Freddie Mercury, Montserrat Caballé, “Barcelona”, 1988

freddie-mercury-montserrat-caballe-barcelona-1988Vorrei concludere la mia serie di post dedicata al mai-dimenticato & sempre-più-rimpianto Freddie Mercury recuperando e ampliando un post che pubblicai il 24 novembre 2009, a proposito dell’album “Barcelona”. Famoso disco di duetti tra il nostro e la regina spagnola della lirica, Montserrat Caballé, “Barcelona” è un album tanto apprezzato dai fan dei Queen quanto ridicolizzato dai detrattori di Mercury & soci. Essendo io un fan duro & puro dei Queen, non posso che apprezzare un disco del genere, un disco che con gli anni, per giunta, ho finito con l’amare. Ora è chiaro che tutto si riduce a una questione di gusti: potremmo pontificare in eterno su quale sia l’album più bello del mondo, o se un artista valga più dell’altro, rafforzando magari le nostre ragioni coi pareri critici degli esperti musicali di turno. Per quanto mi riguarda, ciò che conta davvero è l’emozione: se un disco ci emoziona, e soprattutto se continua a farlo anche dopo decenni, ebbene quello è un gran disco. Non ci sarebbe altro da aggiungere. La maniera migliore per giudicare se un album (o una canzone, o anche un film o un libro) sia “bello” è se ci fa venire la pelle d’oca, se ci mette i brividi, se ci commuove. Insomma, se ci trasmette un’emozione. Nel mio personalissimo caso, “Barcelona” fa proprio questo, e quelle che seguono sono le mie personalissime impressioni. Chiunque, fra i commenti, può esternare le sue (e un blog serve anche a questo).

Spettacolare, raffinato e tuttora unico nel suo genere, “Barcelona” fonde con originalità l’universo sonoro di Freddie Mercury con gli stilemi della musica lirica, in una resa sonora che in fondo non lascia né sorpresi e né perplessi: la musica di Mercury è stata sempre melodrammatica, teatrale, epica e potente. Approntando un album come “Barcelona”, il nostro non deve aver fatto una gran fatica, o addirittura una violenza a sé stesso. Anzi, si è proprio divertito, si è appassionato e ci ha messo l’anima, come ha scritto in proposito Peter Freestone, assistente personale di Freddie, nel suo ormai noto libro di memorie: “Barcelona era la sua essenza. Siccome era un disco che voleva fare a tutti i costi, aveva deciso che avrebbe dovuto contenere il meglio che Freddie Mercury potesse offrire. Dopo tutto, avrebbe potuto essere il suo memoriale”. Freestone, nel rievocare la gestazione d’un disco tanto originale, non nasconde infatti la possibilità che Freddie già allora sapeva di essersi seriamente ammalato. Non bisogna dimenticare, tuttavia, il fondamentale contributo creativo e strumentale del pianista, tastierista e arrangiatore Mike Moran, coautore di tutte le canzoni di “Barcelona” e produttore, assieme a David Richards e allo stesso Mercury, di questo autentico capolavoro.

montserrat-caballe-freddie-mercury-barcelona-recensioneFreestone ricorda inoltre il primo incontro Mercury-Caballé, che si svolse al Ritz Hotel di Barcellona nel marzo ’87: “questa collaborazione iniziale con Mike [Moran, già al fianco del nostro per il singolo The Great Pretender / Exercises In Free Love edito a febbraio] produsse una cassetta di tre brani di base. Uno di questi diventò Exercises In Free Love che poi diventò Ensueno nell’album Barcelona. Gli altri due erano il formato di base di The Fallen Priest e Guide Me Home che Mike aveva messo insieme con Freddie usando una voce in falsetto per approssimare la parte di Montserrat”. E infatti possiamo ascoltare alcuni di questi provini fra le numerose rarità presenti in “The Solo Collection”, un monumentale cofanetto di 12 dischi dedicato a Mercury e pubblicato dalla EMI nel 2000. In quelle rivelatorie sedute di registrazione – provini casalinghi con la stessa Caballé e registrazioni di studio vere & proprie nelle quali ascoltiamo la voce del solo Freddie – possiamo così ammirare tutto il talento (e la passione) di Mercury alle prese con uno dei suoi dischi più significativi. Ma è un altro libro di memorie, scritto da Jim Hutton, l’ultimo compagno di vita di Freddie, ad offrirci un’interessante testimonianza di quelle sedute: “Qualche giorno più tardi, quella stessa settimana [della primavera ’87], quando Montsy arriviò in studio di registrazione per lavorare con Freddie, le cose non andarono precisamente come lei si aspettava. Lei pensava che per registrare con Freddie le sarebbe bastato arrivare, cantare qualche canzone seguendo lo spartito e andarsene; ma non aveva idea della singolarità del metodo di lavoro di Freddie. Lui non aveva preparato in anticipo nessuna musica per Montsy, ma invece intendeva chiederle di provare qualcosa di improvvisato e poi cominciare a lavorarci sopra fino a trovare insieme il miglior risultato. […] E così, lei accettò il suo particolare metodo di lavoro. Freddie si dimostrò un maestro esigente. In seguito, Montsy ammise che in quelle sedute di registrazione Freddie era riuscito a ottenere dalla sua voce più di quanto lei stessa riteneva di poter dare”.

montserrat-caballe-freddie-mercury-barcelona-sessionsEpica ed emozionante ballata pianistica dove la potenza delle due voci viene espressa ai massimi livelli, Barcelona, edita su singolo già nell’ottobre ’87, è di certo la canzone più famosa del disco. Il testo stesso della canzone narra delle emozioni scaturite in Freddie da questa sua agognata collaborazione. Barcelona è senza dubbio uno dei vertici artistici di Mercury, una delle canzoni più rappresentative del suo stile barocco e melodrammatico. La Japonaise è invece un brano più d’atmosfera, con Freddie che canta diverse parti in giapponese, mentre la musica – mescolando elementi della tradizione sacra con sonorità tipicamente orientali – ci accompagna in un viaggio suggestivo e suadente. Pezzo decisamente operistico, il successivo The Fallen Priest non sfigurerebbe affatto in una qualsiasi compilation di lirica: un brano di assoluta potenza e drammaticità che rappresenta uno dei duetti più riusciti della coppia Mercury-Caballé. La lenta e malinconica Ensueno (basata come sappiamo su Exercises In Free Love) è un incredibile duetto in spagnolo dove Freddie si esprime come mai si era espresso prima grazie all’uso del suo timbro naturale, ovvero un caldo baritono. Ensueno è l’unico numero in “Barcelona” dove Mercury e la Caballé hanno cantato fianco a fianco, dato che, per via dei numerosi impegni della soprano, Freddie si vide costretto ad operare da solo in studio e poi a far sovraincidere la voce alla sua partner.

The Golden Boy – pubblicata anche su singolo, in un’orrenda versione editata – figura un’interessante fusione di stili: lirica, pop e gospel, con Mercury sempre protagonista a discapito della Caballé, maggiormente a suo agio nella prima parte e nel finale della canzone, entrambe sezioni di vera musica lirica che testimoniano, inoltre, la grande versatilità della voce di Freddie. Delicata e commovente ballata sulla fragilità della condizione umana, Guide Me Home è una canzone semplicissima eppure molto emozionante, quieta e potente al tempo stesso; il finale è collegato alla successiva How Can I Go On?, il brano dall’arrangiamento più convenzionalmente pop di questo disco, tanto che al basso figura un altro componente dei Queen, John Deacon. Anche in questo caso siamo alle prese con uno dei vertici artistici di Freddie Mercury, con quell’intreccio tra la sua voce e quella della Caballé che, soprattutto nel finale, è davvero da pelle d’oca. La conclusiva Ouverture Piccante non è una canzone vera e propria, bensì un lungo mix fra alcuni degli altri brani presenti sul disco, anche se include una veloce sezione di piano del tutto inedita. Pur non memorabile, Ouverture Piccante resta se non altro un ascolto interessante: ci permette di apprezzare maggiormente l’elaborato uso delle voci sovrapposte da parte dello stesso Freddie, alcune delle quali scorrono al contrario.

“Ci furono un paio di altre idee – scrive ancora Peter Freestone nel suo libro – che a Freddie sarebbe piaciuto provare con Montserrat in quel periodo, una delle quali era l’incisione di La Barcarole tratta da The Tales Of Hoffman di Offenbach, ma a causa della limitata disponibilità di tempo di Montserrat, la cosa fu tralasciata, forse per una data successiva”. L’altra idea era invece Africa By Night, grande inedito mercuryano che non abbiamo ancora avuto il piacere d’ascoltare nella versione originaria, successivamente recuperata per quella All God’s People inserita in “Innuendo” (1991).

freddie-mercury-montserrat-caballe-barcelona-2012-cofanettoAggiungo, per finire, che nel 2012, in occasione del venticinquennale della collaborazione Mercury-Caballé, la Universal ha distribuito una interessante (anche perché piuttosto economica) edizione deluxe dell’album “Barcelona” comprendente 4 dischi: accanto all’inevitabile divuddì contenente video e interviste, troviamo infatti un compendio delle “Barcelona Sessions” apparso nel 2000 nel ben più dispendioso “The Solo Collection” (il cofanettone monografico dedicato a Mercury che abbiamo già citato sopra) e un completo remix dell’album originale a base di vera orchestra curato da Stuart Morley (in uno dei 3 ciddì se ne può ascoltare la sola versione strumentale).

Per quanto possa risultare affascinante, l’ascolto delle parti vocali che Freddie e Montserrat hanno messo su nastro tra l’87 e l’88, sovrapposte a un lavoro orchestrale del tutto nuovo ma che ricalca fedelmente la musica originale, non si traduce – almeno nel mio caso – in un valore aggiunto. E’ stato un esperimento lecito, che prima o poi andava anche fatto, ma che tuttavia non ha aggiunto niente di che al valore complessivo dell’opera, il cui vero spettacolo resta l’intreccio tra le bellissime voci dei due veri protagonisti del disco.

– Mat

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Queen, “Made In Heaven”, 1995

queen-made-in-heavenOriginariamente pubblicato il 27 novembre 2008, il post che segue è uno scritto rielaborato alla luce di quanto detto nel post precedente – a proposito delle canzoni inedite dei Queen – e soprattutto di quanto fatto ufficialmente pubblicare dai Queen stessi nel 2011, quando cioè vennero remasterizzati e ridistribuiti tutti i loro album con tanto di materiale inedito.

Sontuoso tributo a Freddie Mercury da parte dei suoi compagni di band, “Made In Heaven” – pubblicato dall’ormai defunta EMI nel novembre 1995 – viene ricordato come l’ultimo album dei Queen dell’era Mercury. Seppure, come vedremo, “Made In Heaven” è a volte pacchiano e perfino irritante è, tutto sommato, un disco apprezzabile. All’epoca il gruppo si procurò un sacco di critiche perché tacciato di voler sfruttare commercialmente il nome di Freddie e poi perché, a ben vedere, i brani contenuti in “Made In Heaven” non erano affatto tutti inediti. Sono stati infatti registrati in un periodo che va dal 1980 al 1991, per cui non si trattava del tanto strombazzato “ultimo disco di Freddie Mercury”. Ciò non impedì comunque a “Made In Heaven” di ottenere uno straordinario successo di vendite in tutto il mondo (ricordo che in Italia rimase per mesi in vetta alla classifica) e di essere addirittura acclamato come uno dei dischi migliori dei Queen.

Parliamoci chiaro: “Made In Heaven” non è affatto uno dei dischi migliori per rappresentare la musica dei Queen, né certamente IL miglior disco pubblicato dalla band, come il solito disinformato facilone disse all’epoca. Bisogna comunque dar atto a Roger Taylor, Brian MayJohn Deacon (i tre Queen superstiti) e David Richards (il produttore) di aver saputo cucire insieme canzoni & pezzi di canzoni che, tutto sommato, per noi orfani di Freddie Mercury rappresentarono un regalo più che gradito in quel Natale ’95.

L’album inizia con It’s A Beautiful Day che – come si evince dai contenuti bonus del remaster 2011 dell’album “The Game” (1980) – era una breve improvvisazione per piano & voce ad opera del solo Mercury, lunga appena un minuto & mezzo. Qui il resto del gruppo ha arricchito sontuosamente la scarna strumentazione originale, producendo addirittura tre versioni dello stesso pezzo: una lenta e meditabonda, vicina all’idea originale (posta ad apertura di “Made In Heaven”), una più veloce e rockeggiante (posta in chiusura) e quindi una terza che rappresenta una sorta di (brutta) fusione tra le altre due, edita come B-side del singolo Heaven For Everyone, nell’ottobre ’95.

Pubblicata su “Mr. Bad Guy“, il primo album solista di Freddie, Made In Heaven era in realtà avanzata dalle sedute dei Queen per l’album “The Works” (1984). May e compagni, si è detto, hanno qui recuperato il pomposo arrangiamento rock che la canzone avrebbe avuto se fosse stata pubblicata negli anni Ottanta su un disco dei Queen, a discapito della ben più delicata ballata che possiamo apprezzare su “Mr. Bad Guy”. Ebbene, ad oggi non abbiamo ancora avuto il privilegio di ascoltare una Made In Heaven suonata dai Queen tra il 1983 e il 1984, per cui quella che si sente in questo album del 1995 è nei fatti soltanto un notevole remix in chiave rock del pezzo solista di Freddie apparso dieci anni prima.

Let Me Live, a quanto pare, nacque da un’idea che Freddie Mercury e Rod Stewart misero su nastro nel 1983. Non è chiaro, tuttavia, chi altri vi abbia partecipato: i Queen al gran completo o il solo Roger Taylor? C’era anche Jeff Beck, come ho letto non so più dove? Quel che è certo è che, nel 1995, il resto dei Queen ha mostrato un “manufatto” eccezionale, espandendo magnificamente l’idea originale, con tanto di parti solistiche cantate – in successione – da Freddie, Brian e Roger (e questa è un’autentica novità nel canzoniere dei Queen), mentre i ritornelli sono sempre ad opera di Mercury. Una Let Me Live così presentata è bella, tuttavia mi sono sempre detto che, senza la morte di Freddie, una canzone in tale forma non sarebbe mai apparsa in nessun album dei Queen. Incorpora anche elementi presi da Piece Of My Heart di Janis Joplin, e da una delle primissime registrazioni dei Queen, Goin’ Back. Non so, in definitiva, quanto Freddie avrebbe potuto gradire il tutto.

Assai più interessante resta Mother Love, a quanto pare l’ultimissima canzone cantata da Mercury ad essere stata immortalata su nastro, nel luglio ’91. Cantata fino ad un certo punto, perché gli ultimi versi sono ad opera di May. Ma che canto! Il tema di questo pezzo bluesy è la disillusione e il bisogno di protezione in vista della fine che si approssima inesorabilmente, con una passione da parte di Freddie davvero da antologia. In qualche modo, il finale del pezzo – un mix discutibile di canzoni che scorrono all’indietro e altri effetti (fra cui la nota esibizione a Wembley nell’86 ed i primi versi di Goin’ Back – ancora!) – rovina l’atmosfera ma probabilmente Mother Love resta tuttora la giustificazione principale per comprarsi “Made In Heaven”. Da segnalare, infine, il bell’assolo centrale di chitarra ad opera di Brian, perfettamente in sintonia con l’atmosfera mesta del brano.

My Life Has Been Saved, per quanto gradevole, è una di quelle canzoni che non vedo per quale motivo siano state incluse qui. Forse per dare qualche credito in più a John Deacon, l’autore iniziale di un pezzo che, come molti del periodo 1989-95, è però accreditato collettivamente come Queen. Originariamente pubblicata come lato B del singolo Scandal (ottobre ’89), questa orecchiabile ballata rock viene se non altro presentata in una forma più robusta e levigata rispetto alla versione precedente, che è anche possibile ascoltare come bonus nell’edizione 2011 Digital Remaster di “Made In Heaven”.

Da quel che ci è dato sapere tuttora, la successiva I Was Born To Love You ha seguìto lo stesso iter di Made In Heaven: entrambe pensate per i Queen ma infine pubblicate su “Mr. Bad Guy”, a entrambe sono state sovrapposte per questo progetto dei grintosi arrangiamenti rock eseguiti dal gruppo. Se il risultato su Made In Heaven è notevole, qui – secondo me – s’è realizzato un vero impiastro. Al di sotto della voce originale di Freddie versione solista 1985, infatti, si ascolta un raffazzonato rock da stadio che sembra includere pure elementi tratti dalla versione di A Kind Of Magic che si ascolta nel film “Highlander” e da Living On My Own, altro celebre pezzo solista tratto dal saccheggiatissimo “Mr. Bad Guy”. Sono passati oltre vent’anni dalla prima volta che ho ascoltato questa rivisitazione alla Queen di I Was Born To Love You e ancora non riesco a farmela piacere. Così come ancora non ascolto la presunta “versione originale” eseguita dai Queen in quei fatidici anni 1983-85. Esisterà?

Edita come singolo apripista di “Made In Heaven”, Heaven For Everyone è invece una delle migliori realizzazioni dei Queen. A questo punto ci si chiede perché questa ruggente ballata rock sia stata esclusa dall’album “A Kind Of Magic” (1986), anche se reimpiegata in seguito per un progetto solista di Roger Taylor (autore del brano) datato 1987, che vi ha fatto cantare lo stesso Freddie Mercury. Forse, anche in questo caso, non esiste una versione di Heaven For Everyone eseguita dai Queen in quanto tali negli anni Ottanta; è più probabile che esista un provino eseguito dal solo Roger, provino che poi ha fatto ascoltare agli altri al momento di scegliere quali pezzi utilizzare per “A Kind Of Magic” e quindi scartato. Ma un giorno non troppo lontano, sono fiducioso, sapremo la verità!

Altra gemma perduta di quella seconda metà degli Ottanta è la successiva Too Much Love Will Kill You, struggente ballata esclusa per un soffio dall’album “The Miracle” (1989): per anni mi sono chiesto perché i Queen hanno scelto brani decisamente più insipidi come The Invisible Man (che scopiazza il tema di Ghostbusters, a mio avviso) o Rain Must Fall a discapito di questa magnifica canzone, anche se oggi posso dire che con molta probabilità c’era un conflitto tra autori per quanto riguarda il copyright. Ad ogni modo, la passione con la quale Freddie affronta il testo è semplicemente da brividi, mentre molto emozionante risulta anche il bell’assolo di chitarra di Brian. Comunque sia, anche Too Much Love Will Kill You non restava completamente inedita a noi fan: reincisa dal solo May per il suo album solista “Back To The Light” (1992), la canzone è stata anche eseguita dal vivo dallo stesso chitarrista al Pavarotti International del ’93.

You Don’t Fool Me è invece un inedito tratto dalle sedute di “Innuendo” (1989-1990), o comunque inciso di lì a poco; lo si avverte benissimo dal cambiamento della voce di Freddie, purtroppo già minata dalla malattia. Partendo da quella che mi sembra un’idea di base minima e poco abbozzata (con uno schema ritmico che mi ha sempre un po’ ricordato Oh Pretty Woman di Roy Orbison), qui bisogna dar merito ai Queen superstiti d’aver dato vita ad un pezzo rock coi controcazzi. Un plauso particolare va a Brian May che, nella parte centrale della canzone, si sfoga in un lungo e superbo assolo, fra i migliori della sua intera carriera.

Così come Mother Love, anche A Winter’s Tale rappresenta una delle più alte vette toccate in “Made In Heaven”, così come entrambe – e mi piace sottolinearlo – sono idee nate dall’estro di Freddie Mercury. Commovente ballata, triste ma a suo modo consolatoria, A Winter’s Tale resta tuttora una delle canzoni più belle che io possa vantare nella mia collezione di dischi. A voler dar credito a Jim Hutton, l’uomo accanto al quale Freddie visse gli ultimi sette anni della sua vita, A Winter’s Tale risale al 1990 ed era stata pensata dal cantante come primo tassello d’un suo prossimo (e purtroppo mai realizzato) album solista, il cui titolo sarebbe stato “Time In May”.

Inutile eppure paradossalmente necessaria nell’economia di “Made In Heaven”, ecco la versione rock di It’s A Beautiful Day, un brano ben più veloce che incorpora anch’esso elementi di una vecchia registrazione dei Queen, Seven Seas Of Rhye, un singolo datato 1974. Perché?

L’originale edizione in vinile di “Made In Heaven”, quella datata 1995, terminava così, mentre agli acquirenti del ciddì veniva “offerta” a conclusione del disco una lunga traccia ambient della durata di oltre venti minuti. Non si sa granché di questa insolita composizione, né di chi vi ha preso effettivamente parte (c’è Freddie Mercury o no? e John Deacon sarà presente?) e né quando/come sia stata registrata. L’avrò ascoltata quattro o cinque volte in vent’anni; oggi come come oggi mi sembra di sentirci del materiale scartato e/o rielaborato dalle sedute d’incisione per la colonna sonora di “Flash Gordon” (1980), ma potrei anche sbagliarmi.

In quel novembre del 1995 storsi il naso quando uscì “Made In Heaven”; con grande sorpresa degli amici, non mi fiondai al negozio per comprarmelo subito. Attesi qualche settimana e poi, titubante, mi portai anch’io a casa un disco che migliaia d’italiani erano andati a comprarsi per Natale, pure gente che dei Queen non aveva mai sentito una nota. Ovviamente gli inediti – e soprattutto, come detto, A Winter’s Tale e Mother Love – li trovai molto interessanti, tuttavia l’idea che tutto questo che abbiamo visto fosse stato spacciato come un nuovo album dei Queen non mi piacque affatto.

Avrei preferito, allora come oggi, una bella compilation d’inediti e versioni alternative tipo “Anthology” dei Beatles, il cui primo capitolo usciva proprio in concomitanza del “nuovo album dei Queen”. Se non altro, in anni recenti ho in parte eliminato le mie vecchie riserve su “Made In Heaven”: ascoltandolo per bene dalla prima all’ultima canzone, devo dar atto ai signori May, Taylor e Deacon di aver effettuato allora una lodevole attività di recupero artistico.

– Mat

Queen, “Innuendo”, 1991

Queen InnuendoNavigando in rete, un paio di giorni fa, leggevo una notizia che ha dell’incredibile: “Innuendo” dei Queen compie venticinque anni! Come?! Sono già passati venticinque anni?! E io che ho fatto in tutto quel tempo?! Ebbene sì, la pubblicazione dell’ultimo album inciso dalla celeberrima band inglese col compianto Freddie Mercury risale per l’appunto a un quarto di secolo fa. Come vola il tempo! E allora, con la scusa di dover rimpolpare questo blog redivivo, colgo l’occasione d’un tale anniversario per rielaborare un vecchio post che scrissi nel febbraio 2007, quando ancora il mio sito si chiamava Parliamo di Musica.

Checché ne dicano gli ammiratori di “A Night At The Opera” (1975) e i nostalgici del rock anni Settanta, secondo me il miglior album dei Queen è proprio “Innuendo”, ultimo disco al quale abbia partecipato attivamente Freddie Mercury. E’ l’album della completa maturità, l’album definitivo (in tutti i sensi, purtroppo…), il disco nel quale i Queen sfoggiano al meglio il loro inconfondibile stile musicale, infondendovi grande epicità e carica melodrammatica, in una sequenza mozzafiato di dodici canzoni indimenticabili.

Si parte col brano omonimo, Innuendo, una grandiosa progressione rock suddivisa in quattro tempi, per una lunghezza complessiva di sei minuti e mezzo. La prima parte è un irresistibile – e ormai famosissimo – bolero in chiave rock che quindi sfuma in una composizione più lenta per sola chitarra e voce. Segue una parte in stile flamenco – suonata da Brian May con Steve Howe, il chitarrista degli Yes – e poi una breve sequenza tipicamente mercuriana (“You can be everything you want to be”… ecc), prima della ripresa in chiave heavy del pezzo di flamenco, seguita infine dalla ripresa del bolero iniziale. Una canzone straordinaria, Innuendo, degna erede d’un altro capolavoro chiamato Bohemian Rhapsody. Pubblicata nel gennaio ’91 come primo estratto dall’album, Innuendo riportò meritatamente i Queen al vertice della classifica inglese dei singoli.

Dopo Innuendo troviamo la splendida I’m Going Slightly Mad, altro brano tipicamente mercuriano, dove il cantante ci regala una delle sue migliori prove vocali. Da applauso è anche tutta la parte di chitarra di Brian, con svariati effetti che passano dal canale sinistro dello stereo a quello destro, e viceversa (un giochetto molto frequente nella produzione dei Queen che personalmente ho sempre gradito).

Segue la rockeggiante Headlong, caratterizzata da un ritmo incalzante che rispolvera la vena più heavy dei nostri; così come I’m Going Slightly Mad, anche Headlong è stata pubblicata su singolo in una versione leggermente editata (mentre nella riedizione di “Innuendo” pubblicata cinque anni fa dalla Universal per la serie “2011 Digital Remaster” si può ascoltare Brian alla voce solista, in quella che viene accreditata come Embryo with Guide Vocal). E’ quindi la volta di I Can’t Live With You, una bella canzone dalla sonorità decisamente pop ma dall’approccio complessivo più vicino ai canoni rock, specie nell’emozionante parte finale.

Dopodiché troviamo la prima lenta del disco, ovvero Don’t Try So Hard: dolente, malinconica ma al contempo inconfondibilmente queeniana, dove, ancora una volta, Freddie si rende protagonista con una voce da brividi. Come un’auto in corsa giunge invece la tempestosa e serrata Ride The Wild Wind, dove la parte ritmica è in poderosa evidenza per tutta la durata del brano. Non a caso l’autore principale del brano è il batterista Roger Taylor, il quale è anche il cantante nella versione Early Version with Guide Vocal, inserita nella riedizione “2011 Digital Remaster”.

La successiva All God’s People è una canzone ben più complessa, una sorta di mix fra generi tipicamente black come soul, gospel e blues; un brano a suo modo anche sinfonico, ricavato da un demo del 1987 (tuttora inedito) che Freddie aveva concepito come uno dei potenziali duetti col soprano Montserrat Caballé per l’album “Barcelona“.

La dolce e malinconica These Are The Days Of Our Lives è una calda e distesa ballata di gran classe: tutto è perfettamente equilibrato in questo brano pop-rock, dalle parti vocali all’arrangiamento delle percussioni, passando per un memorabile e struggente assolo di chitarra. Con Delilah siamo invece alle prese col momento più leggero dell’album: un brano gradevolmente elettropop con cadenze orientaleggianti, dedicato da Mercury alla sua gatta preferita (diverte a tal proposito l’assolo di May, che ricorda il miagolare d’un gatto).

E se la cupa The Hitman ci riconduce in territori ben più heavy, in quella che è una delle canzoni più fragorose e casinare dei Queen, la successiva Bijou, perlopiù strumentale, è una malinconica canzone d’amore dove il virtuosismo di Brian fa superba mostra di sé. Chiude questo splendido disco che è “Innuendo” un’autentica gemma chiamata The Show Must Go On, una delle canzoni più famose e amate dei Queen, pubblicata come ultimo singolo estratto dall’album. Tutto il brano è un’esaltazione dello stile Queen più melodrammatico ed epico, con una prestazione vocale di Freddie da pelle d’oca e un Brian in forma strepitosa. Una chiusura memorabile che forse vale da sola l’acquisto di un tale, straordinario album.

Inciso fra il 1989 (all’indomani della pubblicazione dell’album “The Miracle“) e il ’90, “Innuendo” è stato prodotto dagli stessi Queen col fido David Richards, al fianco dei nostri fin dal 1986. Tutte le canzoni sono firmate Queen anche se pare che l’autore più prolifico sia stato Freddie Mercury mentre quello meno attivo sia stato il bassista John Deacon. A Roger Taylor va il merito d’aver composto una delle migliori ballate del gruppo, These Are The Days Of Our Lives, e di aver suonato ottimamente in tutto l’album, come in studio non faceva forse da dieci anni. Per tutto il disco troviamo un originale e brillante lavoro di chitarra con Brian May, mentre la voce di Mercury, seppur sensibilmente minata dalla malattia, è incredibilmente appassionata e squillante.

– Mat