Sex Pistols, “Never Mind The Bollocks”, 1977

Sex Pistols Never Mind The BollocksDopo aver ripubblicato un post su “London Calling” dei Clash non potevo certo non rioccuparmi anche di quanto scrissi – e pubblicai nel lontano 4 dicembre 2006 su Parliamo di Musica – a proposito di “Never Mind The Bollocks”, il solo e unico album dei Sex Pistols.

E’ un disco che più punk non si può, anzi, “Never Mind The Bollocks” è la quintessenza stessa della musica punk. E come potrebbe essere altrimenti? Quale altro album punk – ma pure rock, a ben guardare – contiene dodici brani così incendiari, abrasivi, dissacranti e anticonformisti messi così, l’uno dopo l’altro? E quale altro disco suscitò così tante & tali controversie in un momento in cui i mass media non erano certo così capillarmente invasivi come oggi? Un album pubblicato in ritardo di alcuni mesi perché le etichette discografiche – la EMI prima e la A&M dopo -facevano lo scaricabarile e alcuni rivenditori tentarono il boicottaggio. E ciò nonostante, il debutto dei Sex Pistols a trentatrè giri volò al 1° posto della classifica inglese, sul finire di quel fatidico 1977. Un risultato ancor più straordinario se si pensa che, di lì a poco, un altro fortunatissimo album, la colonna sonora del film “Saturday Night Fever” – con brani disco da manuale firmati Bee Gees – riscosse un successo senza precedenti. Essì, i tempi erano davvero cambiati, pareva proprio che il pubblico inglese ne avesse ormai le palle piene degli hard rocker progressivi capelloni che avevano dominato la scena musicale nella prima metà degli anni Settanta. A tal punto che alcuni osservatori dissero in seguito che gli anni Ottanta erano iniziati proprio nel fenomenale 1977.

“Never Mind The Bollocks” è un disco selvaggio & indomito, introdotto da quella minacciosa marcia militare con cui inizia la travolgente Holidays In The Sun, edita anche su singolo nell’ottobre ’77. Una canzone – il cui testo riflette le impressioni d’un breve soggiorno berlinese del gruppo – che annuncia già tutto il tono dell’album, col drumming squadrato di Paul Cook (mi piace, in particolare, il modo in cui Paul colpisce i piatti), la chitarra ridondante e tagliente di Steve Jones, il basso nervoso di Glen Matlock (il buon Glen, cacciato per far posto al molto meno esperto Sid Vicious, suona alcune parti di basso, diverse delle quali sono però state eseguite da Jones, per cui m’affido al beneficio del dubbio) e la voce inconfondibile di Johnny Rotten, sempre al limite della stonatura, volgare, tanto irriverente quanto divertente.

L’album procede spedito con Bodies, uno dei brani migliori, puro punk al cento per cento, quindi con No Feelings, cattiva & egoistica, con Liar, una frecciata contro Malcolm McLaren, il manager-mentore dei Pistols (già allora in rotta di collisione con Rotten), finché non si giunge alla mitica God Save The Queen. Pubblicata su singolo nel maggio ’77, strategicamente in occasione del giubileo della regina d’Inghilterra, God Save The Queen può essere ritenuta la canzone punk per antonomasia; è quella col celeberrimo ‘no future’, con un testo migliore di qualsiasi trattato sociologico nel descrivere tutto il disagio dei giovani britannici in quella seconda parte dei Settanta.

Seguono la tagliente Problems, superbamente punk, e l’autocompiaciuta Seventeen, prima d’imbattersi in Anarchy In The U.K., primo singolo estratto da “Never Mind The Bollocks” (addirittura un anno prima, nel novembre ’76). Anche in questo caso siamo alle prese con una pietra miliare del rock: mai una band d’esordienti poco più che ventenni aveva opposto un tale oltraggioso criticismo verso la propria nazione, all’epoca un grande impero coloniale ormai in decadenza. E poi, lasciatemelo dire, ‘your future dream is a shopping scheme’ è un verso grandioso che da solo assolve tutto l’album.

Submission è un po’ più atipica rispetto al resto dell’album, con un ritmo meno tirato e un che di vagamente reggae nell’arrangiamento, anche se i Sex Pistols hanno dichiarato che il brano prendeva qualcosa dai Doors e lo rallentava. Pretty Vacant, edito su singolo nel luglio ’77, è un altro dei pezzi forti del disco, con quei rabbiosi ‘and we don’t care!’ ringhiati da Johnny alla faccia della precarietà lavorativa (un tema ancora tristemente attuale).

Le conclusive New York e E.M.I. sono praticamente due sequele d’insulti: la prima è contro la scena punk americana, che s’arrogava il diritto d’aver dato vita al ‘movimento’; la seconda è contro la casa discografica, la EMI per l’appunto, che aveva messo sotto contratto i Pistols nel ’76 ma che infine, spaventata dalle critiche e dal comportamento strafottente del gruppo stesso, aveva preferito pagare una lauta penale pur di liberarsene.

Come detto, “Never Mind The Bollocks” doveva vedere la luce alcuni mesi prima, anche perché, oltre a essere stati mollati dalla EMI, i Pistols vennero scaricati anche dalla A&M, che pure aveva già pubblicato God Save The Queen (quell’edizione, oggi, vale una fortuna!). Invece – com’è noto – fu la giovane (all’epoca) etichetta di Richard Branson, la Virgin, ad editare “Never Mind The Bollocks” nel novembre ’77 e a goderne i benefici di album scalaclassifica.

Nel 2007, in occasione del trentennale dell’album, la Virgin (che nel frattempo è stata comprata dalla EMI, per cui tutto torna) ha ristampato su vinile sia “Never Mind The Bollocks” che i suoi quattro formidabili singoli. Io sono riuscito a farmi scappare il tutto, specie l’album che veniva riproposto fedelmente con tanto di poster e di quarantacinque giri aggiuntivo, contenente uno dei pezzi escluso per errore e aggiunto all’ultimo minuto con tale espediente. Lo ammetto, non volevo spendere soldini preziosi per della musica che avevo e apprezzavo da tempo. “Never Mind The Bollocks” è stato però ristampato diverse altre volte negli ultimi anni, e altre stampe arriveranno in futuro (pensate che nel 2017 non ne festeggeranno il quarantennale?), per cui sono certo che saprò recuperare.

Ancora due parole sulla copertina del disco, ormai una vera icona: nel bel mezzo degli anni di piombo, i Sex Pistols fecero debuttare la loro musica con una grafica che richiamava le lettere anonime dei gruppi terroristici. Provocatori fin da subito! E il curioso titolo dell’album? ‘Never mind the bollocks’ vuol dire ‘freghiamocene delle stronzate’, un’espressione di stizza usata da un esasperato Steve Jones mentre si discuteva su quale titolo dare al disco.

-Mat

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Ristampe, ristampe, ristampe!!!

Michael Jackson Off The Wall immagine pubblicaDa una decina d’anni a questa parte, s’è definitivamente consolidata fra le case discografiche – major o meno che siano – l’abitudine di ristampare il vecchio catalogo in riedizioni più o meno meritevoli di tornare a far capolino nelle vetrine dei negozi accanto alle ultime novità.

Spesso si festeggiano i ventennali, i venticinquennali, i trentennali o addirittura il mezzo secolo di dischi famosi, riproposti in appariscenti confezioni, con tanto di note biografiche e foto d’epoca, meglio ancora se con inediti e/o rarità (che poi, almeno per me, sono le uniche motivazioni nel comprarmi una riedizione d’un disco che magari già posseggo), a volte addirittura in formato cofanetto.

E’ notizia di oggi che entro l’anno verrà ristampato “Off The Wall”, uno dei classici di Michael Jackson, edito appunto trentanni fa. In base a un accordo fra la Sony, la EMI (che non ho capito che c’entra…), gli esecutori testamentari & gli eredi del grande cantante, da qui a dieci anni dovremmo avere altre ristampe (di sicuro “Bad”, probabilmente pure “Dangerous” e tutti gli altri) e altri dischi con brani inediti. Inediti che dovrebbero comunque figurare anche nella ristampa di “Off The Wall”, fra l’altro ripubblicato già nel 2001, così come gli stessi “Bad” e “Dangerous”.

C’è da dire che le ristampe, a volte, sembrano solo una scusa per propinarci un disco del passato alla cifra non proprio popolare dei diciotto/diciannove euro: penso alla riedizione di “Dark Side Of The Moon”, il classico dei Pink Floyd, uscita nel 2003 in occasione del trentennale dell’album. Si trattava d’un ciddì in SuperAudio, col suono distribuito in cinque canali per impianti surround… vabbene, moltobbello, ma le canzoni erano quelle, non c’era uno straccio di brano aggiuntivo, e il tutto si pagava a prezzo pieno.

Si tratta comunque d’una sgradita eccezione perché il più delle volte le ristampe sono ben meritevoli d’essere acquistate. Nel 2007, ad esempio, sono stati riproposti i tre album da studio dei Sisters Of Mercy con belle confezioni cartonate, note tecniche/critiche, foto & preziosi brani aggiuntivi. L’anno dopo, la stessa operazione è stata replicata (tranne per le confezioni, non di carta ma di plastica) per i dischi dei Mission, band nata da una costola degli stessi Sisters Of Mercy. Anche i dischi di David Sylvian usciti per la Virgin – compresi quelli a nome Japan e Rain Tree Crow – sono stati riproposti in lussuose confezioni cartonate, corredate di canzoni aggiunte; ne ho comprate diverse di queste ristampe sylvianiane, come “Tin Drum” dei Japan, pubblicato in uno stupendo cofanetto con disco aggiuntivo & libretto fotografico, un lavoro davvero ben fatto e pagato la modica cifra di sedici euro. Un altro lavoro lodevole che merita l’acquisto a scatola chiusa da parte dell’appassionato è la ristampa del 2004 di “London Calling” dei Clash, comprensiva di ciddì audio con interessante materiale aggiuntivo e divuddì con documentario & videoclip.

Recentemente, l’etichetta Legacy (di proprietà della Columbia, a sua volta controllata dalla Sony), ha riproposto il primo album di Whitney Houston, ovvero quel disco che portava il suo nome, pubblicato nel 1985 con grande successo in tutto il mondo. “Whitney Houston” è stato così ristampato per il suo venticinquennale con brani aggiuntivi e un divuddì contentene videoclip, apparizioni televisive e nuove interviste. Ancora la Legacy, ad aprile, immetterà sul mercato due interessanti ristampe: una per “This Is Big Audio Dynamite”, l’esordio di Mick Jones come leader dei B.A.D. (originariamente pubblicato anch’esso nell’85), e un’altra per il classico degli Stooges, “Raw Power”, che oltre a proporre esibizioni dell’epoca, inediti & rarità figurerà anche l’originale mix di David Bowie del 1973.

Negli ultimi anni s’è ristampato davvero di tutto, spaziando un po’ fra tutti i generi musicali: “What’s Going On” di Marvin Gaye, “Tommy” degli Who, “Pet Sounds” dei Beach Boys (anche in cofanetto da tre ciddì), “Songs From The Big Chair” per i Tears For Fears, “All Mod Cons” per i Jam, “Our Favourite Shop” per gli Style Council, “Stanley Road” e “Wild Wood” di Paul Weller, “Steve McQueen” dei Prefab Sprout, “Night and Day” di Joe Jackson, i primi quattro album dei Bee Gees, “Guilty” della Streisand, “Songs In The Key Of Life” di Stevie Wonder, “Damned Damned Damned” dei Damned, “Ten” dei Pearl Jam (in un voluminoso cofanetto), l’intero catalogo per Bob Marley, i Doors, Siouxsie And The Banshees, Depeche Mode, Megadeth e Joy Division. E ancora: “Transformer” di Lou Reed, “All The Young Dudes” per Mott The Hoople, “A Night At The Opera” dei Queen, i quattro album da studio dei Magazine, gran parte dei dischi di Bowie, dei Genesis dei Cure e dei New Order, “The Final Cut” dei Pink Floyd, “A Love Supreme” di Coltrane e gran parte dei dischi di Miles Davis (spesso anche in lussuosi cofanetti da tre, quattro o più ciddì). Eppure si sono viste anche ristampe ben più povere, vale a dire senza brani extra e in confezioni standard, per Peter Gabriel, Roxy Music, Simple Minds, David Gilmour, Sting e The Police.

Riproposizione in grande stile, invece, per il catalogo dei Beatles: lo scorso 9 settembre, il fatidico 9/9/09, tutti gli album del gruppo originariamente pubblicati dalla EMI fra il 1963 e il 1970 sono stati ristampati (e remasterizzati) sia singolarmente che tutti insieme in costosi cofanetti (in formato stereo e mono), tuttavia nessun disco contemplava i succosi inediti ancora custoditi in archivio.

Per quanto riguarda i solisti, già nel 1993 la EMI ristampò tutto il catalogo di McCartney nella serie “The Paul McCartney Collection”, mentre fra il 2000 e il 2005 è toccato agli album di John Lennon. Spesso ognuno di questi album include i brani pubblicati all’epoca sui lati B dei singoli e alcune ghiotte rarità. Anche il catalogo di George Harrison è stato rilanciato di recente; qui ricordo in particolare la bella ristampa di “All Things Must Pass”, uscita nel 2001 e curata dallo stesso Harrison. Per quanto riguarda Ringo Starr, l’americana Rykodisc ha ristampato già nei primi anni Novanta i suoi album del periodo 1970-74 con diversi brani aggiuntivi, tuttavia l’operazione s’è conclusa lì e le copie a noi disponibili erano solo quelle d’importazione. Insomma, il catalogo solista di Starr meriterebbe anch’esso una riscoperta, almeno per quanto riguarda i suoi album più antichi.

In definitiva, povere o ricche che siano, tutte queste riedizioni stanno ad indicare che la musica incisa a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta fino ai primi Novanta è ormai giunta alla sua storicizzazione, forse perché si è ormai capito che, musicalmente parlando, quello è stato un periodo straordinario & irripetibile che evidentemente ha ancora molto da dire… e da far sentire!

– Mat

(ultimo aggiornamento: 18 marzo 2010)

Ritorni parziali

alice-in-chainsMai come negli ultimi anni si sono visti ritorni (più o meno illustri) di band attive in un passato più o meno recente. Ha fatto clamore, per esempio, la reunion dei Police nel 2007, generando un fortunatissimo tour mondiale conclusosi lo scorso agosto. La formazione dei Police era quella classica, quella storica di sempre, vale a dire Stewart Copeland, Sting e Andy Summers. Stessa cosa si può dire dei Sex Pistols, che nella formazione originale composta da John Lydon, Steve Jones, Paul Cook e Glen Matlock è tornata a proporre dal vivo il suo punk irriverente in giro per il mondo.

Negli ultimi anni si sono riviste in azione le formazioni originali anche nel caso dei Duran Duran, degli Eagles (vabbé mancava Don Felder ma non se n’è accorto nessuno), dei Genesis formato trio, dei Cream, dei Verve, degli Stone Temple Pilots, ma anche dei Take That (quelli dell’ultima formazione, senza Robbie Williams), delle Spice Girls e addirittura degli Yazoo. Anche la classica formazione a quattro dei Pink Floyd, seppur per il solo evento benefico del Live Eight. Tuttavia non è stato affatto infrequente il caso di nomi celebri che, resuscitati dal passato fra mille clamori, presentavano in realtà solo alcuni dei componenti originali della band, con gli altri a volte rimpiazzati da autentici sconosciuti. E’ il caso dei Supertramp, degli Who, dei Queen, dei Guns N’ Roses, dei Cult, degli Smashing Pumpkins, dei Led Zeppelin, degli INXS e recentemente degli Alice In Chains (nella foto).

E’ proprio di questi giorni, infatti, la notizia che gli Alice In Chains, dopo essersi riformati qualche anno fa per una serie di concerti, stanno per tornare con un nuovo album di materiale inedito, il primo dai tempi dell’album eponimo del 1995: il tutto dopo aver superato lo shock della morte del cantante Layne Staley nel 2002 e l’ingaggio d’un suo sostituto, lo sconosciuto (a me) William Duvall.

Ora, da gran patito di musica ma anche di storia & storiografia, mi chiedo che legittimità abbiano queste reunion parziali, questi acclamati ritorni che figurano due o a volte anche uno solo dei componenti originali di un gruppo. A giudicare da quello che è successo ai Queen – che non solo hanno continuato senza Freddie Mercury rimpiazzandolo con Paul Rodgers, ma hanno serenamente fatto a meno di John Deacon – e dal successo che hanno ottenuto nei loro ultimi tour in giro per il mondo, penso che la differenza la faccia il celebre marchio: non importa chi vi sia dietro, quali musicisti stanno effettivamente suonando sul palco, ciò che conta è la consapevolezza che stiamo assistendo al concerto di un celebre nome del rock.

E così benvengano due Queen originali su quattro, due Who su quattro, due Doors (con buona pace di quelli che dicono che Jim Morrison sia ancora vivo) su quatro, due Smashing Pumpkins su quattro, tre Alice In Chains su quattro, ma anche un solo Guns N’ Roses su cinque. E’ ovvio che fa sempre piacere sentire dal vivo le nostri canzoni preferite anche se nel gruppo ricomposto c’è un solo ‘vecchio’ ma, non so, mi sembra che tutto questo revival sia poco dettato dalla nostalgia. Il vero motivo, secondo la mia modesta opinione, è uno solo, il più classico: i soldi. Unito ad un altro di fondo… la mancanza di coraggio, di andare avanti per la propria strada con progetti solistici che spesso & volentieri hanno molta più dignità di questi ritorni parziali. A questo punto lasciamo pure che Paul McCartney, dopo essersi assicurato Ringo Starr alla batteria, se ne vada in giro con una band facendosi chiamare The Beatles. Non se ne scandalizzerebbe quasi nessuno e gli stadi sarebbero pieni.. beh, forse in quel caso, mascherato & mimetizzato fra la folla urlante, ci sarebbe anche il sottoscritto.

– Mat

Perry Farrell’s Satellite Party “Ultra Payloaded”, 2007

perry-farrell-satellite-party-ultra-payloadedA parte tutta la roba di Miles Davis che ho comprato negli ultimi tempi, il disco che più sto ascoltando in queste settimane è “Ultra Payloaded”, ultimo album da studio di Perry Farrell, la voce storica dei Jane’s Addiction.

In verità l’album è accreditato a Perry Farrell’s Satellite Party, un supergruppo composto da Nuno Bettencourt – già chitarrista degli Extreme – dal batterista Kevin Figueiredo, dallo stesso Farrell e da sua moglie Etty Lou, più una schiera notevole di ospiti, fra cui Flea e John Frusciante dei Red Hot Chili Peppers e il bassista dei New Order, Peter Hook.

Avevo già avuto modo d’ascoltare questo “Ultra Payloaded” l’anno scorso, fresco fresco di pubblicazione, ma non m’andava di sborsare diciannoveureccinquanta per un ciddì! Ho atteso quindi che fosse inserito nella ghiotta categoria dei ‘nice price’ e così anche “Ultra Payloaded” ha fatto il suo ingresso trionfale nella mia collezione di dischi.

Per molti aspetti, “Ultra Payloaded” è il disco più orecchiabile mai prodotto da Perry Farrell, anche il suo più commerciale se vogliamo, ma senza dubbio è un album che riflette la sua maturità raggiunta come compositore, come arrangiatore, come produttore, come leader di una band di grandi musicisti e soprattutto come cantante. Sì, perché in “Ultra Payloaded” Perry canta come non ha mai cantato prima: non solo la sua inconfondibile voce – alta e roca al tempo stesso – ma anche un tono più basso che mai s’era sentito nei suoi precedenti lavori discografici.

E poi ci sono le canzoni, undici pezzi davvero molto divertenti & coinvolgenti, dal suono pulito ma non freddo com’è avvenuto per tanti dischi pubblicati negli ultimi anni. Merito anche del celebre Steve Lillywhite – noto soprattutto per i suoi lavori con Simple Minds e U2 – qui in veste di co-produttore del disco.

1) La prima canzone in programma, la danzereccia Wish Upon A Dog Star, è stata anche pubblicata come singolo apripista e figura l’inconfondibile suono di basso di Peter Hook, al quale viene anche accreditata parte della musica. Non mancano altri ospiti illustri, come Peter DiStefano – chitarrista dei Porno For Pyros, la formazione fondata da Perry Farrell dopo il primo scioglimento dei Jane’s Addiction – e la bella Fergie dei Black Eyed Peas, qui in veste di corista. E’ un pezzo molto orecchiabile questo Wish Upon A Dog Star, subito accattivante per via della sua base funk-rock e del suo cantabilissimo ritornello.

2-3) Elementi funky accentuati nella successiva Only Love, Let’s Celebrate, altro brano molto coinvolgente e facilmente canticchiabile. Gli fa seguito Hard Life Easy, uno dei pezzi forti di quest’album, arricchito dall’avvolgente parte di basso di Flea.

4) Con Kinky ritroviamo Peter Hook al basso, in quello che è un bel pezzo arrembante & avvolgente, appena appena più aggressivo di quanto ascoltato finora.

5) The Solutionists è semplicemente una delle mie canzoni preferite di questo lavoro: il brano altro non è che Revolution Solution, una collaborazione fra il gruppo elettronico dei Thievery Corporation e lo stesso Perry Farrell, soltanto che in questo caso la base elettronica è stata quasi completamente rimpiazzata dalla classica strumentazione rock (basso, batteria e chitarra) e arricchita da sequenze orchestrali di grande effetto. Mi capita spesso di ascoltarmi una seconda volta questa The Solutionists prima di passare alla canzone successiva…

6) … finalmente una lenta, chiamata Awesome. Scandita dalla chitarra acustica di Peter DiStefano, la dolce melodia di Awesome ci regala una prestazione vocale da parte di Perry davvero inedita – incentrata sul suo registro più basso – e a suo modo struggente. Davvero una perla, questa Awesome, una delle cose migliori mai realizzate dal nostro, secondo me.

7-8) Seppur più ritmata, la successiva Mr. Sunshine è un pezzo più meditabondo e dall’atmosfera fumosa, in parte basata su Lonely Days, il primo grande successo statunitense per i mitici Bee Gees. Gli fa seguito il brano più metallaro dell’album, Insanity Rains, che ci riporta immediatamente alle atmosfere più ruggenti dei Jane’s Addiction.

9) Tuttavia il pezzo incluso in “Ultra Payloaded” che più amo è Milky Avenue, una malinconica & sognante ballata, perfetta se ascoltata a tutto volume mentre si guida in macchina con l’aria fra i capelli. E’ una canzone magnifica che mi arricchisce tutto il disco, dove Perry torna ad usare il suo inedito tono basso della voce.

10) Con la successiva Ultra-Payloaded Satellite Party ci ricolleghiamo all’atmosfera festaiola da rock danzereccio delle prime quattro canzoni del disco, anche se il risultato complessivo non m’impressiona più di tanto. E’ comunque un pezzo interessante per i suoi repentini cambi di tempo e per l’uso congiunto di cori e campionamenti.

11) La conclusiva Woman In The Window dovrebbe essere una sorpresa per tutti i fan dei Doors: si tratta infatti d’una cazone perduta di Jim Morrison, una sorta di filastrocca, attorno alla quale Perry ha ricostruito un’atmosfera vagamente hip-hop. Non un capolavoro ma certamente una conclusione inedita per un disco assai interessante che ho avuto modo di apprezzare sempre di più ascolto dopo ascolto.

C’è da dire che questo “Ultra Payloaded” è passato quasi inosservato da parte del grande pubblico: negli Stati Uniti ha raggiunto un miserissimo novantunesimo posto in classifica e la grande distribuzione non l’ha manco cagato. Ciò non toglie che si tratta dell’album più godibile mai realizzato da Perry Farrell (il mio preferito dopo il classicone dei Jane’s Addiction, il grandioso “Nothing’s Shocking”), un album che piacerà sicuramente a tutti gli ammiratori di questo originale ed eccentrico artista.

– Mat

Pure la musica ha le sue leggende metropolitane

paul-is-dead-copertina-lifeSul mondo del pop-rock e sugli svariati protagonisti che lo compongono – vivi o morti che siano – se ne sono dette davvero di tutti i colori. Si contano così storie inventate, storie improbabili ma affascinanti, storie verosimili, storie verissime anche se difficili da credere, tutte accomunate comunque da quella voglia di rappresentare la musica e i suoi personaggi come un mondo mitico dove tutto è possibile.

Il più delle volte, a dire il vero, queste storie sono macabre o rasentano il macabro, come nel celebre caso ‘Paul is dead’. Si tratta di una delle leggende più note del rock: Paul McCartney sarebbe morto nel 1966 durante un terribile schianto automobilistico. Il resto dei Beatles avrebbe preso quindi un sostituto che, con una leggera ritoccatina chirurgica, avrebbe sostituito segretamente Paul. E’ una bufala pazzesca, ovviamente, anche se i numerosi ‘indizi’ relativi a questa morte sono suggestivi: riferimenti più o meno espliciti sull’ipotetica morte di Paul paiono trovarsi in numerosi brani beatlesiani, fra cui Yellow Submarine, Strawberry Fields Forever, With A Little Help From My Friends, Fixing A Hole, A Day In The Life, All You Need Is Love, Blue Jay Way, Don’t Pass Me By, I’m So Tired, While My Guitar Gently Weeps, Let It Be e di sicuro qualcun’altra che ora mi sfugge. Ulteriori riferimenti si trovano nelle copertine dei dischi e nelle foto riguardanti i Beatles nel periodo 1967-70: in particolare negli scatti fotografici riguardanti gli album “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” e “Abbey Road”. Per rendersene conto, basta cliccare su un qualsiasi motore di ricerca le parole ‘paul is dead’ e se ne vedranno delle belle. Tutte stronzate, ovviamente, Paul McCartney è ancora vivo & vegeto, ma soprattutto bisogna ricordare che tra il ’65 e il ’69 è stato il motore trainante dei Beatles durante la fase discografica più strepitosa dei Fab Four.

Un’altra leggenda riguarda la morte della rockstar per antonomasia, ovvero Elvis Presley, avvenuta nell’agosto 1977: pare però che nel 1981 l’FBI abbia intercettato e catalogato come autentica una telefonata fatta da Elvis a qualcuno. Pare inoltre che in pochissimi hanno visto il corpo di Elvis, anche se una schiera di fan è convinta che il proprio idolo sia stato rapito dagli alieni!

E che dire di Jim Morrison, l’istrionico leader dei Doors? Lui pure non sarebbe morto (o meglio, non sarebbe morto nel luglio 1971, nella sua vasca da bagno…), tanto che un giornalista parigino ha affermato d’averlo visto & intervistato più volte negli anni seguenti. Anche in questo caso, pare che siano in pochissimi ad aver visto il cadavere di Jim…

Un’altra leggenda narra d’una setta religiosa che ce l’ha a morte con le rockstar, in particolare odia, chissà poi perché, quelle che nel nome hanno una J: così, tra il 1969 e il 1971, vengono fatti fuori Brian Jones dei Rolling Stones, Janis Joplin, Jimi Hendrix, lo stesso Jim Morrison, più una tardiva parentesi nel 1980 con John Bonham dei Led Zeppelin e John Lennon. Che dire… suggestive coincidenze.

Altri miti circondano le morti violente dei rapper americani, tra i quali Notorius B.I.G., Tupac Shakur e Jam Master Jay dei Run DMC. E’ stata la mala? La casa discografica? Il produttore? Amanti gelose? Mariti traditi? Si è detto tutto e il contrario di tutto, con i mandanti ancora in giro mentre i dischi degli artisti scomparsi continuano a fruttare bei dollaroni ai loro eredi.

Anche la vita e la morte di quel gigante di Wolfgang Amadeus Mozart è attorniata da diverse leggende: in particolare, si dice che la sua morte, avvenuta nel dicembre 1791, sia stata architettata & commissionata dal compositore rivale Antonio Salieri, mentre Mozart era al lavoro sul suo celebre “Requiem”. Il bellissimo film di Milos Forman, “Amadeus” (consiglio di vederne il “Director’s Cut” del 2001) si fonda proprio su questa tesi. Facendo un salto di duecentotré anni e volando da Vienna a Seattle, scopriamo che pure la morte di Kurt Cobain è stata discussa con toni da chiacchiericcio complottistico. Si è detto che il suicidio del leader dei Nirvana altro non è che un omicidio bellebbuono… addirittura orchestrato dalla moglie, Courtney Love!

Una certa mole di chiacchiericcio riguarda la vita privata del compianto Freddie Mercury: era gay, si è sposato, ha avuto dei figli…? Quante storie: Freddie ha frequentato per anni Mary Austin, alla quale è stato sempre legatissimo, al punto da lasciarle la sua splendida villona al momento della morte e parte dell’eredità. Freddie era gay, questo sì, non si è mai sposato e non ha mai avuto dei bambini. Sempre a proposito di Mercury, negli anni Novanta si vociferava una sua presunta love story col celebre ballerino russo Rudolf Nureyev. Questi avrebbe dichiarato, all’indomani della scomparsa del leader dei Queen: ‘pioveva e io piangevo la morte del grande Freddie Mercury’. Pare che Nureyev scrivesse Eddie invece di Freddie nelle sue lettere indirizzate al cantante; qualcuno, ancora con gusto macabro, ha fatto notare che i due artisti sono morti a pochi anni di distanza l’uno dall’altro a causa della stessa malattia, l’AIDS.

Altre leggende sono invece decisamente più ingenue o addirittura comiche: lo sapevate che nel 1987, nel pieno d’una guerra legale per il nome Pink Floyd, Roger Waters si fece confezionare ben cento rotoli di carta igienica con la faccia di David Gilmour stampata su ogni strappo?! Chi può dirlo, potrebbe anche essere vero. E che dire della soffiata che Yoko Ono avrebbe fatto alla polizia giapponese per far arrestare Paul McCartney (ancora lui, poveraccio…) all’aeroporto di Tokyo nel 1980? Sembrano decisamente fondate, al contrario, queste altre dicerie: in alcuni dischi di Den Harrow e di Corona la voce che ascoltiamo non è quella dei due nomi in questione (ad esempio, in The Rhythm Of The Night, il celebre hit di Corona degli anni Novanta, era in realtà cantato da Jenny B.); Andrew Ridgley non facesse un benemerito ‘c’ durante l’incisione delle canzoni dei Wham!George Michael stava in studio mentre Andrew se ne andava a spasso sulle Ferrari!

Per quanto mi riguarda, le leggende che più mi appassionano sono le presunte collaborazioni musicali fra gli artisti più disparati e la genesi stessa di certi dischi e/o canzoni. Vediamo qualche caso: non è vero che Syd Barrett dei Pink Floyd partecipi a What’s The New Mary Jane dei Beatles ma non è infondato che a duettare con Michael Jackson (il quale, secondo un’altra nota leggenda, dormirebbe in una camera iperbarica per mantenersi giovane) in In The Closet vi sia Madonna (accreditata sull’album “Dangerous” come Mystery Girl… se ci fosse stato scritto Material Girl forse non avremmo avuto dubbi!). Pare che i brani più rappresentativi di Led Zeppelin e Queen, rispettivamente Stairway To Heaven e Bohemian Rhapsody, siano delle messe nere suonate al contrario. Premesso che non mi va di rovinare il mio giradischi, la mia puntina ma soprattuttto i miei amati elleppì, non potrei fregarmene di meno se quelle due fantastiche canzoni contengano dei messaggi inneggianti al demonio. Belle come sono, quelle due canzoni potrebbero anche contenere degli insulti verso di me… sarebbero belle lo stesso!! C’è chi sostiene, invece, che il testo di Angie dei Rolling Stones sia un inno d’amore verso Angela, all’epoca (il 1973) moglie di David Bowie: Mick Jagger e Keith Richards, gli autori, hanno smentito dicendo che si tratta della figlia di uno dei due, ora non ricordo di chi.

Ci sono di sicuro altre leggende & dicerie sul conto di molte rockstar e compositori classici: se ne conoscete delle altre potete aggiungerle fra i commenti.

(riadattamento d’un post del

Rolling Stones

rolling-stones-immagine-pubblica-blogNon ricordo esattamente la prima volta che ho sentito parlare dei Rolling Stones, di sicuro però la prima volta che li ho sentiti nominare era perché venivano contrapposti ai Beatles. In effetti credo che si sia parlato degli Stones più a proposito della loro presunta rivalità coi Fab Four che per i loro reali meriti artistici.

Anche il più profano degli ignorantoni musicali saprebbe nominare il titolo d’una qualche canzone dei Beatles o addirittura d’un loro album, ma non sono sicuro che la stessa cosa possa dirsi per gli Stones.

Ho avuto modo d’apprezzare relativamente tardi i Rolling Stones, in particolare nel 2002, quando mi sono fiondato in negozio per comprare la loro doppia raccolta “Forty Licks”. E così mi sono interessato un po’ di più a quella che consideravo una band di dinosauri ma che invece era & resta una grande band. Forse la rock band per antonomasia.

L’anno scorso, infine, sono andato anche a comprarmi “According To Rolling Stones”, la storia del gruppo raccontata in prima persona dai componenti della band – Mick Jagger, Keith Richards, Charlie Watts e Ron Wood – e dalle persone che più sono state in contatto con loro in tutti questi anni che la band ha calcato le scene (un libro che vorrei rileggermi, a dire la verità).

La storia dei Rolling Stones è stata davvero straordinaria, fin dagli inizi, fin da quando la band era un quintetto composto da Jagger, Richards e Watts con Brian Jones e Bill Wyman. C’era anche un sesto componente fra gli Stones, Ian Stewart, ma partecipava solo alle sedute di registrazione e poco si vedeva nei concerti e pochissimo nelle foto della band. Era brutto Ian, così si diceva, probabilmente chiudendo più d’un occhio sui connotati facciali di Charlie e Bill.

I Rolling Stones debuttarono professionalmente su disco con la Decca (l’etichetta che aveva rifiutato i Beatles a tutto vantaggio della EMI) nel 1963 ma non ricordo mai con quale singolo e con quale album… si trattava comunque di cover di altri artisti. Un giorno John Lennon e Paul McCartney scrissero un pezzo per gli Stones, I Wanna Be Your Man, spronando gli stessi Mick Jagger e Keith Richards a stringere un sodalizio autoriale che, di fatto, divenne il principale rivale delle canzoni beatlesiane nelle classifiche britanniche e statunitensi per tutto il corso degli anni Sessanta.

E così, sull’onda dell’inaudito succeso dei Beatles, la musica inglese conquistò il mondo e i Rolling Stones ebbero tutte le capacità di ritagliarsi uno spazio tutto loro in un panorama assai variegato che comprendeva nomi del calibro di Bob Dylan, The Who, Cream, The Jimi Hendrix Experience, The Doors, The Beach Boys, Monkees, Simon & Garfunkel, Bee Gees e Pink Floyd. Insomma, un panorama pop-rock di tutto rispetto che contribuì a definire quello che molto probabilmente verrà ricordato come il decennio musicale che ha prodotto la musica migliore.

Scioltisi i Beatles, perso Brian Jones per una morte misteriosa & discussa, finita l’era hippy conseguente all’escalation dell’impegno statunitense in Vietnam, gli anni Settanta rappresentarono fin dall’inizio un cambio di scenario repentino. Gli Stones seppero reagirvi producendo una stringa di album che molti critici ritengono le pietre miliari dell’arte stoniana, da “Beggars Banquet” del 1968 al doppio “Exile On Main Street” del 1972.

Sul finire degli anni Settanta, i Rolling Stones erano ritenuti un’istituzione ma dovettero fare i conti con la nascente scena punk che li bollava come esponenti d’un rock milionario lontano dalla gente e dalla loro dura quotidianità. La band reagì bene, nonostante un importante cambio di formazione avvenuto a metà anni Settanta, quando Ron Wood dei Faces sostituì il dimissionario Mick Taylor, a sua volta sostituto dello sfortunato Brian Jones.

I Rolling Stones mantennero la rotta del successo anche durante gli anni Ottanta, sebbene ci fu un periodo in cui Keith Richards e soprattutto Mick Jagger sembravano seriamente intenzionati a procedere da soli. Fortuna per loro, nessun progetto solista riguardante i componenti degli Stones – Charlie Watts diede addirittura vita ad un gruppo jazz – riuscì ad oscurare il celebre marchio, per cui la band passò indenne anche gli anni Novanta, seppur perdendo un componente originale, Bill Wyman, che mollò il gruppo tra infinite polemiche nel ’93.

Oggi come oggi i Rolling Stones rappresentano non solo un’istituzione musicale vera e propria, ma un marchio noto in tutto il mondo che fattura milioni di dollari. Sono vecchi, a volte possono anche far ridere eppure penso che abbiano più grinta loro di tante giovani band messe insieme. O quantomeno hanno un carisma unico al mondo, che nessun’altra band potrà mai eguagliare da qui a ventanni.

Per quanto mi riguarda, ascolto gli Stones a periodi: ci sono delle settimane in cui li sento quasi di continuo, suonando un po’ dappertutto le loro canzoni storiche (quelle che più amo sono Gimme Shelter, Sympathy For The Devil, Miss You, Beast Of Burden, Satisfaction, Start Me Up, It’s Only Rock ‘n’ Roll, Angie, Fool To Cry, She’s A Rainbow, Shattered, You Can’t Always Get What You Want, Anybody Seen My Baby?), poi magari non li ascolto più per mesi quasi dimenticandomi di loro. In questo momento, infatti, non li sto ascoltando e forse questo post ne subirà le conseguenze, ma sul serio non m’importa.

In fondo non sono mai stati niente di speciale gli Stones, da un punto di vista prettamente tecnico-musicale, eppure è impossibile ignorarli per ogni serio appassionato di musica rock. Credo che questa sia la vera forza dei Rolling Stones: piacciano o no, se apprezziamo la musica & siamo consumatori abituali di dischi non possiamo proprio far finta che non ci siano.

– Mat

The Clash, “The Clash”, 1977

the-clash-primo-album-omonimoQuesto 2007 ha segnato importanti anniversari discografici, celebrati chi più chi meno dalla stampa specializzata (e con molta più umiltà & meno pretese dal sottoscritto): “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” (1967) dei Beatles, “Velvet Underground & Nico” (1967) dei Velvet Underground, “The Doors” (1967) dei Doors, “The Piper At The Gates Of Dawn” (1967) dei Pink Floyd, ma anche “Exodus” (1977) di Bob Marley & The Wailers, “Never Mind The Bollocks” (1977) dei Sex Pistols, la colonna sonora di “Saturday Night Fever” (1977, quella coi pezzi dei Bee Gees per intenderci), ma pure “Appetite For Destruction” (1987) dei Guns N’ Roses.

Io a questa lista aggiungerei anche “Low” e “Heroes” di David Bowie, “The Idiot” di Iggy Pop, “News Of The World” (1977) dei Queen (è quel disco che contiene We Are The Champions e We Will Rock You, avete presente?), “The Clash” (1977) dei Clash, “…Nothing Like The Sun” (1987) di Sting, “Sign ‘O’ The Times” (1987) di Prince, e “Bad” (1987) di Michael Jackson: alcuni di essi li ho già recensiti alla bellemmeglio su questo blog, di altri mi piacerebbe parlare in post futuri, mentre di “The Clash” parlerò subito, riciclando idee già scritte in un mio vecchio post.

“The Clash”, album di debutto dei Clash, fu il secondo grande album punk a vedere la luce in Gran Bretagna, nel corso del 1977, l’anno che sancì l’affermarsi nelle classifiche riservate al pop-rock di una nuova & ruvida sonorità, il punk per l’appunto. Iniziarono a febbraio i Damned di Brian James e Captain Sensible con l’album “Damned Damned Damned”, ad aprile seguirono i nostri con “The Clash” e completarono la trilogia di classici punk i Sex Pistols, col fondamentale “Never Mind The Bollocks”, pubblicato a novembre, anche se era pronto già da diversi mesi prima.

A partire dal 12 febbraio 1977, nel corso di tre lunghi weekend giovedì-domenica, i Clash e il produttore Mickey Foote (lo stesso tecnico del suono che accompagnava la band nei concerti) sono impegnati per l’incisione del loro album d’esordio agli studi londinesi della CBS . L’atteggiamento assunto dai Clash nei confronti del personale in studio è di aperta sfida: all’epoca la CBS era la casa discografica più grande al mondo e i Clash la vedevano come una sorta di multinazionale alla quale opporsi per non farsi fagocitare. Joe Strummer preferisce incidere le sue parti vocali quando il resto del gruppo non c’è: canta rivolto contro il muro e al contempo suona la sua chitarra ritmica. Evidentemente, secondo lui, ciò era il solo modo possibile per ricreare in studio una sua performance dal vivo; tuttavia la sua voce non è nelle condizioni ottimali, dato che Joe accusava dei noduli alla gola.

Pare, inoltre, che molto del suo contributo strumentale sia stato sostituito a sua insaputa dalla chitarra di Mick Jones, che è il componente dei Clash che, in fin dei conti, più si adatta all’ottica lavorativa in studio: utilizza tre diverse chitarre e collabora col fonico per la resa ottimale dei suoni. Mick dirige anche le operazioni dei compagni: in particolare, insegna a Paul Simonon quali parti di basso deve eseguire… Paul, infatti, aveva le note disegnate sulla tastiera del suo strumento! Contrariamente ad alcune dicerie, però, Simonon eseguì effettivamente le sue parti di basso. C’è da dire, comunque, che il suono di basso che si ascolta per tutto il disco è piuttosto pronunciato e contribuisce enormemente alla definizione del sound complessivo in “The Clash”.

Terry Chimes, già ufficialmente fuori dai Clash, è stato il membro della band meno collaborativo: s’è limitato ad eseguire le istruzioni impartite dagli altri & a suonare le sue parti di batteria correttamente. Si discute, invece, sull’effettivo ruolo del produttore Mickey Foote: anche se Mick Jones abbia potuto svolgere un ruolo di produttore di fatto, a Foote si deve riconoscere quantomeno l’importante ruolo da lui assunto di cuscinetto tra l’aggressività dei Clash in studio e i tecnici della casa discografica, per la prima volta alle prese con la musica punk e i suoi stilemi (ricordiamoci che a quei tempi la CBS andava forte con gente come gli ABBA…).

Per quanto riguarda le singole canzoni, invece…

1) L’iniziale Janie Jones è dedicata ad una nota ‘signora’ londinese: è un brano carico di ruvida urgenza, cantato perlopiù coralmente, mentre negli ultimi ventitré secondi esplode la sola voce di Mick.

2) Remote Control, un duetto tra Mick e Joe, è il brano più convenzionalmente rock dell’album: perciò è stato scelto come secondo singolo dalla CBS (ad insaputa dei Clash che s’incazzarono parecchio).

3) I’m So Bored With The U.S.A. parla dell’americanizzazione della Gran Bretagna e dei suoi costumi; originariamente la canzone era intitolata I’m So Bored With You ed in effetti è questa la frase che cantano Mick e Paul nei cori.

4) La versione di White Riot contenuta nel disco risulta più grezza all’ascolto rispetto a quella pubblicata su singolo qualche tempo prima: è diversa sia nella strumentazione e sia nel cantato, inoltre non prevede gli effetti (sirena, vetro infranto, allarme antincendio, ecc.) usati per il singolo.

5) Hate & War è un brano cantato perlopiù da Mick e cita l’opposto dell’ideale hippy di ‘peace & love’: la situazione non è certamente vista come positiva, bensì viene criticata come segno dei tempi che rende più difficile la vita dei ragazzi.

6) Tranne Police & Thieves (che vedremo fra poco), tutte le canzoni di questo disco sono accreditate alla coppia Strummer/Jones, mentre la breve & coinvolgente What’s My Name? reca un credito di composizione anche per Keith Levene, chitarrista nei Clash fino al settembre ’76. Intervistato in anni recenti, Levene ha affermato che, pur non piacendogli l’album, avrebbe dovuto spettargli lo status di coautore con Strummer & Jones in tutte le canzoni contenute in “The Clash”. Chissà…

7) Deny presenta una struttura più complessa: il tempo cambia più volte dopo il ritornello, mentre a poco più di un minuto dalla fine la voce di Mick s’intreccia al canto rabbioso di Joe.

8) London’s Burning è uno dei pezzi più rappresentativi dell’album: la dichiarazione iniziale di Strummer che sembra asserire un dato di fatto (e il rullare dei tamburi rafforza il tutto), mentre il ritornello corale ad opera di Mick e Paul, l’assolo di chitarra supportato dalle frasi gridate di Joe, e il pestare della batteria di Terry rendono il finale di questa canzone davvero esplosivo.

9) Career Opportunities presenta una complessità atipica per gli standard punk: questo come altri brani dell’album fanno intendere chiaramente che i Clash hanno (e avranno) molto più da dire rispetto ai loro colleghi e rivali musicali.

10) Cheat, a mio parere, è il brano meno riuscito del disco: le idee ci sono (come l’effetto di phaser sul finale) ma evidentemente i tempi ristretti di lavoro e la difficoltà dei Clash ad ambientarsi in un ambiente non familiare come quello dei CBS Studios hanno fatto la loro parte.

11) Protex Blue è un puro brano punk, una canzone ricca di vitalità dove Mick canta uno dei primi testi che ha scritto.

12) Eccoci quindi alla cover di Police & Thieves, un pezzo reggae di Junior Marvin: seppur aggiunta per dare più corpo all’album (dura la bellezza di sei minuti), tutti i Clash si dimostrarono entusiasti del risultato finale, in particolare colpisce l’efficace arrangiamento per due chitarre che Mick s’è inventato.

13-14) 48 Hours presenta un grande coro a tre voci e un assolo di chitarra piuttosto rock ‘n’ roll, mentre Garageland è il malinconico brano di chiusura con tanto di armonica a bocca; il testo è una risposta al famigerato articolo di chi voleva rispedire i Clash al garage lasciando il motore acceso.
“The Clash” raggiunse piuttosto in fretta il 12° posto della classifica britannica: trattandosi d’un nuovo sound proposto da una nuova band, il risultato è sbalorditivo e la dice lunga sulla voglia di cambiamento che i giovani inglesi del tempo cercavano nel panorama musicale.

E per finire, alcune curiosità…
La strategia promozionale per “The Clash” era congiunta al magazine New Musical Express: le prime 10mila copie del disco contenevano un adesivo rosso da applicare a un tagliando pubblicato sul numero di aprile di NME, così da ottenere gratuitamente il singolo Capital Radio.
“The Clash” è stato pubblicato negli USA dalla Epic il 23 luglio 1979 con una scaletta differente: alle prime copie era anche allegato il singolo Gates Of The West / Groovy Times. Poche altre band sono state generose quanto i Clash.

– Mat

Jimi Hendrix

jimi-hendrix-immagine-pubblicaSecondo molti critici e appassionati di musica, Jimi Hendrix è stato il più grande chitarrista che la storia del rock ricordi. Io non so se è vero, di chitarristi abili & cazzuti ce ne sono (stati) a bizzeffe ma senza dubbio il compianto Jimi è fra i migliori chitarristi di tutti i tempi. Un musicista che suonava di puro istinto, con incredibile energia e passione, con una freschezza sonora tuttora perfettamente ravvisabile nelle sue canzoni.

Jimi Hendrix, nato a Seattle nel 1942, ha inciso soltanto tre album da studio, tutti accreditati come The Jimi Hendrix Experience, un trio composto con il batterista Mitch Mitchell e il bassista Noel Redding. E’ con questa formazione che Jimi Hendrix fa il suo straordinario debutto su disco, nel 1967, col fondamentale album “Are You Experienced?”, non solo uno dei debutti più fulminanti della storia del rock ma, di fatto, uno dei capolavori indiscussi del genere. L’album contiene brani storici come Foxy Lady, Fire e Manic Depression, i quali, insieme agli altri, ci portano in un inedito territorio (per l’epoca) fatto di rock, funk, jazz, proto-metal e psichedelia. Nello stesso anno sono stati pubblicati anche tre singoli importanti per la Jimi Hendrix Experience, vale a dire le celeberrime Hey Joe, Purple Haze e The Wind Cries Mary.

In un anno, quel 1967, in cui sono state pubblicate opere fondamentali e tuttora acclamate (una su tutte, “Sgt. Pepper” dei Beatles, ma pure i debutti su disco di Pink Floyd e Doors) è uscito il secondo album di Hendrix e soci, “Axis: Bold As Love”, contenente, fra le altre, If 6 Was 9, One Rainy Wish e uno dei miei brani hendrixiani preferiti, la sognante e delicata Little Wing.
Sul finire del turbolento 1968, ecco il terzo ed ultimo album della Jimi Hendrix Experience, “Electric Ladyland”, probabilmente il lavoro migliore per Jimi e compagni, forte di brani quali Voodoo Chile, Crosstown Traffic e la rilettura di All Along The Watchtower di Bob Dylan. Infine, dopo aver dato alle stampe un muscoloso disco dal vivo, “Band Of Gypsys”, dove il nostro si è fatto accompagnare da Buddy Miles e Billy Cox, Jimi trovò la morte in un albergo di Londra nel settembre del 1970. Le circostanze esatte della scomparsa del grande chitarrista non furono mai chiarite ma si è sempre parlato d’un abuso di droga che lo condusse all’overdose fatale.

Oltre ad averci lasciato degli album tuttora godibilissimi, Jimi ha inciso una mole notevole di materiale rimasto inedito al momento della morte. Questo materiale ha prodotto numerosi dischi postumi più o meno ufficiali, generando anche diverse controversie legali fra gli eredi di Hendrix e i possessori delle registrazioni originali. C’è da dire che la famiglia Hendrix non ha avuto un comportamento proprio immacolato nella gestione del celebre nome: sotto l’etichetta ‘Experience Hendrix’ è stata distribuita sul mercato tutta una serie di prodotti che poco o nulla hanno da spartire con la musica… persino le bottiglie di vino! Ma questo schifo pseudo-imprenditoriale non deve distoglierci da quello che è il vero testamento artistico di Jimi: un’eccezionale vitalità artistica che nello spazio di soli quattro anni si è guadagnata una posizione ben assolata fra i giganti del rock. Non c’è storia del rock che possa prescindere dalla musica di Jimi Hendrix.

The Doors, “The Doors”, 1967

the-doors-primo-album-immagine-pubblica-blogTempo d’anniversari in casa Doors: se a fine 2006 si è festeggiato ufficialmente il quarantennale della nascita della nota band californiana (anche se al sottoscritto risulta che i Doors sono nati nel ’65…), quest’anno è la volta d’un altro quarantennale, quello della pubblicazione del primo, incredibile album dei nostri, l’omonimo “The Doors”. Un disco già maturo, stilisticamente perfetto, probabilmente il migliore che la breve vita artistica dei Doors ci abbia lasciato, nonché uno dei più grandiosi album rock che la storia della musica possa annoverare.

Un album da antologia che si apre con la celebre e indimenticabile Break On Through (To The Other Side), uno dei brani più ruggenti & urgenti dell’intero catalogo doorsiano: pulsante e selvaggio, questo è un vero classico del rock! E pensare che all’epoca vennero tagliate dal singolo alcune frasi del canto di Jim Morrison per non incorrere in censure radiofoniche. Gli fa seguito la coinvolgente e sinuosa Soul Kitchen, un brano che sembra svilupparsi da quel semplice giro d’organo iniziale di Ray Manzarek per poi trascinarsi in un irresistibile soul-rock. Resta anche un’ottima colonna sonora se si è impegnati al volante.

La delicata e sognante The Crystal Ship ci regala una dolce prestazione vocale di Jim Morrison, mentre la successiva Twentieth Century Fox, sembra un medley fra Soul Kitchen e Light My Fire, senza però raggiungere in emotività le due canzoni in questione. Segue una geniale reinterpretazione di Alabama Song (Whiskey Bar), brano originale del duo Kurt Weill/Bertold Brecht, riproposto dai Doors con la loro strumentazione rock ma senza svilirne il tratto cabarettistico. Una cover brillante per una registazione notevole, ripresa nel 1980 anche da David Bowie, seppur con toni più teatrali.

Poi è la volta della strafamosa & più volte coverizzata Light My Fire, una delle canzoni più rappresentative della band californiana. Un brano molto lungo, prossimo ai sette minuti, perlopiù strumentale, con eccellenti assoli dell’organo di Ray Manzarek e della chitarra di Robby Krieger. Pubblicata su singolo, Light My Fire venne notevolmente editata per rientrare nei riduttivi standard di trasmissione radiofonica e, ciononostante, la canzone volò al 1° posto della classifica americana.

Dopodiché siamo alle prese con la seconda cover di questo disco, l’incalzante e sessualmente allusiva Back Door Man, una canzone più aggressiva seguita da I Looked At You, un brano rockeggiante sullo stile di Break On Through che tuttavia non risulta altrettanto coinvolgente.

La distesa End Of The Night è invece una bella canzone dall’atmosfera suggestiva: un lento di gran classe, vagamente ipnotico. Segue Take It As It Comes, un pezzo che pur non presentando nulla d’esaltante è un perfetto brano Doors per grinta, arrangiamento ed esecuzione complessiva.

Infine The End, il brano capolavoro assoluto dei Doors, undici minuti di secca musica progressive che hanno fatto storia, immortalata anche al cinema grazie al suo inserimento nei titoli di testa di “Apocalypse Now” (1979), noto film di Francis Ford Coppola. Ad una prestazione vocale da manuale di Morrison, a metà fra il canto e la recitazione, risponde un’esecuzione incredibile da parte dei tre Doors musicisti, soprattutto l’eccellente prova alla batteria di John Densmore.

“The Doors”, trascinato dall’enorme successo del singolo Light My Fire, si rivelò un grosso successo per quella che era, almeno per il grande pubblico, una band di sconosciuti. C’è da dire che forse in seguito i Doors vissero un po’ di rendita grazie a questo disco, sicuramente però nessun loro album successivo riuscirà ad eguagliare “The Doors” in quanto ad inventiva sonora e sentimento complessivo espresso.

Un personale ritratto di Jim Morrison

jim-morrison-doors-immagine-pubblicaOggi ho finito di leggere la biografia di Jim Morrison scritta dal giornalista americano Stephen Davis. E’ un lavoro ben documentato e molto coinvolgente, quasi seicento pagine che ho letto in un soffio.

Desideravo conoscere la storia di Jim Morrison per due motivi principali: la musica dei Doors mi
piace sempre più e quindi volevo semplicemente saperne di più, e poi avevo un dubbio che covavo da almeno dieci anni… ma il ritratto che Oliver Stone ne ha fatto nel suo film del 1991 era reale?

Perché Stone ci mostra un Morrison (interpretato dal comunque bravissimo Val Kilmer) più coglione che artista: è sempre fuori di testa, sembra un perfetto idiota più che una grande rockstar. Anche perché la musica che i Doors hanno inciso durante la loro breve carriera discografica è molto professionale, abbastanza raffinata tecnicamente (soprattutto il lavoro alla batteria di John Densmore)… fuori di testa fino ad un certo punto, in studio bisognava adottare professionalità & precisione e Jim Morrison mi sembra molto partecipe nei suoi dischi.

E invece Stephen Davis conferma Oliver Stone: Jim era davvero un dissolutone, uno sballone, uno che ci andava pesantissimo con l’alcol e che, in quanto a droghe, le ha provate un po’ tutte. Tuttavia non era un coglione, questo decisamente no: era un artista in tutti i sensi, uno che se ne sbatteva alla grande delle regole e della disciplina… anche del buon gusto, se vogliamo. Ci sono numerose ombre sull’infanzia di Jim, nato l’8 dicembre 1943: fino a che punto essa è stata felice? Pare che abbia subìto degli abusi sessuali da bambino… e comunque è stato sempre restìo a parlare dei suoi genitori e della sua famiglia in generale.

La sua passione principale è stata (e sarà fino alla fine) la poesia: pare che Jim leggesse tantissimo, che divorasse i libri dei poeti maledetti francesi, ma anche di filosofi e psicologi. Oltre che di romanzi. Insomma, leggeva con avidità un po’ di tutto. Durante la sua vita ha pubblicato, sia privatamente che pubblicamente, diversi volumi con i suoi scritti… quelli che al momento mi ricordo sono “The Lords” e “The Creatures”. Per quanto Jim amasse la vita e se la godesse alla grande (faceva un sacco di baldoria con i suoi amici, se la spassava con un sacco di donne… pare anche con gli uomini, beveva & fumava & si drogava tantissimo), nei suoi lavori si riflette sempre una certa angoscia, una certa caducità della vita che è sempre imminente. In uno dei brani più famosi e notevoli dei Doors, quella Roadhouse Blues che conoscerete tutti, Morrison grida chiaramente che ‘il futuro è incerto e la fine è sempre vicina’.

Un’altra passione di Jim Morrison fu il cinema, tanto che studiò cinematografia e si diplomò all’UCLA di Los Angeles, la città che più di tutte amò e che contraddistingue il suo lavoro. In realtà lui nacque nella costa opposta, in Florida, da una famiglia di origini scozzesi. La storia raccontata da Davis è davvero imponente per mole e molto appassionante: la consiglio a chiunque voglia saperne di più, non solo sul mito di Morrison, ma anche sul lavoro in studio dei Doors.

E così il gruppo realizzò un demo nel corso dell’estate ’65, un demo dal quale sarebbero state tratte le canzoni per i primi due album, ovvero “The Doors” e “Strange Days”, pubblicati entrambi nel ’67. In quel demo, tuttavia, c’erano anche versioni primordiali di brani apparsi successivamente, come Hello I Love You e Indian Summer. Dal 1967 al 1970, inoltre, i Doors eseguivano un brano che non fu mai inserito ufficialmente negli album da studio, The Celebration Of The Lizard, una sorta di poema-catarsi in musica. Il lungo brano, che poteva durare dai dieci ai sessanta (!) minuti a seconda dei concerti, del periodo e dalla lunacità degli stessi Doors, sarebbe dovuto comparire sul terzo album dei Doors ma, alla fine, rimase inedito (comparirà però nelle edizioni postume, ufficiali e non).

Nel libro di Davis ho letto quella che per me, appassionatissimo & fissatissimo dei Beatles, è
un’autentica chicca: approfittando di una serie di concerti dei Doors, nel 1968, in Inghilterra, Jim fece visita ai quattro negli studi Abbey Road, probabilmente su invito di George Harrison. Pare addirittura che Jim partecipi ai cori di una versione di Happiness Is A Warm Gun poi rimasta in archivio. Un’altra cosa che mi ha molto colpito è che in una serie di interviste tra il 1969 e il ’70, Jim preannunciò la nascita del punk e della techno: Jim era evidentemente avanti sul suo tempo, e aveva chiara in testa l’evoluzione e la fruizione della musica contemporanea.

Approcciandomi alla lettura, nutrivo molta curiosità per il periodo parigino di Jim Morrison: il leader dei Doors si trasferì a Parigi nel febbraio 1971, restandoci fino al 3 luglio, giorno della sua morte per cause tuttora ignote. Sembra molto probabile, comunque, che Jim morì per un’overdose di eroina: non se la sparava in vena, come faceva la sua compagna ‘ufficiale’,
Pamela Courson (che di overdose morirà tre anni dopo, sconvolta, pare, dai sensi di colpa), se la fumava mentre, al tempo stesso, continuava a darci sotto con l’alcol. Insomma, Jim Morrison era ben avviato, almeno fin dal 1968, sulla strada per l’autodistruzione.

Il corpo di Jim venne tumulato qualche giorno dopo nel celebre cimitero Père-Lachaise di Parigi: al funerale parteciparono in pochi (ci fu il manager dei Doors ma curiosamente nessuno dei componenti della band) e la sua tomba è tuttora una delle mete più visitate della capitale francese. Jim lasciò un testamento dove cedeva tutti i suoi beni a Pamela; alla morte di lei, tuttavia, il tutto passò ai genitori della ragazza, i coniugi Courson. Nel corso degli anni, la famiglia Morrison si è vista riconoscere una grossa fetta della lucrosa torta (dopo varie cause legali) ma i Courson hanno comunque un certo controllo artistico sull’opera morrisoniana.

Ebbene sì, la vicenda umana e artistica di James Douglas Morrison è appasionante, ricca di fascino, di musica, di poesia, di eccessi e di mistero. Il tutto, che ci piaccia o no, ne ha fatto un mito di questi tempi.

– Mat