Donald Fagen, “Kamakiriad”, 1993

donald fagen, kamakiriad, 1993, immagine pubblica blogDopo ben undici anni da “The Nightfly“, anni durante i quali Donald Fagen contribuisce a qualche colonna sonora, a un paio di dischi altrui e si reinventa editorialista per non ricordo più quale rivista newyorkese, nella primavera ’93 esce finalmente “Kamakiriad”, il tanto atteso seguito di quel celebre (e celebrato) album che era stato appunto “The Nightfly”.

In verità, una volta archiviata la sua storia con gli Steely Dan nel 1981, Fagen inizia a mettere su nastro le idee per un possibile secondo album solista già nel 1983: a quell’anno risalirebbe infatti la prima versione di almeno una delle otto canzoni di “Kamakiriad”, ovvero la splendida On The Dunes, mentre del 1985 sarebbe invece una prima Snowbound, altra gemma poi ripescata per “Kamakiriad”. In quest’ultimo caso, inoltre, al fianco di Donald Fagen ci sarebbe già stato Walter Becker, ovvero l’altra metà degli Steely Dan.

Insomma, già a metà anni Ottanta, il brillante duo che si era separato all’indomani della pubblicazione di “Gaucho” era ricostituito e pronto a creare nuove canzoni. Solo che, nel personalissimo universo parallelo di Fagen & Becker, tra il comporre e il dare alle stampe la versione definitiva di un loro brano ci passa uno spazio-tempo che resta tuttora un mistero per la fisica. E così l’atteso seguito di “The Nightfly” finisce per l’arenarsi, complice pure un blocco creativo di Fagen, per sua stessa ammissione.

La realizzazione effettiva di “Kamakiriad” parte quindi nel 1990… soltanto tre annetti ed ecco finalmente il secondo album di Donald Fagen nei negozi, nel maggio 1993, per i tipi della Warner Bros. Il risultato finale vale tanta attesa? No, secondo la maggioranza dei critici, sì secondo il modesto parere del sottoscritto. Se infatti gli manca un brano come I.G.Y., ovvero il debutto col botto di “The Nightfly” – un brano che penso chiunque abbia sentito almeno una volta nella vita – “Kamakiriad” mi sembra un lavoro più omogeneo musicalmente, che ascolto sempre dall’inizio alla fine con gran piacere. Inoltre, aspetto per me sempre apprezzato, “Kamakiriad” ha una resa magnifica se ascoltato mentre si guida: sarà merito anche del concept dell’album stesso, ovvero un retrofuturistico viaggio attraverso l’America che l’alter-ego di Fagen compie a bordo di una macchina chiamata Kamakiri (pare che sia il nome di una sottospecie di mantide, se non ricordo male). E poi, sempre rispetto a “The Nightfly”, questo secondo album di Donald Fagen ha un valore aggiunto che l’altro non ha: la presenza di Walter Becker alla produzione, al basso e alla chitarra, una presenza che si sente eccome. In definitiva, “Kamakiriad” – con quella sua miscela di immediatezza pop, virtuosismo jazz e ritmica funky – potrebbe essere inteso come un disco degli Steely Dan accreditato al solo Fagen (pratica replicata già nel 1994 con “11 Tracks Of Whack”, il primo album solista di Becker, ovviamente prodotto con Fagen. Tutto chiaro, no?).

A parte tutto questo, ovviamente, resta sempre il fatto che un bel disco può essere ritenuto tale solo se vanta belle canzoni: SpringtimeTomorrow’s Girls, Florida Room e le già citate On The Dunes e Snowbound lo sono senz’altro, e forse l’iniziale Trans-Island Skyway e Countermoon non sono molto da meno. Soltanto Teahouse On The Tracks mi convince appena, forse perché non l’avrei messa a chiusura del disco, scegliendo al suo posto la cullante On The Dunes. Pareri personali, ovviamente. Ultimo appunto, infine, sui musicisti che hanno preso parte a “Kamakiriad”, tutti di alto livello com’è tipico degli Steely Dan; agli ottoni, tra i quali spiccano i celebri Randy Brecker e David Tofani, troviamo anche Lou Marini e Alan Rubin, ancora più celebri per essere apparsi nel film “The Blues Brothers” nella band di Dan Aykroyd e John Belushi.

-Mat

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Donald Fagen, “The Nightfly”, 1982

Donald Fagen The Nightfly immagine pubblicaSì, lo so che oggi ricorre il cinquantesimo anniversario di “Sgt. Pepper”, e che forse avrei dovuto scrivere qualcosa in proposito. Penso però di aver già scritto abbastanza sul capolavoro dei Beatles (vedi QUI per tutto ciò che c’è da sapere sulle nuove ristampe e QUI per una recensione sul disco in quanto tale), per cui non avrei fatto altro che ripetermi. E poi c’è da dire che, in verità, avevo già pronto da qualche giorno tutt’altro post, che per pura coincidenza mi sono deciso a pubblicare proprio oggi. Vediamo un po’ di che si tratta.

Capolavoro da solista per Donald Fagen, uscito la bellezza di trentacinque anni fa, “The Nightfly” è uno di quei dischi dei quali avrei voluto parlare molti post fa. E’ un album che in effetti conosco ormai da una vita, almeno fin da quando ho iniziato a comprare musica con regolarità, al principio degli anni Novanta. E’ una sorta di concept album, visto che i testi delle sue otto canzoni riflettono i sogni e le speranze di un teenager di provincia americano a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, quando cioè gli Stati Uniti viaggiavano verso quella “nuova frontiera” così bene espressa da John Fitzgerald Kennedy durante la sua vittoriosa campagna presidenziale del 1960. Un teenager di provincia che ovviamente altri non è che il nostro Donald Jay Fagen, nato in New Jersey nel gennaio del 1948.

Musicalmente parlando, “The Nightfly” vanta invece un sound professionale e corposo, eppure caldo e divertente, fin da quelle prime, saltellanti e inconfondibili note con le quali inizia la prima canzone in programma, quella I.G.Y. che può essere considerata la canzone più rappresentativa del Fagen solista. E’ un lungo brano di sei minuti all’interno d’un disco che di minuti ne dura quaranta scarsi; un brano magnifico, prodotto, cantato e suonato meravigliosamente bene, e che forse da solo giustifica l’acquisto dell’intero disco.

Tra le altre canzoni di “The Nightfly” che più apprezzo metto senz’altro Maxine, una suadente ballata intrisa di soul e con una spruzzatina di doo-wop, e quindi la vivace e swingante Walk Between The Raindrops, posta a chiusura del disco e forse fin troppo breve. Il resto dell’album figura la funky Green Flower Street, la festaiola Ruby Baby (che è l’unico brano non originale, e non scritto da Fagen, tra quelli in programma), la serrata New Frontier, la caraibica The Goodbye Look, e quindi l’omonima The Nightfly, che forse è il brano qui presente che più ricorda lo stile degli Steely Dan.

Prodotto da quello stesso Gary Katz che aveva già partecipato a tutti gli album degli Steely Dan incisi in precedenza, “The Nightfly” vede la partecipazione di tutta una serie di musicisti turnisti di prim’ordine, tra i quali ricordo i chitarristi Hugh McCracken, Larry Carlton e Dean Parks, i bassisti Chuck Rainey e Marcus Miller, i batteristi Steve Jordan e Jeff Porcaro, i pianisti/tastieristi Michael Omartian e Greg Phillinganes, il trombettista Randy Brecker e quindi i sassofonisti Michael Brecker e David Tofani.

Parlando d’un album come “The Nightfly”, infine, non si può non menzionarne anche la caratteristica copertina: rigorosamente in bianco e nero, con Donald Fagen che interpreta il deejay alle prese – alle ore piccole del mattino – con quel “jazz & conversation” a cui fa riferimento nella stessa The Nightfly.

-Mat