quelli che ho visto o meno, da Matt Johnson, alias The The, che mise assieme i videoclip girati per ognuno dei brani dell’album “Infected” (1986), presentando il tutto come un mini film da un’ora di durata, a David Byrne che con “True Stories” (1986) realizzò un vero e proprio film, passando per “Hell W10” (1983) dei Clash e “JerUSAlem” (1987) degli Style Council, tanto sconosciuti al grande pubblico quanto ambìti dai cacciatori di rarità.

Sorvolando sui trascorsi cinematografici di MadonnaDavid Bowie e Sting (i quali hanno però preso parte a pellicole cinematografiche “pure”, per così dire, film realizzati a prescindere dai loro dischi e non necessariamente di tipo musicale), passo infine a Beyoncé, che dal 2013 ha iniziato a distribuire i suoi album sotto forma di veri e propri dischi audio/video, dove all’immagine è riservata la stessa importanza data alla musica. Tuttavia, per quanto io trovi mooooolto fisicamente attraente la bella Beyoncé, non ho finora sentito l’esigenza di procurarmi queste che, tutto sommato, dovrebbero essere pure delle prove creative degne di nota. Insomma, mi accontento di ammirare la sua avvenenza in quelle rare occasioni in cui sintonizzo la mia tivù su quale canale musicale.

E questo, per quanto mi riguarda, vale un po’ per tutti i nomi che ho citato e per quelli che, pur avendo visto, ho al momento dimenticato. Il mondo del pop, in definitiva, quando ha lasciato lo studio d’incisione per entrare in un set cinematografico non mi ha mai veramente colpito. Non so se resta soltanto una mia impressione.

-Mat

Gusti musicali geograficamente parlando

ivan-graziani-rock-e-ballate-per-quattro-stagioniPer molti anni, diciamo pure tra il 1988 e il 2008, ho comprato e quindi ascoltato prevalentemente musica inglese. Gruppi da me amatissimi come Beatles, Queen, Police, Pink Floyd, Genesis, Bee Gees, Clash, Depeche Mode e Cure in primis (con tutti i relativi solisti del caso, come ad esempio Paul McCartney, Sting, Phil Collins, eccetera), ma anche Bauhaus, Japan, Cult, New Order (e quindi Joy Division), Tears For Fears, Pet Shop Boys, Smiths, Verve e tutti o quasi i relativi solisti (Peter Murphy, David Sylvian, Richard Achcroft e via dicendo). Per noi parlare poi di David Bowie. Discorsetto bello lungo, insomma.

Tra il 2007 e il 2008, invece, sono stato colto dalla febbre per Miles Davis, statunitense. E quindi via con tutti i suoi dischi (o meglio, con tutti i suoi cofanetti deluxe della Sony), ai quali, di lì a poco, si sono aggiungi nella mia collezione tutti i dischi di John Coltrane, altro illustre statunitense. Allargando un po’ i miei confini, ho iniziato a comprare dischi jazz di musicisti e band d’America, come ad esempio i Weather Report, Wayne Shorter, Herbie Hancock, Chick Corea, tutti nomi che sono andati ad aggiungersi ai vari Michael Jackson, Prince e Stevie Wonder che già avevo in vinili, ciddì e cassette.

E se la black music afroamericana in fondo in fondo m’è sempre piaciuta, in anni più recenti ho avuto modo di apprezzare sempre di più i dischi di Isaac Hayes e soprattutto di Marvin Gaye. Tutta roba americana, ovviamente. Ai quali si sono aggiunti presto i dischi di Simon & Garfunkel (li ho comprati tutti!), del solo Paul Simon (ne ho comprati quattro o cinque), di Bruce Springsteen e soprattutto di Bob Dylan.

Insomma, se la Gran Bretagna la faceva da padrona per quanto riguarda la provenienza artistica dei dischi presenti in casa mia, credo proprio che ormai la fetta sia equamente divisa tra Stati Uniti e Gran Bretagna, e forse i primi sono anche in leggero vantaggio. In questa sorta di duopolio ho però registrato un curioso fatto privato: non so perché e non so per come, ma una mattina mi sono svegliato con la voglia di ascoltarmi i dischi di Lucio Battisti! Dopo qualche acquisto casuale, tanto per scoprire l’artista, ho deciso di fare il grande passo: acquistare l’opera omnia contenente TUTTI  i suoi dischi. L’anno scorso, spinto dalla curiosità, sono invece andato a comprarmi a scatola chiusa un cofanetto da tre ciddì + divuddì di Lucio Dalla, chiamato per l’appunto “Trilogia”. Io che ascolto e che soprattutto compro Lucio Dalla?! Un paio d’anni prima non l’avrei mai detto ed ora eccomi qui, a canticchiare Come è profondo il mare o L’anno che verrà oppure ancora Come sarà con tanto di Francesco De Gregori a dividere il microfono.

De Gregori che pure ha iniziato a incuriosirmi, nonostante un’antipatia per il personaggio che nutro da sempre. Ieri pomeriggio, e qui sto svelando un aspetto davvero inquietante della mia vita privata, avevo preso una copia di “Rimmel” e mi stavo già dirigendo alla cassa. Ho quindi adocchiato una raccolta tripla, fresca d’uscita, di Ivan Graziani e chiamata “Rock e Ballate per Quattro Stagioni“, edita dalla Sony in occasione del ventennale della morte del compianto cantante e chitarrista (nella foto sopra). Ebbene, ho preso una copia di quest’ultima con buona pace del classico di De Gregori.

E così, in conclusione, se una volta i miei ascolti erano concentrati quasi unicamente sulla Gran Bretagna, da un po’ di tempo sono felicemente passato all’America. E ciò nonostante rivolgo più d’un pensiero all’Italia, chissà perché. Ho iniziato anche ad apprezzare e comprare Vasco Rossi. Si attendono ora clamorosi sviluppi.

-Mat

Un ricordo, un punto della situazione e qualcos’altro

david-bowie-un-anno-dopoLo so, oggi è il primo anniversario della morte di David Bowie, così come l’altro ieri è stato il settantesimo anniversario della sua nascita, e qualcosa in proposito dovrei pur scrivere su questo modesto blog. Stavo rimaneggiando un mio vecchio scritto a proposito di “Low”, uno degli album del nostro che più amo, tuttavia non sono ancora dell’umore giusto. Infatti, da un anno a questa parte si è scritto & detto molto su David Bowie, e la cosa non può che farmi piacere. Sono semplicemente colto da un leggerissimo sospetto: che non avrei molto altro da aggiungere.

Al pari dei Beatles, di Bob Dylan e di pochi altri ancora, David Bowie è oggetto di studi in ogni parte del mondo e di bei libri sulla sua vicenda artistica e/o umana ne sono usciti parecchi. Uno che mi attrae da molti anni ma che finora non ho ancora letto è “Bowie in Berlin: A New Career In A New Town”, scritto da Thomas Jerome Seabrook e pubblicato in Italia dalla Arcana col titolo ben più ruffiano di “La trilogia berlinese” (2014). Un libro che invece ho comprato molti anni fa e che mi sento di consigliare a qualsiasi appassionato del lavoro (più che della vita) di David è l’enciclopedico “The Complete Bowie” di Nicholas Pegg, un testo che reputo fondamentale per apprezzare a dovere le molte sfaccettature di una carriera fenomenale come poche.

La mia è un’edizione Arcana del 2005 ma, di recente, il buon Pegg ha ampliato ancora la volta il discorso, arrivando così a includere tutte le informazioni sugli album “The Next Day” (2013) e “Blackstar” (2016) che mancavano per ovvi motivi cronologici dalla precedente edizione. In questo caso, credo, dovrebbe aver scritto l’edizione definitiva del suo interessantissimo libro. Aspetterò, ad ogni modo, una traduzione italiana dell’opera – che dovrebbe comparire in libreria a breve – per valutarne il (ri)acquisto, anche se credo proprio che si trattino di soldi ben spesi.

Cosa posso dire, per il resto? Beh, che fu proprio la morte di David Bowie – per me davvero scioccante – a indurmi a tornare a scrivere come blogger. Pensa & ripensa, e meno di un mese dopo avevo fatto risorgere Immagine Pubblica, un blog che avevo cancellato al principio del 2012 senza alcuna lungimiranza. Non per il suo intrinseco valore, ci mancherebbe, ma perché quella di blogger è un’attività che tutto sommato mi piace e mi ha fatto incontrare (purtroppo soltanto virtualmente) persone decisamente interessanti, con le quali ho condiviso e discusso apertamente i miei interessi. Sono grato a quelli che da un annetto a questa parte mi hanno letto, si sono iscritti al blog, vi hanno lasciato un commento o anche soltanto un “mi piace”. Non ho sempre ricambiato, anzi, e di questo me ne dispiace. Ormai tengo famiglia e il tempo a mia disposizione è quello che è. Comunque, il poco tempo che passiamo “insieme” attraverso Immagine Pubblica è per me assai gradito. Spero che lo sia anche per voi.

-Mat

George Harrison: un apprezzamento postumo 15 anni dopo

george-harrisonNon solo Miles Davis, non solo Freddie Mercury, ma anche George Harrison. Un anno come questo 2016, che ci ha portato via artisti del calibro di David Bowie, Glenn Frey, Maurice White e Prince, ci ricorda infatti anche importanti anniversari, tra cui quello della morte del celebre chitarrista solista dei Beatles, avvenuta appunto il 29 novembre del 2001.

Quindici anni fa quasi non ci feci caso, a quella morte. Mi spiego meglio: il buon George era malato da tempo, la sua lunga lotta contro il cancro sembrava già una battaglia persa in partenza, la spiritualità che lo ha sempre caratterizzato, così come quel suo senso dell’humour, tanto british quanto macabro, mettevano il tutto nella giusta prospettiva. E così, quando venni a sapere della morte di uno dei miei amati Beatles, in fondo ne restai quasi sollevato. Mi dispiaceva sì, certamente, ma almeno l’uomo aveva smesso di soffrire. E di nascondersi ai media che lo braccavano da mesi, in un circo del pettegolezzo macabro che puntualmente si ripete ad ogni illustre agonia ma che puntualmente torna a disgustarmi.

Quindici anni dopo e mi sembra ancora strano pensare che George Harrison non sia più di questo mondo, così come John Lennon, morto ventun’anni prima in circostanze ancora più tragiche. Sarà che dei Beatles si è sempre parlato molto, si parla ancora molto anche oggi, e probabilmente se ne parlerà ancora molto in futuro, che pare che siano ancora lì, vivi e vegeti tutti e quattro, eternamente giovani, col sorriso, circondati da quella musica che ha segnato tanto profondamente sia la storia del secondo dopoguerra che le vite di tutti noi, ci piacciano o meno i dischi dei Beatles. Insomma, sembra proprio che i Fab Four siano eterni, e poco importa che la metà di loro non ci sia più, e da molti anni ormai.

In questi quindici anni, per quanto mi riguarda, ho fatto una scoperta clamorosa, un qualcosa che in quel lontano 2001 non avrei mai lontanamente sospettato: i dischi da solista di George Harrison sono quelli che, tra tutti e quattro gli autori, mi piacciono di più, quelli che più ascolto, quelli che sembrano perfino più rilevanti col passare del tempo. Essì che ho sempre pensato che “All Things Must Pass” – il primo disco che il nostro ha pubblicato all’indomani dello scioglimento del Beatles, nel 1970 – sia non soltanto il disco più bello d’un Beatle solista ma anche uno che potrebbe stare sullo stesso piano dei vari “Sgt. Pepper”, “White Album” e “Abbey Road”; tuttavia in questi ultimi anni ho definitivamente apprezzato quell’unico componente dei miei amati Beatles che sembrava restarsene un po’ nell’ombra. Guardando in alto a quei giganti di Paul McCartney e John Lennon, e tutto preso dalla mia smisurata simpatia per Ringo Starr, infatti, quasi non mi ero accorto di George e della sua musica. Ci sono arrivato in anni più recenti, e per me è stato un autentico shock culturale.

Anche l’ultimo album da studio di Harrison, pubblicato per suo volere nel 2002, quando ormai se n’era già andato, non solo è perfettamente in linea con la sua produzione solistica dei tempi d’oro ma è anche uno dei più bei dischi beatlesolistici di sempre. E’ come se avessi avuto, ascoltando quegli album e informandomi di più sulla vita del nostro, un’autentica rivelazione.

Mi dispiace di essermi perso tutto questo quando George Harrison era ancora in vita. Eppure sono convinto che un grande artista abbia proprio questa caratteristica: dopo la sua morte, anche molti anni dopo il luttuoso evento, continua a far parlare di sé, mentre la sua opera continua ad appassionarci e, in casi non rari, a meravigliarci ancora.

-Mat