Queen, “Flash Gordon”, 1980

Queen Flash Gordon immagine pubblicaAttraverso la sua pagina facebook, ogni giorno Brian May propone una lista degli avvenimenti accaduti nel corso degli anni in quel preciso giorno del calendario, sia che riguardino i Queen, sia che riguardino la sua carriera solista. O anche altro. Lo scorso 11 gennaio, infatti, mi sono sorpreso a leggere sulla pagina facebook ufficiale di Brian May che in quel giorno di quattro anni prima moriva la “nostra” Mariangela Melato, l’attrice, come ricordava May, che ha partecipato nel 1980 a “Flash Gordon”, il film prodotto da Dino De Laurentiis per il quale i Queen avevano inciso la colonna sonora.

A parte il piacere nel veder ricordata quella che rimane una delle mie attrici italiane preferite, mi par di capire che il buon Brian abbia sempre mantenuto un legame speciale con quella sua prima esperienza cinematografica. Quella di realizzare la colonna sonora d’un film come “Flash Gordon”, per lui – laureato in astronomia e con la passione per la fantascienza – dev’essere stata un’esperienza fantastica. Sebbene sia stata composta ed eseguita dai Queen al gran completo, la colonna sonora di “Flash Gordon” figura in effetti Brian May come produttore (assieme a Mack, mentre i Queen sono accreditati come produttori esecutivi), oltre che principale autore. A lui, inoltre, si deve il tema ricorrente dell’intera colonna sonora, quella stessa Flash (o Flash’s Theme che dir si voglia) che risultò tanto un hit single quanto uno dei pezzi più noti dei Queen.

Senza poi contare, inoltre, che ancora nel 1992, alle prese col suo primo vero album da solista, “Back To The Light”, Brian riutilizzò – e in particolare nel brano The Dark – parte del materiale altrimenti inedito scartato dalla colonna sonora di “Flash Gordon”, così come fece tre anni più tardi in alcuni passaggi strumentali dell’album “Made In Heaven“, il primo dei Queen del dopo-Mercury. Insomma, quindici anni dopo e Brian May stava ancora a baloccarsi con le registrazioni audio di quel film non proprio riuscitissimo nel quale recitava pure Mariangela Melato, ricordata ancora con affetto da May in questo 2017.

Per i Queen dev’essere stato davvero un periodo fantastico, quello a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, se già all’indomani dell’uscita dell’album contenente la colonna sonora di “Flash Gordon” (EMI, dicembre 1980), un fin troppo entusiasta Freddie Mercury arrivò addirittura a proclamare quell’album come il migliore dei Queen. Un giudizio eccessivamente lusinghiero perché, a dirla tutta, per certi aspetti è vero proprio il contrario: “Flash Gordon” è l’album peggiore dei Queen. Se tuttavia consideriamo le cose da un altro punto di vista, e cioè che si tratta per l’appunto di una colonna sonora, nello specifico una musica prevalentemente d’ambiente, molto elettronica ma eseguita da un famigerato gruppo rock, “Flash Gordon” è un lavoro decisamente sorprendente.

Ogni singolo membro dei Queen, come s’è già detto, ha partecipato attivamente al progetto con brani di propria composizione, suonando tutti e quattro i sintetizzatori. Non mancano comunque gli strumenti tipici di ognuno: i tamburi di Roger Taylor si sentono ad esempio nella sua In The Space Capsule (Love Theme), il suono inconfondibile della chitarra suonata da John Deacon, lui che è un bassista, si sente invece nella sua Execution Of Flash, mentre l’inconfondibile voce di Freddie la troviamo in The Kiss (Aura Resurrects Flash). E la chitarra di Brian? Beh, la troviamo a tutto spiano in molte parti dell’album, soprattutto in quelle prove inconfondibilmente di gruppo come Football Fight (scritta da Mercury), The Hero (uno dei pezzi rock più strabilianti dei Queen, forse un po’ troppo sottovalutato, a mio modesto avviso), la stessa Flash (dove in pratica la sua voce duetta con quella di Freddie) e poi da solo nell’esecuzione della classica marcia nuziale di Richard Wagner.

Insomma, un lavoro eterogeneo questo “Flash Gordon”, eppure incredibilmente compatto e tutto sommato godibile, nel quale sono stati inseriti molti dialoghi ed effetti sonori del film originale. Tanto per dirne una, la voce stessa di Mariangela Melato, in un inglese scolasticissimo c’è da dire, si sente forte e chiara nella stessa Flash, un brano pulsante e vigoroso che io conoscevo già da bambino, prima ancora di saperne qualcosa sui Queen. Mi pare giusto ricordare poi anche il contributo alla musica dato dal compositore e direttore d’orchestra inglese Howard Blake, qui alle prese con le orchestrazioni del caso; la sua presenza c’è e si sente, contribuendo a rendere alcuni dei motivi dei Queen migliori di quel che siano in realtà. Come già accennato, non tutto il materiale registrato è poi finito nell’album e a farne maggiormente le spese è stato appunto il contributo di Blake.

Ecco, mi piacerebbe un domani poter ascoltare tutta la musica incisa per “Flash Gordon”, anche perché parte di quel materiale venne simultaneamente registrata con le canzoni per l’album “The Game”, che resta il maggior successo commerciale dei Queen, un album che in quel trionfale 1980 volò al primo posto in classifica su entrambe le sponde dell’Atlantico. Mi piacerebbe, che so, un progetto tipo “The Complete The Game and Flash Gordon Sessions 1979-80” o una roba del genere. Per ora mi sono dovuto accontentare di quanto distribuito nel 2011 con le riedizioni remaster degli album dei Queen in occasione del quarantennale della band (ne parlai QUI). Nello specifico, il bonus ciddì incluso nell’edizione limitata di “Flash Gordon” mi ha fatto scoprire una Early Version di The Kiss risalente al marzo ’80 nella quale Freddie canta ed esegue un interessante ibrido pianistico tra The Kiss e Football Fight, oltre a una stratosferica versione Revisited di The Hero risalente all’ottobre 1980 che forse da sola vale l’acquisto di tutto il remaster.

-Mat

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Progetti cinematografici irrealizzati

film irrealizzatiUn vecchio articolo del 15 novembre 2009, che lessi su La Repubblica, riportava di una mostra dedicata al cinema di Tim Burton – che si teneva al Museum of Modern Art di New York – dove si potevano ammirare i disegni, gli schizzi, le sceneggiature, i pupazzi, gli elementi scenografici e i costumi usati per i film realizzati dal celebre regista. Ma anche per quelli irrealizzati. La mia curiosità venne stuzzicata da tre diversi film che il regista aveva in mente ma che, per un motivo o per l’altro, sono rimasti allo stadio di idee più o meno avanzate: “Superman Lives”, “La maschera del demonio” (remake dell’omonimo film di Mario Bava) e “Ripley, believe it or not”.

Nel primo caso si tratta ovviamente del famoso supereroe dei fumetti; a quanto pare la fantasia cupamente visionaria di Tim Burton ha spaventato i produttori hollywoodiani che, alla fine, hanno deciso di affidare il progetto del redivivo Superman ad altre mani. Per quanto riguarda “Ripley”, invece, cito un brano dell’articolo originale che riporta un’intervista allo scenografo Dante Ferretti: “Prima di fare ‘Sweeney Todd’, per il quale avrei vinto il secondo Oscar con Francesca Lo Schiavo, avevo già preparato con Tim Burton un filmone da 180 milioni di dollari, intitolato ‘Ripley, believe it or not’ e dedicato alla storia di un giornalista americano, Ripley appunto, che andava alla ricerca dei fenomeni più strani, dalla persona alta due metri e mezzo fino all’unicorno. Avrebbe dovuto essere ambientato negli anni Trenta, con flashback nel 1800 e nel 1400 in Cina, e quindi viaggiammo fra Londra, New York e Shanghai, lungo un lavoro di preparazione di cinque mesi. Quando, all’ultimo momento, quel film saltò, io avevo già disegnato tutto. Allora Tim, terribilmente dispiaciuto, mi offrì di fare una cosa che sarebbe costata ‘appena’ cinquanta milioni di dollari: ‘Sweeney Todd'”.

Il caso di Tim Burton non è certamente isolato nella lunga storia del cinema. Credo che ogni grande regista abbia fantasticato a fondo su un film tanto ambìto quanto impraticabile nella realtà dei fatti. In un vecchio post avevo già citato uno Stanley Kubrick alle prese con “Napoleon”, film biografico su Napoleone Bonaparte: una ventina d’anni spesa in ricerche, consulenze, appunti, correzioni di bozze e quant’altro che nel 2009 è stato documentato in un’imponente iniziativa editoriale suddivisa in ben nove volumi. Un altro progetto kubrickiano incompiuto riguarda un film sull’olocausto degli ebrei, “Aryan Papers”, iniziato nel 1989 se non ricordo male, e quindi abbandonato non appena Steven Spielberg distribuì il suo “Schindler’s List” nel 1993. Spielberg che comunque realizzò un progetto altrimenti accantonato dallo stesso Kubrick: “A.I. – Artificial Intelligence”, uscito nel 2001 ma in realtà concepito da Stanley già un decennio prima.

Tuttavia Kubrick (che, come si sarà capito, ruminava l’idea d’un film per anni) riuscì a precedere altri nella trasposizione filmica del romanzo “Arancia Meccanica” di Anthony Burgess. A quanto pare, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, sia i Rolling Stones che David Bowie pensarono di trarne un film che, molto probabilmente, sarebbe stato più un’opera musicale, forse proprio una specie di musical, che un film vero e proprio. Comunque la realizzazione d’un capolavoro riconosciuto come l'”Arancia meccanica” di Kubrick  – e le polemiche che ne seguirono – dovettero aver spento parecchio l’entusiasmo iniziale di Bowie, Jagger e soci.

Un altro grande regista noto per i suoi tempi lunghi, Sergio Leone, progettava negli anni Ottanta un altro film che aveva sullo sfondo la guerra di secessione americana (1861-65); del film, intitolato “Un posto che solo Mary conosce”, è stata resa pubblica una prima sceneggiatura solo nel 2004, sul mensile Ciak. Leone, a causa della sua improvvisa morte nel 1989, non riuscì quindi a girare un film che, nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto figurare come protagonisti Richard Gere e Mickey Rourke.

Un’altra morte prematura, quella di Pier Paolo Pasolini, è intervenuta ad impedire la realizzazione d’un film. In questo caso si tratta di “Porno-Teo-Kolossal” – pensato come una collaborazione con Eduardo De Filippo – ma anche come secondo capitolo di una ‘trilogia della morte’ (in opposizione a una ‘trilogia della vita’, formata da “Il Decameron”, “I racconti di Canterbury” e “Il Fiore delle Mille e Una Notte”) appena accennata con “Salò” (1975), l’ultimo film pasoliniano ad essere stato girato.

E che dire dell’ormai celebre “Il Viaggio di G. Mastorna” di Federico Fellini? Un film che il genio di Rimini ha fantasticato almeno dal 1965 fino agli ultimi anni della sua vita ma che, alla fine, ha fruttato un set inutilizzato (lo si vede all’inizio di “Block-notes di un regista”, un corto del 1969), un fumetto disegnato da Milo Manara, e un omonimo romanzo ricavato dalla sceneggiatura originale, scritta con Dino Buzzati e Brunello Rondi. Oltre che una citazione in giudizio sia da parte del produttore originale, Dino De Laurentiis, che dall’attore che avrebbe dovuto interpretare il protagonista, Ugo Tognazzi. Mi piacerebbe approfondire il “caso Mastorna” di Fellini in uno specifico post, più in là (anche se lo dico da anni… sarà forse un post irrealizzato?). Vale però la pena citare un altro progetto felliniano che non s’è materializzato: in “Intervista”, un film-documentario del 1987, si possono vedere alcuni set d’una progettata ma quindi incompiuta versione filmica dell”America” di Franz Kafka.

Infine alcune mancate partecipazioni a film che comunque sono stati fatti: Sergio Leone rifiutò di dirigere “Il Padrino”, così come Spielberg accantonò l’offerta per “Lo Squalo 2”. Steve McQueen non fece in tempo ad interpretare “La guardia del corpo” (che slittò fino al 1992, con Kevin Costner al suo posto), mentre Jean Jacques Annaud non ritenne Robert De Niro adatto per il ruolo dell’inquisitore ne “Il Nome della Rosa”. Ricordo di aver letto anche, da qualche parte, di una Michelle Pfeiffer che rifiutò il ruolo della protagonista in “Il Silenzio degli Innocenti” (che fu quindi di Jodie Foster) e che, per il ruolo del Joker del primo “Batman”, quello di Tim Burton del 1989, si era preso in considerazione – qualora Jack Nicholson non avesse accettato – sia Tim Curry (e ce lo avrei visto bene) che David Bowie. E che dire di “Boxing Helena”, il bizzarro e inquietante film del 1993 di Jennifer Chambers Lynch? Diverse attrici – tra cui Kim Basinger (che pagò pure una penale) e Madonna – rifiutarono di farsi immortalare senza arti, in un discusso ruolo shock che quindi fu di Sherilyn Fenn.

Sono tutti esempi, questi ultimi, di film effettivamente realizzati e distribuiti nelle sale; tuttavia, con quei registi/attori citati al posto di quelli compresi nel cast definitivo, forse avremmo visto al cinema delle opere finali radicalmente diverse. Di questi casi, comunque, se ne possono trovare a centinaia nella storia del cinema e in quella delle grandi case di produzione hollywoodiane, basta anche curiosare sul sito IMDB. In questo post ho riportato soltanto i primi esempi che mi sono venuti in mente, o quelli di cui ho letto e che mi hanno incuriosito di più, qualsiasi altra aggiunta fra i commenti sarà molto gradita, in qualsiasi momento.

-Mat