Eagles, “Hotel California”, 1976

Eagles Hotel California immagine pubblicaUno dei dischi più famosi e venduti di tutti i tempi, “Hotel California”, il capolavoro degli Eagles datato 1976, segna tuttavia un deciso spartiacque nella storia della celeberrima band americana. Perso già con l’album precedente uno dei membri fondatori, Bernie Leadon, in “Hotel California” fa il suo debutto il chitarrista Joe Walsh, mentre un altro fondatore, Randy Meisner, è qui all’ultimo capitolo nella sua storia con gli Eagles. Restano in mezzo i talenti autoriali, strumentali e vocali di Glenn Frey e Don Henley, qui superbamente affinati dopo cinque anni di attività comune e quattro album di crescente successo, e il chitarrista Don Felder, al quale si deve l’inizio della nostra storia.

Hotel California, infatti, nacque proprio da una sequenza di accordi che il nostro chitarrista mise su nastro mentre strimpellava – in stato di grazia, evidentemente – nella sua casa in riva al mare. Passata per le mani di Frey e Henley, e col contributo chitarristico di Walsh (che nella formidabile coda strumentale della canzone duetta splendidamente con lo stesso Felder), la canzone è diventata quella che tutti noi conosciamo, ovvero una superba ballata rock con tanto di venature tex-mex e perfino reggae. Penso che una canzone come Hotel California non abbia bisogno di ulteriori presentazioni in quanto è davvero una delle canzoni più famose di tutti i tempi.

Tornando alla scaletta originale dell’album, passiamo quindi a New Kid In Town, altro pezzo molto famoso dei nostri; amabilmente cantata da Glenn Frey, New Kid In Town è uno dei più brillanti esempi di quella fusione tra country & western e sensibilità pop-rock nella quale gli Eagles sono dei maestri assoluti. Decisamente più rock è invece la trascinante e opportunamente stradaiola Life In The Fast Lane, con Don Henley nuovamente al microfono principale.

Wasted Time è sostanzialmente una ballata pianistica, discendente diretta di quella Desperado pubblicata tre anni prima; è soltanto un tantino meno efficace di quell’illustre predecessore, e forse quella sua ripresa orchestrale che apre il lato B può suonare come un inutile barocchismo. Ci pensa comunque la successiva Victim Of Love, uno dei pezzi più vigorosi e squisitamente rock degli Eagles, a rimettere il tutto nella giusta prospettiva, grazie alla graffiante voce di Henley, alle chitarre di Felder e Walsh in grande spolvero e, più in generale, a un’esecuzione strumentale che molto ricorda un’incisione in presa diretta.

Con la commovente Pretty Maids All In A Row siamo invece alle prese con quella che molto probabilmente resta il contributo autoriale più bello che Joe Walsh abbia mai dato agli Eagles; scritta con l’amico Joe Vitale e cantata dallo stesso Walsh, Pretty Maids è semplicemente una delle tante, e indimenticabili, ballate presenti nel canzoniere dei nostri. La successiva Try And Love Again è invece scritta e cantata da Randy Meisner, che in quest’occasione diventata il suo saluto di commiato agli Eagles; è un canto appassionato, quello di Meisner, con quella tipica voce alta che a me piace tantissimo e che tanto ha caratterizzato il sound degli Eagles nella sua prima e trionfale parte di carriera.

Chiude il tutto quella che mi sembra la canzone meno riuscita dell’intero album, ovvero una ballata pianistica chiamata The Last Resort; non che sia brutta (a parte che il concetto di “brutta canzone” forse non può applicarsi agli Eagles) ma ha una costruzione alquanto tortuosa che la rende molto meno spontanea delle altre. Non le giova comunque una durata di oltre sette minuti e il fatto che sia la terza ballata di fila dopo Pretty Maids e Try And Love Again: forse un ordine diverso delle canzoni in scaletta, con una The Last Resort e con tutto il suo carico ecologista messi a metà del disco, avrebbe giovato all’attenzione dell’ascoltatore.

Piccola pecca, comunque, una delle poche, in un album come “Hotel California” che resta un punto di riferimento necessario per capire e apprezzare l’evoluzione della musica rock (e popolare) avvenuta in un decennio fondamentale come quello degli anni Settanta. Si potrebbe dibattere se “Hotel California” sia o non sia l’album più bello degli Eagles: non saprei dirlo, ma certamente è l’album che consiglierei a chiunque avesse intenzione di ascoltare un album degli Eagles per la prima volta.

-Mat

Lucio Battisti, “Una Donna Per Amico”, 1978

lucio battisti una donna per amicoPuò una sola canzone giustificare l’acquisto d’un intero disco? Certamente. E può l’introduzione di quella sola canzone assolvere tutta un’opera d’arte? Ma sicuramente, se quella canzone si chiama Prendila Così e l’artista è Lucio Battisti. Una perla di canzone prossima agli otto minuti, impreziosita dagli assoli di sassofono di Derek Grossmith, pubblicata nel 1978 ma già proiettata stilisticamente negli anni Ottanta e forte d’una introduzione avvolgente, crepuscolare, pulsante, epica e drammatica. Quando dopo quarantasei secondi entra la voce di Lucio Battisti, sembra di entrare in un’altra dimensione, nella quale si viene spinti ancora più in là a venti secondi dal primo minuto, quando entrano pure gli archi sintetizzati. Ecco, basta questo minuto & mezzo d’un pezzo come Prendila Così per inserire l’album “Una Donna Per Amico” tra i più belli dell’intera produzione battistiana.

Ma un album è un album, e di belle canzoni ce ne sono anche altre, in questo “Una Donna Per Amico” che sto cercando di descrivere mentre le sue note in cuffia mi distraggono e mi confonde piacevolmente il corso dei pensieri. C’è Una Donna Per Amico, ovviamente, una delle canzoni italiane più famose di sempre, che unisce un ritmo disco a un testo nel quale ogni ascoltatore di sesso maschile potrebbe benissimo riconoscersi; c’è Donna Selvaggia Donna, dall’atmosfera morbidamente soffusa eppure vibrante come un carillon; c’è la deliziosa scenetta sentimentalquotidiana di Perché No; c’è Aver Paura d’Innamorarsi Troppo, a metà strada tra la classica melodia all’italiana e la musica caraibica, con tutta una parte corale che resta davvero da antologia.

C’è quindi un altro pezzo molto famoso chiamato Nessun Dolore, vagamente disco ma più elaborata rispetto a Una Donna Per Amico, c’è l’interessante pop-rock di Maledetto Gatto con tanto di talk-box applicato alla chitarra (un effetto utilizzato con efficacia anche dagli Eagles in Those Shoes del ’79, oltre che dai Pink Floyd in Keep Talking del ’94, ma ci sono anche altri esempi che ora non mi sovvengono… forse un pezzo di Bon Jovi?) e infine Al Cinema, il brano di chiusura dell’album – un po’ truce, a dire il vero – dove alcune situazioni cinematografiche sono messe a confronto con gli alti e i bassi d’una relazione sentimentale.

Registrato in Inghilterra col supporto di musicisti inglesi, d’un produttore inglese (Geoff Westley), d’un tecnico del suono inglese (quel Greg Walsh a sua volta promosso a produttore nei successivi progetti battistiani), un lavoro come “Una Donna Per Amico” rientra nella grossolana definizione di “album di musica italiana” soltanto perché i testi di Mogol, ovviamente scritti in italiano, sono cantati da Lucio Battisti in italiano. Perfino la foto di copertina – che a me è sempre piaciuta molto – è stata scattata in terra inglese.

-Mat

L’anno dei grandi addii: muore Leonard Cohen

leonard-cohen-you-want-it-darker-muore-leonard-cohenTanti anni fa, quando mio fratello & io ci stavamo appassionando al gruppo inglese dei Sisters Of Mercy, scoprimmo che The Sisters Of Mercy era in realtà una canzone di Leonard Cohen, che era uno degli artisti preferiti di Andrew Eldritch, leader della band e possessore di una voce altrettando cupa e baritonale. A quel tempo avevo già qualcosina di Leonard Cohen: una copia in musicassetta dell’album “I’m Your Man”, comprata per poche lire in un cestone d’un centro commerciale, dato che avevo assoluto bisogno della canzone che ne apriva le danze, First We Take Manhattan. Interessandomi così ai Sisters Of Mercy, rimasi quindi compiaciuto nel notare, per l’ennesima volta, che le mie eclettiche passioni musicali andassero sempre a confluire, in un modo o nell’altro.

Finora ho comprato più dischi dei Sisters Of Mercy che di Leonard Cohen ma il repertorio del celebrato cantautore canadese me lo sono gustato col tempo, per così dire. E così, dopo averne acquistato un paio d’anni fa una doppia raccolta della Sony per la serie “The Essential”, avevo seriamente preso in considerazione l’acquisto del cofanetto contenente tutti gli album incisi da Cohen per le etichette affiliate alla Sony. Qualche giorno fa, inoltre, trovandomi per “puro caso” in un negozio di dischi, avevo messo gli occhi sull’ultimo album del nostro, “You Want It Darker”, edito qualche settimana fa. “Ma c’ha più di ottantanni”, mi sono detto fra me, forse un po’ crudelmente, “più che ascoltare questa suo ultimo lavoro farei meglio ad andarmi a procurare i suoi capolavori del passato”. E così ho riposto la copia di “You Want It Darker” (titolo che mi piace molto, a dire il vero) che avevo fra le mani e ho comprato altro.

Stamani, quindi, la brutta notizia. Leonard Cohen è morto. A ottantadue anni. Morto anche lui in questo tormentatissimo 2016, come tanti altri protagonisti della musica mondiale, da Natalie Cole fino a Pete Burns dei Dead Or Alive, passando per David Bowie, Glenn Frey degi Eagles, e anche Prince. Che dire? Che perdiamo un grande è la cosa più banale che io possa scrivere su Immagine Pubblica. E’ proprio così, però. Leonard Cohen era un vero grande, uno dei pochi personaggi del pop-rock che contasse davvero qualcosa anche al di fuori di quel mondo che – visto da qui – sembra così affascinante. Il difficile, come sempre, come per tutti noi in tutte le epoche, è abituarci all’idea che i nostri idoli siano anch’essi degli esseri umani, soggetti al crudele destino delle leggi di madre natura.

-Mat

Eagles, “Long Road Out Of Eden”, 2007

Eagles - Long Road Out Of EdenIl gennaio 2016 è stato fatale per diversi grandi nomi della musica. Non mi ero ancora capacitato della morte di David Bowie che già leggevo di un’altra illustre scomparsa dal firmamento del rock mondiale: Glenn Frey, autore, voce, chitarra e fondatore degli Eagles. Sono sempre stato un grande appassionato della famosa band californiana, e in Glenn – che avevo avuto modo di apprezzare anche come solista – trovavo il mio componente preferito. Un mio pur piccolo tributo mi sembra doveroso: si tratta della rivisitazione della recensione che scrissi nel 2008 a proposito di “Long Road Out Of Eden”, l’ultimo album degli Eagles, dell’ormai lontano 2007, quando non soltanto Glenn Frey era vivo e vegeto ma quando il gruppo stesso era tornato a nuova vita, pubblicando il suo primo album dai tempi di “The Long Run” del 1979.

Ora che Glenn non c’è più, “Long Road Out Of Eden” diventa il testamento artistico degli Eagles, l’epitaffio d’una carriera stratosferica, ricchissima di successi e sorretta da una popolarità che non è mai scemata, e questo nonostante 28 anni di separazione tra l’ultimo e il penultimo album… un’eternità nel curriculum di qualunque rockstar. Dopo una tale attesa è difficile aspettarsi un altro capolavoro, c’è quasi da pensare che ormai si tratti di un’altra band.

Eppure non sono stati anni silenziosi: negli Ottanta, gli Eagles hanno spesso collaborato l’uno al progetto solista dell’altro, così da non tagliare mai del tutto i ponti; e poi c’era stato un primo ritorno, nel 1994, con l’album live “Hell Freezes Over”, impreziosito da quattro nuove canzoni da studio. Nel 2000 i nostri salutarono il nuovo millennio sul palco davanti al loro pubblico, mentre tre anni dopo aggiunsero la nuova Hole In The World in un’antologia di successi. Le stesse Fast Company, No More Cloudy Days e Do Something, tre delle venti canzoni contenute in “Long Road Out Of Eden”, sono state rese note al grande pubblico con qualche anno d’anticipo rispetto all’album.

Insomma, “Long Road Out Of Eden” non è venuto dal nulla ma ha richiesto anni di affinamento e ripensamenti. Lo stile musicale dell’album – edito sia come doppio ciddì che doppio vinile – è infatti quanto di più rassicurante un fan potesse desiderare: un perfetto mix fra sonorità retro e contemporanee, con più d’un occhiolino al glorioso passato della band. A proposito, la formazione è così composta: Glenn Frey – chitarra, tastiera, basso & voce – Don Henley – batteria, percussioni, chitarra & voce – Timothy B. Schmit – basso & voce – e Joe Walsh – chitarra, tastiera & voce. Manca quindi il chitarrista Don Felder, già da tempo fuori dalla formazione ufficiale degli Eagles, nonostante avesse partecipato al progetto “Hell Freezes Over”.

C’è da dire che alcuni brani suonano come delle prove soliste alle quali hanno collaborato gli altri in veste di musicisti e coristi: in questo senso credo che Frey l’abbia fatta da padrone, mentre più stretta mi pare l’intesa fra Henley e Schmit. Meno prominente, invece, il contributo di Walsh, tuttavia protagonista di alcuni momenti assai interessanti. Nel complesso possiamo però affermare che in “Long Road Out Of Eden” gli Eagles, intesi come una band, ci sono e si sentono eccome.

Si parte con No More Walks In The Wood, sorta d’inno ambientalista acappella: è una canzone minimale, pacata, della durata di appena due minuti, scritta da Don Henley e Steuart Smith (uno dei principali collaboratori al disco) ma basata su una poesia di John Hollander. Segue quindi la cover di How Long (che i nostri già eseguivano dal vivo nei primi anni Settanta), scelta come singolo apripista; scritta e pubblicata nel 1972 da J.D. Souther, storico (co)autore degli Eagles, How Long suona pur tuttavia irresistibilmente eaglesiana e figura i due leader, Glenn e Don, a dividersi il canto solista.

Prima composizione Henley/Frey a figurare nell’album, Busy Being Fabulous è un rilassato e orecchiabile country-rock dove Don canta della superficialità che può subentrare in una relazione. Lo stesso binomio del brano precedente è autore di What Do I Do With My Heart, tenera e romantica ballata, stavolta con Glenn alla voce solista; veramente da applausi il bridge seguìto da uno scambio vocale fra le voci di Frey, Henley – che si riserva anche alcune linee soliste – e Schmit per il ritornello finale.

Caratterizzata da batteria secca e pianoforte in stile western, Guilty Of The Crime è una baldanzosa cover d’un brano dei Bellamy Brothers; stavolta abbiamo Joe Walsh al microfono principale, con la sua chitarra solista più tipica che finalmente si ritaglia uno spazio maggiore di quanto le era stato concesso finora nell’album.

Splendida canzone, I Don’t Want To Hear Any More è una rivisitazione dell’ancora più splendida I Can’t Tell You Why del ’79, entrambe affidate alla delicata voce di Timothy B. Schmit. La canzone che più amo è però Waiting In The Weeds, una gemma prossima agli otto minuti di durata; cantata da Henley con commovente passione, alterna momenti più malinconici (nella parte delle strofe) a ottima musica da viaggio (nel ritornello, cantato all’unisono con Timothy). Bello il bridge, bella la lunga coda finale, belle le parti di banjo eseguite da Steuart, insomma una gran bella canzone!

Suadente e rilassata cavalcata country, No More Cloudy Days è scritta e cantata da Glenn: come in ogni grande pezzo degli Eagles, qui i cori sono bellissimi (con Henley e Schmit in primo piano), anche se il caldo assolo di sax in chiusura è più tipico dello stile solista freyano. Fast Company è invece un funky rock che sembra una sorta di distesa Life In The Fast Lane, altro hit storico dei nostri; la sua peculiarità è tuttavia il canto in falsetto di Henley, che non si ascoltava in modo così prominente da One Of These Nights del ’75. La morbida voce di Schmit torna invece in primo piano nella successiva Do Something, anche se la raschiata voce di Henley – oltre a farsi sentire forte e chiara nei cori – si ritaglia qualche verso in solitaria sul finale di questa commovente ballata.

Al delicato country di You Are Not Alone, scritto e cantato da Frey, spetta il compito di chiudere il primo cd su toni di speranza e dolcezza. Tutt’altra atmosfera troveremo nel secondo cd. Long Road Out Of Eden è infatti un dolente e amaro brano di progressive-rock della durata superiore ai dieci minuti, dove finalmente troviamo in grande spolvero la chitarra solista di Walsh; bello e coinvolgente il suo assolo, a cinque minuti buoni dall’inizio. Cantato da Henley (che è l’autore del brano assieme a Frey e Schmit), il testo è una critica esplicita all’America di oggi, di certo fra le cose più coraggiose ed epiche mai proposte dagli Eagles.

Quasi a voler schiarire la plumbea atmosfera del pezzo precedente, ecco I Dreamed There Was No War, un placido seppur breve strumentale composto da Frey, dove la chitarra solista viene sorretta da efficaci arrangiamenti per sintetizzatore e orchestra. Ancora Glenn è protagonista con Somebody, tirato brano rock da autoradio (scritto con uno degli autori di fiducia di Frey, Jack Tempchin), forte di scintillanti parti di chitarra. Il canto di Frey, piuttosto teso, è alle prese con un testo alquanto gotico… apparentemente c’entra poco con la produzione eaglesiana ma, a ben vedere, anche il testo di quel classicone di Hotel California ha un che di gotico e maledetto, per cui i conti tornano.

E se con Frail Grasp On The Big Picture torna protagonista la voce raschiata di Don, per un robusto brano funk-rock dai toni accusatori verso l’America della guerra e del petrolio, nella successiva Last Good Time In Town si risente il canto solista di Walsh. Qui l’arrangiamento latineggiante attenua un po’ il tono ombroso di questo lungo brano di rock californiano; se il testo (scritto proprio da Joe, con J.D. Souther) parla d’un volontario esilio, la musica è molto coinvolgente: oltre ai noti percussionisti Lenny Castro e Luis Conti, fa affidamento sulla secca batteria, la semplice ma pronunciata linea di basso, le coloriture di tastiere e fiati, ma soprattutto la chitarra alquanto blues di Joe.

I Love To Watch A Woman Dance è una cullante melodia cantata da Frey e affidata ad alcuni tipici strumenti western quali fisarmonica e banjo; sembra di sentire gli Eagles suonare davanti ad un falò nel cuore d’un villaggio di pionieri, mentre una qualche sensuale danzatrice ammalia gli occhi. E se con Business As Usual, brano viscerale introdotto da un’ariosa sequenza di accordi chitarristici scanditi da una secca batteria, la voce di Don è ancora critica verso la società, con Center Of The Universe quella stessa voce è invece alle prese con una disincantata canzone d’amore. Il tono complessivo di questo brano, perlopiù acustico, sembra molto triste ma l’esecuzione e l’intreccio delle voci durante i ritornelli lo trasformano in un’altra gemma all’interno di un album – ormai s’è capito – davvero imperdibile.

Placidamente cantata da Glenn Frey e scritta col fido Jack Tempchin, la messicaneggiante It’s Your World Now suona ad un primo ascolto piuttosto atipica per lo stile degli Eagles. Eppure, con la sua musica consolatoria e il suo testo di commiato, è perfetta per salutare i titoli di coda di questo film ideale che è “Long Road Out Of Eden”, album da studio finale per il celebre gruppo country-rock, qui alle prese con uno dei suoi progetti più riusciti. Addio Glenn, it’s our world now.

-Mat

Bee Gees, “Living Eyes”, 1981

bee-gees-living-eyes-1981Sempre più spesso mi trovo a comprare dischi da internet: un po’ perché la musica che più amo – quella registrata fra gli anni Cinquanta e Ottanta – non è sempre di facile reperibilità (a meno che non si tratti di ristampe, non tutte a prezzi modici) e soprattutto perché li trovo a prezzi più bassi rispetto al classico negozio di città.

Uno dei miei acquisti internettiani più recenti è “Living Eyes” dei Bees Gees, un album altrimenti introvabile, al quale davo la caccia da tempo. Sono stato abbondantemente ripagato dall’attesa perché, a fronte di una spesa di pochi euro, ho potuto disporre di una stampa italiana dell’epoca ancora incellofanata.

Pubblicato nel 1981, all’indomani della straordinaria fase disco dei Bee Gees (1975-79) e del successo raggiunto col “Guilty” di Barbra Streisand, “Living Eyes” è uno dei dischi più sottovalutati e misconosciuti degli anni Ottanta. Questo perché, dopo la sbornia danzereccia con tanto di febbre del sabato sera, i nostri vennero etichettati come meri fenomeni da classifica, autori d’una musica godibile ma senza spessore. Invece, come sanno tutti i veri appassionati dei Bee Gees, la fase disco dei fratelli Gibb caratterizzò soltanto quegli anni, dopodiché tornarono alla musica che più era loro abituale: un pop di gran classe forte d’un senso innato per le belle melodie. E “Living Eyes”, sfortunato successore del fortunatissimo “Spirits Having Flown” (1979), non fa che confermarlo. Inoltre è un album nel quale ognuno dei fratelli torna a cantare da solista almeno in un pezzo – mentre la fase disco era stata caratterizzata dalla voce di Barry Gibb – e a far sentire in maniera più prominente le proprie capacità strumentali – cosa che vale soprattutto per Maurice Gibb, un po’ oscurato nella fase precedente – nonostante l’impiego di musicisti turnisti di grande livello quali Don Felder – chitarrista degli Eagles – e i batteristi Jeff Porcaro e Steve Gadd. Insomma, “Living Eyes” suona molto più alla maniera classica dei Bee Gees di quanto facciano le celebri canzoni contenute in “Children Of The World” (1976), “Saturday Night Fever” (1977) e nel già ricordato “Spirits Having Flown”.

Già l’iniziale (e omonima) Living Eyes si presenta come una delle più accattivanti canzoni dei Gibb, epica e melodica in egual misura, memorabile per l’uso magistrale dei cori e per un baldanzoso arrangiamento soft-rock. He’s A Liar è invece più movimentata e rockeggiante ma forse è una scelta non proprio azzeccata come primo singolo estratto dall’album. La distesa e calda Paradise è semplicemente una delle canzoni che più amo di questo disco, anzi la metto senza indugio fra le canzoni più belle dei Bee Gees, mentre Don’t Fall In Love With Me figura Robin Gibb alla voce solista, in quella che è una delicata ballata pianistica. Se con l’epica Soldiers ritroviamo il caratteristico falsetto di Barry, il tutto accompagnato da scintillanti chitarre acustiche, in I Still Love You torna invece protagonista la voce di Robin, alle prese con una gentile ed appassionata canzone d’amore. Wildflower è un’altra delle mie preferite, con Maurice al canto solista in un brano pop-rock (perlopiù acustico) d’immensa classe. Barry – che comunque canta la maggior parte delle canzoni – si ripropone in Nothing Could Be Good: introdotta da pianoforte e orchestra, ecco una rilassata e calda canzone, fra le migliori lente mai proposte dai Bee Gees.

Cryin’ Every Day, terzo brano a figurare Robin alla voce principale, è la canzone di questo disco che meno apprezzo, soprattutto per via del suo arrangiamento più elettronico che sembra stridere un po’ col resto dell’album. In realtà Cryin’ Every Day anticipa una precisa scelta stilistica che lo stesso Robin (coadiuvato da Maurice) intraprenderà per i suoi tre dischi solisti degli anni Ottanta. La conclusiva Be Who You Are è introdotta da una lunga parte orchestrale (una sinfonia di due minuti dove si riconoscono i temi principali di Soldiers, Wildflower e Paradise), poi il tutto si trasforma in una malinconica e maestosa ballata, caratterizzata in vari punti da un uso più tenorile della voce di Barry. E’ una splendida chiusura per un album, questo “Living Eyes”, che scorre via che è una bellezza, regalandoci tante emozioni.

La musica del 2009 tra realtà e sogni

Eccoci così al 2009! Prima di cominciare, però, lasciatemi augurarvi buon anno, di cuore. Non possiamo dire come sarà l’ultimo anno di questo decennio, ovvio, ma possiamo già tracciare i contorni della musica che ascolteremo nei prossimi mesi. Ecco quindi una breve rassegna della musica che verrà…

Album
Per me il più atteso è il nuovo dei Depeche Mode, previsto in primavera e al momento ancora senza titolo: la band inglese (nella foto) ha anche girato il video di Wrong, il singolo apripista… sono molto curioso, non vedo l’ora di vederlo! Pare che questo nuovo capitolo depechiano dovrebbe recuperare delle sonorità retrò. Intanto usciranno anche i nuovi album di Bruce Springsteen (a giorni), Peter Murphy (il cantante dei Bauhaus), Prince, David Sylvian, Morrissey, Neil Young, Megadeth, P.J. Harvey, Green Day, Devo, Roxy Music, U2, No Doubt e Robin Gibb. Forse anche il nuovo di Michael Jackson e forse – udite udite – anche il secondo album dei redivivi Sex Pistols, che darebbero quindi un seguito al celeberrimo “Never Mind The Bollocks” del 1977.

Concerti
Per quanto riguarda gli appuntamenti live previsti nel nostro paese, per ora segnalo solo i Depeche Mode, gli Eagles, i Metallica, gli Ac/Dc, i Judas Priest, i Megadeth, i Lynyrd Skynyrd e gli odiosi Oasis. Mi piacerebbe tantissimo vedere il concerto degli Eagles… ma suoneranno a Milano… per me sarà difficile starci. Spero anche che i Verve recuperino l’unica tappa del loro tour del 2008 – quello che segnava la reunion dopo quasi dieci anni dallo scioglimento – che avevano programmato in Italia: dovevano suonare a Livorno ma la loro esibizione saltò perché Richard Ashcroft aveva la laringite.

Reunion
Dopo le innumerevoli reunion degli ultimi anni, nel 2009 si attendono i ritorni – sul palco e/o in studio – di Blur (nella originale formazione a quattro), Magazine, Ultravox (nella formazione condotta da Midge Ure), The Specials, The Faces (sì, proprio il gruppo di Rod Stewart e Ron Wood, scioltosi nei primi anni Settanta!) e forse anche Faith No More, Smiths (ma qui ci credo poco… sarebbe un miracolo!), Stone Roses e Spandau Ballet. Voci incontrollate parlano anche dei Jackson 5

Ristampe
“Odessa” dei Bee Gees uscirà fra pochi giorni, il 12, in un bel cofanetto con tanto di rarità & inediti (… e io ho già la bava alla bocca!) in occasione del quarantennale della sua edizione. A marzo sarà invece la volta di “Ten”, il classico dei Pearl Jam. Dovrebbero uscire anche gli ultimi capitoli della bella serie di remaster dei Cure, in particolare dell’album “Disintegration” che nel 2009 compie ventanni. In autunno, secondo alcune indiscrezioni, dovrebbero uscire anche i ciddì rimasterizzati di tutti gli album dei Beatles… chissà, io lo spero vivamente, a patto, cazzo, che vi siano inclusi degli inediti!

Film
In questo 2009 dovremmo vedere il benedetto film sulla vita di Bob Marley, in cantiere almeno dal 2003. Pare che quest’anno sia la volta buona, chissà, certo è che al momento non se ne conoscono molti particolari. Don Cheadle dovrebbe dar vita al suo film sull’immenso Miles Davis, in attesa almeno dal 2007. Si attendono anche film biografici su Freddie Mercury e Kurt Cobain, annunciati anch’essi alcuni anni fa. Correrei subito al cinema per vedermi quello su Mercury, si era parlato di Johnny Depp per la sua interpretazione, chissà.

Questo quello che è stato confermato, in maniera più o meno ufficiale da parte dei diretti interessati o da chi per loro. Ora passo brevemente alle mie aspettative per quest’anno:

  • spero in un ritorno sulle scene del grande David Bowie, magari anche solo per dei concerti, ovviamente con transito obbligatorio in Italia;
  • una cazzutissima ristampa di “The Wall” dei Pink Floyd in occasione del trentennale di quello che resta il mio album rock preferito;
  • un nuovo album da studio di Sting che, a parte la divagazione medievale di “Songs From The Labyrinth”, non mi pubblica un album con canzoni sue dal 2003;
  • un nuovo album e/o tour per i Tears For Fears con tassativo passaggio live in Italia;
  • la pubblicazione d’un cofanetto di Miles Davis con le sue collaborazioni con Prince (si parla comunque d’un nuovo cofanetto davisiano della sua discussa produzione anni Ottanta);
  • almeno un concerto in terra italiana per Paul McCartney;
  • un nuovo album per Roger Waters, che non pubblica un disco d’inediti dai tempi di “Amused To Death”.

Questo è quel che le mie antenne sono riuscite a captare nell’aria; se non altro si prefigura un 2009 abbastanza interessante sotto il profilo musicale. Per tutto il resto, come sempre, staremo a vedere!

– Mat

Ringo Starr

ringo-starr-immagine-pubblicaAvevo già dedicato un (brutto) post a Ringo Starr ma, più che uno scritto biografico, era invece un mio risentito sfogo contro pagine poco lusinghiere che avevo letto sul conto del celebre batterista dei Beatles. Ora ritento la fortuna con questo post, completamente nuovo.

L’unico Beatle ad aver assunto un nome d’arte, il nostro in realtà si chiama Richard Starkey, ed è nato a Liverpool il 7 luglio 1940, mentre l’Inghilterra subiva le conseguenze della guerra contro la Germania. I genitori di Richie provenivano dalla classe operaia più modesta, col papà che, quando il piccolo aveva tre anni, decide di mollare moglie & figlio. La madre di Richie, nonostante l’abbandono e le ristrettezze economiche, farà in modo di non far mancare nulla a quel suo unico figlio, fin troppo cagionevole di salute: infatti, nel corso dell’infanzia, Richie passerà più tempo in ospedale che a scuola.

A partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta, l’esplosione del rock ‘n’ roll in America e del fenomeno Elvis Presley hanno notevole risonanza in Inghilterra, specie in una città portuale come Liverpool, commercialmente aperta via mare agli Stati Uniti. Richie diventa un teddy boy ma non sarà mai un delinquente perché la sua gracile costituzione e la sua bassa statura non glielo permetteranno. Tuttavia la sua crescente passione per la musica trova finalmente sfogo quando il secondo marito di sua madre gli regala una batteria.

Il ragazzo inizia così a pestare sui tamburi con entusiasmo, rivelandosi alquanto portato. Ben prima di aver compiuto il suo ventesimo anno di vita, Richard Starkey sarà un richiesto batterista di diversi complessi & complessini liverpooliani, fra cui Rory Storm & The Hurricanes. Più o meno in quel periodo assume il suo noto pseudonimo artistico: Ringo perché portava (e porta tuttora) sempre diversi anelli (‘rings’) alle dita e Starr perché costituiva un’abbreviazione del suo cognome.

Con l’istrionico Rory Storm e i suoi Hurricanes, Ringo ha modo di girare l’Inghilterra e la città tedesca di Amburgo, meta lavorativa di vari altri gruppi liverpooliani. Sarà proprio ad Amburgo che il nostro avrà la possibilità di socializzare con un’altra band di Liverpool, i Beatles, un quartetto costituito dal ruvido John Lennon, dal talentuoso Paul McCartney, dallo schivo George Harrison e dall’anonimo Pete Best. E sarà proprio quest’ultimo che Ringo Starr andrà a sostituire dietro ai tamburi, una volta che i Beatles – guidati dal geniale manager Brian Epstein – avranno firmato un contratto discografico con George Martin della EMI.

Ringo debutta come batterista dei Beatles in studio, ad Abbey Road, nel settembre 1962, dopo un non propriamente caloroso benvenuto negli spettacoli dal vivo, quando le tante ammiratrici di Pete Best gliene urlavano di tutti i colori. Martin non fu particolarmente impressionato dalla tecnica di Ringo, tuttavia in poco tempo il nostro farà passi da gigante, contribuendo notevolmente alla definizione del sound dei Beatles. Essendo anche mancino (come McCartney), Starr svilupperà uno stile tutto suo e, con l’esplosione della beatlemania in tutto il mondo fra il ’63 e il ’64, quel suo stile diventerà presto una sorta di standard per tutti i futuri batteristi pop-rock. Il suo lavoro alla batteria, per quanto non virtuosistico, è sempre stato professionale ed impeccabile, lo documentano i nastri originali dei Beatles conservati negli Abbey Road Studios, parte dei quali pubblicata nel progetto “Anthology”. Inoltre, come cantante, Ringo ha avuto l’opportunità di farsi apprezzare in alcuni dei più amati e scanzonati brani beatlesiani, su tutti Yellow Submarine e With A Little Help From My Friends.

Nel corso degli elettrizzanti ma anche stressanti primi anni della beatlemania, Ringo viene visto come l’uomo normale fra quattro ragazzi altrimenti favolosi, quello attorno al quale il gruppo si stringe per smorzare la tensione, grazie alle sue battute fulminanti (Starr se ne usciva con espressioni incredibili che suscitavano l’ilarità degli altri tre, fra cui ‘it’s been a hard day’s night’ e ‘tomorrow never knows’… vi dicono niente?) e al suo tipico stile rilassato alla peace & love. Starr diventa quindi una sorta di mascotte in seno ai Beatles e non a caso sarà il componente del gruppo più in vista e divertente nei film “A Hard Day’s Night” (1964) e “Help! (1965). Queste sue prime esperienze cinematografiche fecero capire a Ringo che forse avrebbe potuto avere qualcosa da dire anche come attore e non solo come musicista. Infatti, nel momento più difficile dei Beatles, su finire dei Sessanta, Ringo parteciperà come apprezzato attore in diversi film.

Dopo John Lennon, Ringo fu il primo Beatle a prender moglie, sposando nel 1965 Maureen, la sua fidanzata storica: il matrimonio durerà dieci anni e darà tre figli alla coppia, fra cui Zak Starkey, noto batterista anch’egli. Tuttavia il grande amore di Ringo sarà Barbara Bach, una delle più belle ‘bond girl’ mai apparse sullo schermo, che il batterista sposa quindi in seconde nozze nel 1981, dopo averla conosciuta l’anno prima sul set de “Il Cavernicolo”.

Facciamo però un salto indietro: nel 1969 la storia dei Beatles volge al termine e il nostro si guarda ansiosamente attorno per decidere quale strada seguire per il futuro. E così, oltre ad apparire in una grande produzione cinematografica – “The Magic Christian” – accanto ad un’altra grande star, Peter Sellers, Ringo appronta l’album “Sentimental Journey”, una pregevole raccolta di standard degli anni Trenta e Quaranta pubblicata nel marzo 1970. Passa al country di lì a poco, con l’album “Beaucoup Of Blues” (1970), poi proverà anche a fare il regista, dirigendo l’amico Marc Bolan e i suoi T. Rex nel film “Born To Boogie” (1972).

Torna trionfalmente alla musica con l’album “Ringo” (1973), al quale partecipano in vario modo anche gli altri Beatles. L’album, che raggiunge il 2° posto della classifica americana, viene tuttora ricordato come il capolavoro solista di Starr. Nel frattempo, Ringo ha anche modo di farsi notare sul mercato dei singoli, grazie ai grandi successi di It Don’t Come Easy, Photograph e You’re Sixteen. Starr prova a ripetere i fasti di “Ringo” con l’album “Goodnight Vienna” (1974) ma riesce a prendervi parte il solo Lennon e il disco non ottiene lo stesso successo del predecessore. “Goodnight Vienna” fu comunque l’ultimo successo da Top Ten per il nostro, dato che col successivo “Ringo’s Rotogravure” (1976) inizierà un lento declino commerciale ma, sotto certi aspetti, anche artistico.

A metà dei Settanta, infatti, Ringo Starr balzerà agli onori delle cronache più per i suoi bagordi con gli amici John Lennon, Harry Nilsson e Keith Moon che per i suoi meriti musicali. Tuttavia, dopo i disastrosi risultati degli album “Ringo The 4th” (1977) e “Bad Boy” (1978), Ringo preparava un ritorno in grande stile, grazie al supporto degli altri Beatles e rinfrancato dal successo d’un disco per bambini al quale aveva preso parte in quel periodo. Nel novembre 1980 Ringo è a New York, ospite dei Lennon per discutere del prossimo disco del batterista, in programma nell’81. John aveva già scritto per il suo amico quattro nuovi pezzi – fra cui Life Begins At 40 – ma fu soltanto la mano d’uno squilibrato ad impedire ai due di realizzare un disco che, probabilmente, sarebbe stato il trampolino di lancio per una reunion dei Beatles nel corso degli Ottanta.

Anni Ottanta che invece, per Ringo, si trasformano in un progressivo ritiro dalle scene, anche per combattere una volta per tutte il suo alcolismo. Vincerà nell’88, assieme all’amata moglie Barbara, e così sarà nuovamente pronto ad affrontare un nuovo decennio in forma smagliante, con nuovi tour e nuovi dischi. In particolare, Ringo torna a far parlare di sé presso gli appassionati di musica col celebrato progetto “Anthology” (1995-2000) dei Beatles e con il buon album solista “Vertical Man” (1998), al quale presero parte anche George e Paul.

Ringo Starr è stato musicalmente attivo anche in questo decennio, pubblicando finora tre pregevoli album da studio a suo nome – “Ringo Rama” (2003), “Choose Love” (2005) e “Liverpool 8” (2008) che, seppur non riportandolo ai fasti dei primi anni Settanta, lo hanno riabilitato musicalmente nei confronti dei tanti critici che in passato lo avevano stroncato.

Infine, una piccola annotazione… davvero invidiabile la lista di musicisti e cantanti che hanno preso parte, in epoche differenti, ai dischi solisti di Ringo: qui ricordo Quincy Jones, David Gilmour, Elton John, Maurice Gibb dei Bee Gees, Eric Clapton, Steve Cropper dei Blues Brothers, Dave Stewart degli Eurythmics, Ozzy Osbourne, Alanis Morissette, Joe Walsh e Timothy B. Schmit degli Eagles, Ron Wood dei Rolling Stones, Chrissie Hynde dei Pretenders, Willie Nelson e Stephen Stills.

– Mat

Roger Waters, “Amused To Death”, 1992

roger-waters-amused-to-death-immagine-pubblica-blogTutte le recensioni che nel corso degli anni ho letto di “Amused To Death” concordano almeno su un punto: si tratta del miglior lavoro solista di Roger Waters. Anch’io la penso così, per quanto abbia un debole per il primo album in solitaria del bassista dei Pink Floyd, “The Pros And Cons Of Hitch Hiking” (1984).

“Amused To Death”, terzo album solo per Waters, è in realtà uno dei migliori dischi rock che siano mai stati distribuiti, un lavoro costato cinque anni tra concepimento e realizzazione che, nella sua critica sociale all’uso degenerato dei mass media e alla spettacolarizzazione della guerra resta tuttora attualissimo. Un album di grande lirismo, sorretto da una musica eccezionale e immerso – come tipico nei dischi floydiani – da tutta una serie di grandiosi effetti sonori, anche di raccordo fra un brano e l’altro. Per non parlare poi dei musicisti coinvolti, fra cui i chitarristi Jeff Beck, Tim Pierce, Steve Lukather e B.J. Cole, il bassista Randy Jackson, i batteristi Jeff Porcaro e Graham Broad, il percussionista Luis Conte, il tastierista Patrick Leonard (produttore con lo stesso Waters di questo disco) e la National Philarmonic Orchestra condotta da Michael Kamen.

Le prime canzoni di “Amused To Death” nacquero nelle pause del tour che Roger intraprese per promuovere l’album “Radio K.A.O.S.” (1987), poi fra il 1988 e l’89 pare che il nuovo album – già intitolato “Amused To Death” – fosse finalmente pronto per la pubblicazione. La copertina originale mostrava tre yuppie – dai tratti molto somiglianti a David Gilmour, Nick Mason e Richard Wright – che annegavano in un cocktail. Poi il progetto fu rimandato a causa d’un cambio d’etichetta discografica e poi ancora Waters fu impegnato con la riproposizione dal vivo dello spettacolo di “The Wall” a Berlino, per festeggiare la caduta del famigerato muro che aveva diviso la città per quasi 30 anni.

Finalmente nel ’91 Waters tornò ad occuparsi di “Amused To Death”: la prima guerra del Golfo che scoppiò fra l’Iraq e il Kuwait (supportato dagli USA) fornì ulteriore ispirazione creativa a Roger, tanto che l’album arrivò alla durata di oltre settanta minuti (un doppio elleppì, quindi, come non si vedeva proprio dai tempi di “The Wall”…). L’album, pubblicato infine nell’estate del 1992, si piazzò nella Top Ten inglese e fu salutato come un capolavoro dalla critica.
In definitiva, concordo con quel discografico della Sony che disse che se avessero potuto scrivere ‘pink floyd’ su quest’album, esso avrebbe venduto venti milioni di copie. Vediamolo un po’ più da vicino…

1) Un album magnifico, “Amused To Death”, che inizia in modo magnifico, con la grande atmosfera di The Ballad Of Bill Hubbard, vagamente reminiscente (nella parte iniziale) di Shine On You Crazy Diamond e superbamente arricchita dalla chitarra di Jeff Beck. Sostanzialmente si tratta d’un brano strumentale ma viene scandito dalla voce d’un reduce della Prima guerra mondiale, Alf Razzell, che parla d’un soldato morto in quel conflitto, Bill Hubbard, al quale questa canzone e tutto l’album sono dedicati.

2) Edita come primo singolo estratto dall’album, What God Wants, Part I è uno dei pezzi forti di “Amused To Death”, grazie al suo accattivante rock-blues. E’ in realtà una delle canzoni più coinvolgenti del Waters solista e parla di come tutte le cose che ci sono in questo mondo, buone o cattive che siano, sono sempre dovute al volere di Dio.

3-4) La musica e l’atmosfera complessiva di Perfect Sense, Part I sono assolutamente grandiose: un morbido tappeto percussivo, un sognante giro di piano, effetti d’ogni sorta e soprattutto un’emozionante staffetta vocale fra Roger Waters e P.P. Arnold, a lungo corista del nostro nei suoi tour. Segue la Part II della stessa canzone, un’epica ballata rock che si discosta molto dalla Part I ma che continua lo scambio vocale fra Waters e la Arnold.

5) The Bravery Of Being Out Of Range è un disteso ma a suo modo epico brano rock, fra le migliori canzoni mai proposte dal Waters solista; il testo è l’ennesima condanna del nostro alla stupidità della guerra.

6-7) Assolutamente magnifica la sequenza fra la Part I e la Part II di Late Home Tonight, un capolavoro dentro il capolavoro. Se la prima è un pezzo vivace che parte su toni country e conclude con un rocambolesco sound afro, la seconda è una dolente composizione dove la mesta voce di Roger si staglia sul solenne canto di una tromba.

8) Altro pezzo memorabile, Too Much Rope è in realtà uno dei brani più spettacolari che io abbia mai sentito! Pieno d’effetti sonori di grande atmosfera – i colpi di un taglialegna, una diligenza trainata tra gli scampanellii, l’ululato d’un lupo in lontananza, il rombo d’una Ferrari e altro ancora – Too Much Rope è una condanna all’umana avidità, con il tono che diventa più rabbioso mentre la canzone volge al termine.

9-10) Eccoci finalmente alla Part II di What God Wants, stilisticamente simile alla Part I ma meno rock e più meditabonda. Segue la Part III della stessa canzone, una stupenda ballata rock che musicalmente ha ben poco a che vedere le altre due parti: il canto di Waters alterna rabbia, cinismo, dolore e commozione, mentre a 1 minuto e 48 secondi dall’inizio parte un superbo assolo di Jeff Beck che contribuisce a rendere questa What God Wants, Part III una delle vette artistiche di Roger Waters, con o senza i Pink Floyd.

11) Cantata in duetto con Don Henley degli Eagles, Watching T.V. è una curiosa fusione fra il country e la musica orientale: l’impiego di strumenti tradizionali della musica cinese è più che appropriato in quanto il testo di questa canzone cita i tragici fatti di Tien An Men del 1989, tuttavia preferisco il country della parte iniziale, dove è un vero piacere sentire Don e Roger cantare nello stesso microfono.

12) Il cavernoso blues psichedelico di Three Wishes sembra rifarsi ad alcune sonorità di “Wish You Were Here” (1975) e “Animals” (1977). E’ un brano intenso, con un ritornello abbastanza orecchiabile, forse però tirato troppo per le lunghe… è stato comunque editato per la pubblicazione su singolo.

13) Anche la successiva It’s A Miracle pecca un po’ di prolissità ma la sua tetra atmosfera – a metà fra una processione e un epico brano ambient – la rende una delle canzoni più impressionanti di Roger Waters, anche grazie a Jeff Porcaro e Jeff Beck che sul finale scuotono i loro strumenti musicali con grande intensità.

14) La conclusiva Amused To Death è invece composta da due temi principali: dopo una prima parte più dolce – cantata in duetto fra Roger Waters e Rita Coolidge – segue a quasi 4 minuti e mezzo dall’inizio una sezione decisamente più rock. Il finale torna quindi alla placida atmosfera iniziale, con tanto di effetti sonori che concludono il disco su toni di malinconia e, forse, di rassegnazione.

– Mat

Ritorni parziali

alice-in-chainsMai come negli ultimi anni si sono visti ritorni (più o meno illustri) di band attive in un passato più o meno recente. Ha fatto clamore, per esempio, la reunion dei Police nel 2007, generando un fortunatissimo tour mondiale conclusosi lo scorso agosto. La formazione dei Police era quella classica, quella storica di sempre, vale a dire Stewart Copeland, Sting e Andy Summers. Stessa cosa si può dire dei Sex Pistols, che nella formazione originale composta da John Lydon, Steve Jones, Paul Cook e Glen Matlock è tornata a proporre dal vivo il suo punk irriverente in giro per il mondo.

Negli ultimi anni si sono riviste in azione le formazioni originali anche nel caso dei Duran Duran, degli Eagles (vabbé mancava Don Felder ma non se n’è accorto nessuno), dei Genesis formato trio, dei Cream, dei Verve, degli Stone Temple Pilots, ma anche dei Take That (quelli dell’ultima formazione, senza Robbie Williams), delle Spice Girls e addirittura degli Yazoo. Anche la classica formazione a quattro dei Pink Floyd, seppur per il solo evento benefico del Live Eight. Tuttavia non è stato affatto infrequente il caso di nomi celebri che, resuscitati dal passato fra mille clamori, presentavano in realtà solo alcuni dei componenti originali della band, con gli altri a volte rimpiazzati da autentici sconosciuti. E’ il caso dei Supertramp, degli Who, dei Queen, dei Guns N’ Roses, dei Cult, degli Smashing Pumpkins, dei Led Zeppelin, degli INXS e recentemente degli Alice In Chains (nella foto).

E’ proprio di questi giorni, infatti, la notizia che gli Alice In Chains, dopo essersi riformati qualche anno fa per una serie di concerti, stanno per tornare con un nuovo album di materiale inedito, il primo dai tempi dell’album eponimo del 1995: il tutto dopo aver superato lo shock della morte del cantante Layne Staley nel 2002 e l’ingaggio d’un suo sostituto, lo sconosciuto (a me) William Duvall.

Ora, da gran patito di musica ma anche di storia & storiografia, mi chiedo che legittimità abbiano queste reunion parziali, questi acclamati ritorni che figurano due o a volte anche uno solo dei componenti originali di un gruppo. A giudicare da quello che è successo ai Queen – che non solo hanno continuato senza Freddie Mercury rimpiazzandolo con Paul Rodgers, ma hanno serenamente fatto a meno di John Deacon – e dal successo che hanno ottenuto nei loro ultimi tour in giro per il mondo, penso che la differenza la faccia il celebre marchio: non importa chi vi sia dietro, quali musicisti stanno effettivamente suonando sul palco, ciò che conta è la consapevolezza che stiamo assistendo al concerto di un celebre nome del rock.

E così benvengano due Queen originali su quattro, due Who su quattro, due Doors (con buona pace di quelli che dicono che Jim Morrison sia ancora vivo) su quatro, due Smashing Pumpkins su quattro, tre Alice In Chains su quattro, ma anche un solo Guns N’ Roses su cinque. E’ ovvio che fa sempre piacere sentire dal vivo le nostri canzoni preferite anche se nel gruppo ricomposto c’è un solo ‘vecchio’ ma, non so, mi sembra che tutto questo revival sia poco dettato dalla nostalgia. Il vero motivo, secondo la mia modesta opinione, è uno solo, il più classico: i soldi. Unito ad un altro di fondo… la mancanza di coraggio, di andare avanti per la propria strada con progetti solistici che spesso & volentieri hanno molta più dignità di questi ritorni parziali. A questo punto lasciamo pure che Paul McCartney, dopo essersi assicurato Ringo Starr alla batteria, se ne vada in giro con una band facendosi chiamare The Beatles. Non se ne scandalizzerebbe quasi nessuno e gli stadi sarebbero pieni.. beh, forse in quel caso, mascherato & mimetizzato fra la folla urlante, ci sarebbe anche il sottoscritto.

– Mat

Un anno di ritorni, il 2007… e il 2008?

Il 2007 appena trascorso s’è rivelato come l’anno dei grandi ritorni, molti dei quali del tutto inattesi. Solo un anno prima non avrei mai detto che, a distanza di pochi mesi, avrei visto dal vivo due delle mie bande rock preferite, i Genesis (con Phil Collins di nuovo nei ranghi) a Roma, e i Police a Torino… insomma, nei primi mesi del 2006 tutto questo era fantascienza per me!

L’ultima, clamorosa reunion in ordine di tempo è stata quella dei Led Zeppelin (col figlio di John Bonham a sostituire l’illustre genitore, scomparso nell’80), ma grande attenzione da parte della stampa è stata riservata ai ritorni di due celeberrime formazioni pop degli anni Novanta, i Take That (anche se privi di Robbie Williams) e le Spice Girls al gran completo. Grande attenzione da parte degli acquirenti di dischi come il sottoscritto è stata riservata invece agli Eagles che, col loro recente “Long Road Out Of Eden” (l’ho comprato per Natale… lo recensirò presto…), hanno meritatamente conquistato il 1° posto della classifica americana, vale a dire il mercato discografico più importante al mondo.

Nel corso del 2007, tuttavia, sono state parecchie le formazioni che si sono ritrovate insieme dopo molti anni, sia sul palco, sia in studio o in entrambi i casi. Qui mi limito a citare i Sex Pistols – sul palco (nella foto sopra, una rassicurante immagine del loro cantante, quel gran soggettone di Johnny Rotten) – i Verve di Richard Ashcroft – palco e studio – gli Smashing Pumpkins – studio e palco – i James (quelli di Sit Down), i Crowded House (quelli di Don’t Dream It’s Over) – palco e studio – i Jesus And Mary Chain, gli Stooges del selvaggio e carismatico Iggy Pop – studio e palco – e gli Happy Mondays, una band di sballoni proveniente da Manchester particolarmente celebre (in patria) fra gli ultimi anni Ottanta e i primi Novanta.

Pure i Queen, o ciò che ne rimane, ovvero Brian May con Roger Taylor, sono tornati in pista: a dicembre è uscito il singolo Say It’s Not True, sempre con la partecipazione di Paul Rodgers come cantante, mentre per questo 2008 si attende un album completo. Si attendono inoltre i nuovi album dei già citati Verve, dei Cure, dei R.E.M., dei Metallica e, udite udite, di Michael Jackson. Proprio il nome di Michael Jackson potrebbe essere quello più discusso in questo 2008… dovrebbe intraprendere un tour per sanare i suoi debiti e, per farlo, potrebbe resuscitare addirittura i Jacksons, la sua storica band con i fratelli. Personalmente sono molto curioso, nel frattempo a febbraio uscirà una lussuosa riedizione del suo classicissimo, l’album “Thriller” datato 1982.

Insomma, musicalmente anche questo 2008 promette bene… spero che si avranno altre piacevoli sorprese! A questo punto, per quanto mi riguarda, ora aspetto una sola reunion… quella dei benedetti Pink Floyd… ma, sia ben chiaro, senza Roger Waters non ne voglio sapere alcunché!

Buon anno a tutti, amici blogger & lettori, ci sentiamo nei prossimi giorni. Ciao!

– Mat