All’indomani del Record Store Day

record store day immagine pubblica blogSabato scorso ho anch’io festeggiato il Record Store Day facendo quello che c’era da fare: andare al negozio di dischi, quello vero, che vende solo quelli, e fare acquisti. E’ stato tuttavia un Record Store Day abbastanza triste per me: e non soltanto perché non sono riuscito a mettere le mani sull’ambita ristampa in doppio vinile bianco di “Dead Bees On A Cake”, l’album di David Sylvian originariamente uscito nel 1999, ma soprattutto perché ho trovato uno dei negozi storici di Pescara, Discover, drammaticamente chiuso. Qualche settimana fa era venuto a mancare il titolare e, forse, di lì a poco, la decisione di chiudere Discover è stata anche pubblicizzata da qualche parte. Io non ne sapevo niente, ormai vivo a molti chilometri di distanza da Pescara, ma venirlo a scoprire proprio nel giorno in cui si dovrebbero festeggiare i negozi di dischi ha qualcosa di tristemente crudele.

E così, già che c’ero, ho fatto comunque un paio di acquisti, nell’unico, vero, storico, negozio di dischi rimasto a Pescara, ovvero Gong. Ho così comprato il “Rubberband EP” di Miles Davis (un dodici pollici da 45 giri contenente quattro brani) e il “Journey’s End” di Roger Taylor, il batterista dei Queen (un dieci pollici da 45 giri anch’esso, contenente però due soli pezzi). Un po’ pochino, insomma. E quello che ho ascoltato non m’è piaciuto granché.

Mi sto tuttavia consolando con due acquisti che nel frattempo avevo ordinato online: l’ultimo capitolo della “Bootleg Series” dedicato dalla Sony a Miles Davis, “The Final Tour” (quattro ciddì che documentano per la prima volta in maniera ufficiale la tournée di concerti che il Miles Davis Quintet tenne in Europa nel 1960, l’ultima con John Coltrane ancora nei ranghi) e la riedizione deluxe di “Purple Rain”, il capolavoro firmato Prince & The Revolution del 1984, riproposto lo scorso anno in una versione estesa da tre ciddì più divuddì. In settimana, inoltre, dovrebbe arrivarmi anche un cofanetto di Bruce Springsteen del 2015 che tenevo d’occhio da tempo, “The Ties That Bind”, dedicato al suo celebre & celebrato album del 1980, “The River”.

Forse, di questi miei recenti acquisti discografici avremo modo di parlare più dettagliatamente in specifici post. Il prossimo comunque dovrebbe riguardare un album da studio dei Genesis che giace già da qualche settimane tra le bozze di questo blog. Insomma, avremo modo di aggiornarci presto.

-Mat

 

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Record Store Day 2018: le succose novità

David Sylvian, Dead Bees On A Cake, RSD 2018Le case discografiche hanno cominciato a diffondere le prime immagini e le informazioni relative alle uscite previste in occasione del Record Store Day 2018, che si terrà in tutti i negozi di dischi del mondo il prossimo 21 aprile. Se negli ultimi anni non avevo avuto modo d’andarci, l’anno scorso ci sono stato eccome, in entrambi i negozi di dischi della mia città, Pescara, trovando dei titoli che pur non essendo essenziali non mi hanno fatto dubitare sulla necessità di acquistarli (vuoi per il formato, vuoi per la grafica, vuoi ancora per una bella confezione).

Quest’anno, da quel che ho visto & letto finora, l’edizione che più m’interessa – la sola che vorrei acquistare davvero – è la riedizione di “Dead Bees On A Cake” (nella foto), l’album di David Sylvian datato 1999. Ristampato in doppio vinile bianco, con una nuova copertina, con tutte le foto di Anton Corbijn e soprattutto con quattro brani in più (quelli che, pur incisi durante la lavorazione dell’album, sono invece stati inclusi nella successiva raccolta del 2000, “Everything And Nothing”), l’album “Dead Bees On A Cake” viene finalmente presentato – per dirla con le parole dello stesso Sylvian – “come il doppio album che avevo sempre inteso di proporre, prima che l’etichetta perdesse la pazienza aspettandone l’arrivo”.

“Dead Bees On A Cake”, infatti, rappresentava un grande ritorno dopo anni di collaborazioni e dischi sperimentali. Di fatto, “Dead Bees”, uscito come ricordato nel 1999, fu il primo vero album di David Sylvian dai tempi di “Secrets Of The Beehive“. Sarà quindi l’occasione per godere ancora una volta e ancora di più (grazie all’inserimento di altri quattro splendidi brani, tra cui The Scent Of Magnolia e Cover Me With Flowers) di un album che a mio modesto avviso è stato un tantino sottovalutato. Gran disco, a parte tutto, mi piacerebbe dedicargli un post ad hoc, magari proprio a partire da questa ristampa, se mai riuscirò a portarmene a casa una copia.

Per quanto riguarda gli altri titoli riservati ad altri artisti, quelli che mi hanno fatto drizzare di più le orecchie sono i seguenti, tutti in vinile, e tutti in rigoroso ordine alfabetico.

Ac/Dc – “Back In Black”: il primo album della celeberrima band australiana con Brian Johnson alla voce, probabilmente il loro disco più famoso, ristampato addirittura in cassetta per questo RSD 2018.

Big Audio Dynamite II – “On The Road Live ’92”: un EP di soli cinque pezzi – tutti dal vivo, e mai prima d’ora stampati in vinile – in formato dodici pollici per la seconda reincarnazione del gruppo post-Clash di Mick Jones.

David Bowie – In questo caso abbiamo tre interessanti proposte. Partiamo in ordine cronologico, con la ristampa dell’album eponimo del 1967, “David Bowie” per l’appunto: edizione doppia in elleppì, contenente la versione mono (in vinile rosso) e la versione stereo (in vinile blu) dello stesso album. La seconda proposta, sempre su vinile, è un dodici pollici da 45 giri contenente la versione demo di Let’s Dance del dicembre 1982, pubblicata nella sua lunghezza integrale (sul lato B del singolo troviamo invece una versione live dell’epoca della stessa Let’s Dance). Infine, il nome di Bowie è legato a un triplo vinile, “Welcome To The Blackout”, contenente un inedito concerto londinese del 1978.

Johnny Cash – “At Folsom Prison: Legacy Edition”: forse il disco più famoso di Cash e senz’altro uno degli album live più acclamati di tutti i tempi, qui proposto in un lussuoso box da ben cinque vinili, contenente per la prima volta entrambi i concerti integrali che Cash e la sua band tennero nel carcere di Folsom in quel lontano 1968. Secondo me il tutto costerà un botto ma con ogni probabilità saranno soldi ben spesi. Ci sto facendo un pensierino.

John Coltrane – “My Favorite Things, Part I & II”: soltanto mille copie per questo singolo contenente entrambi i single edit di My Favourite Things, brano portante dell’omonimo e storico album uscito per la Atlantic nel 1961.

The Cure – Due uscite per la band di Robert Smith, decisamente peculiari: “Torn Down” è un doppio elleppì (entrambi in picture disc) contenente sedici nuovi remix curati dallo stesso Smith, mentre “Mixed Up”, anch’esso in doppio picture disc, è la riproposizione dell’album di remix dei Cure uscito nel 1990.

Miles Davis – “Rubberband EP”: quando ho letto “Rubberband” sono saltato sulla sedia! Quello, infatti, è il titolo dell’album inedito che Miles registrò nel 1985 come primo disco da far distribuire alla sua nuova etichetta, la Warner Bros. Poi s’imbatté nei demo di Marcus Miller e ricominciò daccapo con un nuovo progetto, che quindi divenne il celebre “Tutu”. In questo caso siamo però alle prese con un EP di soli quattro brani, e per giunta non tutti originali: c’è infatti qualche remix attuale, accanto al materiale inciso all’epoca da Miles e i suoi collaboratori del periodo. Sono tentato dall’acquisto ma anche fortemente dubbioso. Spero che questo EP sia invece l’anticipazione di qualcosa di più consistente che la Warner potrebbe distribuire in autunno.

Bob Dylan & The Grateful Dead – “Dylan & The Dead”: originariamente uscito nel 1989, questo live nel quale Bob Dylan era accompagnato dai Greteful Dead viene riproposto in un vinile dalle facciate diversamente colorate (quella A è rossa, quella B è blu). Un po’ troppo poco, forse? I soli Grateful Dead, ad ogni modo, potrebbero consolare i fan con un ben più corposo cofanetto da quattro vinili contenente un loro concerto al Fillmore West di San Francisco del 1969.

Fleetwood Mac – “The Alternate Tango In The Night”: se l’anno scorso è stato stampato un acclamato box da ben cinque dischi dedicato al trentennale di “Tango In The Night”, in occasione del RSD 2018 la sola versione alternativa dell’album (ovvero con mix diversi tratti dalle varie sedute d’incisione) viene qui estrapolata per un’edizione nel più tradizionale elleppì nero, il tutto disponibile in sole 8500 copie.

Marvin Gaye – Due uscite anche nel caso di questo leggendario soul singer, ovvero “Let’s Get It On” – uno dei suoi dischi più belli, datato 1972, del quale vorrei presto parlare in un post ad hoc – in vinile rosso da 180 grammi di peso, e quindi “Sexual Healing: The Remixes”, ovvero un altro vinile rosso contente sette versioni – vecchie e nuove – della classica Sexual Healing, il formidabile hit single del 1982.

Van Morrison – “The Alternative Moondance”: ovvero il classico album “Moondance” del 1970 qui ricreato a partire dalle versioni alternative / demo / provini tratti dalle sedute d’incisione originali (come nel caso di “Tango In The Night” dei Fleetwood Mac che abbiamo visto sopra, insomma).

Pink Floyd – “The Piper At The Gates Of Dawn”: edizione in vinile, e mono, per il primo album della storica band inglese, quando ancora era dominato dalla figura e dall’estro di Syd Barrett. In questo caso si tratta, stando al comunicato stampa ufficiale, di “a new mono 2018 remaster by James Guthrie, Joel Plante and Bernie Grundman. Remastered from the original 1967 mono mix”. Anche la grafica promette bene, con una sovracopertina tutta nuova.

Prince – “1999”: questa, vi dirò, non l’ho capita. Si tratta di una riduzione a soli sette brani dell’originale doppio album che il folletto di Minneapolis diede alle stampe nel 1982. C’è una nuova grafica ma mi sembra pochino… perché non distribuire di nuovo l’album nel suo glorioso doppio formato, magari con l’aggiunta dei B-side o versioni alternative?

Rolling Stones – “Their Satanic Majesties Request”: la risposta degli Stones, a quanto pare non troppo riuscita, al “Sgt. Pepper” beatlesiano. Qui siamo in presenza d’un vinile colorato ma trasparente, con tanto d’immagine lenticolare in copertina. Potrà bastare?

Bruce Springsteen – “Greatest Hits”: ovvero la riedizione in due vinili della prima raccolta antologica del Boss, edita per la prima volta nel 1995. Si tratta d’una gran bella antologia, stavolta riproposta in vinili rossi per un’edizione limitata & numerata. Anche qui, c’è il pensierino (e la minaccia al portafogli).

Neil Young – “Roxy: Tonight’s The Night Live”: due vinili contenenti un concerto losangelino inedito del 1973, quando l’album “Tonight’s The Night” doveva ancora uscire.

Questo è quanto, per ora, ma sono più che sicuro che da qui al prossimo 21 aprile ne sentiremo ancora delle belle. Magari ci sarà l’occasione per dare un seguito a questo post.

-Mat

Tears For Fears, “Songs From The Big Chair”, 1985

Tears For Fears Songs From The Big Chair immagine pubblicaGravitando ancora per un po’ attorno all’orbita dei Tears For Fears, volevo scrivere quattro parole su quello che probabilmente resta il loro album più famoso, ovvero quel “Songs From The Big Chair” pubblicato la bellezza di trentadue anni fa e che ancora oggi fa capolino in praticamente tutte le rivendite di dischi, da quelli presenti nei centri commerciali agli scatoloni degli ambulanti nei mercatini rionali.

Davvero un disco popolare, questo “Songs From The Big Chair”, è quell’album che vanta una delle più famose (e potenti) canzoni degli anni Ottanta, quella Shout che credo proprio conoscano anche le pietre. Io, che all’epoca avevo sette anni, il power-pop di Shout me lo ricordo benissimo; di fatto sono trentadue anni che lo ascolto. Che poi il pezzo tratto da “Songs From The Big Chair” che più amo è in verità un altro: Everybody Wants To Rule The World, altro singolo di successo, del quale io ricordo benissimo anche il videoclip che guardavo sul programma “Deejay Television”, in onda su Italia 1. Mi piaceva da matti quella musica irresistibilmente propulsiva abbinata alle immagini on the road di Curt Smith che guidava una Morgan.

Da “Songs From The Big Chair” vennero estratti altri tre singoli: due non proprio fortunatissimi come I Believe (un brano insolitamente soul scandito dal piano) e Mothers Talk (pulsante e rocambolesco elettrorock), e uno più celebre come Head Over Heels (un pezzo pop raggiante e corale che vanta il video più divertente per i nostri), mentre nel corso del 1986 uscì una riedizione di Everybody Wants To Rule The World chiamata Everybody Wants To Run The World, associata a una maratona benefica patrocinata da quello stesso Bob Geldof che un anno prima aveva dato avvio al progetto Live Aid.

Ad ogni modo, “Songs From The Big Chair” fu un successo straordinario in tutto il mondo (1° posto in classifica nella nativa Gran Bretagna e 2° posto nella classifica USA, tanto per dire), facendo dei Tears For Fears una delle band più popolari dei pianeta. Successo che però fu mal digerito dai nostri: Roland Orzabal e Curt Smith non sono mai stati (e mai si sono sentiti) dei divi pop, e Smith in particolare ha sofferto a tal punto la popolarità da chiamarsi fuori dall’avventura Tears For Fears già dopo il tour promozionale per l’album “The Seeds Of Love“, seguito di “Songs From The Big Chair” e – manco a dirlo – terzo album di fila per i nostri a raggiungere la vetta delle charts britanniche.

Prodotto da Chris Hughes con Dave Bascombe già tecnico del suono (sarà quindi proprio quest’ultimo il produttore di “The Seeds Of Love”), l’album “Songs From The Big Chair” figura anche la maestosa The Working Hour, cantata magnificamente da Orzabal e impreziosita dal sax di Mel Collins, la frenetica Broken (appropriatamente spezzata in due, in una sorta d’introduzione e di chiusura di Head Over Heels) e la conclusiva Listen, un pezzo stranamente somigliante alla produzione dei connazionali Japan (quelli di David Sylvian, ve li ricordate?) affidato alla voce di Smith.

-Mat

David Sylvian, Steve Jansen, Richard Barbieri, Mick Karn, “Rain Tree Crow”, 1991

rain-tree-crow-david-sylvian-steve-jansen-richard-barbieri-mick-karnIl periodo storico: a cavallo tra il 1989 e il 1990. I paesi dove sono avvenute le registrazioni: l’Inghilterra, l’Irlanda, la Francia, e anche la nostra Italia. I musicisti coinvolti: David Sylvian, Steve Jansen, Richard Barbieri, Mick Karn. L’obiettivo: la reunion dei Japan dopo il clamoroso scioglimento seguìto agli album “Tin Drum” e “Oil On Canvas” dei primi anni Ottanta. Il metodo: una serie di sedute dove la musica improvvisata la fa da padrona. Il risultato finale: un disco notevole pubblicato dalla Virgin dopo molti contrattempi, una reunion mancata, il mix finale di David Sylvian che scontenta gli altri, una crepa nei rapporti interpersonali che durerà anni.

Insomma, il disco che doveva segnare un nuovo inizio per i Japan viene invece ricordato per essere il loro testamento artistico, e per giunta sulla lapide non c’è scritto nemmeno Japan, bensì Rain Tree Crow. E’ con questo enigmatico nome, infatti, che Sylvian, Jansen, Barbieri e Karn rinnovarono il contratto con la Virgin, proponendo così una nuova edizione dei Japan che potesse rinascere negli anni Novanta, e chissà, magari anche oltre. E invece no, niente da fare. Potevano anche vantare un nuovo nome, eppure i nostri quattro protagonisti ricorsero alle vecchie, deleterie dinamiche di gruppo. I soldini, inoltre, finirono prima del previsto, e la Virgin acconsentì a finanziare ulteriormente il progetto a patto che la band tornasse a farsi chiamare Japan. Tutti d’accordo. Tutti tranne uno, David Sylvian. Il quale sborsò di tasca propria i soldi necessari alla conclusione dei lavori ma che, inevitabilmente, finì con l’impossessarsi del progetto, e col dare la veste definitiva all’album, che quindi fu chiamato “Rain Tree Crow”, come il nome stesso della “nuova” band.

Questa la storia dei musicisti coinvolti, altra è comunque la resa finale del cosiddetto prodotto finito. Un prodotto che a me è sempre piaciuto, con buona pace delle intenzioni originarie di chi l’ha concepito. “Rain Tree Crow” è un album alternativo, un ibrido pop-rock che spesso & volentieri sfocia nello sperimentalismo e nella cosiddetta musica ambient, dove i brani cantanti si alternano ad altri completamente strumentali. Eppure è un disco molto dinamico, anche nei momenti più quieti, grazie alla grande varietà di strumenti musicali e alle tecniche da sala d’incisione impiegati che lo rendono ricco di sfumature, le quali possono continuare a cogliersi ascolto dopo ascolto, anche col passare degli anni. Di “Rain Tree Crow” ne comprai una copia usata sul finire degli anni Novanta, quando stavo iniziando a interessarmi definitivamente all’arte di un musicista, David Sylvian, che ho sempre apprezzato: da lui sono passato ai Japan e quindi, inevitabilmente, a questa inconsueta e sfortunata (?) reunion a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta.

Mi è piaciuto così tanto, questo “Rain Tree Crow”, che non soltanto continuo ad ascoltarlo con immutato interesse anche oggi, ma che addirittura sono andato a comprarmene una seconda copia, un’edizione giapponese della prima ora, con tanto di libretto dei testi e confezione a mo’ di cofanetto. Ci ho speso un po’ ma ne è valsa la pena. Brani come Every Colour You Are, come Red Earth (con la chitarra di Phil Palmer a fare la differenza, come sempre), come Pocket Full Of Change, come Blackwater (il brano più convenzionalmente pop in scaletta, opportunamente edito anche su singolo, in quel lontano 1991), come Cries And Whispers sono da molti anni tra i miei favoriti nell’intero catalogo sylvianiano, tutti felicemente amalgamati in un disco che trovo piacevole all’ascolto anche mentre sono alla guida.

– Mat

Gusti musicali geograficamente parlando

ivan-graziani-rock-e-ballate-per-quattro-stagioniPer molti anni, diciamo pure tra il 1988 e il 2008, ho comprato e quindi ascoltato prevalentemente musica inglese. Gruppi da me amatissimi come Beatles, Queen, Police, Pink Floyd, Genesis, Bee Gees, Clash, Depeche Mode e Cure in primis (con tutti i relativi solisti del caso, come ad esempio Paul McCartney, Sting, Phil Collins, eccetera), ma anche Bauhaus, Japan, Cult, New Order (e quindi Joy Division), Tears For Fears, Pet Shop Boys, Smiths, Verve e tutti o quasi i relativi solisti (Peter Murphy, David Sylvian, Richard Achcroft e via dicendo). Per noi parlare poi di David Bowie. Discorsetto bello lungo, insomma.

Tra il 2007 e il 2008, invece, sono stato colto dalla febbre per Miles Davis, statunitense. E quindi via con tutti i suoi dischi (o meglio, con tutti i suoi cofanetti deluxe della Sony), ai quali, di lì a poco, si sono aggiungi nella mia collezione tutti i dischi di John Coltrane, altro illustre statunitense. Allargando un po’ i miei confini, ho iniziato a comprare dischi jazz di musicisti e band d’America, come ad esempio i Weather Report, Wayne Shorter, Herbie Hancock, Chick Corea, tutti nomi che sono andati ad aggiungersi ai vari Michael Jackson, Prince e Stevie Wonder che già avevo in vinili, ciddì e cassette.

E se la black music afroamericana in fondo in fondo m’è sempre piaciuta, in anni più recenti ho avuto modo di apprezzare sempre di più i dischi di Isaac Hayes e soprattutto di Marvin Gaye. Tutta roba americana, ovviamente. Ai quali si sono aggiunti presto i dischi di Simon & Garfunkel (li ho comprati tutti!), del solo Paul Simon (ne ho comprati quattro o cinque), di Bruce Springsteen e soprattutto di Bob Dylan.

Insomma, se la Gran Bretagna la faceva da padrona per quanto riguarda la provenienza artistica dei dischi presenti in casa mia, credo proprio che ormai la fetta sia equamente divisa tra Stati Uniti e Gran Bretagna, e forse i primi sono anche in leggero vantaggio. In questa sorta di duopolio ho però registrato un curioso fatto privato: non so perché e non so per come, ma una mattina mi sono svegliato con la voglia di ascoltarmi i dischi di Lucio Battisti! Dopo qualche acquisto casuale, tanto per scoprire l’artista, ho deciso di fare il grande passo: acquistare l’opera omnia contenente TUTTI  i suoi dischi. L’anno scorso, spinto dalla curiosità, sono invece andato a comprarmi a scatola chiusa un cofanetto da tre ciddì + divuddì di Lucio Dalla, chiamato per l’appunto “Trilogia”. Io che ascolto e che soprattutto compro Lucio Dalla?! Un paio d’anni prima non l’avrei mai detto ed ora eccomi qui, a canticchiare Come è profondo il mare o L’anno che verrà oppure ancora Come sarà con tanto di Francesco De Gregori a dividere il microfono.

De Gregori che pure ha iniziato a incuriosirmi, nonostante un’antipatia per il personaggio che nutro da sempre. Ieri pomeriggio, e qui sto svelando un aspetto davvero inquietante della mia vita privata, avevo preso una copia di “Rimmel” e mi stavo già dirigendo alla cassa. Ho quindi adocchiato una raccolta tripla, fresca d’uscita, di Ivan Graziani e chiamata “Rock e Ballate per Quattro Stagioni“, edita dalla Sony in occasione del ventennale della morte del compianto cantante e chitarrista (nella foto sopra). Ebbene, ho preso una copia di quest’ultima con buona pace del classico di De Gregori.

E così, in conclusione, se una volta i miei ascolti erano concentrati quasi unicamente sulla Gran Bretagna, da un po’ di tempo sono felicemente passato all’America. E ciò nonostante rivolgo più d’un pensiero all’Italia, chissà perché. Ho iniziato anche ad apprezzare e comprare Vasco Rossi. Si attendono ora clamorosi sviluppi.

-Mat

Ristampe, ristampe, ristampe!!!

Michael Jackson Off The Wall immagine pubblicaDa una decina d’anni a questa parte, s’è definitivamente consolidata fra le case discografiche – major o meno che siano – l’abitudine di ristampare il vecchio catalogo in riedizioni più o meno meritevoli di tornare a far capolino nelle vetrine dei negozi accanto alle ultime novità.

Spesso si festeggiano i ventennali, i venticinquennali, i trentennali o addirittura il mezzo secolo di dischi famosi, riproposti in appariscenti confezioni, con tanto di note biografiche e foto d’epoca, meglio ancora se con inediti e/o rarità (che poi, almeno per me, sono le uniche motivazioni nel comprarmi una riedizione d’un disco che magari già posseggo), a volte addirittura in formato cofanetto.

E’ notizia di oggi che entro l’anno verrà ristampato “Off The Wall”, uno dei classici di Michael Jackson, edito appunto trentanni fa. In base a un accordo fra la Sony, la EMI (che non ho capito che c’entra…), gli esecutori testamentari & gli eredi del grande cantante, da qui a dieci anni dovremmo avere altre ristampe (di sicuro “Bad”, probabilmente pure “Dangerous” e tutti gli altri) e altri dischi con brani inediti. Inediti che dovrebbero comunque figurare anche nella ristampa di “Off The Wall”, fra l’altro ripubblicato già nel 2001, così come gli stessi “Bad” e “Dangerous”.

C’è da dire che le ristampe, a volte, sembrano solo una scusa per propinarci un disco del passato alla cifra non proprio popolare dei diciotto/diciannove euro: penso alla riedizione di “Dark Side Of The Moon”, il classico dei Pink Floyd, uscita nel 2003 in occasione del trentennale dell’album. Si trattava d’un ciddì in SuperAudio, col suono distribuito in cinque canali per impianti surround… vabbene, moltobbello, ma le canzoni erano quelle, non c’era uno straccio di brano aggiuntivo, e il tutto si pagava a prezzo pieno.

Si tratta comunque d’una sgradita eccezione perché il più delle volte le ristampe sono ben meritevoli d’essere acquistate. Nel 2007, ad esempio, sono stati riproposti i tre album da studio dei Sisters Of Mercy con belle confezioni cartonate, note tecniche/critiche, foto & preziosi brani aggiuntivi. L’anno dopo, la stessa operazione è stata replicata (tranne per le confezioni, non di carta ma di plastica) per i dischi dei Mission, band nata da una costola degli stessi Sisters Of Mercy. Anche i dischi di David Sylvian usciti per la Virgin – compresi quelli a nome Japan e Rain Tree Crow – sono stati riproposti in lussuose confezioni cartonate, corredate di canzoni aggiunte; ne ho comprate diverse di queste ristampe sylvianiane, come “Tin Drum” dei Japan, pubblicato in uno stupendo cofanetto con disco aggiuntivo & libretto fotografico, un lavoro davvero ben fatto e pagato la modica cifra di sedici euro. Un altro lavoro lodevole che merita l’acquisto a scatola chiusa da parte dell’appassionato è la ristampa del 2004 di “London Calling” dei Clash, comprensiva di ciddì audio con interessante materiale aggiuntivo e divuddì con documentario & videoclip.

Recentemente, l’etichetta Legacy (di proprietà della Columbia, a sua volta controllata dalla Sony), ha riproposto il primo album di Whitney Houston, ovvero quel disco che portava il suo nome, pubblicato nel 1985 con grande successo in tutto il mondo. “Whitney Houston” è stato così ristampato per il suo venticinquennale con brani aggiuntivi e un divuddì contentene videoclip, apparizioni televisive e nuove interviste. Ancora la Legacy, ad aprile, immetterà sul mercato due interessanti ristampe: una per “This Is Big Audio Dynamite”, l’esordio di Mick Jones come leader dei B.A.D. (originariamente pubblicato anch’esso nell’85), e un’altra per il classico degli Stooges, “Raw Power”, che oltre a proporre esibizioni dell’epoca, inediti & rarità figurerà anche l’originale mix di David Bowie del 1973.

Negli ultimi anni s’è ristampato davvero di tutto, spaziando un po’ fra tutti i generi musicali: “What’s Going On” di Marvin Gaye, “Tommy” degli Who, “Pet Sounds” dei Beach Boys (anche in cofanetto da tre ciddì), “Songs From The Big Chair” per i Tears For Fears, “All Mod Cons” per i Jam, “Our Favourite Shop” per gli Style Council, “Stanley Road” e “Wild Wood” di Paul Weller, “Steve McQueen” dei Prefab Sprout, “Night and Day” di Joe Jackson, i primi quattro album dei Bee Gees, “Guilty” della Streisand, “Songs In The Key Of Life” di Stevie Wonder, “Damned Damned Damned” dei Damned, “Ten” dei Pearl Jam (in un voluminoso cofanetto), l’intero catalogo per Bob Marley, i Doors, Siouxsie And The Banshees, Depeche Mode, Megadeth e Joy Division. E ancora: “Transformer” di Lou Reed, “All The Young Dudes” per Mott The Hoople, “A Night At The Opera” dei Queen, i quattro album da studio dei Magazine, gran parte dei dischi di Bowie, dei Genesis dei Cure e dei New Order, “The Final Cut” dei Pink Floyd, “A Love Supreme” di Coltrane e gran parte dei dischi di Miles Davis (spesso anche in lussuosi cofanetti da tre, quattro o più ciddì). Eppure si sono viste anche ristampe ben più povere, vale a dire senza brani extra e in confezioni standard, per Peter Gabriel, Roxy Music, Simple Minds, David Gilmour, Sting e The Police.

Riproposizione in grande stile, invece, per il catalogo dei Beatles: lo scorso 9 settembre, il fatidico 9/9/09, tutti gli album del gruppo originariamente pubblicati dalla EMI fra il 1963 e il 1970 sono stati ristampati (e remasterizzati) sia singolarmente che tutti insieme in costosi cofanetti (in formato stereo e mono), tuttavia nessun disco contemplava i succosi inediti ancora custoditi in archivio.

Per quanto riguarda i solisti, già nel 1993 la EMI ristampò tutto il catalogo di McCartney nella serie “The Paul McCartney Collection”, mentre fra il 2000 e il 2005 è toccato agli album di John Lennon. Spesso ognuno di questi album include i brani pubblicati all’epoca sui lati B dei singoli e alcune ghiotte rarità. Anche il catalogo di George Harrison è stato rilanciato di recente; qui ricordo in particolare la bella ristampa di “All Things Must Pass”, uscita nel 2001 e curata dallo stesso Harrison. Per quanto riguarda Ringo Starr, l’americana Rykodisc ha ristampato già nei primi anni Novanta i suoi album del periodo 1970-74 con diversi brani aggiuntivi, tuttavia l’operazione s’è conclusa lì e le copie a noi disponibili erano solo quelle d’importazione. Insomma, il catalogo solista di Starr meriterebbe anch’esso una riscoperta, almeno per quanto riguarda i suoi album più antichi.

In definitiva, povere o ricche che siano, tutte queste riedizioni stanno ad indicare che la musica incisa a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta fino ai primi Novanta è ormai giunta alla sua storicizzazione, forse perché si è ormai capito che, musicalmente parlando, quello è stato un periodo straordinario & irripetibile che evidentemente ha ancora molto da dire… e da far sentire!

– Mat

(ultimo aggiornamento: 18 marzo 2010)

Un po’ di questo, un po’ di quello

federico-fellini-immagine-pubblica-blogE’ proprio da un bel po’ che non scrivevo niente di nuovo su questo mio blog, ultimamente trascurato come non mai. Un ciddì di John Coltrane che ho preso pochi giorni fa e un album dei Genesis che ho riascoltato con particolare trasporto mi hanno fatto tornare la voglia di parlare di musica su Immagine Pubblica. Per quanto, temo, ho bisogno ancora di qualche giorno per ritrovare l’ispirazione necessaria per scrivere qualche post decente.

Inoltre, credo d’aver finalmente visto tutti i film diretti da Federico Fellini (nella foto, mentre esprime un parere sul sottoscritto), per cui vorrei aggiornare il discorso di questo post. Ho anche riletto con gran gusto “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Italo Calvino, mentre proprio ieri sera ho finito di leggere “La banda dei brocchi” di Jonathan Coe, un libro che avevo preso alcuni mesi fa ma che era rimasto a contemplare granelli di polvere sul comodino. Ecco, mi piacerebbe anche parlare di questi due libri.

In effetti mi piacerebbe sprecare un po’ di parole per tanti altri argomenti, qui sul blog: la triste morte di Michael Jackson, ovviamente, una tragedia che mi ha colpito enormemente (più di quanto mi sarei aspettato, a dire il vero); l’imminente ripubblicazione degli album dei Beatles; alcune recensioni su dischi di Miles Davis, Nina Simone, Queen, Depeche Mode, Roger Waters, David Sylvian, The Style Council, Tears For Fears, Bee Gees, The Cult e Donald Fagen. Oltre che, come detto, Coltrane e i Genesis. Insomma, tutta gente della quale – in un modo o nell’altro – abbiamo già parlato qui su Immagine Pubblica. Il fatto è che mi sto accorgendo che, gira & rigira, nonostante ascolto veramente di tutto – spaziando fra le discografie degli artisti più disparati – ascolto quasi sempre gli stessi nomi: dopo ventanni buoni d’ascolti ho ormai capito quali musiche le mie orecchie apprezzano di più. Forse dovrei passare con più convinzione alla classica o alla lirica per allargare ulteriormente i miei orizzonti, perché credo che in fatto di jazz e soprattutto di pop/rock ho ormai individuato ciò che cerco.

E così – tornando per l’ennesima volta a quelli che restano fra i miei preferiti di sempre, i Beatles – lasciatemi concludere questo post con un breve aneddoto circa gli album remasterizzati che saranno pubblicati dopodomani (il fatidico 9/9/09): a quanto pare, i capoccioni della EMI hanno anche eliminato alcuni errori presenti nelle canzoni dei Beatles, errori che sono ormai entrati a far parte di quelle canzoni, sono stati studiati (e in certi casi pure apprezzati) e quindi storicizzati come parte del contesto culturare/tecnologico di quegli anni. Ecco, tanto per fare un esempio, che sullo sfumare del riverbero finale di A Day In The Life (tratta dall’album “Sgt. Pepper”) m’abbiano eliminato quello scricchiolio di sedia che a me comunque piace lo stesso, ecco dicevo, a me fa un po’ incazzare! Non sono mica poi così bendisposto a sborsare un paio di centinaia di euro per un catalogo che, con la scusa di volermi proporre un lavoro più nitido dal punto di vista sonoro, finisce col restituirmi una versione perfettina e asettica d’un gruppo che perfettino e asettico non è mai stato. La curiosità è tanta, in definitiva… ma pure i dubbi. Vedremo… anzi, no, sentiremo.

– Mat

Dalis Car, “The Waking Hour”, 1984

dalis-car-the-waking-hour-mick-karn-peter-murphySpesso trovo molto interessanti quegli esperimenti discografici nati dalla combinazione inedita fra due o più membri di gruppi diversi. In passato ho già scritto di “Blue Sunshine” dei Glove, oggi è invece la volta di “The Waking Hour” dei Dalis Car, una sigla che cela un curioso duo, proveniente per metà dai Bauhaus e per metà dai Japan.
Abbiamo infatti Peter Murphy alla voce e Mick Karn alla strumentazione, due grandi talenti artistici accomunati all’epoca dal senso di smarrimento per la fine delle due band inglesi che – molto probabilmente – alimenteranno di più la loro fama, i Bauhaus, scioltisi nel 1983, e i Japan, scioltisi l’anno prima.

Parlando musicalmente in senso stretto, “The Waking Hour” suona come un album solista di Mick Karn, il seguito ideale del suo “Titles” (1982), seppur i testi sono stati scritti e quindi cantati dall’inconfondibile voce dei Bauhaus. In seguito, non a caso, Peter Murphy rinnegherà il disco, nato da una collaborazione non proprio felice perché, a detta sua, forzava alla coesistenza due persone molto diverse fra loro. In effetti non so cos’abbia realmente spinto Peter e Mick ad unire le proprie forze, tuttavia il risultato finale non mi dispiace affatto, anzi resta tuttora un gradevolissimo punto di connessione fra due gruppi – i Bauhaus e i Japan per l’appunto – che non smetterò mai d’amare.

“The Waking Hour” abbìna l’indiscutibile talento visionario di Karn (oltre che strumentale, soprattutto per quanto riguarda l’uso del basso fretless, per il quale è un mago), il suo tocco etnico e quasi tribale, alla dimensione dark e teatrale di Murphy, e nel far ciò quest’album mi suona come un notevole esperimento in musica che ascolto sempre volentieri. Prodotto dagli stessi Dalis Car col tecnico del suono Steve Churchyard, “The Waking Hour” è costituito da sette brani, tutti musicati ed arrangiati dal solo Mick Karn. C’è comunque un terzo musicista che ha partecipato alle sedute, tale Paul Vincent Lawford, che ha costruito i ritmi, secondo le note interne dell’album.
Il contenuto musicale del disco, come prevedibile, è la visione della musica dei Japan interpretata da Mick Karn (più tribale e tetra, rispetto al sentimentalismo introspettivo di David Sylvian) unìta allo spiccato senso teatrale di Peter Murphy, alla sua fascinazione per l’espressionismo tedesco al tempo della repubblica di Weimar. Abbiamo quindi l’iniziale Dalis Car, il brano che ha dato il nome all’insolito duo (a sua volta tratto da un’opera del celebre Salvador Dalì), l’ipnotica His Box, la gotica e misteriosa Cornwall Stone (è la canzone che qui più s’avvicina allo stile di Peter), la pulsante Artemis (unico brano strumentale del disco, cosa che lascia supporre che Murphy non vi abbia partecipato), la propulsiva Create And Melt e l’epica Moonlife, basata su uno dei tanti Traditional presenti nel canzoniere storico dell’Inghilterra. Chiude quest’album così atipico ma avvincente che è “The Waking Hour”, l’unico singolo che ne è stato estratto, la sinuosa The Judgement Is The Mirror.

Dopo questo tentativo di procedere come duo sotto il nome di Dalis Car, Mick Karn e Peter Murphy troveranno modo di procedere brillantemente con le loro rispettive carriere soliste per tutto il corso degli anni Ottanta, e anche oltre.

– Mat

P.S.
Piccola nota autobiografica: la prima bozza di questo post risale allo scorso 20 marzo, poi varie vicissitudini – compreso l’orrendo terremoto che ha sconquassato il mio Abruzzo – mi hanno fatto perdere le idee. Il titolo di questo disco, l’ora del risveglio, mi sembra decisamente appropriato.

Notiziole musicali #2

the-stone-roses-immagine-pubblica-blogHo letto/sentito in giro un bel po’ di notiziole musicali che hanno suscitato tutta la mia curiosità d’appassionato musicofilo. Senza inutili procrastinazioni, ecco subito un sunto di quello che più mi è piaciuto…

Sembra proprio che pure gli Stone Roses (nella foto – celebratissimi nella nativa Inghilterra, meno conosciuti nel resto del mondo, o più che altro dimenticati) si uniranno al numero sempre più crescente delle band che si riuniscono dopo anni & anni di separazione. La fine degli Stone Roses giunse fra il ’95 e il ’96 ma la loro musica non ha mai smesso di scaldare i cuori degli appassionati inglesi. Anche a me piacciono molto, nonostante è da un bel po’ che non li ascolto più. Si parla già d’un tour che Ian Brown & soci dovrebbero effettuare in estate, nonostante alcuni ingaggi già confermati in precedenza come solisti. Si vedrà, insomma, ma credo proprio che – in un modo o nell’altro – tornerranno alla carica anche gli Stone Roses.

Il grande David Sylvian ha annunciato il titolo del suo imminente nuovo album, “Manafon”, ma per ora se ne sa ben poco: sono molto curioso di ascoltarlo, se somiglia al precedente “Snow Borne Sorrow” lo compro al volo! Anche la pubblicazione del nuovo album di Peter Murphy dovrebbe verificarsi a breve, comunque il leader dei Bauhaus è in tour e sta proponendo parte del nuovo materiale.

I Simply Red – o Mick Hucknall che dir si voglia – si esibiranno a Pescara, a pochi chilometri da casa mia, il prossimo 13 luglio! Cazzo, per una volta non devo emigrare a Roma o in Emilia-Romagna per vedermi i miei artisti preferiti!! La dolce Antonella, Brother Luca & io ci saremo!

I Jane’s Addiction sono un’altra di quelle band che – dopo essere tornate dal passato – appaiono proprio in piena forma artistica: una serie di concerti in America, compreso il celebre Lollapalooza Festival (al quale dovrebbero partecipare pure i Depeche Mode), e altri assieme ai Nine Inch Nails. Inoltre, è imminente la pubblicazione d’un cofanetto retrospettivo con molto materiale inedito audio/video, in attesa d’un nuovo album che potrebbe uscire nella seconda metà dell’anno.

Anche i miei amati Tears For Fears saranno alle prese, quest’estate, con un breve tour: però le tappe sono tutte nordamericane… sob! Spero tuttavia che l’occasione sia anche un modo di tornare a scrivere nuove canzoni da far confluire in un nuovo album da studio di futura pubblicazione. Lo spero tanto!

Ha destato molto clamore l’annunciato ritorno sulle scene dell’intramontabile Michael Jackson: seguendo l’esempio di Prince, il re del pop ha programmato per l’estate una serie di spettacoli alla 02 Arena di Londra. La richiesta del pubblico è stata così entusiastica che Michael ha esteso la serie d’ingaggi, prolungandola fino ai primi mesi del 2010! Io non sono mai stato a Londra e non ho mai visto Michael Jackson dal vivo… non credo che potrò permettermelo ma… che sia la volta buona? Intanto potrebbe anche uscire l’atteso album del ritorno, il seguito dell’ormai lontano “Invincible” (2001).

A proposito di Prince, uscirà a fine mese un triplo ciddì contenente due suoi nuovi album più un terzo disco prodotto per una sua protetta, una delle sue cantanti delle quali adesso mi sfugge il nome. Il tutto alla modicissima cifra di dodici dollari! Se l’equivalente in euro sarà altrettanto vantaggioso, anche quest’ennesimo capitolo princiano farà presto la sua comparsa nella mia collezione.

I Guns N’ Roses potrebbero presto annunciare un tour estivo per promuovere “Chinese Democracy” che ha venduto ma non quanto ci si aspettasse, anche per via d’una promozione praticamente inesistente. Cercherò di seguire gli sviluppi dell’attività artistica di Axl Rose.

Il mitico Paul McCartney ha annunciato un concerto in un casinò di Las Vegas previsto ad aprile: i biglietti relativi ai 4mila posti disponibili sono spariti in sette secondi!

Questo è tutto per ora, anche se – si sa – con l’approssimarsi della bella stagione fioriscono sempre un sacco di grandi novità! Io, nel mio piccolo, aspetto con sincero interesse “Sounds Of The Universe” dei Depeche Mode e ascolto di brutto il cofanetto “The Cellar Door Sessions 1970” di Miles Davis, del quale spero di poter dare un resoconto molto presto.

– Mat

Nine Horses, “Snow Borne Sorrow”, 2005

david-sylvian-nine-horses-immagine-pubblica-blogSono sempre stato un grande ammiratore di David Sylvian e così, dopo essermi deliziato con una sua rinnovata collaborazione con Ryuichi Sakamoto chiamata “World Citizen” (un ‘ep’ pubblicato nel 2004), corsi tutto entusiasta a comprare il successivo progetto sylvianiano, un’altra rinnovata collaborazione. Stavolta col batterista Steve Jansen, già nei Japan e in seguito in diversi altri album legati al fratello David; dato che a registrazioni già avviate si unì al progetto un terzo componente, il tastierista tedesco Burnt Friedman, si decise di dare un nome a quest’inedito trio: Nine Horses, dal titolo d’una raccolta di poesie il cui autore ignoro ma che piace a David. E così con “Snow Borne Sorrow” – questo il titolo dell’opera prima dei Nine Horses – il buon Sylvian non solo realizzò uno dei suoi lavori più dinamici dai tempi di “The First Day” (l’ennesima collaborazione, in quel caso con Robert Fripp e datata 1993) ma di fatto produsse uno dei dischi migliori della sua straordinaria carriera.

Dopo aver letto solo recensioni entusiastiche, come ho detto mi fiondai a comprare “Snow Borne Sorrow”; ricordo benissimo anche il periodo – la vigilia del Natale 2005 – e il fatto che il commesso del negozio mi assicurò che si trattava addirittura del disco migliore di David Sylvian dai tempi di “Secrets Of The Beehive” (1987). Tuttavia, al primo ascolto, non è che mi fece chissà quale impressione… certo, le canzoni si facevano via via più belle mentre l’album procedeva, ma che diamine, chissà cosa mi aspettavo! E invece, tempo qualche altro ascolto, in uno stato mentale certamente più disposto dopo gl’inevitabili bagordi natalizi, ecco che mi si apre un mondo: questo “Snow Borne Sorrow”, per cui David Sylvian s’è anche tolto lo sfizio di pubblicarlo sotto pseudonimo, è davvero un disco bellissimo, il migliore dopo la sublime sequenza solista di “Brilliant Trees” (1984), “Gone To Earth” (1986) e “Secrets Of The Beehive”. Un album che sintetizza magnificamente l’incrocio fra sonorità jazzistiche, d’avanguardia e sperimentali – il tutto con una spruzzata di world music – tentato dal nostro fin da quando ha messo fine ai Japan. Stavolta però la tipica miscela sylvianiana è stata proposta sotto le vesti di sofisticato pop d’autore, a tutto vantaggio della musica e per la gioia dell’ascoltatore.

In “Snow Borne Sorrow” non c’è una sola canzone brutta o trascurabile, anche grazie ad una produzione impeccabile: dal tetro ma solenne incedere del brano iniziale, Wonderful World, edito come singolo apripista, al caldo sentimentalismo della conclusiva The Librarian, passando per l’elegante pop-rock di Darkest Birds, il pacato pulsare notturno di The Banality Of Evil (inserito anche nella colonna sonora del film con Jim Carrey “The Number 23”), la sofisticata e corale Atom And Cell, la riflessiva A History Of Holes (il brano che più amo, nonché uno dei miei preferiti nel canzoniere di David), l’elettronico cullare di Snow Borne Sorrow, la meravigliosa ballata di The Day The Earth Stole Heaven e il piacevole dinamismo elettronico di Serotonin.

Come sempre nei migliori lavori di David Sylvian, anche qui il buon Sakamoto ci ha messo lo zampino, suonando il piano in due brani, ma anche i molti altri collaboratori hanno fatto la loro parte, soprattutto i musicisti impegnati ai fiati. Per quanto riguarda le tematiche, diversi testi riflettono la separazione di David dalla moglie Ingrid Chavez, ma in modo meno ossessivo rispetto a “Blemish” (2003), tuttora l’ultimo album pubblicato da Sylvian a suo nome. In questo 2009 dovremmo poterne apprezzare il seguito, che spero vivamente somigli a questo superlativo “Snow Borne Sorrow”.

– Mat