Depeche Mode, “Spirit”, 2017

Depeche Mode Spirit immagine pubblicaComprato venerdì 17, nel giorno della sua uscita, “Spirit”, il nuovo album dei Depeche Mode, si è già rivelato per me una delusione. Un disco brutto non direi, anche perché, di dischi letteralmente brutti, i nostri non ne hanno mai fatto, ma un disco superfluo, che non aggiunge niente alla storia gloriosa di questa band che tiene botta dal 1981 è un qualcosa che posso dire pacificamente, nonostante il grande amore che da sempre provo per i Depeche Mode. Già il singolo apripista, il ben poco esaltante Where’s The Revolution, aveva ridimensionato le mie aspettative, ma i tre quattro ascolti che finora ho dedicato a “Spirit”, sia con lo stereo a palla, che con le cuffie e sia in autoradio hanno confermato le mie impressioni iniziali: un disco del quale si potrebbe anche fare a meno.

“Spirit” è sostanzialmente un disco dark, come probabilmente non se ne fanno più, o almeno non farebbe più una band del calibro e con la storia dei Depeche Mode, e la cosa di per sé sarebbe pure un merito; tuttavia in quanto ad atmosfere tenebrose, notturne, crepuscolari & simili i nostri hanno già fatto canzoni decisamente superiori. Qui mancano melodie riconoscibili, ritornelli cantabili, passaggi musicali memorabili; è tutto un po’ dimesso, con un’elettronica più minimale rispetto a quanto sentito negli ultimi tre album ma anche decisamente meno coinvolgente. Mi viene da rimpiangere “Delta Machine“, ecco il punto.

In alcuni brani, inoltre, la voce di Dave Gahan – una delle più belle di sempre in ambito pop-rock, una voce che per giunta è letteralmente sbocciata da almeno quindici anni a questa parte, arricchendo essa stessa da sola ogni puntuale uscita dei nostri – è stata anche fastidiosamente ritoccata con effetti da studio. Magari la cosa resta funzionale al sound che si voleva dare alla canzone in questione, tuttavia ritoccare una voce così bella al naturale è per me un peccato gravissimo. Punibile con la fucilazione, ecco.

Inizio già a provare profonda antipatia per quel tale, James Ford, un signor nessuno per quanto mi riguarda, che è subentrato a Ben Hillier in qualità di produttore. Se l’artefice d’un tale scempio è stato il signor Ford, voglio la sua testa. Per il resto, il signor produttore non sembra avere una sua personalità; se ce l’ha, io non l’ho avvertita dall’ascolto di “Spirit”. Un ascolto complessivo che, per giunta, mi ha portato alla noia all’approssimarsi puntuale della nona decima canzone (sulle dodici totali).

In definitiva, è tutto da buttare? Diciamo che si può salvare il primo brano in programma, Going Backwards, decisamente il meglio che “Spirit” abbia da offrire: tetro, pulsante, amaro, disilluso, con quel finale in cui le voci di Dave Gahan e Martin L. Gore, intrecciandosi, affermano che noi – uomini moderni alle prese con una vera e propria involuzione (è questo un po’, se vogliamo, il manifesto del disco, o il suo spirito, per restare sul pezzo) – non sentiamo più niente dentro perché in fondo non abbiamo più niente dentro. Posso anche essere d’accordo. Se però in questo “noi” includiamo gli stessi Depeche Mode, ovviamente.

-Mat

Depeche Mode, “Delta Machine”, 2013

Depeche Mode Delta Machine immagine pubblicaNell’attesa di “Spirit“, il nuovo album dei Depeche Mode che uscirà venerdì 17 (data fatidica!), sono andato a risentirmi il disco precedente della band inglese, ovvero “Delta Machine”, pubblicato giusto quattro anni fa. Confesso di non averlo sentito granché in questi ultimi anni, un bel po’ di ascolti ripetuti – soprattutto alla guida – in quella prima parte del 2013 e quindi riposto nello scaffale tra gli altri titoli della mia collezione. Non che non mi sia piaciuto l’album, è che i Depeche Mode stanno praticamente riciclando il loro stesso sound almeno dal 2005, con l’album “Playing The Angel”, per cui a uno come me, che possiede tutti i loro dischi e li ascolta da decenni, il “nuovo” album di turno suona tutto fuorché nuovo.

Anche dall’imminente “Spirit” non mi aspetto granché, sono tuttavia curioso di ascoltarlo, così come ero curioso quattro anni fa mentre mi recavo in negozio per comprarmi la mia bella copia di “Delta Machine”. Perché i Depeche Mode, in fondo in fondo, un disco brutto non l’hanno mai fatto e perché a certe cose ci si affeziona; è come andare a trovare dei vecchi amici, che sono vecchi per davvero: magari ti ripetono sempre le stesse storie, sono sempre meno in forma, anche la lucidità comincia a fare cilecca, eppure resta un piacere starli a sentire, andarli a trovare, tanto per il gusto di salutarli di tanto in tanto. E poi i Depeche Mode fanno pubblicare un album ogni quattro anni, per cui l’acquisto della loro ultima “fatica” è un “sacrificio” che possiamo benissimo sostenere.

Mi sto dilungando in maniera preoccupante. Anche io sono invecchiato, e non sono più il blogger di una volta. Quel che mi premeva dire, ad ogni modo, è che riascoltato oggi, un album come “Delta Machine” non è affatto male: prima di tutto perché contiene Heaven, che era e rimane una delle più belle e intense canzoni dei Depeche Mode, poi perché brani come Soothe My Soul e Goodbye ricordano piacevolmente alcuni pezzi di “Violator” (che era e rimane il più bel disco dei nostri), e poi perché la voce di Dave Gahan è sempre più bella (ascoltarla in Should Be Higher oppure in quel revival del sound modiano anni Ottanta che è Secret To The End per credere). Anche quel taglio blueseggiante che hanno diverse canzoni di “Delta Machine” (tra cui la stessa Heaven) contribuisce felicemente alla resa sonora complessiva, mentre per quanto riguarda il brano più brutto (davvero brutto, risentito stamane mi è sembrato pure peggio di come me lo ricordavo), ovvero Soft Touch/Raw Nerve, i nostri hanno avuto almeno il buon gusto di farlo durare meno degli altri.

Ultimo di una trilogia di album dei Depeche Mode prodotta da Ben Hillier, “Delta Machine” non potrà mai essere annoverato come uno dei lavori più rappresentativi della band inglese – che ormai calca le scene da ben trentasei anni, è bene ricordarlo – ma tuttavia resta un’efficace testimonianza della classe e della bravura che questo trio devoto all’elettropop non ha mai perso, a dispetto degli anni e dei decenni che scorrono via inesorabilmente.

-Mat

Aspettando i Depeche Mode

depeche-mode-2017-wheres-the-revolutionUscirà domani 3 febbraio il nuovo singolo dei Depeche Mode, Where’s The Revolution, primo estratto dall’album “Spirit“, che verrà pubblicato dalla Sony il prossimo 17 marzo. Li seguo da almeno vent’anni, i Depeche Mode, e se nel giro di poco tempo sono andato a procurarmi tutti i loro album pubblicati dal 1981 al 1993, a partire dal 1997 non mi sono mai perso un’uscita discografica di quella che resta una delle mie band preferite.

Devo pur ammettere, ahimè, che per quanto pregevoli, gli ultimi lavori dei miei beniamini non mi hanno mai esaltato granché. Attendo con una certa curiosità questo “Spirit” di prossima distribuzione, tuttavia ricordo benissimo la sensazione che mi accompagnò quando andai a comprarmi il disco precedente, “Delta Machine” (2013): grande curiosità, per l’appunto, ascolti a ripetizione del bel singolo Heaven, ascolto dell’album ripetuto per un mesetto buono, soprattutto in macchina, e quindi dritto nella collezione a far numero, pressoché inascoltato da quattro anni a questa parte.

Stessa sorte che è toccata ai precedenti “Sounds Of The Universe” del 2009 (nonostante l’acquisto del formato deluxe, un bel cofanettone multiformato in edizione limitata) e “Playing The Angel” del 2005, comunque il migliore tra gli album pubblicati dai nostri dal 2001 in poi. Un anno, quel 2001, in cui non soltanto andai a comprarmi tutto eccitato il poco eccitante “Exciter” e i suoi relativi quattro ciddì singoli ma, soprattutto, ebbi il piacere di ascoltare e vedere dal vivo i Depeche Mode per la prima volta, al palazzetto dello sport di Bologna. E se nel 2004 mi gustai a distanza ravvicinata un dj-set tutto pescarese del solo Andy Fletcher, due anni dopo tornai a vedere la band dal vivo al gran completo, in uno stadio Olimpico strapieno. Fu l’ultima volta che andai a un loro concerto, anche perché attorno al 2010 smisi del tutto di andare a concerti. Non mi divertivo più, ecco. Cominciavo inoltre a sentire il peso degli anni. Essì.

L’ultimo disco dei Depeche Mode che mi sia davvero piaciuto è quindi “Ultra”, pubblicato la bellezza di venti anni fa (mioddio… venti anni fa… sembra ieri…): all’epoca fu l’album del ritorno, dopo che a metà anni Novanta la band venne data per spacciata, dopo il sofferto abbandono di Alan Wilder e i grossi problemi di droga di Dave Gahan. Ma il talento autoriale di Martin L. Gore restò intatto, Dave prese a cantare come mai aveva cantato prima e la band si affidò a un produttore esterno, Tim Simenon (pratica attuata da allora fino ad oggi, con l’inedito James Ford in cabina di regia), il quale effettuò un lavoro tanto difficile quanto egregio. “Ultra” fu un successo sia di critica che di vendite, permettendo rapidamente ai nostri di risalire la china. E il resto è storia recente.

Ecco, volevo proporre una carrellata della discografia dei Depeche Mode da “Delta Machine” del 2013 fino al primo “Speak & Spell” del 1981 ma penso di aver divagato fin troppo. Tornerò presto a scriverne qui, dei dischi dei Depeche Mode, certamente in occasione dell’uscita di “Spirit” il mese prossimo. Se andrò a comprarlo? Ma certamente, miei cari.

-Mat

Gusti musicali geograficamente parlando

ivan-graziani-rock-e-ballate-per-quattro-stagioniPer molti anni, diciamo pure tra il 1988 e il 2008, ho comprato e quindi ascoltato prevalentemente musica inglese. Gruppi da me amatissimi come Beatles, Queen, Police, Pink Floyd, Genesis, Bee Gees, Clash, Depeche Mode e Cure in primis (con tutti i relativi solisti del caso, come ad esempio Paul McCartney, Sting, Phil Collins, eccetera), ma anche Bauhaus, Japan, Cult, New Order (e quindi Joy Division), Tears For Fears, Pet Shop Boys, Smiths, Verve e tutti o quasi i relativi solisti (Peter Murphy, David Sylvian, Richard Achcroft e via dicendo). Per noi parlare poi di David Bowie. Discorsetto bello lungo, insomma.

Tra il 2007 e il 2008, invece, sono stato colto dalla febbre per Miles Davis, statunitense. E quindi via con tutti i suoi dischi (o meglio, con tutti i suoi cofanetti deluxe della Sony), ai quali, di lì a poco, si sono aggiungi nella mia collezione tutti i dischi di John Coltrane, altro illustre statunitense. Allargando un po’ i miei confini, ho iniziato a comprare dischi jazz di musicisti e band d’America, come ad esempio i Weather Report, Wayne Shorter, Herbie Hancock, Chick Corea, tutti nomi che sono andati ad aggiungersi ai vari Michael Jackson, Prince e Stevie Wonder che già avevo in vinili, ciddì e cassette.

E se la black music afroamericana in fondo in fondo m’è sempre piaciuta, in anni più recenti ho avuto modo di apprezzare sempre di più i dischi di Isaac Hayes e soprattutto di Marvin Gaye. Tutta roba americana, ovviamente. Ai quali si sono aggiunti presto i dischi di Simon & Garfunkel (li ho comprati tutti!), del solo Paul Simon (ne ho comprati quattro o cinque), di Bruce Springsteen e soprattutto di Bob Dylan.

Insomma, se la Gran Bretagna la faceva da padrona per quanto riguarda la provenienza artistica dei dischi presenti in casa mia, credo proprio che ormai la fetta sia equamente divisa tra Stati Uniti e Gran Bretagna, e forse i primi sono anche in leggero vantaggio. In questa sorta di duopolio ho però registrato un curioso fatto privato: non so perché e non so per come, ma una mattina mi sono svegliato con la voglia di ascoltarmi i dischi di Lucio Battisti! Dopo qualche acquisto casuale, tanto per scoprire l’artista, ho deciso di fare il grande passo: acquistare l’opera omnia contenente TUTTI  i suoi dischi. L’anno scorso, spinto dalla curiosità, sono invece andato a comprarmi a scatola chiusa un cofanetto da tre ciddì + divuddì di Lucio Dalla, chiamato per l’appunto “Trilogia”. Io che ascolto e che soprattutto compro Lucio Dalla?! Un paio d’anni prima non l’avrei mai detto ed ora eccomi qui, a canticchiare Come è profondo il mare o L’anno che verrà oppure ancora Come sarà con tanto di Francesco De Gregori a dividere il microfono.

De Gregori che pure ha iniziato a incuriosirmi, nonostante un’antipatia per il personaggio che nutro da sempre. Ieri pomeriggio, e qui sto svelando un aspetto davvero inquietante della mia vita privata, avevo preso una copia di “Rimmel” e mi stavo già dirigendo alla cassa. Ho quindi adocchiato una raccolta tripla, fresca d’uscita, di Ivan Graziani e chiamata “Rock e Ballate per Quattro Stagioni“, edita dalla Sony in occasione del ventennale della morte del compianto cantante e chitarrista (nella foto sopra). Ebbene, ho preso una copia di quest’ultima con buona pace del classico di De Gregori.

E così, in conclusione, se una volta i miei ascolti erano concentrati quasi unicamente sulla Gran Bretagna, da un po’ di tempo sono felicemente passato all’America. E ciò nonostante rivolgo più d’un pensiero all’Italia, chissà perché. Ho iniziato anche ad apprezzare e comprare Vasco Rossi. Si attendono ora clamorosi sviluppi.

-Mat

Depeche Mode, “Violator”, 1990

Depeche Mode ViolatorL’album dei Depeche Mode che più amo, “Violator”, rappresenta per me il vertice creativo ed espressivo della band inglese, dopo una straordinaria (e unica, a ben vedere) ricerca elettrosonora durata per tutti gli anni Ottanta. Disco orecchiabile & oscuro in egual misura, intenso, coinvolgente, “Violator” vanta un’elettronica mai così calibrata nella discografia dei nostri, lasciando spazio a chitarre, percussioni e arrangiamenti orchestrali senza perciò alterare minimamente lo stile tipico dei Depeche Mode. Il risultato, di fatto, rappresenta tuttora il loro maggior successo commerciale nella categoria degli album.

Album che si apre sulle note ipnotiche del singolo World In My Eyes, quasi una breakdance psichedelica; col suo invito a intraprendere un viaggio con la mente, è proprio l’apertura adatta. Segue l’intensa The Sweetest Perfection, dove Martin L. Gore canta una delle migliori canzoni dei Depeche Mode: l’approccio complessivo del brano è piuttosto rock, immerso però in un’atmosfera alquanto sofferta e solenne.

A seguire troviamo la famosa Personal Jesus, primo estratto dall’album, uscito già nell’agosto 1989; canzone ripetitiva e martellante ma assolutamente irresistibile, grazie anche all’utilizzo ritmico della chitarra, Personal Jesus resta tuttora un grande cavallo di battaglia negli spettacoli dal vivo dei Depeche Mode. Quindi è la volta di Halo, brano drammatico e coinvolgente che fonde elementi techno con influenze rock; la voce di Dave Gahan è poi da brividi. Seppure mai pubblicata come singolo, Halo venne tradotta in immagini da Anton Corbijn in un bel videoclip dai richiami felliniani.

La lenta Waiting For The Night, in pratica un duetto fra Dave e Martin, è una delle canzoni d’atmosfera più memorabili dei nostri: sono sei minuti che ci trasportano in una dimensione onirica e crepuscolare (mai titolo suona più adatto). Segue la strafamosa Enjoy The Silence, probabilmente il brano più rappresentativo e conosciuto dei Depeche Mode: un ritmo dance, una chitarra in bell’evidenza con tanto di dita che slittano sulle corde (un effetto che alcuni considerano un errore di esecuzione ma che a me piace troppo), un ritornello orecchiabilissimo, un’elettronica misurata e coinvolgente. Pubblicata come singolo nel febbraio 1990, Enjoy The Silence è stata rilanciata nel 2004 dall’efficace remix di Mike Shinoda dei Linkin Park, nella versione Reinterpreted.

Al termine di Enjoy The Silence siamo alle prese con un breve interludio chitarristico chiamato Crucified (la voce distorta che si sente è quella di Andy Fletcher), dopodiché irrompe Policy Of Truth, un brano più vicino agli stilemi del pop-rock; forte d’un testo piuttosto impegnato, con rimandi politici e sociali, Policy Of Truth è un’altra canzone memorabile, edita anch’essa su singolo.

Con Blue Dress ritroviamo Martin al canto, protagonista d’una pulsante e soffusa ballata elettronica, al termine della quale ci imbattiamo in un secondo interludio, quasi un frammento d’opera lirica, con la voce di Gore sovraincisa più volte; questo di Blue Dress è un capitolo molto emozionante, semplicemente fra i migliori registrati dai Depeche Mode. Il tutto sfuma infine nella minacciosa introduzione di Clean: è la canzone più dark del disco, forte anche d’una maiuscola prestazione vocale di Dave Gahan che fa di questo brano una maestosa conclusione per quello che è indiscutibilmente uno degli album più rappresentativi degli anni Novanta.

In “Violator” si possono quindi ascoltare alcune delle più belle canzoni mai scritte da Martin Gore e alcuni fra gli arrangiamenti più suggestivi curati da Alan Wilder, l’architetto sonoro della band negli anni 1983-1994. Un disco imperdibile per poter apprezzare pienamente la musica dei Depeche Mode.

-Mat

Ristampe, ristampe, ristampe!!!

Michael Jackson Off The Wall immagine pubblicaDa una decina d’anni a questa parte, s’è definitivamente consolidata fra le case discografiche – major o meno che siano – l’abitudine di ristampare il vecchio catalogo in riedizioni più o meno meritevoli di tornare a far capolino nelle vetrine dei negozi accanto alle ultime novità.

Spesso si festeggiano i ventennali, i venticinquennali, i trentennali o addirittura il mezzo secolo di dischi famosi, riproposti in appariscenti confezioni, con tanto di note biografiche e foto d’epoca, meglio ancora se con inediti e/o rarità (che poi, almeno per me, sono le uniche motivazioni nel comprarmi una riedizione d’un disco che magari già posseggo), a volte addirittura in formato cofanetto.

E’ notizia di oggi che entro l’anno verrà ristampato “Off The Wall”, uno dei classici di Michael Jackson, edito appunto trentanni fa. In base a un accordo fra la Sony, la EMI (che non ho capito che c’entra…), gli esecutori testamentari & gli eredi del grande cantante, da qui a dieci anni dovremmo avere altre ristampe (di sicuro “Bad”, probabilmente pure “Dangerous” e tutti gli altri) e altri dischi con brani inediti. Inediti che dovrebbero comunque figurare anche nella ristampa di “Off The Wall”, fra l’altro ripubblicato già nel 2001, così come gli stessi “Bad” e “Dangerous”.

C’è da dire che le ristampe, a volte, sembrano solo una scusa per propinarci un disco del passato alla cifra non proprio popolare dei diciotto/diciannove euro: penso alla riedizione di “Dark Side Of The Moon”, il classico dei Pink Floyd, uscita nel 2003 in occasione del trentennale dell’album. Si trattava d’un ciddì in SuperAudio, col suono distribuito in cinque canali per impianti surround… vabbene, moltobbello, ma le canzoni erano quelle, non c’era uno straccio di brano aggiuntivo, e il tutto si pagava a prezzo pieno.

Si tratta comunque d’una sgradita eccezione perché il più delle volte le ristampe sono ben meritevoli d’essere acquistate. Nel 2007, ad esempio, sono stati riproposti i tre album da studio dei Sisters Of Mercy con belle confezioni cartonate, note tecniche/critiche, foto & preziosi brani aggiuntivi. L’anno dopo, la stessa operazione è stata replicata (tranne per le confezioni, non di carta ma di plastica) per i dischi dei Mission, band nata da una costola degli stessi Sisters Of Mercy. Anche i dischi di David Sylvian usciti per la Virgin – compresi quelli a nome Japan e Rain Tree Crow – sono stati riproposti in lussuose confezioni cartonate, corredate di canzoni aggiunte; ne ho comprate diverse di queste ristampe sylvianiane, come “Tin Drum” dei Japan, pubblicato in uno stupendo cofanetto con disco aggiuntivo & libretto fotografico, un lavoro davvero ben fatto e pagato la modica cifra di sedici euro. Un altro lavoro lodevole che merita l’acquisto a scatola chiusa da parte dell’appassionato è la ristampa del 2004 di “London Calling” dei Clash, comprensiva di ciddì audio con interessante materiale aggiuntivo e divuddì con documentario & videoclip.

Recentemente, l’etichetta Legacy (di proprietà della Columbia, a sua volta controllata dalla Sony), ha riproposto il primo album di Whitney Houston, ovvero quel disco che portava il suo nome, pubblicato nel 1985 con grande successo in tutto il mondo. “Whitney Houston” è stato così ristampato per il suo venticinquennale con brani aggiuntivi e un divuddì contentene videoclip, apparizioni televisive e nuove interviste. Ancora la Legacy, ad aprile, immetterà sul mercato due interessanti ristampe: una per “This Is Big Audio Dynamite”, l’esordio di Mick Jones come leader dei B.A.D. (originariamente pubblicato anch’esso nell’85), e un’altra per il classico degli Stooges, “Raw Power”, che oltre a proporre esibizioni dell’epoca, inediti & rarità figurerà anche l’originale mix di David Bowie del 1973.

Negli ultimi anni s’è ristampato davvero di tutto, spaziando un po’ fra tutti i generi musicali: “What’s Going On” di Marvin Gaye, “Tommy” degli Who, “Pet Sounds” dei Beach Boys (anche in cofanetto da tre ciddì), “Songs From The Big Chair” per i Tears For Fears, “All Mod Cons” per i Jam, “Our Favourite Shop” per gli Style Council, “Stanley Road” e “Wild Wood” di Paul Weller, “Steve McQueen” dei Prefab Sprout, “Night and Day” di Joe Jackson, i primi quattro album dei Bee Gees, “Guilty” della Streisand, “Songs In The Key Of Life” di Stevie Wonder, “Damned Damned Damned” dei Damned, “Ten” dei Pearl Jam (in un voluminoso cofanetto), l’intero catalogo per Bob Marley, i Doors, Siouxsie And The Banshees, Depeche Mode, Megadeth e Joy Division. E ancora: “Transformer” di Lou Reed, “All The Young Dudes” per Mott The Hoople, “A Night At The Opera” dei Queen, i quattro album da studio dei Magazine, gran parte dei dischi di Bowie, dei Genesis dei Cure e dei New Order, “The Final Cut” dei Pink Floyd, “A Love Supreme” di Coltrane e gran parte dei dischi di Miles Davis (spesso anche in lussuosi cofanetti da tre, quattro o più ciddì). Eppure si sono viste anche ristampe ben più povere, vale a dire senza brani extra e in confezioni standard, per Peter Gabriel, Roxy Music, Simple Minds, David Gilmour, Sting e The Police.

Riproposizione in grande stile, invece, per il catalogo dei Beatles: lo scorso 9 settembre, il fatidico 9/9/09, tutti gli album del gruppo originariamente pubblicati dalla EMI fra il 1963 e il 1970 sono stati ristampati (e remasterizzati) sia singolarmente che tutti insieme in costosi cofanetti (in formato stereo e mono), tuttavia nessun disco contemplava i succosi inediti ancora custoditi in archivio.

Per quanto riguarda i solisti, già nel 1993 la EMI ristampò tutto il catalogo di McCartney nella serie “The Paul McCartney Collection”, mentre fra il 2000 e il 2005 è toccato agli album di John Lennon. Spesso ognuno di questi album include i brani pubblicati all’epoca sui lati B dei singoli e alcune ghiotte rarità. Anche il catalogo di George Harrison è stato rilanciato di recente; qui ricordo in particolare la bella ristampa di “All Things Must Pass”, uscita nel 2001 e curata dallo stesso Harrison. Per quanto riguarda Ringo Starr, l’americana Rykodisc ha ristampato già nei primi anni Novanta i suoi album del periodo 1970-74 con diversi brani aggiuntivi, tuttavia l’operazione s’è conclusa lì e le copie a noi disponibili erano solo quelle d’importazione. Insomma, il catalogo solista di Starr meriterebbe anch’esso una riscoperta, almeno per quanto riguarda i suoi album più antichi.

In definitiva, povere o ricche che siano, tutte queste riedizioni stanno ad indicare che la musica incisa a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta fino ai primi Novanta è ormai giunta alla sua storicizzazione, forse perché si è ormai capito che, musicalmente parlando, quello è stato un periodo straordinario & irripetibile che evidentemente ha ancora molto da dire… e da far sentire!

– Mat

(ultimo aggiornamento: 18 marzo 2010)

Un post a ruota libera

fellini autoritratto immagine pubblicaUn post nuovo, più per la voglia di scrivere che per il bisogno di dire chissà che cosa. E poi è una così bella sensazione quella di cliccare l’opzione per creare un nuovo post e iniziare a digitare le prime, difficili righe, come in questo caso, del resto. Tanto per non tradire lo spirito originario di Immagine Pubblica, ecco una serie di associazioni (senza capo né coda, temo) su visioni, ascolti & letture. Passati, presenti & futuri.

La musica di Nina Simone è fantastica, nient’altro da aggiungere da pare mia. Non vedo l’ora di potermi vedere al cinema “Alice nel paese delle meraviglie” di Tim Burton, in lavorazione da oltre un anno ma programmato per la primavera del 2010. A proposito, come suona bene quest’anno, il 2010… speriamo che ci offra dodici mesi di gran lunga migliori di quelli proposti finora da quest’orribile 2009 (che spero passi al più presto, come vorrei che oggi fosse già la vigilia di Natale, tanto per dire). Sul comodino ho piazzato “Il deserto dei tartari” di Dino Buzzati, un libro che devo leggere da anni ma che – per motivo o per l’altro – ho sempre trascurato. In effetti al momento sto leggendo tutt’altro ma, come ho detto, il classico di Buzzati è in pole position sul mio comodino per cui non dovrebbe sfuggirmi ulteriormente. Se il libro dovesse piacermi, vedrò di procurarmi anche il film che ne è stato tratto: se non ricordo male uscì negli anni Settanta, con Vittorio Gassman come attore protagonista.

Sempre restando in tema di letture (ma anche di musica), ultimamente ho avuto il bisogno d’andarmi a rileggere due biografie che avevo comprato & letto diversi anni fa: si tratta della storia di Freddie Mercury raccontata dal suo amante Jim Hutton in “I miei anni con Freddie Mercury” (edito dalla Mondadori) e dal suo assistente personale Peter Freestone in “Freddie Mercury… adesso svela ogni segreto” (edito dalla Lo Vecchio ma di recente riedito dall’Arcana). Entrambe le storie – piuttosto intime, soprattutto quella di Hutton – partono negli anni Ottanta e si concludono con la triste morte del celeberrimo cantante dei Queen, nel novembre del 1991. Non so perché sono andato a rileggermi in sequenza questi due libri, non è che ultimamente ho ascoltato chissà quanto la musica di Mercury.

In fatto di ascolti, ultimamente ho invece sentito parecchio i Beatles, Miles Davis, i Depeche Mode e i Cure. Mi piacerebbe scrivere altri post su di loro in questo blog, così come di Nina Simone, citata sopra. Spesso mi manca però l’ispirazione. A proposito di Miles Davis, avrei voglia anche di rileggermi lo splendido “Lo sciamano elettrico” di Gianfranco Salvatore (edito da Stampa Alternativa), di sicuro fra i migliori libri dedicati all’arte & alla figura del leggendario trombettista americano. Uhm, mi sa che il buon Buzzati slitterà ulteriormente…

Tornando a parlare di film: ho un bisogno sfrenato di vedermi & rivedermi le opere di Federico Fellini [sopra, in un autoritratto], sembra che di questi tempi mi bastino solo quelle per soddisfare le mie curiosità cinematografiche. Avevo iniziato a scrivere un nuovo post sui film di Fellini, qualche giorno fa, ma l’ispirazione latitava in modo imbarazzante. In fondo, a volte, non c’è proprio niente da dire (e da scrivere): certi capolavori vanno forse soltanto ammirati per quelli che sono, in rigoroso silenzio da parte nostra.

– Mat

Un po’ di questo, un po’ di quello

federico-fellini-immagine-pubblica-blogE’ proprio da un bel po’ che non scrivevo niente di nuovo su questo mio blog, ultimamente trascurato come non mai. Un ciddì di John Coltrane che ho preso pochi giorni fa e un album dei Genesis che ho riascoltato con particolare trasporto mi hanno fatto tornare la voglia di parlare di musica su Immagine Pubblica. Per quanto, temo, ho bisogno ancora di qualche giorno per ritrovare l’ispirazione necessaria per scrivere qualche post decente.

Inoltre, credo d’aver finalmente visto tutti i film diretti da Federico Fellini (nella foto, mentre esprime un parere sul sottoscritto), per cui vorrei aggiornare il discorso di questo post. Ho anche riletto con gran gusto “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Italo Calvino, mentre proprio ieri sera ho finito di leggere “La banda dei brocchi” di Jonathan Coe, un libro che avevo preso alcuni mesi fa ma che era rimasto a contemplare granelli di polvere sul comodino. Ecco, mi piacerebbe anche parlare di questi due libri.

In effetti mi piacerebbe sprecare un po’ di parole per tanti altri argomenti, qui sul blog: la triste morte di Michael Jackson, ovviamente, una tragedia che mi ha colpito enormemente (più di quanto mi sarei aspettato, a dire il vero); l’imminente ripubblicazione degli album dei Beatles; alcune recensioni su dischi di Miles Davis, Nina Simone, Queen, Depeche Mode, Roger Waters, David Sylvian, The Style Council, Tears For Fears, Bee Gees, The Cult e Donald Fagen. Oltre che, come detto, Coltrane e i Genesis. Insomma, tutta gente della quale – in un modo o nell’altro – abbiamo già parlato qui su Immagine Pubblica. Il fatto è che mi sto accorgendo che, gira & rigira, nonostante ascolto veramente di tutto – spaziando fra le discografie degli artisti più disparati – ascolto quasi sempre gli stessi nomi: dopo ventanni buoni d’ascolti ho ormai capito quali musiche le mie orecchie apprezzano di più. Forse dovrei passare con più convinzione alla classica o alla lirica per allargare ulteriormente i miei orizzonti, perché credo che in fatto di jazz e soprattutto di pop/rock ho ormai individuato ciò che cerco.

E così – tornando per l’ennesima volta a quelli che restano fra i miei preferiti di sempre, i Beatles – lasciatemi concludere questo post con un breve aneddoto circa gli album remasterizzati che saranno pubblicati dopodomani (il fatidico 9/9/09): a quanto pare, i capoccioni della EMI hanno anche eliminato alcuni errori presenti nelle canzoni dei Beatles, errori che sono ormai entrati a far parte di quelle canzoni, sono stati studiati (e in certi casi pure apprezzati) e quindi storicizzati come parte del contesto culturare/tecnologico di quegli anni. Ecco, tanto per fare un esempio, che sullo sfumare del riverbero finale di A Day In The Life (tratta dall’album “Sgt. Pepper”) m’abbiano eliminato quello scricchiolio di sedia che a me comunque piace lo stesso, ecco dicevo, a me fa un po’ incazzare! Non sono mica poi così bendisposto a sborsare un paio di centinaia di euro per un catalogo che, con la scusa di volermi proporre un lavoro più nitido dal punto di vista sonoro, finisce col restituirmi una versione perfettina e asettica d’un gruppo che perfettino e asettico non è mai stato. La curiosità è tanta, in definitiva… ma pure i dubbi. Vedremo… anzi, no, sentiremo.

– Mat

Notiziole musicali #3

the-beatles-09-09-09-immagine-pubblica-blogMioddio, che settimana da incubo che è stata! Non ho avuto più la forza di aggiornare questo blog, di parlare di musica quando c’era ben altro da dire… e da fare. Non ce l’ho fatta nemmeno a rispondere ai commenti di solidarietà, a curiosare come una volta fra i blog degli amici. Si è spento tutto, all’improvviso.

Ora ho un disperato bisogno di normalità, di riprendere un percorso che forse non sarà più come prima ma che si tenterà comunque di portare avanti. Fra tante notizie di cronaca preoccupanti – spesso tragiche e a volte tragicomiche – ho trovato un po’ di sollievo nello scoprire le ultime novità discografiche per quando riguarda i miei beniamini. Le propongo qui di seguito, così come vengono.

I Beatles, che Dio li benedica! Il prossimo 9 settembre la EMI pubblicherà tutti i ciddì dei Beatles (foto) rimasterizzati digitalmente e riconfezionati in lussuosi cortoneggiamenti. La prima (e finora unica) volta che il catalogo beatlesiano è stato stampato in ciddì risale al lontano 1987, con una qualità audio non proprio impeccabile, specie al cospetto del vinile. Materiale successivo come la serie “Anthology” (1995-96), “1” (2000), “Let It Be… Naked” (2003) e “Love” (2006) ha dimostrato come la musica dei Beatles possa essere ascoltata straordinariamente bene anche dopo quarantanni dallo scioglimento del gruppo, per cui penso che accoglierò a braccia aperte questa serie rimasterizzata prevista per settembre. Non credo che comprerò tutti i ciddì – ai quali è abbinato anche un divuddì per ogni titolo – per via dei costi e soprattutto per il fatto che i dischi dei Beatles li ho già tutti… originali, s’intende. Sono una quindicina in tutto, vedrò comunque di prendermi almeno “Revolver”, “Sgt. Pepper” e “Abbey Road”.

E’ uscito il nuovo album di Prince, “Lotus Flower”, che in America è attualmente al 2° posto della classifica di Billboard. Ora io non so se verrà distribuito anche nell’italietta del malaffare, e soprattutto non so quando costa, dato che si tratta in realtà d’un triplo ciddì: due distinti album di Prince e un terzo prodotto per una sua protetta, Bria Valente. Aspetterò, con un prolificone come Prince non ho mai avuto fretta!

Venerdì esce “Sounds Of The Universe”, il nuovo dei Depeche Mode! Io sono in fremente attesa… non so quale formato sceglierò, dovrò vedermi il tutto davanti agli occhi per decidere… sono proprio un bambinone per queste cose!

A maggio uscirà anche “Graffiti Soul”, il nuovo dei Simple Minds, il primo album dai tempi del convincente “Black & White” (2005). Il 2009 marca il trentennale del debutto discografico della band scozzese con “Life In A Day”… mi aspetto una celebrazione come si deve!

Mario Giammetti, uno dei più grandi esperti italiani sui Genesis, ha da poco pubblicato un nuovo libro, “Anthony Phillips – The Exile”. Il libro, edito dalla Edizioni Segno e venduto alla non popolarissima cifra dei venti euro, narra la vicenda del componente dei Genesis più oscuro e misterioso, il chitarrista Anthony Phillips.

– Mat

(aggiornato il 16 aprile)

Depeche Mode, “Wrong”, 2009

depeche-mode-wrong-immagine-pubblica-blogSto apprezzando sempre di più Wrong, il nuovo singolo dei Depeche Mode, in programmazione radiofonica da qualche settimana a questa parte.

La prima volta – un mese fa – che ho ascoltato questa nuova, attesa canzone dei Depeche Mode, mi sono detto, ‘va bene, è buona, mi ricorda qualcosa dell’atmosfera di “Songs Of Faith And Devotion”.’ Invece devo dire che è proprio forte, questa Wrong, sta diventando una delle mie canzoni depechiane preferite, altrochè! Mi piace quello strisciante tempo medio – una sorta di blues elettronico – così come il canto rabbioso di Dave Gahan, mentre un sintetizzatore d’annata scandisce alcuni momenti di riflessione. E c’è molto da riflettere, perché il mitico Martin Gore, l’autore di Wrong e della maggior parte del canzoniere dei Depeche Mode, ammette d’aver sbagliato in un sacco di situazioni, anzi d’avere inerentemente qualcosa di sbagliato. Così come lo penso io di me stesso.

Martin Gore ha sbagliato, i Depeche Mode hanno sbagliato, il vostro Mat ha sbagliato… ma poi a ben vedere hanno sbagliato in molti. Hanno sbagliato gli italiani, hanno sbagliato gli europei, ha sbagliato il papa, ha sbagliato il berlusca, ha sbagliato la lega, ha sbagliato Montezemolo, ha sbagliato la Ferrari, ha sbagliato la FIA, ha sbagliato l’Istat, ha sbagliato la mafia, ha sbagliato chi ha voluto l’euro, ha sbagliato chi non ha alzato gli stipendi, ha sbagliato chi ha fatto della precarietà uno stile di vita, ha sbagliato chi non si ribella mai, ha sbagliato chi ha perso del tutto il senso critico, ha sbagliato chi si genuflette continuamente alla chiesa, hanno sbagliato i terroristi, hanno sbagliato gli americani (‘to loooooooooooong’ come fa Martin da controcanto a Dave in Wrong), ha sbagliato l’Iran, ha sbagliato la Cina, ha sbagliato Valentino Rossi, ha sbagliato il presidente della Repubblica, hanno sbagliato (e clamorosamente male) gli economisti, hanno sbagliato i medici, hanno sbagliato i tabaccai, hanno sbagliato gli spacciatori, hanno sbagliato i turisti, hanno sbagliato i rapitori, hanno sbagliato gli automobilisti, hanno sbagliato i discotecari, hanno sbagliato quelli che vedono la televisione, hanno sbagliato i registi, hanno sbagliato i blogger, hanno sbagliato gli editori, hanno sbagliato i giornalisti, hanno sbagliato gli intellettuali, hanno sbagliato gli artisti & chi più ne ha più ne metta.

E in tutto questo una canzone come Wrong mi sembra la perfetta colonna sonora. Ecco, io eleggerei Wrong dei Depeche Mode inno mondiale del 2009.

– Mat