Roger Waters, “The Pros And Cons Of Hitch Hiking”, 1984

roger waters the pros and cons of hitch hiking immagine pubblicaRoger Waters ha recentemente annunciato l’uscita del suo primo album da venticinque anni a questa parte, “Is This The Life That We Really Want?”. Se l’è presa decisamente comoda e, da quel poco che ho sentito, credo proprio che me la prenderò comoda anch’io nell’acquistarlo. E così, un po’ deluso, sono andato a riascoltarmi un suo disco che mi è sempre piaciuto, “The Pros And Cons Of Hitch Hiking” del 1984, che è stato il suo primo vero album solista.

Pubblicato un anno dopo “The Final Cut“, “The Pros And Cons” ne condivide gran parte dei musicisti: tolti gli altri due membri dei Pink Floyd, ci sono quasi tutti infatti, a cominciare da quel Michael Kamen che pure in questo caso si è diviso tra i ruoli del direttore d’orchestra, del pianista e del produttore dell’album (assieme allo stesso Waters). Tra gli altri musicisti coinvolti, voglio comunque ricordare il grande batterista Andy Newmark, il percussionista Ray Cooper, il sassofonista David Sanborn e – ciliegina sulla torta – un certo Eric Clapton, qui impegnato con una chitarra solista che non fa rimpiangere troppo David Gilmour, seppure i due vantino stili sensibilmente diversi.

In “The Pros And Cons Of Hitch Hiking”, inoltre, Roger Waters ha riutilizzato alcuni schemi di chitarra ritmica presi pari pari da “The Final Cut” e ciò nonostante “The Pros And Cons” è un lavoro coevo a “The Wall“. Nel 1978, infatti, Waters propose ai Pink Floyd di scegliere tra due cicli di canzoni che aveva appena composto, “The Pros And Cons Of Hitch Hiking” e “The Wall”, per l’appunto, specificando che quello che non avrebbero scelto sarebbe poi diventato un suo progetto solistico. Come tutti sappiamo, i Floyd scelsero “The Wall” (con tutto ciò che ne è conseguito) e così Waters realizzò in solitaria “The Pros And Cons”, seppure sei anni dopo. In seguito, Gilmour sostenne che i Pink Floyd avessero messo mano anche a “The Pros And Cons”, lasciando così intendere che l’album non fosse tutta farina del sacco di quel bassista ormai diventato acerrimo rivale.

Ad ogni modo, è fin troppo evidente, anche all’ascolto più superficiale, la stretta somiglianza tra tre opere – “The Wall”, “The Final Cut” e “The Pros And Cons Of Hitch Hiking” – registrate in contesti e situazioni differenti eppure così simili tanto a livello tecnico quanto espressivo. Non vorrei però soffermarmi ulteriormente sulle analogie tra questi tre parti della mente watersiana a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta; preferisco concludere invece sulle peculiarità del singolo album oggetto di questo post.

“The Pros And Cons Of Hitch Hiking” è l’ennesima delle opere concettuali di Roger Waters, il cui tema stavolta è incentrato su un sogno notturno della durata di circa quaranta minuti (che poi è la durata dell’album); sogno nel quale vengono soppesati i pro e i contro dell’autostop, ovvero gli alti e i bassi delle relazioni sentimentali, tra reciproci tradimenti, ricordi, frustrazioni, timori e speranze per il futuro. Sogno che non manca di tramutarsi in incubo in diversi momenti della narrazione. Quest’ultima è resa non soltanto attraverso la musica ma anche per mezzo dei caratteristici effetti ambientali tanto cari ai Pink Floyd e ai loro fan: voci di adulti e di bambini, di uomini e di donne, urla, stridii, traffico, auto di grossa cilindrata che sfrecciano, e ovviamente l’immancabile televisore in sottofondo.

C’è da dire che un album così lo si apprezza di più se ascoltato in cuffia, anziché con le casse. E’ comunque un disco prodotto e suonato magnificamente, con le canzoni tutte collegate tra loro, con alcune parti che si ripetono nella più classica della variazione sul tema, in modo che il tutto suoni più come una suite che una collezione di canzoni a sé stanti (due di queste sono tra le più belle che io abbia mai sentito, ovvero Go Fishing e Every Stranger’s Eyes), ed è infine l’ultimo dei suoi album in cui Roger Waters non soltanto suona effettivamente il basso ma canta alla grande, così come aveva fatto in “The Wall” e in “The Final Cut” e come non farà più già a partire da “Radio K.A.O.S. (1987). Per tutti questi motivi, in definitiva, “The Pros And Cons Of Hitch Hiking” è un disco che mi ha sempre emozionato.

-Mat

Pink Floyd, “The Final Cut”, 1983

pink floyd the final cut immagine pubblicaDa molti anni volevo scrivere un post su “The Final Cut”, l’ultimo album dei Pink Floyd con Roger Waters ancora in formazione, ma non ho mai trovato lo spunto adatto, nonostante si tratti d’un disco che possiedo e ascolto almeno dal 1995. In quella metà degli anni Novanta mi meravigliavo di come un disco come “The Final Cut” fosse pressoché sconosciuto non solo tra gli appassionati del rock ma anche tra gli appassionati degli stessi Pink Floyd. Eppure mi sembrava un gradissimo disco, degno seguito di “The Wall” (1979), o se non altro molto ma molto superiore ai due album che i Pink Floyd avevano realizzato in seguito, vale a dire “A Momentary Lapse Of Reason” (1987) e “The Division Bell” (1994).

Non è certamente un lavoro facile, “The Final Cut”, così decisamente poco pop, al quale certamente non giovò né l’assenza d’un singolo trainante (Not Now John, per quanto magnifica, non ha certamente lo stesso appeal di Another Brick In The Wall Pt. 2) e né la sofferta decisione in seno alla band di non intraprendere il consueto tour internazionale di concerti di supporto all’album. Nonostante tutto ciò, in quel lontano 1983, “The Final Cut” volò al primo posto della classifica degli album più venduti in molti Paesi, tra cui l’Italia; dieci anni dopo e dell’album sembrava non ricordarsene più nessuno.

Sulla scia dell’enorme successo di “The Division Bell” e della relativa tournée, la EMI tuttavia provvide a ridistribuire nel corso del 1994 tutti gli album dei Pink Floyd con audio remasterizzato e con grafica riveduta ed ampliata. Tra questi titoli figurava anche “The Final Cut”, ovviamente, e così io ne approfittai qualche tempo dopo per portarmene a casa una copia dopo che dell’album ne avevo sentito parlare in modo fantomatico nei primi anni Novanta, quando scoprii il fenomeno “The Wall” (disco e film) e mi appassionai così definitivamente ai Pink Floyd.

Un grandissimo disco, come ho già scritto sopra, un requiem per il sogno del dopoguerra, come lo indicò Roger Waters – l’autore di tutti i brani – nei crediti stessi dell’album, un requiem ad opera di Roger Waters ed eseguito dai Pink Floyd. Ecco un’importante distinzione: un’opera d’un solista eseguita da un gruppo. Gruppo che a quel punto aveva già perso un pezzo importante, vale a dire Richard Wright, fatto fuori da Waters col tacito consenso degli altri praticamente già durante la registrazione di “The Wall”. A questo punto si può obiettare che “The Final Cut” non sia un disco dei Pink Floyd ma piuttosto il primo vero album solista di Roger Waters. Io non la penso (più) così: ora che la vicenda umana & artistica di questa illustre band inglese è stata ampiamente storicizzata – e basta pensare che il suo primo album, “The Piper At The Gates Of Dawn”, è stato pubblicato la bellezza di cinquanta anni fa – un disco come “The Final Cut” E’ un disco dei Pink Floyd allo stesso modo in cui “The Piper” (scritto al novanta per cento da Syd Barrett) e “Momentary Lapse” (scritto al novanta per cento da David Gilmour) SONO dischi dei Pink Floyd. Tre lavori enormemente differenti, “The Piper At The Gates Of Dawn”, “The Final Cut” e “A Momentary Lapse Of Reason”, registrati in tre differenti epoche storiche da tre diverse incarnazioni della stessa band. Un’unica grande, irripetibile storia per uno dei pochi, veri, grandi gruppi musicali capaci di andare a fondo nei nostri sentimenti di ascoltatori e appassionati.

Per quanto riguarda il contenuto più strettamente musicale di “The Final Cut”, questo disco sofferto, solenne, sinfonico (le orchestrazioni sono ad opera del compianto Michael Kamen, accreditato inoltre alla produzione al fianco di Waters, con Gilmour fuori dai giochi per la prima e unica volta nella storia floydiana) eppure toccante e realmente da brividi, vanta alcune delle canzoni più belle del repertorio dei Pink Floyd, gemme come The Gunner’s Dream, come The Fletcher Memorial Home e come la stessa The Final Cut. Personalmente ho sempre amato molto anche l’iniziale The Post War Dream, la successiva Your Possible Pasts (anche per via del modo in cui i due brani sono collegati tra loro tramite i caratteristici effetti sonori ambientali così tanto cari ai Pink Floyd e ai loro ascoltatori) e la già citata Not Now John, l’unica canzone movimentata dell’album, oltre che l’unica a riservare una parte cantata anche per Gilmour.

Mi rendo ben conto che ci sarebbero tante altre cose da dire su “The Final Cut”, eppure sono già contento di quel poco che ho scritto finora; se non altro ho finalmente colmato una lacuna in questo modesto blog: un disco così non potrebbe mai mancare nella mia collezione, e parlarne qui mi sembrava un dovere.

-Mat

Pink Floyd, “A Momentary Lapse Of Reason”, 1987

pink-floyd-a-momentary-lapse-of-reason-immagine-pubblica-blogDedicandogli un post una decina di anni fa, rivalutai un disco che altrimenti avevo considerato decisamente trascurabile. Si tratta di “A Momentary Lapse Of Reason”, l’album che resuscitò i Pink Floyd dopo il sofferto abbandono di Roger Waters nel 1985.

Contestualizzato nella gloriosa storia della band inglese, “Momentary Lapse” è certamente un lavoro minore, tuttavia, preso per quello che è, cioè un album di professionale pop-rock di fine anni Ottanta, risulta essere un ascolto molto godibile. C’è da dire che il nome Pink Floyd è in questo caso un semplice marchio: ridotta ufficialmente a duo – David Gilmour e Nick Mason – ma praticamente un trio col ritrovato Richard Wright (cacciato durante la lavorazione di “The Wall”), la formazione è qui composta da Gilmour con una bella schiera di preziosi collaboratori, con Mason e Wright che hanno suonato qua e là dove più serviva il loro tocco (e serviva poco, a quanto pare).

Da questo punto di vista si dovrebbe considerare “A Momentary Lapse Of Reason” un disco solista di David Gilmour e non un’opera dei Pink Floyd. Detto fra noi, dopo anni di discussioni con fan e ammiratori floydiani, tutto ciò è un discorso che non mi riguarda più. Voglio dire, Pink Floyd o David Gilmour, quello che ormai m’interessa è soltanto la musica; ed è di quella che parleremo vedendo questo “Momentary Lapse” più da vicino.

L’inizio dell’album, affidato allo strumentale Signs Of Life, è molto sorprendente: siamo su una barca al largo d’un fiume, sentiamo gli scricchiolii del legno e i remi che si tuffano in acqua e poi si sollevano. Ricordo che all’epoca, quando sentii per la prima volta questo suono, in macchina di mio zio con lo stereo a tutto volume, anche se ero un bambino rimasi incantato! Poi il brano prosegue con un scambio di fraseggi fra chitarra elettrica (così tipicamente gilmouriana) e sintetizzatore, in un’atmosfera sonora che ricorda vagamente la prima parte di Shine On You Crazy Diamond.

La successiva Learning To Fly, primo singolo estratto, è un gradevole ma robusto pop-rock, scandito dalla calda voce di Dave, dai cori femminili e dai placidi assoli di chitarra, con un bell’interludio in cui par di viaggiare fra le nuvole. Un’ottima canzone da ascoltare mentre si è alla guida… forse ancora meglio se si è in volo. Le voci che si sentono a metà del pezzo sono infatti gli istruttori che conversano con Mason e Gilmour, all’epoca alle prese con vere lezioni di pilotaggio aereo.

Mentre Learning To Fly sfuma, ecco subentrare il minaccioso ringhiare (elettronico) d’un cane, che ci porta all’ancora più minacciosa introduzione del terzo brano, The Dogs Of War. Se il testo di questa canzone è un maldestro tentativo di Gilmour d’eguagliare i temi antiguerra che Waters ha espresso tanto bene in opere come “The Wall” (1979) e “The Final Cut” (1983), la musica è davvero coinvolgente: un possente rock-blues con tanto di voce cattiva & graffiante, cori femminili in bella mostra, assoli di sax e batteria pestante.

La successiva One Slip è una delle canzoni che più m’esaltano fra quelle contenute in questo disco, specie se mi trovo al volante su una strada ampia con vista spaziosa. Scritta da Gilmour con Phil Manzanera (chitarrista dei Roxy Music, che ha collaborato a più riprese con Dave nel corso degli ultimi trent’anni, fino al recente “Rattle That Lock“), One Slip presenta un ritmo medio-veloce scandito da una bella batteria e dalle inconfondibili linee di basso di Tony Levin, frequente collaboratore di Peter Gabriel (ascoltare le gabrieliane Red Rain o I Don’t Remember per gli opportuni confronti). Molto bella tutta la parte vocale di Gilmour, alle prese con un testo interessante.

Di bene in meglio con On The Turning Away, probabilmente la vetta artistico-espressiva raggiunta in “A Momentary Lapse Of Reason” e senza dubbio il pezzo più tipicamente floydiano offertoci qui. Siamo infatti alle prese con una calda ballatona rock (anche se l’atmosfera complessiva mi pare decisamente invernale, soprattutto nella prima parte) sullo stile di Comfortably Numb. Qui il buon Dave si prodiga nei suoi celeberrimi assoli e, se suonata ad alto volume, On The Turning Away è sempre portatrice di grandi emozioni.

A parte la sua rimbombante introduzione, un po’ prolissa, Yet Another Movie è un’altra delle mie favorite presenti qui. Un’atmosfera decisamente più dark delle precedenti, vagamente inquietante, anche nel testo: trovo molto suggestiva la frase ‘the vision of an empty bed’, dopo la quale Dave urla ed entra un placido ma sofferto assolo nelle nostre orecchie. A metà della sua durata, il pezzo si fa più imponente, la batteria assume un ritmo più veloce e l’assolo di Gilmour diventa inconfondibilmente straziante. Poi il tutto torna alla fase dark iniziale, come se avessimo assistito ad una reazione tanto violenta negli intenti quanto impotente nell’agire. Una gran bella atmosfera, fra le cose migliori mai create da David Gilmour, secondo me. La conclusione dell’intensa Yet Another Movie è affidata ad un breve strumentale per chitarra e sintetizzatore, Round And Round, per un’appendice forse inutile.

La successiva A New Machine è il pezzo in scaletta che meno amo: poco più d’un minuto dove ascoltiamo l’aggressiva voce di Gilmour distorta elettronicamente. Il tutto, più che altro, serve da introduzione al brano successivo, Terminal Frost, seguìto a sua volta da una ripresa della stessa A New Machine; infatti il brano in questione è diviso in Part 1 e Part 2 ed è appunto intervallato da Terminal Frost, il secondo e ultimo strumentale in programma. Suona quasi come una composizione di Vangelis in chiave rock, con tanto di assoli di chitarra e di sax; l’atmosfera complessiva è buona, forse avrebbe giovato di una durata inferiore.

Sorrow, brano conclusivo dell’album, è invece un massiccio e ombroso pezzo rock, con un memorabile assolo di chitarra introduttivo, dal tono decisamente cupo. Cantato da Dave con efficace impassibilità, Sorrow è diventato un classico negli ultimi due tour mondiali dei Pink Floyd, così come Learning To Fly, tuttavia la sua atmosfera epicamente sconsolata lo integra meglio nel repertorio storico del gruppo, mentre Learning To Fly suona come una mera divagazione pop.

Prodotto dallo stesso David Gilmour con Bob Ezrin, storico co-produttore di “The Wall”, come già detto “A Momentary Lapse Of Reason” si avvale di preziosi collaboratori, fra i quali troviamo il già citato Tony Levin (suona il basso nella maggior parte delle canzoni), i batteristi Jim Keltner e Carmine Appice, John Halliwell dei Supertramp al sax, il chitarrista Michael Landau, il tastierista Patrick Leonard (noto ai fan di Madonna per aver prodotto alcuni dei suoi album migliori) e lo stesso Bob Ezrin, sempre alle tastiere.

Di recente, quasi trent’anni dopo la sua prima edizione, “A Momentary Lapse Of Reason”, è stato ristampato in vinile dopo opportuna remasterizzazione. Non ho avuto modo di ascoltarlo, per cui non saprei dire quanto suoni meglio rispetto alla mia edizione in ciddì degli anni Ottanta. Sono però convinto che sia di una resa sonora superiore. Anche in questo caso, sono tentato dall’acquisto. Strano, nevvero?

-Mat (settembre 2007 / gennaio 2017)

Pink Floyd, “Wish You Were Here”, 1975

pink-floyd-wish-you-were-hereEdito su Parliamo di Musica il 16 maggio 2007, ripubblicato il 21 febbraio successivo quando il blog si chiamava già Immagine Pubblica e infine revisionato il 19 settembre 2008, il post che segue narra d’un disco che mi affascina da molto tempo prima, diciamo pure da quel giorno dell’estate 1992 in cui l’ascolto della copia in ciddì che mi aveva prestato lo zio paterno mi fece restare a bocca aperta per la sorpresa ma anche per lo smarrimento. Non avevo mai ascoltato nulla di simile!

Sofisticato, cervellotico, malinconico, eppure sognante e decisamente indimenticabile, “Wish You Were Here” è l’album dei Pink Floyd che più amo. Formato da soli cinque lunghi brani, è il disco che segna lo spartiacque nella storia dei nostri, ponendosi a metà tra tutto ciò che aveva portato al successo planetario di “Dark Side Of The Moon” del 1973 e i controversi anni dominati dalla figura di Roger Waters, che seguiranno con l’album “Animals” del 1977 fino all’abbandono del gruppo da parte dello stesso, nel 1985.

“Wish You Were Here” comincia subito alla grande, con quello che è in assoluto uno dei brani migliori dei Pink Floyd, Shine On You Crazy Diamond: dura tredici minuti & mezzo eppure me ne basterebbero anche i primi quattro, cioè tutta quella parte strumentale che sembra accompagnare le fasi d’un allunaggio e dove i magnifici strati di tastiere di Richard Wright fanno da sfondo al malinconico ma brillante assolo di chitarra di David Gilmour. Ecco, mi bastano questi quattro minuti di musica per classificare questo disco come uno dei più belli che io abbia mai ascoltato. Shine On You Crazy Diamond procede però in tutto il suo splendore, passando per altri due memorabili assoli di chitarra, una toccante parte cantata da Waters e due assoli di sax suonati da Dick Parry in rapida successione.

Il tutto sfuma nell’inquietante introduzione del brano successivo, Welcome To The Machine, dove un pulsante rumore di macchine industriali ci dà il benvenuto ad una canzone tanto triste quanto bella, lunga oltre sette minuti e cantata da Gilmour. Lo strumento maggiormente in rilievo è il sintetizzatore (e qui bisogna dar atto ai Pink Floyd di essere fra i precursori della musica elettronica), accompagnato dal fantastico arpeggio di due chitarre all’unisono. Infine, un rumore di portelli che si chiudono e un elevatore che ci conduce rapido al piano superiore, dove i portelli si aprono nel bel mezzo d’una festa.

Con Have A Cigar siamo invece alle prese con un robusto rock-blues, il cui testo è una stoccata al mondo del music business. In Have A Cigar è riposta tutta la disillusione di Waters (è lui, il bassista, a scrivere i testi di questo disco) verso i lustrini dello star-system, un tema che verrà ulteriormente approfondito negli album successivi del gruppo, “Animals” (1977) e soprattutto “The Wall” (1979). Da segnalare la bella prova vocale di Roy Harper, mentre nel 2011 è stata distribuita anche un’inedita versione del pezzo in cui Harper si alterna al microfono con lo stesso Waters.

Una volta passato il momento di rabbia e sarcasmo, subentra così la struggente nostalgia di Wish You Were Here, una superlativa ballata che di sicuro è una delle canzoni pop rock più conosciute e amate di sempre. Da antologia le due chitarre – una arpeggiata e suonata come se stesse provenendo da una radio, e una impegnata col dolce assolo – che si incrociano nella parte iniziale del brano, prima che entri la voce solista di Gilmour, alle prese con un testo assai poetico e carico d’immagini memorabili (un testo che in verità meriterebbe un post tutto suo).

La sognante melodia di Wish You Were Here svanisce infine nel vento, sostituita dalla tetra prima parte della ripresa di Shine On You Crazy Diamond. Lunga dodici minuti & mezzo, tale ripresa esplora le possibilità sonore introdotte dal brano iniziale, con un intermezzo rock più veloce (prima comunque della parte cantata, sempre ad opera di Waters) e una successiva sequenza decisamente blues, il tutto sorretto dall’ottima batteria di Nick Mason. Il lungo finale, che inizia a tre minuti e venti dal termine del brano, è un dolente blues condotto dalla tastiera di Wright.

Con tutta la sua tematica dell’assenza (non solo quella di Syd Barrett, il “crazy diamond” del brano in questione, ma anche l’assenza di umanità – o di anima, se si preferisce – nei rapporti interpersonali), assenza simboleggiata anche nelle suggestive immagini realizzate da Storm Thorgerson per la grafica dell’album, “Wish You Were Here” è uno dei dischi più belli di sempre. E forse è anche il più bel disco dei Pink Floyd.

-Mat

Pink Floyd, “Atom Heart Mother”, 1970

pink-floyd-atom-heart-mother-1970Come forse sanno tutti gli appassionati di musica, lo scorso novembre è uscito un sontuosissimo (e carissimo) cofanetto dei Pink Floyd chiamato “The Early Years” e comprendente tutta una serie di materiale audio/video d’archivio, più o meno inedito, risalente al periodo compreso tra il 1965 (anno della formazione della band) e il 1972 (quindi prima del successo planetario & eterno di “Dark Side Of The Moon”, che è del ’73). Pur amando enormemente i Pink Floyd, e comunque terrorizzato dal prezzo, ho deciso che per il momento posso benissimo fare a meno dei 27 (sì, ventisette!) dischi contenuti in “The Early Years”, anche perché molti di loro sono in realtà divuddì e bluray che io, conoscendomi, vedrei/ascolterei due volte al massimo.

Sono però rimasto con una certa voglia e così, visto che si parla degli anni 1965-72, sono andato a ricomprarmi – in un vinile fresco di ristampa – l’album di quel periodo che ho sempre preferito, ovvero “Atom Heart Mother”. Celebre per l’immagine bucolica della copertina, con la mucca al pascolo che si volta sospettosa verso il fotografo, questo disco ha una genesi curiosa che merita d’essere raccontata. Per farlo, parto da un mio vecchio post, originariamente apparso sul blog Parliamo di Musica il 28 giugno 2007.

Siamo alla fine del 1969, quando un bel giorno David Gilmour se ne esce con una serie di accordi alla chitarra che poi annota come Theme For An Imaginary Western. Il brano piace ai due principali autori dei Pink Floyd dell’epoca, il bassista Roger Waters e il tastierista Richard Wright, che si mettono così ad espandere l’idea originale del collega; espansione che porta il brano a 20 minuti di durata e al nome cambiato in The Amazing Pudding. E’ con questo titolo che i Floyd lo eseguono live per la prima volta, durante un concerto parigino del gennaio 1970. Tuttavia, non sapendo bene che farne d’una lunga suite del genere, e con l’approssimarsi d’un tour in USA, i nostri commissionano a Ron Geesin delle partiture orchestrali da sovraincidere al loro nastro.

Musicista e compositore di stampo classico, Geesin aveva già lavorato con Waters per la bizzarra colonna sonora d’un documentario sul corpo umano. E così, giungendo sull’orlo dell’esaurimento nervoso, il buon Ron aggiunge archi, ottoni, cori e quant’altro a quest’insolito brano che assume infine il nome di Atom Heart Mother (nome che, a quanto pare, viene scelto da Roger dopo aver letto casualmente dell’applicazione d’un pacemaker). Per quanto fatto, a Ron spetta il credito di coautore di Atom Heart Mother coi quattro Floyd, ma pare che si sia risentito del fatto che il brano sia infine uscito come un pezzo dei Pink Floyd e non come una collaborazione paritaria Floyd-Geesin. Ciò nonostante, la band aveva pronta l’intera facciata A del suo prossimo album, così ora non restava che comporre le canzoni del lato B.

E così i tre autori del gruppo – Waters, Wright e Gilmour – creano rispettivamente If, Summer ’68 e Fat Old Sun, tre canzoni sognanti e melodiche. Viene anche ripescato e riadattato un singolare brano eseguito con strumentazione non convenzionale, primo capitolo d’un progetto abbandonato che doveva descrivere la giornata d’un hippy, “The Man”: essendo il primo brano, riguardava il momento del risveglio e della colazione, e da qui il titolo di Alan’s Psychedelic Breakfast che, forse per scherzo, viene posto a chiusura dell’album (credo proprio che altri brani di “The Man” siano stati inclusi nel cofanettone di cui sopra, magari avremo modo di parlarne in futuro).

Volendo descrivere brevemente la musica contenuta in “Atom Heart Mother”, iniziamo col dire che l’omonima suite che apre le danze è suddivisa in 6 parti. Con quel tema western alla Ennio MorriconeFather’s Shout è quella che preferisco, mentre Breast Milky è più quieta ma molto corale, con la musica che diventa più imponente quando entra la puntuale batteria di Nick Mason. La terza parte, Mother Fore, è invece un tipico blues floydiano (episodi simili li ritroveremo negli album “Meddle” e “Wish You Were Here”), mentre Funky Dung prima riprende il tema di Father’s Shout e poi diventa un alienante delirio psichedelico. E se Mind Your Throats Please conduce ancora al tema iniziale, la sesta ed ultima parte, Remergence, è puro rock floydiano con tanto di lungo assolo consolatorio da parte di Gilmour (col coro westerneggiante che entra a 2 minuti dalla fine).

Voltando lato troviamo il primo brano cantato da un componente del gruppo, Roger Waters, alle prese con la dolce If, una canzone meditabonda e di grande atmosfera, dal testo autobiografico poco più che sussurrato. Le fa seguito la ben più briosa Summer ’68, scritta e cantata da Richard Wright: inevitabilmente guidata dal piano e dalle tastiere, questa canzone ha delle reminescenze dei Beach Boys ed in un certo modo riporta il sound dei Pink Floyd ai primi anni del gruppo, quando era guidato dal genio visionario e fanciullesco di Syd Barrett. La successiva Fat Old Sun, ad opera di David Gilmour, è invece la canzone che meno preferisco di “Atom Heart Mother”; Gilmour stesso espresse in seguito la sua insoddisfazione per questa pigra ballata – perlopiù acustica – che, comunque, irrita più per la sua lunga durata che per la sua poca ispirazione.

Eccoci infine al brano conclusivo d’un album tanto peculiare, quell’Alan’s Psychedelic Breakfast che senza dubbio resta uno dei pezzi più curiosi mai proposti dai Pink Floyd. Suddivisa in tre parti – Rise And Shine, Sunny Side Up e Morning Glory – la colazione psichedelica di Alan, che sembra svolgersi a Los Angeles, figura degli autentici rumori di latte versato e poi bevuto, masticazione di cereali (un po’ animalesca, a dire il vero), pancetta che cuoce sui fornelli e un rubinetto che gocciola virtualmente all’infinito nel solco d’uscita dell’elleppì, il tutto accompagnato da compiaciute musichette eseguite dai nostri.

Che dire, io una roba del genere l’ho sentita solo dai Pink Floyd, e dopo tanti anni continua ancora a piacermi, tanto da averne acquistato una seconda copia. Avevo però una scusa: mia figlia, attratta dalla celebre mucca in copertina, mi aveva praticamente fatto fuori la mia vecchia copia in ciddì. Insomma, un disco così, con una copertina così, dovevo proprio ricomprarmelo. Con buona pace del cofanettone da 27 dischi che, almeno per ora, può decisamente aspettare.

-Mat

David Gilmour, “Rattle That Lock”, 2015

David Gilmour Rattle That LockRestando ancora nell’orbita Pink Floyd, oggi vorrei occuparmi d’un disco recente del quale volevo parlare già da qualche mese. Si tratta di “Rattle That Lock” di David Gilmour, pubblicato dalla Columbia nello scorso settembre. E’ un album del quale il nostro sta ancora curando la promozione con l’inevitabile tournée internazionale, visto che ha già annunciato nuove date italiane (tra cui un paio nella storica location degli scavi di Pompei) per quest’estate.

Devo però ammettere di non essere stato particolarmente impressionato da questo “Rattle That Lock”, già a partire da questo titolo abbastanza impronunciabile per chiunque non sia di madrelingua inglese. Il primo singolo estratto, inoltre, chiamato proprio Rattle That Lock, non mi sembra nemmeno un pezzo riconducibile a David Gilmour: la prima volta che l’ascoltai, in radio, senza nemmeno sapere chi ne fosse l’interprete, pensai che stessi sentendo qualche canzone anni Ottanta a me sconosciuta, qualcosa che avesse a che fare col sound dei Roxy Music. E in effetti è proprio uno dei Roxy Music, il chitarrista Phil Manzanera, il collaboratore principale di Gilmour in questa sua ultima fatica discografica, per cui le mie prime impressioni non erano del tutto infondate. Inoltre nel pulsante brano Rattle That Lock, un pop-rock piacevolmente stradaiolo, più che in ogni altro pezzo dell’album, la voce del nostro appare decisamente più spenta (un po’ “sfiatata”, se vogliamo); ecco perché a un primo ascolto non riuscii a ricondurre a David Gilmour la canzone che stavo ascoltando.

Il resto del disco, tuttavia, presenta a mio avviso episodi ben più significativi di Rattle That Lock, come le tre ballate A Boat Lies Waiting (memore di alcuni dei momenti più quieti di “The Division Bell”), Faces Of Stone (più dolente) e In Any Tongue (forse il pezzo più floydiano di tutti e forse, non a caso, il pezzo migliore del disco). Ma è tutto ciò che “Rattle That Lock” ha di buono da offrire, secondo la mia modestissima opinione, con il resto dell’album che ci offre canzoni in cui il nostro prova a mischiare goffamente il suo caratteristico sound con sonorità più jazzate (Dancing In Front Of Me e soprattutto The Girl In The Yellow Dress), oltre a strumentali che non suonano propriamente compiuti (il roxymusichesco Beauty e l’iniziale e placido 5 A.M., il cui tema viene poi ripreso nel conclusivo And Then…). Non si distingue particolarmente neanche Today, un robusto pop-rock venato di reggae edito come secondo singolo estratto dall’album, anch’esso con qualche eco di troppo proveniente dalla musica da classifica degli anni Ottanta.

Devo tuttavia ammettere che forse questo “Rattle That Lock” è uno di quei rari dischi che migliorano ascolto dopo ascolto, magari anche anno dopo anno, per cui devo dirvi che riascoltato oggi – in occasione di tale recensione – mi è sembrato migliore di quanto l’avessi trovato all’indomani del mio acquisto nel giorno della sua uscita. Fra vent’anni, del resto, un disco come “Rattle That Lock” potrebbe benissimo essere considerato un classico e noi avremo modo di riparlarne sotto tutt’altra luce.

Menzione finale, prima di terminare il post, per i musicisti che hanno suonato nell’album: sono per lo più “vecchie” conoscenze nell’opera gilmouriana, come il già citato Phil Manzanera (produzione, chitarra e tastiere varie), Guy Pratt (basso), Andy Newmark (batteria), Jon Carin e Jools Holland (pianoforti), Polly Samson (testi e voce), Robert Wyatt (corno), David Crosby & Graham Nash (voci… sì, proprio quelli di C. S. N. & Y.) e Zbigniew Preisner (orchestrazioni).

-Mat

Pink Floyd, “The Division Bell”, 1994

Pink Floyd The Division BellDi recente ho avuto modo di riascoltare più volte “The Division Bell”, l’album che nel 1994 segnò il ritorno dei Pink Floyd dopo un’assenza discografica di ben sei anni. E’ uno di quei rari dischi che migliorano con il passare degli anni, che diventano più belli e interessanti mentre anche noi cresciamo con loro.

Mi è così venuto in mente qualche spunto per scrivere un nuovo post, soltanto che in seguito mi sono ricordato di aver già scritto qualcosa al riguardo. Curiosando nei miei “archivi”, infatti, ho ritrovato un post su “The Division Bell” datato 18 settembre 2008. Lo ripropongo qui, con le dovute aggiunte e considerazioni dell’ultim’ora.

“The Division Bell” è sostanzialmente una riflessione sul tempo che passa e, a tal proposito, ricordo benissimo quando il disco arrivò nei negozi, in quell’ormai lontana primavera del ’94: si piazzò subito in vetta alla classifica italiana e fu forse l’ultimo grande album rock da studio a raggiungere una tale posizione privilegiata. Un album che comprai subito con grande emozione ma che non mi conquistò ai primi ascolti: erano troppo recenti le mie scoperte dei grandi capolavori floydiani degli anni Settanta – “Dark Side Of The Moon” (1973), “Wish You Were Here” (1975) e “The Wall” (1979) – per lasciarmi ammaliare da un album di maturo pop-rock, anche un po’ dimesso, dove non c’era traccia del mio idolo floydiano più grande, Roger Waters.

Come accennavo sopra, tuttavia, il trascorrere degli anni, ma anche lo smaliziarsi dei miei gusti musicali, hanno fatto sì che apprezzassi “The Division Bell” per quel che è, un ottimo disco realizzato da grandi musicisti, e che lo inquadrassi nella giusta prospettiva storica: il secondo album del post-Waters, oltre che il primo album dei Pink Floyd con un’effettiva partecipazione di Richard Wright dai tempi di “Animals” (1977), per cui l’equazione alla fine regge. Di fatto, un lavoro nel quale s’avverte maggiormente l’apporto creativo d’un vero gruppo, a differenza del precedente “A Momentary Lapse Of Reason” (1987), buono ma in pratica un disco solista di David Gilmour.

“The Division Bell” inizia pigramente con Cluster One, uno strumentale dai suggestivi rimandi al glorioso passato dei nostri; è un brano di classe scritto da Wright e Gilmour che ben introduce tutto il lavoro e ci dà l’indizio che se i nostri non hanno ritrovato la vera creatività hanno almeno recuperato l’ispirazione migliore. Figlio degli episodi più ruggenti di “The Wall”, ecco l’epico hard blues di What Do You Want From Me?, mentre Poles Apart è un brano più leggero ma dall’ampia struttura progressiva che, grazie ad un immaginifico interludio (un po’ tetro, c’è da dire), ci presenta appropriatamente il brano in due versioni diverse, una in forma di ballata e una più veloce. Bellissima, bisogna aggiungere, tutta la parte vocale di Dave.

Seconda collaborazione Wright-Gilmour per un altro strumentale di classe, Marooned è senza dubbio fra le perle di quest’album: un rock lento, sofferto e dolente, che regalò ai Pink Floyd un Grammy come miglior pezzo strumentale dell’anno; sempre molto emozionante, per me, resta l’ingresso della batteria di Nick Mason a due minuti e ventisei dall’inizio, quando mi viene una voglia incontrollabile di alzare il volume. Ispirata alla caduta del muro di Berlino del 1989, ecco invece la melodia struggente di A Great Day For Freedom, una ballata dal ritornello solenne guidata principalmente dal piano. Tra gli undici brani di “The Division Bell”, quest’ultimo resta però quello che preferisco di meno e in tutti questi anni non sono riuscito a cambiare idea.

Discorso inverso per la successiva Wearing The Inside Out, una morbida ballata dai toni chiaroscurali, un brano molto elegante cantato da Richard Wright e abbellito dal sax, che con gli anni ho imparato ad apprezzare sempre più. L’irresistibile carica pop-rock di Take It Back resta invece il momento più leggero del disco, giustamente pubblicato anche su singolo. Gli fa immediato seguito – grazie ad un mix d’incroci e dissolvenze di grande effetto – Coming Back To Life, un’altra delle perle di quest’album. Due brani carichi di eco che posti così in sequenza rappresentano uno degli episodi più melodici e accattivanti dell’intera discografia dei nostri.

Ancora qualche reminiscenza da “The Wall” con l’intensa Keep Talking, una canzone dall’atmosfera più dark edita anche su singolo. Molto bella la prestazione vocale di Gilmour (in grande spolvero anche sulle chitarre), soprattutto quando s’incrocia con le parti delle coriste. Dal sapore country (country inglese, non americano…), ecco Lost For Words, forse il pezzo qui presente che suona più come una canzone solista di David Gilmour che un’opera dei Pink Floyd. Una buona canzone comunque, molto gradevole.

La conclusiva High Hopes è senza dubbio la canzone migliore di “The Division Bell”, oltre che la più lunga, coi suoi quasi otto minuti di durata. Brano meditabondo, oscuro, imponente, pieno di nostalgia per un passato più puro che ora non c’è più, High Hopes è anche il brano che cita il titolo dell’album (un riferimento a certe sedute del parlamento inglese scandite dal suono di una campana) ma pure di quello che sarà il suo seguito vent’anni dopo, “The Endless River“. Molto belle sono anche tutte le parti di chitarra in High Hopes, di grande impatto sull’ascoltatore come in ogni album dei nostri, per non dire della voce di Gilmour, mai così cavernosa. Più la ascolto, più ci penso e più mi convinco che sia proprio questa la canzone più bella in assoluto dei Pink Floyd, con buona pace di Comfortably Numb e Wish You Were Here.

Da menzionare, infine, la presenza di alcuni degli elementi che hanno aiutato i signori Gilmour, Mason e Wright a realizzare “The Division Bell”, fra ritorni e nuove collaborazioni: la produzione di Bob Ezrin, le orchestrazioni di Michael Kamen, il basso di Guy Pratt, il sax di Dick Parry e una buona dose di parole scritte dalla giornalista Polly Samson (attuale signora Gilmour).

-Mat

Pink Floyd, “The Endless River”, 2014

Pink Floyd The Endless RiverOltre al recente “Blackstar” di David Bowie, c’è stata un’altra importante uscita discografica, del novembre 2014, che mi ha fatto rimpiangere di non avere più un blog: “The Endless River”, l’album pubblicato dai Pink Floyd a venti anni dal precedente “The Division Bell”. Mi sarebbe piaciuto farne una recensione a caldo, all’indomani del primo ascolto, tanto che meditai di aprire un nuovo blog e di chiamarlo The Endless Fever. Una febbre infinita la mia per i Pink Floyd, oltre che per la musica in generale, e forse per la stessa voglia di starne a raccontare le impressioni su un sito personale. La pigrizia però ha avuto la meglio. Ancora una volta.

Ad ogni modo, in quel novembre del 2014 ero molto emozionato all’idea di poter assistere all’uscita d’un nuovo disco dei Floyd – del resto m’era capitato un’altra volta soltanto nella vita, quando uscì “The Division Bell” (1994), mentre per quanto riguarda il precedente “A Momentary Lapse Of Reason” (1987) ero troppo piccolo per ricordarmene. Però pensai anche che i Pink Floyd – o i due soli superstiti della band, ovvero David Gilmour e Nick Mason – avessero fatto un po’ i furbi. Mi spiego meglio.

In quel 2014 venne pubblicato un sontuoso cofanetto celebrativo per l’album “The Division Bell”, per l’appunto in occasione del suo ventennale. Riscoprendo gli archivi storici del periodo, tuttavia, i signori Gilmour e Mason devono essersi resi conto che il materiale inedito poteva essere buono come base di partenza per un nuovo album: ecco perché il cofanetto di “The Division Bell” non contiene nemmeno una nota inedita (e perché io, seppur tentatissimo, non mi sono concesso il dispendioso acquisto), mentre “The Endless River” costituisce una sorta di bonus disc delle “The Division Bell Sessions 1993-94” (mi piace questa definizione) con tutto – o quasi – il materiale scartato all’epoca e qui sapientemente rimaneggiato e pubblicato come opera autonoma.

Su questo, almeno, i Pink Floyd non avevano fatto mistero: “The Endless River” non è un disco nuovo in quanto tale, bensì una collezione di brani strumentali registrati parallelamente a High Hopes (la frase “the endless river” viene proprio dal suo testo), Coming Back To Life, Keep Talking e agli atri pezzi originali editi nell’ormai lontano 1994. Fu Polly Samson, la signora Gilmour, ad annunciare in anteprima – e decisamente a sorpresa – l’uscita del “nuovo” album, che avrebbe rappresentato inoltre un omaggio all’arte di Richard Wright, tastierista dei Floyd, morto nel 2008 dopo una lunga malattia.

Bene, questi i fatti precedenti all’uscita dell’album, ma il disco com’è? Dico subito che non si tratta d’un capolavoro; è sì piacevole – inconfondibilmente floydiano, senza dubbio – ma non si può certo annoverare tra i dischi più memorabili dei nostri. Si tratta insomma di un’appendice gradevole & interessante alla vicenda discografica dei Pink Floyd ma che – resto dell’idea che già mi ero formato nel 2014 – era meglio se veniva pubblicata come bonus nell’edizione deluxe 20th Anniversary Edition di “The Division Bell”.

Si parte con la contemplativa Things Left Unsaid – il classico brano dall’atmosfera onirica che spesso apre un album dei nostri – che quindi confluisce in It’s What We Do, una sorta di variazione sul tema di Shine On You Crazy Diamond. Qui non c’è ombra di dubbio: stiamo ascoltando i Pink Floyd, non può essere nessun’altra band al mondo, eppure sembra di ascoltare il soundcheck propedeutico a un concerto, un’improvvisazione che scaturisce da un’esecuzione libera di Shine On You Crazy Diamond, più che una musica imparentata con Marooned, Take It Back o qualsiasi altro pezzo di “The Division Bell”.

Non mancano comunque quei pezzi che sembrano effettivamente dei brani esclusi dalla scaletta definitiva di “The Division Bell”: ora non ricordo tutti i titoli, ma c’è un pezzo che inizia come Poles Apart, salvo prendere poi tutt’altra direzione, mentre un altro ancora condivide con Keep Talking il contributo vocale dello scienziato Stephen Hawking. Una menzione a parte merita Autumn ’68 che, come indica il titolo stesso, ci riporta ancora più indietro negli anni, grazie a un frammento recuperato da un’esibizione dei Floyd alla Royal Albert Hall: un minuto e mezzo di Richard Wright alle prese con l’organo a canne della celebre sala da concerto londinese, sorretta dal gong di Nick Mason. Interessante ma a che pro?

“The Endless River” è tutto così, un’alternanza di contributi musicali sparsi, più o meno compiuti ed elaborati, alcuni dei quali ripetuti più volte con piccole variazioni, che si intersecano l’un l’altro come se si ascoltasse un’unica suite. Conclude il tutto Louder Than Words, una ballad melodica e sentimentale, unico brano cantato di tutto il disco, pubblicato poco prima dell’album come singolo apripista.

Il mondo aveva bisogno di un album del genere? Evidentemente sì, visto l’enorme successo commerciale che ha ottenuto un po’ ovunque. I fan dei Pink Floyd in senso stretto avrebbero forse meritato un’opzione più mirata, magari rilasciandone una doppia versione: una così com’è stata effettivamente editata, per un pubblico più generalista, una inserita in una versione ampliata di “The Division Bell” che avesse una documentazione filologicamente sensata del lavoro comune che Gilmour, Wright e Mason svolsero tra il 1993 e il 1994. Forse si tratterà di aspettare il trentennale di “The Division Bell”.

-Mat

Ristampe, ristampe, ristampe!!!

Michael Jackson Off The Wall immagine pubblicaDa una decina d’anni a questa parte, s’è definitivamente consolidata fra le case discografiche – major o meno che siano – l’abitudine di ristampare il vecchio catalogo in riedizioni più o meno meritevoli di tornare a far capolino nelle vetrine dei negozi accanto alle ultime novità.

Spesso si festeggiano i ventennali, i venticinquennali, i trentennali o addirittura il mezzo secolo di dischi famosi, riproposti in appariscenti confezioni, con tanto di note biografiche e foto d’epoca, meglio ancora se con inediti e/o rarità (che poi, almeno per me, sono le uniche motivazioni nel comprarmi una riedizione d’un disco che magari già posseggo), a volte addirittura in formato cofanetto.

E’ notizia di oggi che entro l’anno verrà ristampato “Off The Wall”, uno dei classici di Michael Jackson, edito appunto trentanni fa. In base a un accordo fra la Sony, la EMI (che non ho capito che c’entra…), gli esecutori testamentari & gli eredi del grande cantante, da qui a dieci anni dovremmo avere altre ristampe (di sicuro “Bad”, probabilmente pure “Dangerous” e tutti gli altri) e altri dischi con brani inediti. Inediti che dovrebbero comunque figurare anche nella ristampa di “Off The Wall”, fra l’altro ripubblicato già nel 2001, così come gli stessi “Bad” e “Dangerous”.

C’è da dire che le ristampe, a volte, sembrano solo una scusa per propinarci un disco del passato alla cifra non proprio popolare dei diciotto/diciannove euro: penso alla riedizione di “Dark Side Of The Moon”, il classico dei Pink Floyd, uscita nel 2003 in occasione del trentennale dell’album. Si trattava d’un ciddì in SuperAudio, col suono distribuito in cinque canali per impianti surround… vabbene, moltobbello, ma le canzoni erano quelle, non c’era uno straccio di brano aggiuntivo, e il tutto si pagava a prezzo pieno.

Si tratta comunque d’una sgradita eccezione perché il più delle volte le ristampe sono ben meritevoli d’essere acquistate. Nel 2007, ad esempio, sono stati riproposti i tre album da studio dei Sisters Of Mercy con belle confezioni cartonate, note tecniche/critiche, foto & preziosi brani aggiuntivi. L’anno dopo, la stessa operazione è stata replicata (tranne per le confezioni, non di carta ma di plastica) per i dischi dei Mission, band nata da una costola degli stessi Sisters Of Mercy. Anche i dischi di David Sylvian usciti per la Virgin – compresi quelli a nome Japan e Rain Tree Crow – sono stati riproposti in lussuose confezioni cartonate, corredate di canzoni aggiunte; ne ho comprate diverse di queste ristampe sylvianiane, come “Tin Drum” dei Japan, pubblicato in uno stupendo cofanetto con disco aggiuntivo & libretto fotografico, un lavoro davvero ben fatto e pagato la modica cifra di sedici euro. Un altro lavoro lodevole che merita l’acquisto a scatola chiusa da parte dell’appassionato è la ristampa del 2004 di “London Calling” dei Clash, comprensiva di ciddì audio con interessante materiale aggiuntivo e divuddì con documentario & videoclip.

Recentemente, l’etichetta Legacy (di proprietà della Columbia, a sua volta controllata dalla Sony), ha riproposto il primo album di Whitney Houston, ovvero quel disco che portava il suo nome, pubblicato nel 1985 con grande successo in tutto il mondo. “Whitney Houston” è stato così ristampato per il suo venticinquennale con brani aggiuntivi e un divuddì contentene videoclip, apparizioni televisive e nuove interviste. Ancora la Legacy, ad aprile, immetterà sul mercato due interessanti ristampe: una per “This Is Big Audio Dynamite”, l’esordio di Mick Jones come leader dei B.A.D. (originariamente pubblicato anch’esso nell’85), e un’altra per il classico degli Stooges, “Raw Power”, che oltre a proporre esibizioni dell’epoca, inediti & rarità figurerà anche l’originale mix di David Bowie del 1973.

Negli ultimi anni s’è ristampato davvero di tutto, spaziando un po’ fra tutti i generi musicali: “What’s Going On” di Marvin Gaye, “Tommy” degli Who, “Pet Sounds” dei Beach Boys (anche in cofanetto da tre ciddì), “Songs From The Big Chair” per i Tears For Fears, “All Mod Cons” per i Jam, “Our Favourite Shop” per gli Style Council, “Stanley Road” e “Wild Wood” di Paul Weller, “Steve McQueen” dei Prefab Sprout, “Night and Day” di Joe Jackson, i primi quattro album dei Bee Gees, “Guilty” della Streisand, “Songs In The Key Of Life” di Stevie Wonder, “Damned Damned Damned” dei Damned, “Ten” dei Pearl Jam (in un voluminoso cofanetto), l’intero catalogo per Bob Marley, i Doors, Siouxsie And The Banshees, Depeche Mode, Megadeth e Joy Division. E ancora: “Transformer” di Lou Reed, “All The Young Dudes” per Mott The Hoople, “A Night At The Opera” dei Queen, i quattro album da studio dei Magazine, gran parte dei dischi di Bowie, dei Genesis dei Cure e dei New Order, “The Final Cut” dei Pink Floyd, “A Love Supreme” di Coltrane e gran parte dei dischi di Miles Davis (spesso anche in lussuosi cofanetti da tre, quattro o più ciddì). Eppure si sono viste anche ristampe ben più povere, vale a dire senza brani extra e in confezioni standard, per Peter Gabriel, Roxy Music, Simple Minds, David Gilmour, Sting e The Police.

Riproposizione in grande stile, invece, per il catalogo dei Beatles: lo scorso 9 settembre, il fatidico 9/9/09, tutti gli album del gruppo originariamente pubblicati dalla EMI fra il 1963 e il 1970 sono stati ristampati (e remasterizzati) sia singolarmente che tutti insieme in costosi cofanetti (in formato stereo e mono), tuttavia nessun disco contemplava i succosi inediti ancora custoditi in archivio.

Per quanto riguarda i solisti, già nel 1993 la EMI ristampò tutto il catalogo di McCartney nella serie “The Paul McCartney Collection”, mentre fra il 2000 e il 2005 è toccato agli album di John Lennon. Spesso ognuno di questi album include i brani pubblicati all’epoca sui lati B dei singoli e alcune ghiotte rarità. Anche il catalogo di George Harrison è stato rilanciato di recente; qui ricordo in particolare la bella ristampa di “All Things Must Pass”, uscita nel 2001 e curata dallo stesso Harrison. Per quanto riguarda Ringo Starr, l’americana Rykodisc ha ristampato già nei primi anni Novanta i suoi album del periodo 1970-74 con diversi brani aggiuntivi, tuttavia l’operazione s’è conclusa lì e le copie a noi disponibili erano solo quelle d’importazione. Insomma, il catalogo solista di Starr meriterebbe anch’esso una riscoperta, almeno per quanto riguarda i suoi album più antichi.

In definitiva, povere o ricche che siano, tutte queste riedizioni stanno ad indicare che la musica incisa a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta fino ai primi Novanta è ormai giunta alla sua storicizzazione, forse perché si è ormai capito che, musicalmente parlando, quello è stato un periodo straordinario & irripetibile che evidentemente ha ancora molto da dire… e da far sentire!

– Mat

(ultimo aggiornamento: 18 marzo 2010)

Diamo un voto ai dischi dei Pink Floyd

pink-floyd-classifica-immagine-pubblica-blogSul bel blog dell’amico Silvano ho trovato – QUI – un interessante sondaggio sui Pink Floyd: si tratta di dare un voto da 1 a 10 per ogni album da studio e dal vivo pubblicato ufficialmente dal celeberrimo gruppo inglese fra il 1967 e il 2000 (sono escluse le raccolte e la colonna sonora del film “Zabriskie Point”). Il post di Silvano ha risvegliato la mia voglia di parlare di musica e così, invece di lasciare un semplice commento, ho pensato di provare a dire la mia con questo post. Premetto che da sempre i Pink Floyd sono uno dei miei gruppi preferiti, perciò è difficile da parte mia dare giudizi spassionati sui loro dischi: come per la lista delle canzoni dei Beatles, non sono sempre sicurissimo delle mie valutazioni. Questo post è un modo, più che altro, di fissare certi punti e di tentare di razionalizzare (anche col vostro aiuto, se vorrete) certe preferenze. Tutti i dischi sono presentati di seguito in rigoroso ordine cronologico.

“The Piper At The Gates Of Dawn” (1967)
Brani celebri: Astronomy Domine, Interstellar Overdrive
Formazione: Syd Barrett, Nick Mason, Roger Waters, Richard Wright
Matvoto: un lavoro segnato dallo stile di Syd, diverso da tutto ciò che i nostri hanno realizzato in seguito (ma anche diverso dal materiale solista barrettiano). Un debutto coi fiocchi in piena era psichedelica, fra tanti altri eccitanti debutti discografici. 8/10.

“A Saucerful Of Secrets” (1968)
Brani celebri: Set The Controls For The Heart Of The Sun, A Saucerful Of Secrets
Formazione: Syd Barrett, David Gilmour, Nick Mason, Roger Waters, Richard Wright
Matvoto: un album di transizione, con Syd presente solo in alcuni brani e Dave non ancora ben integrato nel gruppo. Non mancano però le belle canzoni. 7/10

“Music From The Film More” (1969)
Brani celebri: Green Is The Colour, The Nile Song
Formazione: David Gilmour, Nick Mason, Roger Waters, Richard Wright
Matvoto: colonna sonora d’un oscuro film psichedelico, interessante per certe anticipazioni sulla musica futura della band. Tuttavia non risulta un ascolto particolarmente esaltante. 6/10

“Ummagumma” (1969)
Brani celebri: Grantchester Meadows, Sysyphus, più selezione dal vivo
Formazione: David Gilmour, Nick Mason, Roger Waters, Richard Wright
Matvoto: il primo doppio album dei Pink Floyd, un elleppì di materiale dal vivo e un elleppì con inediti da studio. Tanto bello il primo disco quanto discutibile il secondo (non ho mai capito se sia una genialata o una porcheria, mi piacerebbe dedicargli un post prima o poi). Nel dubbio, complessivamente… 7/10.

“Atom Heart Mother” (1970)
Brani celebri: Atom Heart Mother, If
Formazione: David Gilmour, Nick Mason, Roger Waters, Richard Wright
Matvoto: il primo grande capolavoro floydiano. Ne ho ampiamente parlato in un post. 10/10.

“Meddle” (1971)
Brani celebri: One Of These Days, Echoes
Formazione: David Gilmour, Nick Mason, Roger Waters, Richard Wright
Matovoto: contiene alcuni degli episodi più salienti della discografia floydiana ma le buone idee non sono equamente ripartite fra le canzoni. 8/10.

“Obscured By Clouds” (1972)
Brani celebri: Free Four, Stay
Formazione: David Gilmour, Nick Mason, Roger Waters, Richard Wright
Matvoto: colonna sonora del film “La Vallée”, seguito filmico di “More”. Un lavoro deboluccio, eppure anticipatore anch’esso dei futuri percorsi floydiani. 5/10.

“Dark Side Of The Moon” (1973)
Brani celebri: Money, Time, Breathe, The Great Gig In The Sky, Us And Them
Formazione: David Gilmour, Nick Mason, Roger Waters, Richard Wright
Matvoto: anche in questo caso ne ho già parlato. Un capolavoro, senza dubbio. Il mio voto non è il massimo solo perché – secondo me – pecca un po’ d’artificiosità. 9/10.

“Wish You Were Here” (1975)
Brani celebri: Shine On You Crazy Diamond, Wish You Were Here
Formazione: David Gilmour, Nick Mason, Roger Waters, Richard Wright
Matvoto: ho già parlato anche di quest’altro capolavoro. 10/10.

“Animals” (1977)
Brani celebri: Sheep, Dogs
Formazione: David Gilmour, Nick Mason, Roger Waters, Richard Wright
Matvoto: un ottimo album che ha avuto la sfortuna, se così si può dire, di essere stato pubblicato fra due capolavori più grandi di esso. Cercherò di parlarne più dettagliatamente in futuro. 8/10

“The Wall” (1979)
Brani celebri: Another Brick In The Wall, Comfortably Numb, Run Like Hell, Mother
Formazione: David Gilmour, Nick Mason, Roger Waters, Richard Wright
Matvoto: se mi costringessero a valutare una sola opera dei Pink Floyd col termine di capolavoro non avrei dubbi: è questo. 10/10.

“The Final Cut” (1983)
Brani celebri: Not Now John, The Final Cut, The Gunner’s Dream
Formazione: David Gilmour, Nick Mason, Roger Waters
Matvoto: un album sottovalutato (perché molto più watersiano che floydiano… e non mi sembra manco questo gran difetto…), in realtà uno dei dischi più belli, potenti e toccanti e io possa vantare nella mia collezione di dischi. Ne parlerò più dettagliatamente in futuro. 9/10

“A Momentary Lapse Of Reason” (1987)
Brani celebri: Learning To Fly, On The Turning Away
Formazione: David Gilmour, Nick Mason, Richard Wright
Matvoto: il primo capitolo della storia floydiana del post-Waters. Ne ho già parlato. 7/10

“Delicate Sound Of Thunder” (1988)
Brani celebri: selezione dal vivo
Formazione: David Gilmour, Nick Mason, Richard Wright
Matvoto: primo vero album dal vivo nella discografia floydiana (ma Roger non c’è più e si sente). Preso per quello che è, questo live doppio non è certamente cattivo però, nella grande discografia del gruppo, è totalmente trascurabile. 6/10

“The Division Bell” (1994)
Brani celebri: High Hopes, Keep Talking, Coming Back To Life
Formazione: David Gilmour, Nick Mason, Richard Wright
Matvoto: un disco di alto livello del quale, anche in questo caso, ci siamo già occupati. 8/10.

“Pulse” (1995)
Brani celebri: selezione dal vivo
Formazione: David Gilmour, Nick Mason, Richard Wright
Matvoto: eccellente sintesi dal vivo del tour floydiano da supporto a “The Division Bell”. Ottima l’idea d’includere l’esecuzione integrale di “Dark Side Of The Moon” che la band effettuava in quei concerti. 8/10

“Is There Anybody Out There?: The Wall Live 1980-1981” (2000)
Brani celebri: selezione dal vivo
Formazione: David Gilmour, Nick Mason, Roger Waters, Richard Wright
Matvoto: un doppio ciddì da urlo, ampiamente discusso qualche tempo fa. 10/10.

– Mat