Jane’s Addiction, “Nothing’s Shocking”, 1988

janes-addiction-nothings-shocking-immagine-pubblica-blogAscrivibile alla categoria “alternative rock” quando il termine stesso non aveva ancora un senso (ammesso poi che l’abbia mai avuto), “Nothing’s Shocking” dei Jane’s Addiction è stato pubblicato in un periodo, la fine degli anni Ottanta, che non vedeva ancora l’esplosione a fenomeni di massa di gruppi come Red Hot Chili Peppers o Nirvana, mentre i Guns N’ Roses spadroneggiavano come gli ultimi eredi della grande tradizione delle rock band dure & pure. Una nuova scena musicale stava maturando in quei tardi anni Ottanta negli Stati Uniti, e i Jane’s Addiction con questo “Nothing’s Shocking” sono i principali protagonisti di quella rivoluzione sonora che tanto ha influito – nel bene e nel male – sulla musica del decennio successivo e anche oltre. Vediamo questo potente e vigoroso album più da vicino, canzone dopo canzone.

Grazie all’originale fusione di sonorità dark e psichedeliche, l’atmosferico Up The Beach, brano perlopiù strumentale, è un inizio da brividi: comincia il lento e solleticante basso di Eric Avery finché, quando la possente batteria di Stephen Perkins prende a marcare il ritmo, la chitarra di Dave Navarro ci trasporta in una dimensione sospesa nel tempo, con Perry Farrell che canta la parola ‘home’ a più riprese.

Segue Ocean Size, la canzone che qui preferisco: introdotta da un dolce arpeggiare di chitarra acustica, dopo qualche secondo si scatena il finimondo, col pezzo che si mostra per quello che è, vale a dire uno splendido hard rock, con la tagliente voce di Farrell in primo piano e i tormentati assoli di Navarro a scuotere il tutto. Segue a sua volta la nervosa e trascinante Had A Dad, caratterizzata da un’irrequieta ma compatta parte di batteria sulla quale si dimenano magnificamente il basso, la chitarra ritmica, la chitarra solista e la voce incattivita di Perry.

Il ritmo rallenta con Ted, Just Admit It… dove il Ted in questione è il serial killer Ted Bundy: l’inizio del brano è superbo, con quell’incedere di percussioni nel quale s’inserisce poco dopo il pulsante basso in stile dub di Avery; se la prima parte della canzone è alquanto distesa, a due minuti e mezzo dalla fine (coi suoi sette minuti e passa, Ted è il brano più lungo del disco) si metallizza di brutto, proponendoci quindi un finale infuocato dove Farrell urla più volte ‘sex is violent’ e la chitarra di Navarro è più tagliente che mai.

E se con Standing In The Shower… Thinking abbiamo una interessante e vivace fusione di rock & funk, con la seguente Summertime Rolls ci godiamo invece il momento più rilassato dell’album, grazie a una cullante melodia che ci estranea dalla realtà per ben sei minuti; belli & pigri i lunghi assoli di Dave, grandi inoltre i tocchi di Eric al suo basso, che contribuiscono enormemente al sound dei Jane’s Addiction. Ed è sempre il basso di Avery che c’introduce il pezzo successivo, Mountain Song, uno dei più celebri e rappresentativi della nostra band (ascolta QUI), caratterizzato da un coriaceo tempo medio dove il rock duro attraversa le atmosfere più rarefatte della psichedelia e la voce di Farrell è spettacolarmente carica d’eco. Segue la redchilipepperesca Idiots Rule – tanto che vi suona la tromba proprio un componente dei RHCP, ovvero Flea – una canzone vivace ma leggermente nervosa.

E’ quindi la volta della melodica Jane Says, la canzone che probabilmente resta ancora la più conosciuta dei Jane’s Addiction; grazie alle sue gentili parti di chitarra acustica (suonate sia da Avery che da Navarro) e all’assenza della batteria, Jane Says rappresenta il momento più gradevolmente pop dell’album. Chiude quindi Thank You Boys, un minuto esatto d’improvvisazione jazzistica strumentale dove Farrell ringrazia i ragazzi che alla fine applaudono. Questa la versione in elleppì di “Nothing’s Shocking”, mentre il ciddì include una canzone ulteriore, la dura Pig’s In Zen, altro brano dove al basso di Avery è riservato un ruolo da protagonista, lasciando però spazio alla chitarra di Navarro di prodigarsi in scintillanti assoli.

Pubblicato dalla Warner Bros e prodotto da Dave Jerden, “Nothing’s Shocking” ha tuttora un suono incredibile sia per potenza che per modernità, frutto della miscela esplosiva di tre eccezionali musicisti e di un cantante sempre un po’ fuori dalle righe ma forte di una voce più unica che rara. Una miscela esplosiva che si rivelò letale per gli stessi Jane’s Addiction già all’indomani della pubblicazione dell’atteso seguito di “Nothing’s Shocking”, ovvero quell’altro capolavoro irrinunciabile dell’alternative rock chiamato “Ritual De Lo Habitual” (1990), del quale mi piacerebbe parlare prossimamente in un apposito post.

Lo scioglimento della band e gli immancabili problemi di droga dei suoi componenti spazzarono ingiustamente il nome Jane’s Addiction dal campo dei protagonisti del rock anni Novanta, spianando forse la strada a gruppi come Nirvana e Pearl Jam. Di recente, con la band nuovamente attiva e in giro per concerti in America, Perry Farrell si è concesso il lusso di farsi intervistare nientemeno che dal Wall Street Journal: se non si fossero sciolti una prima volta in quell’esaltante ma funereo 1991, i Jane’s Addiction avrebbero potuto vendere più dischi dei Guns N’ Roses. E’ il parere di Farrell dopo oltre un quarto di secolo dal fattaccio, e io nel mio piccolo lo sottoscrivo in pieno.

-Mat (giugno 2007 / febbraio 2017)

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I sostituti (a breve termine)

the-beatles-jimmy-nicolQualche tempo fa ho letto su Rockol che Joey Jordison, batterista degli Slipknot, farà parte nei Korn per cinque mesi, sostituendo il dimissionario Terry Bozzio, mentre la band valuterà un sostituto permanente. La notizia mi ha dato lo spunto per un post dedicato ai sostituti a breve termine, vale a dire quei componenti che hanno fatto parte d’una band per un breve periodo, giusto il tempo di completare un album in studio o di affrontare alcune parti d’un tour. Insomma, dei veri co.co.pro in ambito musicale! Vediamo qualche caso, cercando di procedere in ordine cronologico.

Partiamo dai Beatles, i quali, nel giugno del 1964 e alla vigilia d’un tour internazionale, sono costretti a rimpiazzare un influenzato Ringo Starr. Per non cancellare all’ultimo momento tutti gli impegni previsti, i Beatles decisero quindi di ricorrere ad un sostituto, il batterista Jimmy Nicol (nella foto sopra, coi Beatles ‘originali’), sconosciuto ai più nell’ambiente musicale e tornato a vestire i panni dello sconosciuto dopo questa prestigiosa parentesi di undici giorni. Anche i Bee Gees, fra il 1969 e il ’70, dovettero avvalersi d’un sostituto, anzi una sostituta, del tutto particolare: in quel periodo Robin Gibb aveva lasciato momentaneamente il gruppo e per riproporre dal vivo le tipiche armonie vocali a tre dei fratelli, Barry e Maurice pensarono bene di ricorrere alla propria sorella, Lesley Gibb. Una volta che Robin tornò all’ovile, di Lesley si perse però ogni traccia (artisticamente parlando, ovvio).

Pure i Genesis hanno dovuto far ricorso ad un sostituto, all’indomani della sofferta decisione del chitarrista Anthony Phillips – uno dei fondatori del gruppo – di andarsene, nel corso del 1970. Prima che Peter Gabriel e compagni trovassero in Steve Hackett un componente stabile (per poi rimanervi fino al 1977), venne quindi reclutato Mick Barnard, in modo che la band inglese potesse concludere la serie di concerti prevista in quel periodo. Anche per Mick… non so che cosa abbia combinato negli anni futuri.

Facciamo un salto temporale di oltre dieci anni e arriviamo al 1985, quando, nel corso della lavorazione al fortunato album “Love”, il batterista dei Cult, Nigel Preston, si rivelò troppo fuori di testa per poter continuare le sedute; la band si affidò così al bravissimo Mark Brzezicki dei Big Country per terminare l’album. Anche gli irlandesi Pogues beneficiarono d’un illustre sostituto, Joe Strummer dei Clash: al principio degli anni Novanta, Strummer sostituì in alcuni concerti il dimissionario (e fuori di testa) Shane McGowan, finché Spider Stacy, flautista degli stessi Pogues, decise d’assumere permanentemente anche il ruolo di cantante.

Restiamo sempre in ambito concertistico ma passiamo ai Depeche Mode: durante il massacrante “Devotional Tour” del bienno 1993-94, la band era giunta ad un punto di rottura; un depresso Andy Fletcher capì tutto e mollò il tour nelle sue battute finali. Impossibilitati nel cancellare le date ma forse anche per togliersi di dosso il lavoro, i Depeche Mode ingaggiarono uno dei loro collaboratori, il tastierista Daryl Bamonte, che suonò con Martin Gore e compagni fra il maggio e il luglio ’94, in tutte le tappe previste nel continente americano.

Ritroviamo un altro illustre sostituto nel caso dei Jane’s Addiction: la band californiana effettuò una serie di concerti nel 1997 per suggellare il ritorno sulle scene dopo lo scioglimento del 1991, anche se il bassista Eric Avery non fu della partita. E così i Jane’s Addiction ingaggiarono l’amico Flea, il funambolico bassista dei Red Hot Chili Peppers.

In anni più recenti anche il produttore Bob Rock ha vestito i panni del sostituto: è stato il bassista dei Metallica in studio di registrazione durante le fasi preparatorie dell’album “St. Anger” (2003), dopo che Jason Newsted diede forfait ma prima che quest’ultimo venisse rimpiazzato in pianta stabile da Rob Trujillo dei Suicidal Tendencies.

Ecco, questi sono solo alcuni esempi di sostituzioni temporanee, i primi che mi sono venuti in mente (sono sicuro che anche Eric Clapton è stato un sostituto di lusso in qualche occasione ma al momento non ricordo nulla in proposito). Se ne conoscete degli altri siete calorosamente invitati ad intervenire!