Bert Jansch, “Avocet”, 1978

bert jansch avocet immagine pubblica (1)Lo ammetto, fino alla primavera scorsa non conoscevo né l’album “Avocet” e né tanto meno il nome del suo autore, il chitarrista scozzese Bert Jansch. Spulciando così nei titoli in uscita in occasione del Record Store Day di quella primavera del 2016, per l’appunto, mi sono imbattuto in un paio di scarne ma entusiastiche recensioni sulla fresca ristampa in vinile a cura della Earth Records di quell’album originariamente pubblicato nel 1978. Sebbene molto incuriosito, riuscii tuttavia a perdermi quella prima ristampa, a quanto pare pubblicata in edizione davvero limitata, e contenente inoltre degli inserti illustrati molto belli. Non mi dimenticai però di “Avocet”, che andai quindi a comprarmi qualche mese dopo, sempre nella ristampa Earth del 2016 ma nell’edizione in vinile standard, per così dire.

Album completamente strumentale, prossimo ai quaranta minuti di durata, “Avocet” deve il nome a un uccello acquatico, tale “recurvirostra avosetta” che nidifica anche da noi, in Italia. In realtà tutto l’album è in qualche modo dedicato agli uccelli acquatici: ognuno dei suoi sei brani prende infatti il nome da un uccello selvatico che vive in prossimità delle acque, salate o dolci che siano. E’ come se ognuno dei sei brani di “Avocet” tracciasse il bozzetto sonoro dei movimenti di una di queste creature alate, insomma. E per farlo, il buon Bert Jansch, già chitarrista dei Pentangle ma qui anche al piano, si è avvalso della collaborazione di due musicisti straordinari, ovvero Martin Jenkins (alle prese con il mandoloncello, il violino e il flauto) e Danny Thompson, già bassista degli stessi Pentangle.

Il primo lato del vinile è interamente occupato da Avocet, il lungo brano da diciotto minuti che dà il titolo all’album. Seppur chiaramente distinto in diversi movimenti collegati tra loro via mixing, Avocet scorre via che è una bellezza, in quel suo amabile sguazzare tra folk, country, blues, musica celtica, suggestioni medievali, più una spruzzatina di jazz qua & là che del resto caratterizza il sound dell’intero album. Il secondo lato di “Avocet” prende invece avvio con Lapwing, un minuto e mezzo di saltellante esecuzione pianistica da parte del solo Jansch, al quale segue il più epico Bittern, magnificamente sorretto dalle note calde e profonde dell’inconfondibile basso acustico di Thompson (che a un certo punto si ritaglia uno spazio tutto per sé, in assolo), mentre gli altri due musicisti sono liberi di arpeggiare e pizzicare le loro corde con grande perizia ed espressività.

E’ tuttavia il successivo Kingfisher ad avermi lasciato più incantato, forse perché la sua bellissima melodia guidata dal violino non mi suona affatto nuova; sono quasi sicuro, infatti, d’aver sentito Kingfisher in precedenza e, chissà, magari proprio come colonna sonora di qualche documentario sulla natura. E se con Osprey – l’unico brano del disco non firmato da Jansch, ma bensì dall’ottimo Jenkins – restiamo ammaliati da un violino ancor più svolazzante di quanto ascoltato in precedenza, con il successivo e ultimo brano in programma, Kittiwake, siamo invece in presenza di una pizzicata melodia circolare, solida ed eterea a un tempo.

Un ascolto sempre sorprendente, questo “Avocet”, un album eclettico ma appassionato, unico fra tutti quelli presenti nella mia collezione di dischi. Un album che mi ha conquistato fin dalle prime note.

-Mat

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