Visioni felliniane: l’incontro col cardinale

federico-fellini-8-e-mezzo-immagine-pubblica-blogVedendo & rivedendo “8 1/2”, quello che reputo il film più bello di Federico Fellini, resto sempre colpito dagli incontri che il protagonista – interpretato da Marcello Mastroianni – fa col cardinale, entrambi in cura nella grande stazione termale toscana.

Gli incontri sono quattro: due senza contatto diretto e altri due di persona. L’ultimo è il mio preferito, quello che avviene nella saletta appositamente riservata al cardinale per i fanghi. Il protagonista, un regista in crisi chiamato Guido Anselmi, ottiene finalmente udienza privata dal cardinale, dopo tante & inutili raccomandazioni da parte dei suoi collaboratori e del produttore del film. La sequenza, in bianco e nero come tutto il resto del film, è d’una visionarietà eccezionale, con il protagonista che non si vede più e del quale si sente solo la voce…

-Soltanto cinque minuti – gli dice il monsignore che l’accoglie.

-Eminenza, io non sono felice – dice il regista al cardinale, che ha un’immagine spettrale dietro un telo per proteggerne la nudità.

-Perché dovrebbe essere felice? Il suo compito non è questo. Chi ha detto che si viene al mondo per essere felice? – replica il cardinale mentre si avvia alle sue cure riservate, dopodiché gli fa una breve predica con citazioni latine, un monito a non abbandonare la civitas dei. Dopodiché il regista è respinto da una feritoia che si chiude e dal vapore che ne esce.

Questa sequenza si trova all’incirca dopo un’ora dall’inizio del film ed è uno degli episodi che più amo fra i molti & memorabili proposti dal cinema di Fellini. Credo che parli della distanza della Chiesa, della sua inaccessibilità verso chi ha un orientamento diverso nei confronti della vita, di una sua incapacità d’ascoltare realmente chi si rivolge ad essa partendo dal basso.

Ma che cos’è la felicità, poi? Ce lo dice Ennio Flaiano, sempre per bocca di Guido Anselmi nello stesso film: la felicità consiste nel poter dire la verità senza far mai soffrire nessuno.

– Mat

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Ennio Flaiano, uno dei tanti errori

ennio-flaiano-diario-degli-errori-immagine-pubblica-blog“Il giornalismo deve essere di formazione o di informazione?: ecco il dilemma. Finisce che si mettono d’accordo. Formare e informare. Io penso invece che il giornalismo e in genere la rapidità di diffusione delle notizie inutili e mostruose è il danno maggiore che l’umanità sopporta in questo secolo. Si sa tutto di tutto. Che noia. E che tristezza.”

Queste parole, Ennio Flaiano le scriveva nel 1958. Sono di un’attualità imbarazzante.

Il brano è tratto da “Diario degli errori”, edito da Adelphi, e compare tre le pagine 44 & 45.

– Mat

Visioni felliniane

federico fellini visioni felliniane immagine pubblica blogFra il 2007 e il 2008 ho avuto l’impulso definitivo nell’accogliere a braccia aperte la musica di Miles Davis, dopo alcuni anni di lento ma inesorabile avvicinamento alla sua arte e alla sua figura. Per me Miles Davis è l’artefice della musica più visionaria & straordinaria che io abbia mai avuto il piacere di sentire. Probabilmente non è affatto per caso che di lì a poco ho provato il bisogno d’un altro grande artista del Novecento, altrettanto visionario & straordinario, che potesse accontentare anche i miei occhi: Federico Fellini. Tralasciando per il momento Miles – del quale mi sono già occupato qui ma sempre del quale mi piacerebbe rioccuparmene a breve – passo così a Federico, o meglio alle mie visioni dei suoi film.

La prima opera felliniana che ho visto è stata “La Dolce Vita”, su videocassetta originale prestatami da uno zio, ai tempi dell’università: m’ero stufato di ascoltare studenti – o presunti tali – che parlavano solo di telefilm e di reality show, e così iniziai spesso a fare tuffi nel passato, perché sapevo che per quanto riguardava l’arte e lo spettacolo il passato era stato ben più glorioso. Qualche tempo dopo ebbi il grande piacere di guardare “8 1/2” in tivù: purtroppo il film veniva proiettato in terza (o forse quarta…) serata, ma lasciamo perdere (per ora) il discorso complesso sulla cattiva televisione. Un altro grande passo lo feci uno o due anni dopo, quando mi decisi a comprare a scatola chiusa “Amarcord”, il solo divuddì felliniano che trovavo di frequente nelle rivendite (e soprattutto al prezzo ragionevolissimo dei dieci euro). Finché, come detto sopra, è definitivamente esplosa la mia manìa per i film di Fellini, per cui mi sono proposto di vedermeli tutti, prima o poi, senza fretta ma inesorabilmente. E di comprarmeli tutti, originali, si capisce, man mano che il mio portafogli me lo potrà permettere & il mercato mi garantirà la reperibilità dei titoli.

Quel che segue è l’elenco in ordine cronologico dei film di Federico Fellini (come regista) che ad oggi ho avuto l’immenso piacere di vedere.

  • “I Vitelloni” (1953): un vero classico del cinema italiano, con un titolo mutuato direttamente da un’espressione abruzzese utilizzata da Ennio Flaiano, all’epoca assiduo collaboratore del nostro in veste di sceneggiatore e soggettista. Un film dalle tematiche ancora attualissime e nel quale mi sono riconosciuto non poco.
  • “La Strada” (1954): un film che ha valso a Fellini il primo Oscar della sua straordinaria carriera cinematografica. E’ un film molto profondo e toccante, con una Giulietta Masina – moglie del regista – veramente da applausi.
  • “La Dolce Vita” (1960): un film superbamente attuale, un vero pezzo di storia del cinema, uno di quei film entrati nell’immaginario collettivo, tanto che l’espressione dolce vita è usata così com’è in tutto il mondo.
  • “8 1/2” (1963): secondo molti critici è questo il vero capolavoro felliniano (e io, nel mio piccolo, sono d’accordo). Non vorrei dilungarmi molto su questo filmone in cui vi ho trovato praticamente TUTTO e al quale mi piacerebbe dedicare un post più in là.
  • “Roma” (1972): qui Fellini mostra i suoi sentimenti, i suoi ricordi e le sue impressioni sulla più bella città d’Italia, il tutto però – bisogna dirlo – nel rumore più completo, nella caciàra, come dicono i romani. E’ comunque un altro filmone che apprezzo un po’ di più ad ogni visione.
  • “Amarcord” (1973): altro bel filmone, un altro gran capolavoro del cinema, anch’esso premiato con l’Oscar come miglior film straniero (negli USA, ovvio). Anche di questo mi piacerebbe scrivere qualcosa in uno specifico post.
  • “Il Casanova” (1976): un gigantesco talento visionario alle prese con la vita pubblica & privata del latin lover per eccellenza.
  • “La Città Delle Donne” (1980): quel gigantesco talento visionario di cui sopra stavolta alle prese con l’universo femminile.
  • “E La Nave Va” (1983): una delle mie opere felliniane preferite, è un viaggio in nave al tempo della prima guerra mondiale che diventa metafora della vita (e della morte). Anche in questo caso mi piacerebbe parlarne in un post a parte.
  • “Ginger e Fred” (1985): forse l’ultimo grande film di Fellini. Il suo gigantesco talento visionario è qui alle prese con l’arrogante mediocrità della televisione. E anche in questo caso, ora che ci penso, vorrei approfondire il discorso con qualche altro post.

Prossimamente metterò le mani sul “Satyricon” (1969) ma, come detto, è mia intenzione vedermeli tutti, i film felliniani, prima o poi. Ciò che mi ha completamente conquistato di questi film è la loro forte personalità, o meglio, la forte personalità d’un artista come Fellini che riesce a destreggiarsi splendidamente in tutta la sua carica visionaria anche quando cambia soggettisti, sceneggiatori, produttori, tecnici, arredatori, attori protagonisti e quant’altro. Un po’ come ha fatto Miles Davis: ha collaborato con una miriade di altri giganti della musica, eppure Miles è Miles e i suoi dischi te lo fanno capire. E così Federico è Federico… e i suoi film te lo fanno capire.

– Mat