Pink Floyd, “Atom Heart Mother”, 1970

pink-floyd-atom-heart-mother-1970Come forse sanno tutti gli appassionati di musica, lo scorso novembre è uscito un sontuosissimo (e carissimo) cofanetto dei Pink Floyd chiamato “The Early Years” e comprendente tutta una serie di materiale audio/video d’archivio, più o meno inedito, risalente al periodo compreso tra il 1965 (anno della formazione della band) e il 1972 (quindi prima del successo planetario & eterno di “Dark Side Of The Moon”, che è del ’73). Pur amando enormemente i Pink Floyd, e comunque terrorizzato dal prezzo, ho deciso che per il momento posso benissimo fare a meno dei 27 (sì, ventisette!) dischi contenuti in “The Early Years”, anche perché molti di loro sono in realtà divuddì e bluray che io, conoscendomi, vedrei/ascolterei due volte al massimo.

Sono però rimasto con una certa voglia e così, visto che si parla degli anni 1965-72, sono andato a ricomprarmi – in un vinile fresco di ristampa – l’album di quel periodo che ho sempre preferito, ovvero “Atom Heart Mother”. Celebre per l’immagine bucolica della copertina, con la mucca al pascolo che si volta sospettosa verso il fotografo, questo disco ha una genesi curiosa che merita d’essere raccontata. Per farlo, parto da un mio vecchio post, originariamente apparso sul blog Parliamo di Musica il 28 giugno 2007.

Siamo alla fine del 1969, quando un bel giorno David Gilmour se ne esce con una serie di accordi alla chitarra che poi annota come Theme For An Imaginary Western. Il brano piace ai due principali autori dei Pink Floyd dell’epoca, il bassista Roger Waters e il tastierista Richard Wright, che si mettono così ad espandere l’idea originale del collega; espansione che porta il brano a 20 minuti di durata e al nome cambiato in The Amazing Pudding. E’ con questo titolo che i Floyd lo eseguono live per la prima volta, durante un concerto parigino del gennaio 1970. Tuttavia, non sapendo bene che farne d’una lunga suite del genere, e con l’approssimarsi d’un tour in USA, i nostri commissionano a Ron Geesin delle partiture orchestrali da sovraincidere al loro nastro.

Musicista e compositore di stampo classico, Geesin aveva già lavorato con Waters per la bizzarra colonna sonora d’un documentario sul corpo umano. E così, giungendo sull’orlo dell’esaurimento nervoso, il buon Ron aggiunge archi, ottoni, cori e quant’altro a quest’insolito brano che assume infine il nome di Atom Heart Mother (nome che, a quanto pare, viene scelto da Roger dopo aver letto casualmente dell’applicazione d’un pacemaker). Per quanto fatto, a Ron spetta il credito di coautore di Atom Heart Mother coi quattro Floyd, ma pare che si sia risentito del fatto che il brano sia infine uscito come un pezzo dei Pink Floyd e non come una collaborazione paritaria Floyd-Geesin. Ciò nonostante, la band aveva pronta l’intera facciata A del suo prossimo album, così ora non restava che comporre le canzoni del lato B.

E così i tre autori del gruppo – Waters, Wright e Gilmour – creano rispettivamente If, Summer ’68 e Fat Old Sun, tre canzoni sognanti e melodiche. Viene anche ripescato e riadattato un singolare brano eseguito con strumentazione non convenzionale, primo capitolo d’un progetto abbandonato che doveva descrivere la giornata d’un hippy, “The Man”: essendo il primo brano, riguardava il momento del risveglio e della colazione, e da qui il titolo di Alan’s Psychedelic Breakfast che, forse per scherzo, viene posto a chiusura dell’album (credo proprio che altri brani di “The Man” siano stati inclusi nel cofanettone di cui sopra, magari avremo modo di parlarne in futuro).

Volendo descrivere brevemente la musica contenuta in “Atom Heart Mother”, iniziamo col dire che l’omonima suite che apre le danze è suddivisa in 6 parti. Con quel tema western alla Ennio MorriconeFather’s Shout è quella che preferisco, mentre Breast Milky è più quieta ma molto corale, con la musica che diventa più imponente quando entra la puntuale batteria di Nick Mason. La terza parte, Mother Fore, è invece un tipico blues floydiano (episodi simili li ritroveremo negli album “Meddle” e “Wish You Were Here”), mentre Funky Dung prima riprende il tema di Father’s Shout e poi diventa un alienante delirio psichedelico. E se Mind Your Throats Please conduce ancora al tema iniziale, la sesta ed ultima parte, Remergence, è puro rock floydiano con tanto di lungo assolo consolatorio da parte di Gilmour (col coro westerneggiante che entra a 2 minuti dalla fine).

Voltando lato troviamo il primo brano cantato da un componente del gruppo, Roger Waters, alle prese con la dolce If, una canzone meditabonda e di grande atmosfera, dal testo autobiografico poco più che sussurrato. Le fa seguito la ben più briosa Summer ’68, scritta e cantata da Richard Wright: inevitabilmente guidata dal piano e dalle tastiere, questa canzone ha delle reminescenze dei Beach Boys ed in un certo modo riporta il sound dei Pink Floyd ai primi anni del gruppo, quando era guidato dal genio visionario e fanciullesco di Syd Barrett. La successiva Fat Old Sun, ad opera di David Gilmour, è invece la canzone che meno preferisco di “Atom Heart Mother”; Gilmour stesso espresse in seguito la sua insoddisfazione per questa pigra ballata – perlopiù acustica – che, comunque, irrita più per la sua lunga durata che per la sua poca ispirazione.

Eccoci infine al brano conclusivo d’un album tanto peculiare, quell’Alan’s Psychedelic Breakfast che senza dubbio resta uno dei pezzi più curiosi mai proposti dai Pink Floyd. Suddivisa in tre parti – Rise And Shine, Sunny Side Up e Morning Glory – la colazione psichedelica di Alan, che sembra svolgersi a Los Angeles, figura degli autentici rumori di latte versato e poi bevuto, masticazione di cereali (un po’ animalesca, a dire il vero), pancetta che cuoce sui fornelli e un rubinetto che gocciola virtualmente all’infinito nel solco d’uscita dell’elleppì, il tutto accompagnato da compiaciute musichette eseguite dai nostri.

Che dire, io una roba del genere l’ho sentita solo dai Pink Floyd, e dopo tanti anni continua ancora a piacermi, tanto da averne acquistato una seconda copia. Avevo però una scusa: mia figlia, attratta dalla celebre mucca in copertina, mi aveva praticamente fatto fuori la mia vecchia copia in ciddì. Insomma, un disco così, con una copertina così, dovevo proprio ricomprarmelo. Con buona pace del cofanettone da 27 dischi che, almeno per ora, può decisamente aspettare.

-Mat

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Bee Gees, “Odessa”, 1969

Bee Gees Odessa Remaster Deluxe 2009Riascoltando “Odessa” dei Bee Gees, provavo a immaginare un post decente che potesse andar bene per questo modesto blog. Anche in questo caso, tuttavia, mi sono ricordato che probabilmente ne avevo già parlato: curiosando tra i miei vecchi scritti, infatti, scovo un post datato 24 febbraio 2009, apparso sulla prima versione di Immagine Pubblica un mese dopo l’uscita della riedizione deluxe di “Odessa” da parte della Warner.

Originariamente pubblicato come doppio elleppì nel febbraio ’69, con tanto di sontuosa copertina in velluto rosso, “Odessa” è stato ristampato quaranta anni dopo sotto forma di elegante cofanetto che include: un primo ciddì con la versione integrale stereofonica dell’album, un secondo ciddì con la stessa versione ma in mono, un terzo ciddì – chiamato “Sketches For Odessa” – contenente ventidue inediti fra provini e versioni alternative, nonché un poster a due facce, un adesivo e un libretto con interessanti note tecnico/biografiche scritte da Andrew Sandoval. Il tutto avvolto nella stessa copertina di velluto rosso.

“Odessa” è probabilmente il disco migliore dei Bee Gees, e comunque resta l’album più ambizioso che abbiano mai approntato. Elegante e sentimentale, è l’unico album doppio (escludendo live e raccolte) della discografia dei fratelli Gibb. Suona ancor più grandioso se si tiene conto che, all’epoca, Barry Gibb aveva ventitrè anni e i gemelli Robin e Maurice soltanto venti. Bisogna però riconoscere pure lo straordinario lavoro svolto da Bill Shepherd, arrangiatore e direttore d’orchestra che accompagnava spesso & volentieri i nostri in quegli anni. A quanto pare, in “Odessa”, anche il buon Shepherd ha dato il meglio di sé.

L’album più ambizioso dei Bee Gees inizia con la loro canzone più ambiziosa, Odessa (City On The Black Sea), quanto di più vicino al genere progressive i fratelli Gibb hanno mai pubblicato, un magnifico brano che sorpassa agilmente i sette minuti di durata. Il testo, cantato da Robin, narra il punto di vista d’un naufrago salvatosi dalla tragedia del Veronica, una nave inglese che nel 1899 fece perdere le sue tracce; alla deriva su un iceberg, il naufrago pensa all’amata che, molto probabilmente, s’è trasferita già con qualcun’altro, tuttavia – spera il naufrago – un giorno rivedrà ancora il viso della sua bella. Musicalmente parlando, Odessa è semplicemente superlativa: canto, controcanti e coro sono adagiati su un’inedita base composta da chitarra in stile flamenco (suonata da Maurice) e violoncello (suonato da Paul Buckmaster, celebre per aver lavorato anche con Elton John, David Bowie e Miles Davis), mentre l’orchestrazione contribuisce a dare il tocco decisivo alla necessaria drammaticità della canzone. Secondo Robert Stigwood, il celebre manager/mentore dei Bee Gees, Odessa è una delle migliori canzoni pop mai realizzate, e io gli do pienamente ragione! Il Demo contenuto nel terzo ciddì ci presenta un’interessantissima versione precedente, non solo più scarna ma dal testo alquanto differente e introdotto da una sezione parlata ad opera di Barry.

Ben più convenzionale del brano precedente ma ugualmente memorabile è You’ll Never See My Face Again, cantata da Barry; è un’ariosa ballata scandìta da due chitarre acustiche e abbellita dall’orchestra, dove si parla di amicizie tradite. La successiva Black Diamond è un’altra delle mie preferite, dove ritroviamo Robin alla voce solista; molto belle le variazioni melodiche fra versi, ritornelli e sequenze intermedie verso/ritornello, per una canzone di gran classe che, per quanto riguarda il testo, sembra accennare alla guerra che allora si combatteva in Vietnam. Il Demo che figura nel terzo ciddì non differisce soltanto dal punto di vista musicale (con piano e batteria più evidenti) ma anche da quello testuale.

Inciso in America durante l’estate del ’68, Marley Purt Drive è un rilassato brano country dal tempo medio-lento, cantato da Barry con grande disinvoltura e arricchito dalla più tipica strumentazione country/bluegrass (chitarra slide, fiddle e banjo). Spensierato omaggio all’inventore della lampadina, Edison è invece un’altra canzone dai tratti peculiari: il cantato è diviso fra Barry & Robin, la struttura melodica presenta un andamento più lento e sinfonico durante i versi e ben più movimentato nei ritornelli. Impeccabile per arrangiamento, Edison in realtà nacque come Barbara Came To Stay, una canzone in stile Beach Boys poco più che abbozzata (cantata dal solo Barry) e inserita anch’essa nel terzo ciddì.

Melody Fair è l’ennesima gemma nel canzoniere dei Bee Gees: una ballata vivace, calda, sentimentale ed enigmatica. Cantata da Barry col fondamentale supporto di Maurice e superbamente orchestrata da Shepherd, Melody Fair resta una delle canzoni più belle dei Gibb (un Demo dall’andamento più veloce e dall’atmosfera più scanzonata figura sul terzo ciddì). Con Suddenly troviamo proprio Maurice alla voce solista, alle prese con una canzone pop più vivace ma al contempo più accigliata delle precedenti, caratterizzata da un vago feeling medievale.

Whisper Whisper è la canzone di “Odessa” che apprezzo meno: l’introduzione orchestrale promette bene, ma l’andamento medio-veloce in stile cabaret poco sembra adattarsi alla grintosa prestazione vocale di Barry. La seconda parte della canzone (in effetti due registrazioni differenti che sono state unite in postproduzione), ben più veloce e tirata, è forse migliore ma non allontana il lieve senso di fastidio procurato dall’ascolto complessivo di Whisper Whisper. Anche la Alternate Version presente nel terzo ciddì non risulta più simpatica, sebbene sia interessante perché la musica ricorda l’andamento d’un carillon. Se non altro, in Whisper Whisper i Bee Gees hanno dimostrato una lodevole capacità di sperimentare con gli arrangiamenti.

Con l’arrembante ma dolce Lamplight ritroviamo Robin al microfono principale, impegnato con un testo allusivo (forse nei confronti della droga) cantato magnificamente, mentre la musica, melodica & maestosa, dona un tocco d’epicità al tutto. Tipica dello stile melodrammatico di Barry, Sound Of Love è invece una sofferta ballata scandìta dal piano, ben più ariosa e avvolgente durante i ritornelli (nel terzo ciddì possiamo apprezzarne una Alternate Mix dal testo alquanto differente).

Parente stretta della Marley Purt Drive che abbiamo già sentito, Give Your Best è un’altra piacevole escursione dei Bee Gees in territori country & western. Ancora con Barry alla voce solista, ancora con l’impiego del fiddle e del banjo, ma stavolta alle prese con un ritmo più veloce e dinamico (anche in questo caso, una Alternate Mix non troppo dissimile, caratterizzata però da un testo alquanto diverso, appare sul terzo ciddì).

Prima delle tre composizioni strumentali contenute in “Odessa”, la dolce e sognante Seven Seas Symphony è un’esecuzione per solo piano (suonato brillantemente da Maurice), orchestra e coro; il Demo, che presenta la sola esecuzione di piano, è stato quindi incluso nel terzo ciddì. E se Seven Seas Symphony rievoca in alcuni punti la musica composta dal grande Ennio Morricone per il cinema (ma ricorda anche Swan Song, una canzone degli stessi Bee Gees dell’anno prima), la successiva With All Nations (International Anthem) sembra basata sull’inno di God Save The Queen. Si tratta comunque d’un breve brano per orchestra & coro, piuttosto pomposo e solenne, tipico di certi inni nazionali (comunque si può ascoltarne nel terzo ciddì una versione con un breve testo cantato coralmente dai Bee Gees).

Seconda canzone di “Odessa” dove ascoltiamo Barry e Robin alternarsi al microfono principale, I Laugh In Your Face è un’altra ballata caratterizzata da un dolente andamento dei versi, mentre nei ritornelli la melodia abbraccia un’estensione più ampia e quasi consolatoria. Altra mia favorita, Never Say Never Again è una canzone ariosa e cantabilissima, con un testo leggermente accusatorio cantato a pieni polmoni da Barry. A proposito del testo, è interessante l’assurdo verso – ripetuto nei ritornelli – ‘tu dicesti addio, io dichiarai guerra alla Spagna’. Non so che vuol dire, ma io l’adoro! L’Alternate Mix che figura nel terzo disco presenta un’ingombrante chitarra col fuzz-tone al posto dell’orchestra.

Unico singolo estratto da “Odessa”, First Of May non è solo la canzone più bella dell’album ma anche, secondo me, una delle canzoni più belle degli anni Sessanta, una perla di sentimentalismo, di anni che passano e di ricordi di un’infanzia vissuta troppo in fretta; al commosso canto di Barry fa da superbo supporto la sontuosa orchestra diretta dall’impeccabile Bill. Sul terzo ciddì troviamo due interessanti versioni alternative, fra cui un breve Demo piano & voce che ci presenta la prima idea della canzone.

Come suggerisce il titolo, il conclusivo The British Opera è un brano operistico, interamente eseguìto dall’orchestra e dal coro diretti da Shepherd; è l’unico brano che non viene proposto in una qualsiasi versione alternativa all’interno del cofanetto.

Infine, oltre ai diciassette brani e alle relative versioni demo e/o alternative che compongono questa riedizione di “Odessa”, sono incluse altre due canzoni inedite, la toccante Nobody’s Someone e la beatlesiana Pity, entrambe con Barry alla voce solista. Per Nobody’s Someone in particolare è un peccato che non abbia mai visto l’inclusione in un disco dei Gibb dell’epoca (anche se, a quel tempo, i Bee Gees – come i Beatles – erano tra i pochi a potersi concedere un tale lusso nello ‘sprecare’ le proprie canzoni).

La realizzazione di questo capolavoro presentò tuttavia un conto salato: “Odessa” non venne commercialmente accolto come ci si aspettava, mentre le tensioni interne al gruppo (che già durante l’estate ’68 perse il chitarrista Vince Melouney) portarono Robin Gibb a dichiararsi fuori dai Bee Gees (così come il batterista Colin Petersen) e pronto a debuttare come artista solista già nel corso di quel fatidico 1969. Un anno dopo la pubblicazione di “Odessa”, i Bee Gees come gruppo già non esistevano più, tuttavia, entro la fine del 1970 i tre fratelli erano tornati tutti sotto lo stesso tetto e pronti ad intraprendere il loro decennio musicale più fortunato & famoso. Ne parleremo in un’altra occasione.

-Mat

Pet Shop Boys, “Behaviour”, 1990

pet-shop-boys-behaviour-immagine-pubblicaQuarto album da studio dei Pet Shop Boys, “Behaviour” è il disco più raffinato e forse più memorabile del celebre duo elettropop inglese. E’ anche l’album (ma questo è il meno importante dei dati) che più apprezzo fra quelli incisi dalla premiata ditta Neil Tennant & Chris Lowe. Nel complesso, “Behaviour” presenta un sound molto meno danzereccio del solito ed è caratterizzato da un’atmosfera più riflessiva ed intimista.

Si parte con la dance malinconica di Being Boring, uno dei quattro singoli estratti da quest’album. Un ritmo morbidamente avvolgente, cantato da un Tennant rilassato e a suo agio su una base di elegante pop d’autore. Being Boring è una di quelle canzoni che forse non colpiscono all’istante, pur rivelandosi fin da subito interessante: ascolti successivi dovrebbero però renderla molto piacevole all’ascoltatore.

Segue quella che per me è la canzone più bella del disco, This Must Be The Place I Waited Years To Leave, dalla melodia tanto malinconica quanto epica. Con Johnny Marr degli Smiths alla chitarra, Angelo Badalamenti alla conduzione dell’orchestra e Chris Lowe alle prese con delle ottime parti di tastiera, This Must Be The Place è un ascolto molto emozionante e assolutamente coinvolgente, fra le migliori cose mai registrate dai Pet Shop Boys.

Poi è la volta della lenta e romantica To Face The Truth: l’inizio mi piace tantissimo, con quel breve coretto seguìto da spezzate ma morbide percussioni elettroniche. Su tutto la voce in falsetto di Neil, forse la cosa più evidente se volessimo descrivere un ‘pet shop boys sound’. Complessivamente, To Face The Truth resta una magistrale ballata d’atmosfera.

Segue un altro singolo, How Can You Expect To Be Taken Seriously?, dalla ritmica ben più imponente del brano precedente e vagamente rockeggiante. E’ un sound che si discosta leggermente dalla tipica musica petshopboysiana eppure è molto caratterista di questa band ed è perfettamente risconoscibile già al primo ascolto.

Con la riflessiva Only The Wind ritroviamo un’atmosfera più quieta e introspettiva ma anche la conduzione orchestrale di Badalamenti. L’elegante Only The Wind è un’autentica perla: non solo si pone come fra i pezzi migliori di questo album ma, a mio avviso, resta una delle canzoni migliori dei Pet Shop Boys.

My October Symphony è una lieve e delicata cavalcata pop, dove ritroviamo Johnny Marr alla chitarra. Sarà la suggestione del titolo ma in effetti siamo alle prese con un brano piacevolmente autunnale, quasi un accompagnamento allo scorrere del tempo che volge verso l’inverno. Bello l’accompagnamento orchestrale dell’Alex Balanescu Quartet, che si ritaglia uno spazio tutto suo in coda alla canzone.

So Hard, primo singolo tratto da “Behaviour”, presenta invece un arrangiamento più tipico dei Pet Shop Boys, a metà fra il pop d’autore e le atmosfere più marcatamente dance. Per certi aspetti, un pezzo come So Hard stona un po’ con gli altri, tuttavia la sua bella esecuzione – sia strumentale che vocale – fa di questa canzone una delle più coinvolgenti mai realizzate dai nostri.

Il lento pulsare di Nervously ci introduce quella che è una ballata elettronica di grande atmosfera, un brano molto intenso che ci regala un’indimenticabile parte vocale di Neil. Segue The End Of The World, un altro brano dagli accenti più danzerecci, ma pur sempre in linea col sound complessivo di “Behaviour”. E’ una canzone gradevolmente coinvolgente che avrei forse preferito ascoltare per ultima nel disco in questione.

La conclusiva Jealousy, anch’essa estratta come singolo, è un’altra ballata elettronica, decisamente più epica (soprattutto nel maestoso finale) di quelle finora incontrate. Apparsa per la prima volta su “Behaviour” nel 1990, Jealousy è però una delle prime canzoni scritte dai Pet Shop Boys, risalente, se non erro, al 1983. Pare che il nostro duo voleva interpretarla con Ennio Morricone ma che infine la collaborazione è saltata per impegni da parte del leggendario compositore italiano. La collaborazione sarà tuttavia soltanto rimandata, al 1987, per un brano dell’album “Actually”… ma questa è già un’altra storia.

– Mat

Megadeth, “So Far, So Good… So What!”, 1988

megadeth-so-far-so-good-so-whatL’album migliore dei Megadeth è molto probabilmente “Peace Sells” ma, di fatto, quello che ascolto più spesso è il successivo “So Far, So Good… So What!”, forse perché ai caratteristici elementi sonori del metal vi sono innestate la velocità e la furia del punk. E non è un caso che fra le canzoni del disco vi sia la cover di Anarchy In The U.K. dei Sex Pistols, gli alfieri indiscussi della musica punk.

“So Far, So Good… So What!” figura il primo dei tanti cambi di formazione che caratterizzeranno la storia dei Megadeth, qui composti da Dave Mustaine (cantante, chitarrista, fondatore & leader incontrastato della band), David Ellefson (bassista e unico membro con Mustaine della formazione originaria), Jeff Young (abilissimo chitarrista) e Chuck Behler (tostissimo batterista). Vediamo ora gli otto brani che formano questo terzo album del grande gruppo metal americano.

1) Si parte con un superbo pezzo strumentale, Into The Lungs Of Hell, poderosa cavalcata metal che, dal punto di vista melodico, ricorda l’epicità dei celebri temi western composti da Ennio Morricone. Into The Lungs Of Hell è uno dei migliori inizi che io abbia mai avuto il piacere di sentire in un album, un pezzo assolutamente travolgente e forte d’una grande perizia tecnica, con le due chitarre di Mustaine e Young in grandissimo spolvero.

2) Secondo Mustaine, Set The World Afire è il primo brano che ha scritto dopo essere stato cacciato dai Metallica, nel 1983: è un irresistibile pezzo di progressive metal, un’altra grandiosa cavalcata che si staglia fra i vertici artistico-espressivi di questa band. A pensarci bene, è forse la canzone dei Megadeth che più apprezzo.

3-4) Viene quindi la rumorosa cover dei Sex Pistols citata poco fa, solo che Dave canta ‘anarchy in the U.S.A.’ e riporta erroneamente qualche altra parola del testo originale; tutto sommato è un risultato pregevole, impreziosito dalla partecipazione dello stesso Steve Jones, chitarrista dei Pistols. Poi è la volta della ben più melodica Mary Jane (anche se nella seconda metà si scatena di più), altra grande canzone tratta da questo disco, forte d’una bella & espressiva parte vocale di Mustaine.

5) Il duro & stradaiolo 502 è un brano che sembra proprio sfuggire all’inseguimento della sbirranza sulle polverose strade americane… una canzone divertente ma pericolosa per via dei suoi riferimenti alle droghe pesanti e all’incitamento a spingere il piede sull’acceleratore.

6) In My Darkest Hour, oltre ad essere una delle canzoni migliori dei Megadeth, è anche una delle più care ai fan, in quanto esprime il dolore di Mustaine per la tragica scomparsa dell’unico componente dei Metallica col quale andava daccordo, il bassista Cliff Burton. In My Darkest Hour è una magnifica prova di grande musica rock portata all’estremo, divisa in due tempi (col secondo molto più serrato e nervoso) e forte d’un arrangiamento per chitarre davvero notevole.

7-8) Liar è invece una dura accusa contro Chris Poland, ex componente dei Megadeth: un brano secco & cattivo che forse non aggiunge nulla e che si pone come il momento più basso dell’album. Chiude Hook In Mouth, altro brano molto tirato, piuttosto secco, con Mustaine che rabbiosamente invoca maggior libertà d’espressione e d’opinione; notevoli infine gli avvolgenti assoli di chitarra che vedono alternarsi in successione Dave e Jeff.

Nel 2004 è stato ristampato tutto il vecchio catalogo dei Megadeth, remixato e remasterizzato con la supervisione dello stesso Mustaine. La ristampa di “So Far, So Good… So What!” include quattro ‘Paul Lani Mix’ – vale a dire versioni precedenti e leggermente più grezze nel sound di quelle infine pubblicate – di Into The Lungs Of Hell, Set The World Afire, Mary Jane (questa abbastanza differente) e In My Darkest Hour. Con meno di dieci euro si aggiunge tutto questo, vale a dire un grandioso materiale metal, alla propria collezione di dischi.

– Mat

Pet Shop Boys

pet-shop-boys-immagine-pubblicaFin da bambino, diciamo da quando guardavo un programma chiamato “Dee Jay Television” su Italia 1, conosco questo nome, Pet Shop Boys, ricordandomi perfettamente alcuni loro successi degli anni Ottanta (It’s A Sin, West End Girls, la cover di Always On My Mind e Domino Dancing). Devo dire che mi sono sempre piaciuti i Pet Shop Boys, apprezzavo molto quelle epiche sonorità elettroniche unite a quella voce leggermente nasale ma assolutamente inconfondibile. I loro album di quegli anni li ho tutti, quelli successivi mi mancano perché le mie orecchie hanno prestato interesse ad altre sonorità. Tuttavia, una parte del mio cuore è stata sempre riservata ai Pet Shop Boys, perciò ora mi preme di scrivere le loro gesta in questo blog.

Dunque, la band, un duo inglese composto dal tastierista Chris Lowe e dal cantante Neil Tennant, si forma al principio degli anni Ottanta: i due si erano conosciuti in un negozio di materiale elettronico, forse perché lo stesso Lowe ne era il commesso (di quest’ultimo dettaglio non ne sono certissimo, comunque). Adottano il nome Pet Shop Boys anche perché, a detta loro, aveva un che di rap… ed è proprio una sorta di rap (su una irresistibile base elettronica) il loro primo singolo, West End Girls, brano che è ormai diventato un classico degli anni Ottanta. West End Girls uscì per la prima volta nel 1984 ma non ottenne il risultato sperato, mentre una successiva rielaborazione, pubblicata nel corso del 1985, lo proiettò al 1° posto della classifica inglese. Il debutto su album dei nostri, tuttavia, avvenne l’anno dopo, con l’album “Please”, al quale fece seguito qualche mese dopo un album di remix, “Disco”. Oltre al rifacimento di successo di West End Girls, “Please” contiene altri tre singoli memorabili quali Suburbia, Opportunities (Let’s Make Lots Of Money) e Love Comes Quickly.

I successi dei Pet Shop Boys nelle due classifiche riservate ai singoli e agli album vengono replicati nel 1987, con la superba It’s A Sin e l’album “Actually”, che la contiene. Questo secondo album dei Pet Shop Boys include pure i singoli Rent, What Have I Done To Deserve This? (un duetto con Dusty Springfield) e Heart, oltre a It Couldn’t Happen Here, una collaborazione dei nostri con Ennio Morricone.

Nel 1988 i Pet Shop Boys, sempre all’avanguardia in fatto di sonorità, abbracciano la nascente scena house e pubblicano un album di gran classe a dir poco sbalorditivo, “Introspective”, mentre nel lavoro successivo, “Behaviour” (1990), introducono degli arrangiamenti per vere orchestre, percussioni e chitarre (gli ospiti più illustri sono il compositore Angelo Badalamenti e l’ex Smiths Johnny Marr).

Nel 1991 esce una bellissima raccolta antologica, “Discography”, contenente i diciotto singoli inglesi pubblicati fra il 1985 e il ’91, mentre nel 1993 i Boys tornano alla grande con l’album “Very”, quello contenente il famoso rifacimento dei Village People, Go West. Nel 1994 esce un secondo capitolo dedicato ai remix, vale a dire “Disco 2”, mentre nel ’95 è la volta di “Alternative”, un’interessante doppia raccolta dedicata ai lati B dei singoli e agli inediti.

Nel 1996 esce quindi il sesto album dei nostri, “Bilingual”, anticipato dal singolo Before. “Bilingual” è un disco assai gradevole che strizza l’occhio al nascente revival (almeno in Europa) della musica latina ma è anche l’ultimo album dei Pet Shop Boys a destare curiosità anche fra i non appassionati al genere. Da questo punto in poi, infatti, la carriera dei Pet Shop Boys (che non conoscerà mai momenti bassi, questo è da dire) sarà un po’ più ‘sotterranea’ e dedicata ad un pubblico più ristretto. Il seguito di “Bilingual” vede la luce nel 1999, ovvero “Nightlife”, quello contenente la malinconica ma bellissima I Don’t Know What You Want But I Can’t Give It Anymore e l’allegra e villagepeoplesca New York City Boy.

Nel 2002 è la volta di “Release”, un album che esplora territori più acustici, mentre nel 2005 esce la colonna sonora curata dagli stessi Pet Shop Boys per lo storico film muto “La corazzata Potemkin”. Il nuovo album da studio dei nostri, “Fundamental”, esce invece nel 2006, un disco che ci riporta a sonorità volutamente più retrò. Negli ultimi anni, tuttavia, sono uscite diverse compilation interessanti, fra le quali la stupenda doppia raccolta antologica “PopArt” (2003), il terzo album di remix “Disco 3” (2003) e il live “Concrete” (2006).

C’è da segnalare, infine, la carriera parallela dei Pet Shop Boys, vale a dire quella di scrittori, produttori e remixer di canzoni per altri artisti: qui mi limito a citare gli Eighth Wonder di Patsy Kensit (quelli di I’m Not Scared), Tina Turner, Liza Minnelli, Boy George, David Bowie e Robbie Williams.

Dave Mustaine

dave-mustaine-megadethIl tostissimo Dave Mustaine, leader incontrastato dei tostissimi Megadeth, ha una storia alquanto curiosa che merita di essere raccontata, seppur per sommi capi.

Il nostro è un chitarrista-cantante californiano, classe 1961, che nei primi anni Ottanta fa parte di una band chiamata Metallica in compagnia di Lars Ulrich (batteria), James Hetfield (chitarrista-cantante anch’egli) e Cliff Burton (basso). Ma la compagnia non sembra gradirlo molto e lo sbatte fuori nel 1983, poco prima d’incidere il primo album dei Metallica, “Kill ‘Em All”. Pare che Mustaine si drogasse tantissimo e per questo il temibile duo Ulrich-Hetfield lo avesse messo alla porta: in realtà, Dave non era soltanto un bravissimo chitarrista ma anche un prolifico autore… è la solita storia dei troppi galli nel pollaio.

Tuttavia, nel primo e nel secondo album dei Metallica, alcune canzoni sono accreditate anche a Mustaine, che viene quindi rimpiazzato da Kirk Hammett: i reciproci crediti autoriali si ripetono anche nell’album “Killing Is My Business… And Business Is Good!”, il primo album dei Megadeth. Sì, perché il nostro non perde tempo e mette su un altro gruppo, i Megadeth, per l’appunto. Mentre sono in procinto d’incidere il secondo album, i Megadeth vengono contattati da una major discografica, la Capitol-EMI, che pubblica così il fantastico “Peace Sells… But Who’s Buying?”. Quest’album, uscito nel 1986, è una pietra miliare del metal anni Ottanta: rientra in quel filone chiamato progressive-metal perché Mustaine e l’altro grandissimo chitarrista che l’accompagna, Chris Poland, s’inventano una tessitura che cambia più volte tempo e atmosfera ad una velocità incredibile. La forza d’urto è tremenda, ascolare Wake Up Dead per credere!

Nel corso del 1987 le cose cambiano: Mustaine sbatte fuori il bravissimo Poland a causa della sua crescente tossicodipendenza (certo che farsi cacciare da Mustaine per una cosa simile risulta un po’ comica) e dà vita ad una seconda formazione dei Megadeth (nel corso degli anni la storia si ripeterà spesso, avrete capito tutti che Mustaine è il padrone assoluto in casa Megadeth): al principio del 1988 esce quindi “So Far, So Good… So What!”, il terzo album della band americana. E’ l’album dei Medageth che preferisco: si apre con uno strumentale da brividi, Into The Lungs Of Hell, che ricorda un tema western di Ennio Morricone in chiave metal. Segue Set The World Afire, un’esperienza sonora sconvolgente… mi mette la pelle d’oca se l’ascolto mentre sono al volante. Segue ancora Anarchy In The U.K. (cover dei Sex Pistols, alla quale partecipa Steve Jones, chitarrista degli stessi) e poi la fantastica Mary Jane. L’altro brano memorabile è In My Darkest Hour, che Mustaine scrive all’indomani della morte di Cliff dei Metallica… pare che il povero Cliff fosse l’unico col quale Dave fosse rimasto in buoni rapporti.

Il successivo album dei Megadeth, il grandioso “Rust In Peace” (1990), segna una svolta nella carriera della band: i ritmi rallentano, il suono è più un potente hard rock che un metal, dovuto all’importante cambiamento occorso alla vita di Dave. Durante l’anno, il nostro si fa beccare drogato alla guida dell’auto: si becca una grossa multa e la condanna alla riabilitazione. Ma anche Dave si rende conto che si è spinto troppo oltre e accetta di buon grado la cura disintossicante. Negli anni successivi, Dave si sposa, ha dei figli, ritrova la fede religiosa… insomma, inizia a fare il bravo padre di famiglia e la cosa traspare inevitabilmente anche nella sua musica, che si fa via via più accessibile: l’album del ’92, “Countdown To Extinction”, vola infatti al 2° posto della classifica USA.

Da qualche parte ho letto che era meglio il Mustaine degli anni Ottanta, quello eroinomane che produceva della musica potente ed unica, mentre i suoi dischi successivi (diciamo quelli compresi fra il già citato “Countdown” e “The World Needs A Hero” del 2001), per quanto pregevoli, non hanno aggiunto più nulla. Anche per me, i primi quattro album dei Megadeth sono superiori, ma non posso però contestare la scelta d’un uomo che ha deciso d’uscire dal tunnel e di mettere la testa a posto. E poi, a parte il cambiamento della scena musicale negli anni Novanta, c’è da dire che anche le rockstar più sfrenate invecchiano… è difficile mantenere una rabbia credibile quando si ha un lauto conto in banca.