George Harrison, “All Things Must Pass”, 1970

George Harrison All Things Must Pass immagine pubblicaPer sua stessa ammissione, John Lennon disse che le canzoni migliori del “White Album” e di “Abbey Road” erano, rispettivamente, While My Guitar Gently Weeps e Something, scritte entrambe dal collega George Harrison. Non solo erano le migliori che i Beatles avessero offerto in quei due storici album ma erano anche indicative dello stato di grazia di Harrison in quel periodo, che di belle canzoni ne mise su nastro molte altre. Talmente tante che avrebbero riempito non due ma addirittura sei facciate di vinile, dando così vita al primo album triplo mai realizzato da un singolo artista.

Stiamo ovviamente parlando di “All Things Must Pass”, il magnifico album da solista che George Harrison ha prodotto insieme a Phil Spector in quel tormentato 1970 che ha sancito la fine dei Beatles, e quindi pubblicato nel novembre di quello stesso anno. Un album, “All Things Must Pass”, che non solo rappresenta tuttora l’apice creativo-espressivo d’un Beatle in veste solista ma che può essere tranquillamente posto sullo stesso livello di due capolavori beatlesiani come appunto “Abbey Road” e il “White Album”.

Gran parte del materiale di “All Things Must Pass” è formato da una serie di magnifiche ballate come Isn’t It A Pity (proposta in due versioni sensibilmente diverse, soprattutto per durata), Behind That Locked Door, Let It Down, Run Of The Mill, Beware Of Darkness (tra le canzoni più belle mai realizzate da un Beatle, secondo la mia modesta opinione), Ballad Of Sir Frankie Crisp, Hear Me Lord e quindi la stessa All Things Must Pass. Non mancano tuttavia brani decisamente rock come Wah-Wah (a quanto pare ispirata da un litigio avvenuto in studio con Paul McCartney) e Art Of Dying (dove oltre a uno sfolgorante Eric Clapton alla chitarra c’è anche un giovanissimo Phil Collins alle percussioni), o brani dal sapore inevitabilmente più beatlesiano come What Is Life e Apple Scruffs.

E se l’intero terzo disco è composto da lunghe jam session strumentali, tra le quali segnalo l’epica Out Of The Blue e la grintosa I Remember Jeep, in “All Things Must Pass” c’è spazio anche per un paio di interessanti collaborazioni autoriali con Bob Dylan: I’d Have You Anytime, la splendida ballata iniziale che apre tutta l’opera, della quale Dylan ha scritto il romantico testo, e una If Not For You che quindi ha visto la luce quasi in contemporanea con l’analoga versione inserita da Bob nel suo album “New Morning” (1970). Il pezzo più celebre di “All Things Must Pass” resta però My Sweet Lord, brano che non dovrebbe aver bisogno di presentazioni, a sua volta il pezzo più rappresentativo dell’Harrison solista: fu un successo d’alta classifica che trascinò anche l’album al vertice della Top Ten dei dischi più venduti in quel periodo.

Fedele alla concezione tutta spectoriana del “wall of sound”, vale a dire una serie di sovrapposizioni di molteplici strumenti sulla traccia base, “All Things Must Pass” offre inoltre una corposa schiera di musicisti: oltre ai già citati Clapton e Collins, infatti, l’album figura anche Billy Preston (piano e tastiere), Ginger Baker (batteria), Peter Frampton (chitarra), Pete Drake (chitarra pedal steel), Dave Mason (chitarra), Klaus Voormann (basso), Jim Gordon (batteria), Bobby Keys (sassofono), Alan White (batteria) e altri ancora, tra i quali ovviamente non poteva mancare Ringo Starr. Quest’ultimo, narra la leggenda, a un certo punto avrebbe portato con sé in studio anche Maurice Gibb dei Bee Gees, il quale suonerebbe il piano in una delle due Isn’t It A Pity?, ma c’è chi sostiene (come il già citato Alan White) che anche John Lennon ha dato il suo contributo strumentale in qualcuno dei pezzi.

Vale la pena spendere due parole, infine, sulla bella riedizione di “All Things Must Pass” pubblicata nel 2001 in occasione del suo trentennale, una riedizione in due ciddì curata personalmente dallo stesso George. Arricchita da interessanti brani inediti – tra cui una nuova versione di My Sweet Lord registrata ad hoc – e con note interne scritte dallo stesso Harrison, quella riedizione di “All Things Must Pass” è stata purtroppo l’ultimo titolo accreditato al solo George Harrison che l’artista ha visto pubblicare in vita.

-Mat

Roger Waters, “The Pros And Cons Of Hitch Hiking”, 1984

roger waters the pros and cons of hitch hiking immagine pubblicaRoger Waters ha recentemente annunciato l’uscita del suo primo album da venticinque anni a questa parte, “Is This The Life That We Really Want?”. Se l’è presa decisamente comoda e, da quel poco che ho sentito, credo proprio che me la prenderò comoda anch’io nell’acquistarlo. E così, un po’ deluso, sono andato a riascoltarmi un suo disco che mi è sempre piaciuto, “The Pros And Cons Of Hitch Hiking” del 1984, che è stato il suo primo vero album solista.

Pubblicato un anno dopo “The Final Cut“, “The Pros And Cons” ne condivide gran parte dei musicisti: tolti gli altri due membri dei Pink Floyd, ci sono quasi tutti infatti, a cominciare da quel Michael Kamen che pure in questo caso si è diviso tra i ruoli del direttore d’orchestra, del pianista e del produttore dell’album (assieme allo stesso Waters). Tra gli altri musicisti coinvolti, voglio comunque ricordare il grande batterista Andy Newmark, il percussionista Ray Cooper, il sassofonista David Sanborn e – ciliegina sulla torta – un certo Eric Clapton, qui impegnato con una chitarra solista che non fa rimpiangere troppo David Gilmour, seppure i due vantino stili sensibilmente diversi.

In “The Pros And Cons Of Hitch Hiking”, inoltre, Roger Waters ha riutilizzato alcuni schemi di chitarra ritmica presi pari pari da “The Final Cut” e ciò nonostante “The Pros And Cons” è un lavoro coevo a “The Wall“. Nel 1978, infatti, Waters propose ai Pink Floyd di scegliere tra due cicli di canzoni che aveva appena composto, “The Pros And Cons Of Hitch Hiking” e “The Wall”, per l’appunto, specificando che quello che non avrebbero scelto sarebbe poi diventato un suo progetto solistico. Come tutti sappiamo, i Floyd scelsero “The Wall” (con tutto ciò che ne è conseguito) e così Waters realizzò in solitaria “The Pros And Cons”, seppure sei anni dopo. In seguito, Gilmour sostenne che i Pink Floyd avessero messo mano anche a “The Pros And Cons”, lasciando così intendere che l’album non fosse tutta farina del sacco di quel bassista ormai diventato acerrimo rivale.

Ad ogni modo, è fin troppo evidente, anche all’ascolto più superficiale, la stretta somiglianza tra tre opere – “The Wall”, “The Final Cut” e “The Pros And Cons Of Hitch Hiking” – registrate in contesti e situazioni differenti eppure così simili tanto a livello tecnico quanto espressivo. Non vorrei però soffermarmi ulteriormente sulle analogie tra questi tre parti della mente watersiana a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta; preferisco concludere invece sulle peculiarità del singolo album oggetto di questo post.

“The Pros And Cons Of Hitch Hiking” è l’ennesima delle opere concettuali di Roger Waters, il cui tema stavolta è incentrato su un sogno notturno della durata di circa quaranta minuti (che poi è la durata dell’album); sogno nel quale vengono soppesati i pro e i contro dell’autostop, ovvero gli alti e i bassi delle relazioni sentimentali, tra reciproci tradimenti, ricordi, frustrazioni, timori e speranze per il futuro. Sogno che non manca di tramutarsi in incubo in diversi momenti della narrazione. Quest’ultima è resa non soltanto attraverso la musica ma anche per mezzo dei caratteristici effetti ambientali tanto cari ai Pink Floyd e ai loro fan: voci di adulti e di bambini, di uomini e di donne, urla, stridii, traffico, auto di grossa cilindrata che sfrecciano, e ovviamente l’immancabile televisore in sottofondo.

C’è da dire che un album così lo si apprezza di più se ascoltato in cuffia, anziché con le casse. E’ comunque un disco prodotto e suonato magnificamente, con le canzoni tutte collegate tra loro, con alcune parti che si ripetono nella più classica della variazione sul tema, in modo che il tutto suoni più come una suite che una collezione di canzoni a sé stanti (due di queste sono tra le più belle che io abbia mai sentito, ovvero Go Fishing e Every Stranger’s Eyes), ed è infine l’ultimo dei suoi album in cui Roger Waters non soltanto suona effettivamente il basso ma canta alla grande, così come aveva fatto in “The Wall” e in “The Final Cut” e come non farà più già a partire da “Radio K.A.O.S. (1987). Per tutti questi motivi, in definitiva, “The Pros And Cons Of Hitch Hiking” è un disco che mi ha sempre emozionato.

-Mat

Tutti gli album di George Harrison in vinile

george-harrison-tutti-gli-album-in-vinileTorno a scrivere su Immagine Pubblica dopo i drammatici fatti che hanno sconvolto il mio Abruzzo e le regioni circostanti. Sono giorni duri e tristi, ne verremo fuori ma ci vorrà tempo. Sembra una cosa del tutto inutile, in momenti come questi, scrivere di musica in un blog personale. Eppure è un modo come un altro per evadere un po’ dalla realtà; ogni tanto se ne sente proprio il bisogno. E il mio è un piccolo contributo alla causa.

La notizia è di qualche giorno fa: il prossimo 25 febbraio, data di nascita del compianto George Harrison, la Universal distribuirà un lussuoso cofanetto contenente tutti gli album da solista – e in formato vinile – del chitarrista dei Beatles. Come ormai è d’obbligo in questi casi di riedizioni deluxe, ogni elleppì sarà stampato in vinile da 180 grammi e riproposto con la stessa veste grafica dell’originale dell’epoca. Oltre a tutti gli album che George Harrison ha fatto pubblicare a suo nome tra il 1968 e il 2002, il box – chiamato semplicemente “The Vinyl Collection” – conterrà anche due picture disc di 12 pollici riproducenti, rispettivamente, i singoli Got My Mind Set On You e When We Fas Fab. Nonostante due cofanetti usciti in anni recenti (“The Dark Horse Years” e “The Apple Years”, entrambi su ciddì), questa è la prima volta che tutta la produzione dell’Harrison solista viene contemplata in un’unica opera omnia. Cerchiamo ora di fare un punto della situazione, album dopo album, dei titoli presenti in “The Vinyl Collection”, con qualche piccola nota storico-critica.

“Wonderwall Music” (1968): il disco indiano di George, strumentale, colonna sonora dell’omonimo film. Inciso prevalentemente agli studi EMI di Bombay da musicisti locali, figura Harrison per lo più come produttore e supervisore generale. Ascoltato tanti anni fa, non lo trovai particolarmente memorabile; mi sembrò la versione estesa, per così dire, di brani dei Beatles come The Inner Light, Love You To e Within You Without You.

“Electronic Sound” (1969): edito dalla Zapple, l’etichetta “sperimentale” della stessa Apple di proprietà dei Beatles, è un lavoro completamente strumentale eseguito dal solo George al sintetizzatore. L’avrò ascoltato una volta, diversi anni fa, senza particolare entusiasmo; il mio sospetto è che di un album come “Electronic Sound” si continui a parlare perché presente nell’orbita Beatles, più che per i meriti intrinseci del disco.

All Things Must Pass” (1970): il vero capolavoro di George Harrison, è l’album più bello d’un Beatle in veste solista. E’ anche uno dei pochi album solistici che possono essere posti sullo stesso livello dei capolavori beatlesiani del periodo 1966-1969. Qui viene riproposto nella sua gloriosa edizione tripla con tanto di confezione scatolata. La scaletta dei brani è fedele all’originale, mentre nelle riedizioni a partire dal 2001 è sempre stata alterata dalla presenza di brani aggiuntivi.

Living In The Material World” (1973): sulla scia dei grandi successi di “All Things Must Pass” e “The Concert For Bangla Desh” (peraltro escluso da questo cofanetto del 2017), confermò tutto il talento di George con un album tanto personale quanto caldo & sentimentale. Da annoverare anch’esso tra le migliori realizzazioni beatlesiane da solista.

“Dark Horse” (1974): un disco interlocutorio, inciso quasi “per forza”, nonostante l’evidentissimo calo della voce del nostro in seguito alla tournée che aveva intrapreso parallelamente all’incisione dell’album. Un mezzo passo falso.

“Extra Texture” (1975): un lavoro più pop e gioioso del precedente, anche se non più assimilabile qualitativamente agli album del periodo 1970-73. E’ tuttavia un disco che manca fisicamente dalla mia collezione di dischi, come il precedente “Dark Horse”.

“Thirty Three & 1/3” (1976): originariamente distribuito dall’etichetta di proprietà dello stesso Harrison (la Dark Horse, per l’appunto) quando il chitarrista aveva effettivamente compiuto trentatrè anni… e quattro mesi! Un disco pregevole, suonato molto bene a discapito dell’ispirazione non sempre costante.

“George Harrison” (1979): pubblicato dopo una pausa di tre anni, questo album può essere annoverato tra i lavori migliori del nostro, forte di canzoni irresistibili come Blow Away, Faster e Your Love Is Forever.

“Somewhere In England” (1981): un lavoro mediocre, bisogna ammetterlo, ricordato per All Those Years Ago (singolo edito come risposta all’omicidio di John Lennon del dicembre ’80) e davvero poco altro.

“Gone Troppo” (1982): il punto più basso della carriera discografica di George Harrison, tanto da indurlo ad abbandonare la musica per anni, per dedicarsi prevalentemente alla sua seconda attività di impresario cinematografico.

“Cloud Nine” (1987): l’album del grande ritorno e uno dei punti più alti tanto nella discografia del nostro quanto in quella dei Beatles in veste solista. Mi piacerebbe parlarne in un post ad hoc, così come di “All Things Must Pass”, la cui bozza giace da anni tra i miei appunti.

“Live In Japan” (1992): vinile doppio, contenente una registrazione dal vivo con la band di Eric Clapton del ’91. Per il nostro è una sorta di Greatest Hits Live, contenente anche diversi brani dei Beatles; un album non proprio necessario ma molto piacevole.

“Brainwashed” (2002): nonostante il clamore di “Cloud Nine”, della relativa tournée e del successo riscosso dai suoi due dischi realizzati come componente dei Traveling Wilburys, George Harrison restò inattivo come solista per tutti gli anni Novanta, tornando a proporre musica a suo nome quando era già seriamente malato. Piacevolissima sorpresa, senza dubbio tra i dischi più belli di George, “Brainwashed” uscì nel corso del 2002, quando purtroppo il musicista era già defunto. Mi piacerebbe riparlarne in un apposito post.

Fin qui gli album. Come abbiamo detto prima, “The Vinyl Collection” contiene inoltre due singoli originariamente estratti da “Cloud Nine”, ovvero la cover di Got My Mind Set On You (l’ultimo vero hit da classifica per il nostro) e la beatlesiana When We Was Fab, un brano che rifà malinconicamente il verso a I Am The Walrus e che si avvale della collaborazione dello stesso Ringo Starr (che peraltro partecipa in tanti altri episodi presenti in questo cofanetto). Insomma, siamo alle prese con un corpulento cofanettone da ben diciotto vinili… e da trecentocinquanta euro di prezzo. Uscirà comunque anche “a puntate”, album per album, ma senza i due picture disc bonus. Mi farò due conti prima di decidere se prenderlo in blocco o se andarmi ad acquistare quei singoli titoli che ancora mi mancano. Ovviamente, ma che lo dico a fare, sono molto tentato dalla prima opzione.

-Mat

The Beatles, l’album bianco, 1968

the-beatles-the-white-album-bianco-numero-1Nell’ottobre 2008 pubblicai due post a proposito di “The Beatles”, il famoso album bianco dei Fab Four pubblicato 40 anni prima. Cercando di riunire quei miei vecchi scritti in quest’unico post, spero d’aver coniugato un’utile condivisione d’informazioni a quella che non è mai stata una mia dote, la sintesi.

Chiamato “The White Album” per la sua confezione immacolata, il nostro è un disco ricco di sfaccettature, registrato in totale libertà creativa ma pure tra continue liti per questioni finanziarie e gestionali. Venne fuori, ad ogni modo, l’ennesimo capolavoro dei Beatles, un’epopea da 30 canzoni che spaziano dal pop all’avanguardia, fino ad anticipare alcuni generi come l’hard rock, il punk ma anche un certo epic rock da stadio; tutte sonorità che sarebbero definitivamente emerse nel decennio successivo.

Sconvolti dalla morte di Brian Epstein (agosto ’67), inesperti nel management dell’etichetta discografica (la Apple) che avevano appena fondato e di ritorno da un controverso viaggio in India, al seguito del Maharishi Mahesh Yogi per “studiare” meditazione trascendentale, i Beatles presero a lavorare a quello che sarebbe diventato un doppio album eponimo nel maggio 1968. E così, tornati in Inghilterra, i nostri si ritrovarono nella dimora di George Harrison per incidere i demo delle loro composizioni più recenti: tutti e quattro proposero diverse canzoni, addirittura 11 da parte del solo John Lennon, anche se non tutte furono incluse nell’album (alcune, come ad esempio JunkJealous Guy, che allora si chiamava Child Of Nature, finirono nei successivi dischi solisti). Perlopiù acustici e dal suono deliziosamente rilassato, questi demo sono stati parzialmente pubblicati nel terzo volume della serie “Anthology” (1996) con un’eccellente resa sonora.

Il 30 maggio, mentre da Parigi montava la più celebre delle contestazioni giovanili, i Beatles tornarono finalmente negli studi EMI di Abbey Road per registrare le canzoni da destinare alle loro prossime uscite discografiche: un album – poi diventato un doppio, quindi – e un 45 giri di grande successo. Si cominciò con una di John, la blueseggiante Revolution, che presto arrivò all’imponente durata di 10 minuti, con un finale psichedelico fatto di nastri che giravano al contrario e sovrapposizioni multiple d’effetti sonori. Lennon pensò bene di tagliare la canzone in due brani ben distinti, che divennero quindi la rilassata Revolution 1 (con tanto di sezione fiati) e Revolution 9, un folle collage sonoro realizzato grazie a quello che è il più evidente contributo di Yoko Ono a un pezzo dei Beatles. Comunque anche Harrison diede una mano, lo si sente pure nei dialoghi surreali presenti sul pezzo; nel “White Album” così come è entrato nelle nostre case, Revolution 9 viene inoltre introdotta dal frammento di una canzone di Paul McCartney, Can You Take Me Back?, altrimenti inedita e non accreditata nei titoli. Revolution 9 può essere quindi considerata un’opera dei Beatles a tutti gli effetti e non un’escursione solista di John & Yoko in un disco dei Beatles.

A giugno fu la volta del debutto di Ringo Starr come autore, l’amabile Don’t Pass Me By, per la quale s’era concepita un’introduzione orchestrale, poi scartata (vi lavorò direttamente George Martin, e la si può ascoltare comunque su “Anthology 3”, sotto il titolo di A Beginning). Quindi fu la volta di Blackbird, perla acustica scritta & eseguita dal solo Paul, così come di Everybody’s Got Something To Hide Except Me And My Monkey (titolo lungo per un testo di difficile interpretazione, in una canzone decisamente rock impreziosita da una grandiosa prova vocale di John, che ne è l’autore) e di Good Night (una delle più delicate creazioni lennoniane, affidata alla voce di Ringo e sorretta da un’orchestra e un coro diretti da George Martin).

A luglio fu quindi il turno della maccartiana Ob-La-Di, Ob-La-Da, il cui scanzonato andamento circolare e l’atmosfera complessivamente festosa ne tradiscono in realtà una gestazione lunga e complessa, con McCartney che avrebbe voluto lavorarci ancora per poi farne un singolo, prima che uno stufo Lennon dicesse basta. Il quale, stavolta rilassatissimo, mise su nastro Cry Baby Cry, guidando il resto dei Beatles in un’esecuzione amabile e accattivante. Tuttavia, se John voleva il gioco duro, Paul rispose con Helter Skelter, ovvero l’episodio più heavy di tutta la discografia beatlesiana, ad ennesima testimonianza della grande versatilità dei Beatles (e di Paul) e della loro (e sua) voglia di esplorare territori sonori inconsueti. Il colpaccio lo piazzò comunque George con la sua While My Guitar Gently Weeps: riconosciuta da Lennon – che per giunta non vi prese parte – come la miglior canzone dell’album bianco, questa dolente ballata rock impreziosita dalla chitarra solista di Eric Clapton resta senza dubbio una delle canzoni più belle dei Beatles. Una canzone nata già bella, a dire il vero, come testimonia ancora una volta “Anthology 3”, che include una versione acustica, ai primissimi stadi di lavorazione, assolutamente deliziosa. Forse colpito dalla maturazione artistica di George, ecco Paul che nel volgere di quello stesso mese di luglio, il giorno 29, introduce la sua Hey Jude nell’agenda di lavoro beatlesiana. Pubblicata su singolo un mese dopo – con una versione di Revolution appositamente riregistrata e molto più rock sul lato B – Hey Jude ottenne uno straordinario successo in tutto il mondo e tuttora è ricordata come una delle canzoni più belle e popolari dei Beatles, una per la quale non c’è davvero bisogno di presentazioni.

Ad agosto toccò invece alla lennoniana Yer Blues (un abrasivo rock-blues dove il suo autore esprime tra il serio e il faceto tendenze suicide) e alle maccartiane Mother Nature’s Son (rilassata e meditabonda, è un’altra esecuzione solista, sezione fiati a parte), Rocky Raccoon (sorta di country & western) e Wild Honey Pie (semplice improvvisazione da solo per voce, chitarra e batteria per un brano più corto d’un minuto del quale francamente potevamo tutti fare a meno). Pur se incise in quello stesso mese, altre tre canzoni dei Beatles andarono incontro a sorte diversa: la harrisoniana Not Guilty venne scartata dalla scaletta dell’album bianco per riapparire, in tutt’altra forma, nell’eponimo album solista di George del 1979; la lennoniana What’s The New Mary Jane, decisamente psichedelica, trovò posto nel catalogo ufficiale quasi trent’anni dopo, su “Anthology 3”, mentre la maccartiana Etcetera resta tuttora inedita.

Poi il fattaccio: il 22 agosto, durante una discussione mentre si lavorava alla nuova Back In The U.S.S.R., uno scanzonato rock dalle reminiscenze beachboysiane, Ringo se ne andò sbattendo la porta a causa della troppa tensione che s’era accumulata fra i quattro. La defezione del batterista venne tenuta segreta e i Beatles ridotti a trio continuarono imperterriti nel loro lavoro. Con Paul alla batteria, ecco quindi la lennoniana Dear Prudence, con quel pigro arpeggio di chitarra iniziale che è tutto un programma e la dolce voce di John che invita Prudence – la sorella di Mia Farrow ospite anch’essa del Maharishi in quella primavera ’68 – a uscire dalla sua paranoia.

Dopo il ritorno di Ringo, si procedette a settembre con le lennoniane Glass Onion (enigmatica e anche un po’ tetra, con rimandi ad altre canzoni beatlesiane) e Happiness Is A Warm Gun (costruita dall’unione di tre motivetti che Lennon aveva composto in India, mentre il titolo è stato preso da un’inquietante pubblicità di armi da fuoco), le maccartiane I Will (breve e pulsante ballata per chitarra acustica e percussioni) e Birthday (la cui ruvidità, unita al suo senso d’urgenza, sembrano anticipare le sonorità punk), e quindi la harrisoniana Piggies (insolitamente teatrale per George, forse lontana dal suo stile che, pur proponendovi un arrangiamento interessante, evidenzia nel testo una misantropia piuttosto sgradevole).

A ottobre fu la volta delle maccartiane Honey Pie (in stile anni Trenta), Martha My Dear (altra canzone dove il versatile Paul fa tutto da solo: voce, piano, basso, chitarra, batteria e battiti di mani… tutto tranne l’orchestra) e Why Don’t We Do It In The Road? (poco più di un’improvvisazione, provinata comunque in diverse forme, da una lieve e del tutto acustica eseguita dal solo Paul a questa più arrembante suonata con Ringo), delle harrisoniane Savoy Truffle (probabilmente la canzone più brutta dell’album bianco, il cui testo è stato “ispirato” da una scatola di cioccolatini particolarmente graditi dall’amico Eric Clapton) e Long, Long, Long (una ballata quasi sussurrata), e quindi delle lennoniane I’m So Tired (pigra ma isterica, lunga appena due minuti) e The Continuing Story Of Bungalow Bill (alquanto dimesso per gli standard beatlesiani del periodo, è un brano corale piuttosto scanzonato che narra le vicende di un altro ospite del Maharishi; è l’unico brano dei Beatles dove possiamo ascoltare – seppur brevemente – la voce solista di una donna, Yoko Ono) e infine Julia, ovvero una delle canzoni più belle e toccanti dei Beatles, sebbene sia un’esecuzione del solo John per voce & chitarra acustica.

Durante la lavorazione a “The Beatles”, inoltre, i nostri improvvisarono altri motivi, più o meno compiuti, come una versione di Blue Moon in medley con Helter Skelter, una jam in forma libera di Step Inside Love (una canzone scritta da Paul per una sua protetta, Cilla Black), una deliziosa alternativa di I Will chiamata The Way You Look Tonight, e una versione dissacrante di Sexy Sadie chiamata Maharishi (con pesanti insulti verso il guru ma anche contro Epstein, già defunto). Secondo alcuni tecnici di studio, infine, pare che McCartney provasse Let It Be fra una sessione e l’altra.

Come abbiamo già avuto modo di notare, buona parte di tutte queste canzoni venne eseguita da due o addirittura da un solo Beatle, con gli altri usati più come semplici musicisti che partner musicali veri e propri, e con ognuno che portava in studio i propri collaboratori di fiducia (Clapton, la Ono, ma anche Chris Thomas, in seguito famoso produttore). Tuttavia non mancano ruggenti e/o divertite esibizioni di gruppo, come Helter Skelter, Everybody’s Got Something To Hide, Ob-La-Di, Ob-La-Da o Birthday. Insomma, furono cinque mesi di registrazioni dove ognuno fece un po’ quello che gli pareva ma la libertà creativa ebbe da guadagnarci e i risultati furono eterogenei come non mai, e in molti casi assai interessanti.

“The Beatles” resta l’album più complesso e meno immediato dei Fab Four, ma il suo ascolto è sempre un’esperienza interessante, emozionante e a tratti esaltante. A chi ama questo doppio elleppì/ciddì consiglio vivamente anche l’ascolto di quella “Anthology 3” a cui abbiamo già accennato. Magari ne riparleremo in un prossimo post.

-Mat

Fatti, smentite & opinioni personali sui Queen

queenQuei pochi che abitualmente leggono questo sito lo sanno: sono sempre stato un grande appassionato dei Queen. Il celeberrimo gruppo inglese è stato il primo verso il quale ho nutrito quella genuina manìa che ti porta a comprare in poco tempo tutti gli album e le raccolte fin lì realizzate. Per la verità ho ascoltato i Queen da sempre: anche se inconsapevolmente, mi ricordo benissimo di aver sentito – negli anni Ottanta, quand’ero bambino – brani come Another One Bites The Dust e Radio Ga Ga alla radio. Probabilmente conobbi il nome Queen sul finire di quel decennio, quando la Lancia (all’epoca vittoriosissimo marchio automobilistico impegnato nei rally con la mitica HF integrale) pubblicizzava i suoi successi con uno spot televisivo nel quale si sentiva l’originale We Are The Champions. E’ in quell’occasione che chiesi agli adulti ‘di chi è questa canzone?’. ‘Dei Queen’, mi rispose qualcuno.

In tutti questi anni, però, devo tristemente ammettere che ho letto & sentito più cazzate sul conto dei Queen e di Freddie Mercury che di ogni altro gruppo del pianeta. Per dirne una, ricordo benissimo anche un orribile articolo su una rivista musicale per adolescenti che compravo quando andavo alle superiori, “Tutto – Musica e Spettacolo”: in un servizio su Mercury a pochi anni dalla morte, si leggeva in una didascalia accanto ad una foto che Freddie si trovava in un party fra travestiti… era un’immagine tratta dal videoclip di The Great Pretender, ma quale party fra travestiti?! Come ho detto, ne ho sentite & lette davvero tante, sia dai comuni appassionati e sia da chi scrive di musica per mestiere (nel senso che viene pagata per farlo). E allora, imbarcandomi in una titanica impresa, ecco una serie di fatti veri, falsi (e quindi smentiti) e una serie di opinioni del tutto personali su quello che sono & che hanno rappresentato i Queen.

  • E’ difficile ascoltare casualmente i Queen: di solito li si ama o li si odia. Non restano però indifferenti, è impossibile non accorgersi della loro musica.
  • I critici musicali, dal canto loro, non li hanno mai potuti soffrire. Ho letto parole veramente cattive sulla musica dei Queen, ma anche all’indomani della morte di Freddie.
  • Però i dischi dei Queen sono vendutissimi e molto collezionati, anche prima che il tragico destino di Mercury ingigantisse il mito: album come “A Night At The Opera” (1975), “A Day At The Races” (1976), “The Game” (1980), “The Works” (1984), “A Kind Of Magic” (1986), “The Miracle” (1989) e “Innuendo” (1991) sono finiti dritti dritti in testa alla classifica inglese dell’epoca (e nelle Top Ten di mezzo mondo). Il tutto in un periodo in cui la concorrenza non era certo quella di Leona Lewis o Robbie Williams, non so se m’intendo.
  • La prima raccolta ufficiale dei Queen, “Greatest Hits” (1981), è attualmente il disco più venduto nel Regno Unito, scavalcando perfino il mitico “Sgt. Pepper” dei Beatles.
  • Tutti e quattro i componenti dei Queen hanno scritto almeno un hit di fama mondiale: We Are The Champions per Freddie Mercury, We Will Rock You per Brian May, Another One Bites The Dust per John Deacon, Radio Ga Ga per Roger Taylor. Sono canzoni strafamose che conoscono anche i sassi. Quali altri gruppi possono vantare una tale distribuzione di successi autoriali individuali per ogni singolo componente? Credo nessuno, nemmeno i Beatles…
  • Per quanto i quattro componenti dei Queen avessero prolificità autoriali ben diverse (i più attivi sono stati May e Mercury), la struttura del gruppo è sempre stata molto democratica, con ognuno libero di scrivere le proprie canzoni, di suonarsele e di cantarsele perfino.
  • I primi due album del gruppo, “Queen” (1973) e “Queen II” (1974) s’ispiravano anche nei titoli ai primi dischi dei Led Zeppelin: di lì a poco, tuttavia, i Queen diedero vita alla loro personale concezione del rock, incorporando nel loro inconfondibile stile epico elementi tratti dalla lirica, dalla classica, dal funk, dalla disco e sperimentando con l’elettronica. Non è raro trovare negli album dei Queen delle innocue canzoncine pop accanto a travolgenti episodi hard rock.
  • Freddie Mercury ha innovato il modo di concepire il rock innestandovi elementi operistici: già con Bohemian Rhapsody dei Queen (1975) ottenne un risultato a dir poco notevole, ma diede il meglio di sè in tal senso con l’album “Barcelona” (1988), realizzato con la regina della lirica, Montserrat Caballé.
  • Anche se non è vero che il primo videoclip della storia sia Bohemian Rhapsody, i Queen hanno però pubblicato per primi una raccolta di videoclip: “Greatest Flix” (1981).
  • Nei dischi dei Queen sono accreditati come musicisti/cantanti aggiuntivi: Joan Armatrading, David Bowie, Steven Gregory, Steve Howe, Michael Kamen, Mack, Fred Mandel, Arif Mardin, Mike Moran. Non accreditato: Rod Stewart.
  • Secondo alcune fonti, esiste una versione inedita di Play The Game dei Queen dove canta anche Andy Gibb. Non sono riuscito a saperne di più, le stesse fonti sui Bee Gees non mi sono state utili finora in tal senso.
  • Negli archivi si trovano diversi brani inediti dei Queen, fra cui (in ordine cronologico): Silver Salmon, Hangman, la cover di New York New York (nella sua forma integrale), Dog With A Bone, A New Life Is Born, Self Made Man e My Secret Fantasy. Più altre tre o quattro improvvisazioni registrate con Bowie durante l’incisione di Under Pressure.
  • Se in futuro dovessero spuntar fuori collaborazioni d’annata fra componenti dei Queen e Elton John o Rod Stewart o componenti dei Guns N’ Roses prendetele per buone.
  • I Queen si sono esibiti nel corso dello storico Live Aid (1985) in un cartellone che, fra gli altri, figurava Paul McCartney, Sting, David Bowie, Tina Turner, Madonna, Phil Collins, Mick Jagger e i redivivi Led Zeppelin: a detta di tutti sono stati i più grandi (sembrava che lo stadio di Wembley fosse lì solo per loro) e, di fatto, hanno surclassato tutti gli altri partecipanti alla manifestazione.
  • Il noto concerto di Wembley del luglio 1986 (in realtà furono due concerti, la sera dell’11 e quella del 12) non fu l’ultima esibizione dei Queen. Fu l’ultima nella loro città, Londra.
  • I celebri Mountain Studios situati nell’incantevole cittadina svizzera di Motreux sono appartenuti per molti anni ai Queen. Una statua di Freddie Mercury è stata posta sulle rive del lago di Givevra.
  • I Queen non si sono mai schierati politicamente, forse anche per questo la critica li ha sempre bistrattati.
  • Sono una delle rock band più istruite culturalmente: due di loro sono laureati (John e Brian), gli altri due diplomati.
  • Sono il gruppo pop-rock occidentale più popolare in Giappone. Molto amati anche in Sudamerica, nei primi anni Ottanta i Queen riempivano tranquillamente stadi da oltre 100mila persone.
  • Si sono esibiti in Italia solo in quattro occasioni: due appuntamenti al Festival di Sanremo e due concerti a Milano, tutti nel 1984.
  • Il singolo Radio Ga Ga venne pubblicato in anteprima in Italia, iniziando a circolare già nel dicembre 1983; curiosamente il copyright del quarantacinque giri era datato 1984.
  • Freddie Mercury è stato il più grande cantante rock e uno dei più carismatici e vitali front-men.
  • Brian May è uno dei più grandi chitarristi di tutti i tempi. Un gigante fin troppo sottovalutato (che diavolo c’avrà trovato l’umanità in Eric Clapton e Mark Knopfler la scienza me lo deve ancora spiegare…).
  • All’album “Mr. Bad Guy” di Freddie Mercury prendono parte, in un modo o nell’altro, tutti gli altri Queen: in particolare Man Made Paradise è un’esibizione di gruppo.
  • Brian May e Roger Taylor hanno partecipato, assieme a Giorgio Moroder, a Love Kills, successo solista di Freddie datato 1984.
  • May ha collaborato con numerosi altri celebri artisti, fra cui: Black Sabbath, Guns N’ Roses, Eddie Van Halen, Steve Hackett e Dave Gilmour.
  • Freddie Mercury ha registrato due canzoni (tuttora inedite) con Michael Jackson, There Must Be More To Life Than This e State Of Shock. Pare anche una terza, Victory, ma ci credo poco.
  • I Queen hanno registrato le musiche e le canzoni per due noti film: “Flash Gordon” (1980) e “Highlander” (1986).
  • Il vero nome di Freddie Mercury è Farroukh Bulsara, nato sull’isola di Zanzibar il 5 settembre 1946 da genitori di origine iraniana.
  • Freddie non è mai stato sposato, né ha mai messo al mondo dei figli. Era gay, dal 1985 al 1991 ha convissuto con Jim Hutton, tuttavia il suo più grande amore è stato Mary Austin, cui è stato fidanzato per gran parte degli anni Settanta. Mary è sempre rimasta amica di Freddie e ha ereditato la splendida villa vittoriana acquistata dal cantante nei primi anni Ottanta.
  • Freddie ha vissuto anche a New York e Monaco Di Baviera, in gioventù ha trascorso diversi anni in India.
  • Freddie non aveva la patente… però si faceva scarrozzare in giro con la sua Rolls Royce.
  • Freddie è morto la sera del 24 novembre 1991, quando mancavano pochi minuti alle diciannove (la notizia è trapelata verso la mezzanotte).
  • Parte dei proventi delle canzoni firmate da Freddie Mercury va ad un fondo per la ricerca contro l’aids, il Mercury Phoenix Trust.
  • L’idea originale del brano The Show Must Go On è di Brian May (quindi che nessuno mi venga più a rompere col fatto che Freddie abbia implicitamente autorizzato la band ad andare avanti senza di lui).
  • Un’altra canzone che molti attribuiscono a Mercury, These Are The Days Of Our Live, è stata invece composta da Taylor.
  • Il Roger Taylor che viene ringraziato nelle note di copertina dell’album “Blah-Blah-Blah” (1986) di Iggy Pop non è un componente dei Duran Duran, ma proprio il batterista dei Queen.
  • I Depeche Mode non hanno mai fatto da supporto nei concerti dei Queen.
  • “Made In Heaven” (1995) non è il fantomatico ultimo album dei Queen, bensì una compilation rimaneggiata dai tre Queen superstiti e comprendente brani più o meno inediti del periodo 1980-1991.
  • Non ho mai desiderato di comprare la cassetta (o il dvd) del “Freddie Mercury Tribute” dell’aprile 1992. Di fatto non ce l’ho.
  • Sul finire degli anni Novanta, John Deacon ha avuto il buon gusto di tirarsi fuori dalla vicenda dei Queen perché pensava che, in seguito alla morte di Freddie e dopo i necessari ‘tributi & omaggi’, la band avrebbe dovuto piantarla lì.
  • Brian May e Roger Taylor, che potrebbero tranquillamente far campare di rendita non solo essi stessi ma anche i propri nipoti, hanno avuto la genialata di resuscitare il marchio Queen. Per quanto niente possa importargliene, io non ho mai approvato quella decisione.
  • Non ho mai visto il musical “We Will Rock You” – basato sulle canzoni dei Queen – né ho intenzione di farlo in futuro.
  • Mi sono rifiutato di comprare due fra le più inutili compilation mai apparse sul mercato discografico: “Queen Rocks” (1997) e “Greatest Hits III” (1999).
  • In anni recenti è stata messa sul mercato una serie di orribili gioielli a nome di Freddie Mercury. Lo stesso sito ufficiale dei Queen pubblicizzava l’ignobile iniziativa.
  • Quel tale, Paul Rodgers, non c’entra un cazzo con la storia dei Queen. Per quanto mi riguarda non ho mai ascoltato i Free o i Bad Company e – considerando come stanno le cose – ora me ne vanto pure.
  • “The Cosmos Rocks” (2008) è un album che non entrerà mai in casa mia.
  • I signori May e Taylor (o chi per loro alla EMI) hanno svenduto la musica dei Queen alle aziende pubblicitarie.
  • Troppa gente continua a scrivere Freddie con la Y (…Freddy). Da parte sua, il cantante non ha mai gradito che lo si chiamasse Fred.
  • Nel 2007 s’è parlato molto d’un prossimo film biografico sulla vita di Freddie Mercury: fra gli attori contattati per interpretare la parte del cantante vi sarebbero il grande Johnny Depp e l’istrionico Sacha Baron Cohen (quello di “Borat”): pare che un tale onore spetterà a quest’ultimo.
  • Nel corso del 2009 tutti gli album da studio e dal vivo dei Queen sono stati pubblicati ad uscite periodiche in edicola, abbinati a “TV Sorrisi e Canzoni”: un’operazione che dimostra come i Queen siano molto popolari e amati dal pubblico più eterogeneo.
  • Poche chiacchiere: il 90% della musica dei Queen suona potente & attuale anche oggi.

Ovviamente non posso aver risposto coi fatti a tutte le stronzate che ho letto & sentito negli ultimi ventanni; se mi verrà da aggiungere qualcosa aggiornerò questo post.

– Mat

(aggiornato il 23 ottobre 2010)

I concerti più memorabili

Se in questo 2008 che ormai volge alla fine ho stabilito il mio record personale di dischi acquistati, non ho però assistito a nessun concerto di particolare rilevanza. Un po’ per mancanza di soldi, un altro po’ per pigrizia e molto per via del fatto che i miei artisti preferiti non hanno dato concerti in Italia. E così, sia come augurio per l’anno che verrà e sia per guardarmi indietro con piacevole nostalgia, ecco una breve lista dei concerti che più mi hanno emozionato negli ultimi anni, con qualche sintetico commento da parte del sottoscritto.

Eric Clapton: dal vivo a Pesaro nel marzo del 2001 con una band cazzutissima. Anche se ora ritengo il buon Eric un sopravvalutato, questo fu un concerto bellissimo e senza nessun calo di forma e/o stile.

The Cure: dal vivo a Roma nell’estate del 2002, per quasi tre ore di musica dove la band di Robert Smith ha spaziato senza risparmiarsi dalle canzoni di “Three Imaginary Boys” ai brani più recenti (per l’epoca) di “Bloodflowers”. Grandissimi!

Depeche Mode: dal vivo a Bologna nell’ottobre 2001, in un concerto esaltante del tour di “Exciter” che la sera prima aveva fatto tappa a Milano. Una band in formissima alle prese con un repertorio che ho cantato dalla prima all’ultima canzone. Apprezzai anche l’esibizione del gruppo di supporto, i Fad Gadget.

Genesis: dal vivo a Roma nell’estate 2007, in occasione del Telecomcerto gratuito del 14 luglio che ha attirato ben 500mila persone. La formazione includeva tre membri originali – Phil Collins, Tony Banks e Mike Rutherford – più due storici collaboratori, Daryl Stuermer (chitarra) e Chester Thompson (batteria). Uno dei più maestosi spettacoli che ho avuto il privilegio di gustare.

Steve Hackett: dal vivo a Pescara nel marzo 2007, fu un graditissimo aperitivo acustico prima del grande concerto romano dei Genesis. Ne ho parlato QUI.

Scott Henderson: dal vivo a Orsogna (Chieti) nell’agosto del 2006 vidi in azione uno dei più abili e impressionanti chitarristi che io abbia mai avuto il piacere d’ascoltare. Eccezionalmente bravi anche i due musicisti che quella sera accompagnarono Scott sul palco: Kirk Covington alla batteria e John Humphrey al basso.

Paul McCartney: dal vivo a Roma, lungo il suggestivo sfondo dei Fori Imperiali, nel maggio del 2003, in occasione del primo Telecomcerto gratuito (nella foto sopra). Questo è stato forse il concerto più emozionante della mia vita, se la batte alla pari con un altro che vedremo fra poco…

The Mission: dal vivo a Roma nell’autunno del 2005, in una formazione che purtroppo includeva il solo Wayne Hussey fra i componenti storici della band inglese; la scelta dei pezzi e la loro esecuzione furono comunque memorabili.

Peter Murphy: dal vivo a Roma nell’estate 2005, in uno dei posti peggiori che io abbia mai visitato per ascoltare della musica dal vivo. Ma l’emozione di aver visto cantare a un metro da me il leader dei Bauhaus, il piacere di avergli stretto la mano, e i suoi autografi sulle copertine dei miei dischi hanno ben ripagato i soldi spesi per il biglietto e il viaggio.

The Police: dal vivo a Torino nell’ottobre del 2007… strepitosissimi! Ne ho parlato abbondantemente QUI.

Prince: dal vivo a Milano il 31 ottobre 2002 per un concertone che riportava il folletto di Minneapolis in terra italiana dopo dieci anni buoni d’assenza, stavolta per promuovere l’album “The Rainbow Children”. Ci andai da solo, contro tutti & tutto, e ne valse la pena alla grandissima, fosse solo per il fatto di averlo visto suonare e cantare Purple Rain a pochi metri da me!

David Sylvian: dal vivo a Roma nel settembre 2007 in uno dei posti più splendidi dove ho potuto ascoltare della musica live, l’Auditorium della Conciliazione, a pochi passi dal Cupolone. Tanti i pezzi tratti dal recente “Snow Borne Sorrow” (2005) ma anche tante piacevoli escursioni nel suo passato solista. Ospite d’eccezione, alla batteria, il fratello Steve Jansen.

Roger Waters: dal vivo a Roma nel giugno 2002 con una band grandissima di musicisti e coriste. Tre ore in compagnia di una leggenda alle prese con delle canzoni che sono entrate nella storia. Ho detto tutto. Permettetemi di chiudere questo post su toni di nostalgia dolceamara… mi sento fortunatissimo ad aver avuto l’opportunità di applaudire da vicino tutti questi grossi calibri, rimpiango però di non aver mai visto dal vivo Miles Davis, Freddie Mercury e i Clash.

– Mat

Ringo Starr

ringo-starr-immagine-pubblicaAvevo già dedicato un (brutto) post a Ringo Starr ma, più che uno scritto biografico, era invece un mio risentito sfogo contro pagine poco lusinghiere che avevo letto sul conto del celebre batterista dei Beatles. Ora ritento la fortuna con questo post, completamente nuovo.

L’unico Beatle ad aver assunto un nome d’arte, il nostro in realtà si chiama Richard Starkey, ed è nato a Liverpool il 7 luglio 1940, mentre l’Inghilterra subiva le conseguenze della guerra contro la Germania. I genitori di Richie provenivano dalla classe operaia più modesta, col papà che, quando il piccolo aveva tre anni, decide di mollare moglie & figlio. La madre di Richie, nonostante l’abbandono e le ristrettezze economiche, farà in modo di non far mancare nulla a quel suo unico figlio, fin troppo cagionevole di salute: infatti, nel corso dell’infanzia, Richie passerà più tempo in ospedale che a scuola.

A partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta, l’esplosione del rock ‘n’ roll in America e del fenomeno Elvis Presley hanno notevole risonanza in Inghilterra, specie in una città portuale come Liverpool, commercialmente aperta via mare agli Stati Uniti. Richie diventa un teddy boy ma non sarà mai un delinquente perché la sua gracile costituzione e la sua bassa statura non glielo permetteranno. Tuttavia la sua crescente passione per la musica trova finalmente sfogo quando il secondo marito di sua madre gli regala una batteria.

Il ragazzo inizia così a pestare sui tamburi con entusiasmo, rivelandosi alquanto portato. Ben prima di aver compiuto il suo ventesimo anno di vita, Richard Starkey sarà un richiesto batterista di diversi complessi & complessini liverpooliani, fra cui Rory Storm & The Hurricanes. Più o meno in quel periodo assume il suo noto pseudonimo artistico: Ringo perché portava (e porta tuttora) sempre diversi anelli (‘rings’) alle dita e Starr perché costituiva un’abbreviazione del suo cognome.

Con l’istrionico Rory Storm e i suoi Hurricanes, Ringo ha modo di girare l’Inghilterra e la città tedesca di Amburgo, meta lavorativa di vari altri gruppi liverpooliani. Sarà proprio ad Amburgo che il nostro avrà la possibilità di socializzare con un’altra band di Liverpool, i Beatles, un quartetto costituito dal ruvido John Lennon, dal talentuoso Paul McCartney, dallo schivo George Harrison e dall’anonimo Pete Best. E sarà proprio quest’ultimo che Ringo Starr andrà a sostituire dietro ai tamburi, una volta che i Beatles – guidati dal geniale manager Brian Epstein – avranno firmato un contratto discografico con George Martin della EMI.

Ringo debutta come batterista dei Beatles in studio, ad Abbey Road, nel settembre 1962, dopo un non propriamente caloroso benvenuto negli spettacoli dal vivo, quando le tante ammiratrici di Pete Best gliene urlavano di tutti i colori. Martin non fu particolarmente impressionato dalla tecnica di Ringo, tuttavia in poco tempo il nostro farà passi da gigante, contribuendo notevolmente alla definizione del sound dei Beatles. Essendo anche mancino (come McCartney), Starr svilupperà uno stile tutto suo e, con l’esplosione della beatlemania in tutto il mondo fra il ’63 e il ’64, quel suo stile diventerà presto una sorta di standard per tutti i futuri batteristi pop-rock. Il suo lavoro alla batteria, per quanto non virtuosistico, è sempre stato professionale ed impeccabile, lo documentano i nastri originali dei Beatles conservati negli Abbey Road Studios, parte dei quali pubblicata nel progetto “Anthology”. Inoltre, come cantante, Ringo ha avuto l’opportunità di farsi apprezzare in alcuni dei più amati e scanzonati brani beatlesiani, su tutti Yellow Submarine e With A Little Help From My Friends.

Nel corso degli elettrizzanti ma anche stressanti primi anni della beatlemania, Ringo viene visto come l’uomo normale fra quattro ragazzi altrimenti favolosi, quello attorno al quale il gruppo si stringe per smorzare la tensione, grazie alle sue battute fulminanti (Starr se ne usciva con espressioni incredibili che suscitavano l’ilarità degli altri tre, fra cui ‘it’s been a hard day’s night’ e ‘tomorrow never knows’… vi dicono niente?) e al suo tipico stile rilassato alla peace & love. Starr diventa quindi una sorta di mascotte in seno ai Beatles e non a caso sarà il componente del gruppo più in vista e divertente nei film “A Hard Day’s Night” (1964) e “Help! (1965). Queste sue prime esperienze cinematografiche fecero capire a Ringo che forse avrebbe potuto avere qualcosa da dire anche come attore e non solo come musicista. Infatti, nel momento più difficile dei Beatles, su finire dei Sessanta, Ringo parteciperà come apprezzato attore in diversi film.

Dopo John Lennon, Ringo fu il primo Beatle a prender moglie, sposando nel 1965 Maureen, la sua fidanzata storica: il matrimonio durerà dieci anni e darà tre figli alla coppia, fra cui Zak Starkey, noto batterista anch’egli. Tuttavia il grande amore di Ringo sarà Barbara Bach, una delle più belle ‘bond girl’ mai apparse sullo schermo, che il batterista sposa quindi in seconde nozze nel 1981, dopo averla conosciuta l’anno prima sul set de “Il Cavernicolo”.

Facciamo però un salto indietro: nel 1969 la storia dei Beatles volge al termine e il nostro si guarda ansiosamente attorno per decidere quale strada seguire per il futuro. E così, oltre ad apparire in una grande produzione cinematografica – “The Magic Christian” – accanto ad un’altra grande star, Peter Sellers, Ringo appronta l’album “Sentimental Journey”, una pregevole raccolta di standard degli anni Trenta e Quaranta pubblicata nel marzo 1970. Passa al country di lì a poco, con l’album “Beaucoup Of Blues” (1970), poi proverà anche a fare il regista, dirigendo l’amico Marc Bolan e i suoi T. Rex nel film “Born To Boogie” (1972).

Torna trionfalmente alla musica con l’album “Ringo” (1973), al quale partecipano in vario modo anche gli altri Beatles. L’album, che raggiunge il 2° posto della classifica americana, viene tuttora ricordato come il capolavoro solista di Starr. Nel frattempo, Ringo ha anche modo di farsi notare sul mercato dei singoli, grazie ai grandi successi di It Don’t Come Easy, Photograph e You’re Sixteen. Starr prova a ripetere i fasti di “Ringo” con l’album “Goodnight Vienna” (1974) ma riesce a prendervi parte il solo Lennon e il disco non ottiene lo stesso successo del predecessore. “Goodnight Vienna” fu comunque l’ultimo successo da Top Ten per il nostro, dato che col successivo “Ringo’s Rotogravure” (1976) inizierà un lento declino commerciale ma, sotto certi aspetti, anche artistico.

A metà dei Settanta, infatti, Ringo Starr balzerà agli onori delle cronache più per i suoi bagordi con gli amici John Lennon, Harry Nilsson e Keith Moon che per i suoi meriti musicali. Tuttavia, dopo i disastrosi risultati degli album “Ringo The 4th” (1977) e “Bad Boy” (1978), Ringo preparava un ritorno in grande stile, grazie al supporto degli altri Beatles e rinfrancato dal successo d’un disco per bambini al quale aveva preso parte in quel periodo. Nel novembre 1980 Ringo è a New York, ospite dei Lennon per discutere del prossimo disco del batterista, in programma nell’81. John aveva già scritto per il suo amico quattro nuovi pezzi – fra cui Life Begins At 40 – ma fu soltanto la mano d’uno squilibrato ad impedire ai due di realizzare un disco che, probabilmente, sarebbe stato il trampolino di lancio per una reunion dei Beatles nel corso degli Ottanta.

Anni Ottanta che invece, per Ringo, si trasformano in un progressivo ritiro dalle scene, anche per combattere una volta per tutte il suo alcolismo. Vincerà nell’88, assieme all’amata moglie Barbara, e così sarà nuovamente pronto ad affrontare un nuovo decennio in forma smagliante, con nuovi tour e nuovi dischi. In particolare, Ringo torna a far parlare di sé presso gli appassionati di musica col celebrato progetto “Anthology” (1995-2000) dei Beatles e con il buon album solista “Vertical Man” (1998), al quale presero parte anche George e Paul.

Ringo Starr è stato musicalmente attivo anche in questo decennio, pubblicando finora tre pregevoli album da studio a suo nome – “Ringo Rama” (2003), “Choose Love” (2005) e “Liverpool 8” (2008) che, seppur non riportandolo ai fasti dei primi anni Settanta, lo hanno riabilitato musicalmente nei confronti dei tanti critici che in passato lo avevano stroncato.

Infine, una piccola annotazione… davvero invidiabile la lista di musicisti e cantanti che hanno preso parte, in epoche differenti, ai dischi solisti di Ringo: qui ricordo Quincy Jones, David Gilmour, Elton John, Maurice Gibb dei Bee Gees, Eric Clapton, Steve Cropper dei Blues Brothers, Dave Stewart degli Eurythmics, Ozzy Osbourne, Alanis Morissette, Joe Walsh e Timothy B. Schmit degli Eagles, Ron Wood dei Rolling Stones, Chrissie Hynde dei Pretenders, Willie Nelson e Stephen Stills.

– Mat

Sting, “…Nothing Like The Sun”, 1987

sting-nothing-like-the-sun-immagine-pubblicaHo tutti i dischi di Sting, ovviamente, e mi piacciono tutti. Ovviamente. Però il mio preferito resta il secondo album da solista del nostro, “…Nothing Like The Sun”, che reputo anche uno dei lavori migliori pubblicati negli anni Ottanta.

Ricordo benissimo i videoclip che accompagnavano due dei singoli promozionali tratti da “…Nothing Like The Sun”, ovvero Englishman In New York e soprattutto They Dance Alone. Mioddio, sono ventunanni che conosco questa musica… e mi emoziona tuttora! Due video ma ancor di più due grandi canzoni che al Mat novenne fecero già capire che quella di Sting era musica seria & di classe e che lo stesso Sting era uno dei più grandi in circolazione, allora come oggi.

Quella musica mi è entrata nel cuore e da allora vi è sempre rimasta: è quindi con grande piacere che riporto sulle pagine virtuali di questo sito il mio punto di vista su “…Nothing Like The Sun”, a mio avviso il capolavoro discografico dello Sting solista.

Proseguendo una tradizione inaugurata col fortunatissimo “Synchronicity“, quando il nostro era ancora il leader dei Police, Sting fonde abilmente sonorità pop-rock con toni jazzistici, ballate di grande atmosfera, suoni esotici e terzomondisti, brani più dark e psicologicamente introspettivi. Ancor di più i testi delle dodici canzoni presenti in “…Nothing Like The Sun” riflettono temi sociali e umanitari, soprattutto nelle magnifiche Fragile (altro classicone stinghiano) e la già citata They Dance Alone. Non mancano però canzoni d’amore, con il tutto suonato da Sting con una schiera superlativa di musicisti ospiti, fra cui: Andy Summers (già al fianco del nostro nell’avventura coi Police), Eric Clapton, Mark Knopfler, Gil Evans e la sua orchestra, Branford Marsalis, Manu Katché, Andy Newmark e Kenny Kirkland.

1) Si parte con l’etereo pop rock esotico di The Lazarus Heart, una dolce melodia ispirata in realtà alla perdita della madre di Sting, avvenuta proprio durante la lavorazione all’album. Mi piace molto la parte vocale di Sting in questa canzone… calda, appassionata e leggermente cosparsa d’eco.

2) Be Still My Beating Heart resta una delle mie canzoni stinghiane preferite, sebbene non sia stata pubblicata come singolo. Ha un sound a metà fra Tea In The Sahara e King Of Pain, entrambe contenute in “Synchronicity”… infatti Be Still My Beating Heart sembra proprio un brano dei tardi Police, e forse non è un caso che a suonarvi la chitarra sia proprio Andy Summers. Col suo felpato ritmo pulsante alternato a sequenze più lente dove l’ascoltatore è trasportato alla deriva, Be Still My Beating Heart è uno dei brani più notevoli nel canzoniere di Sting.

3) La successiva Englishman In New York, uno dei quattro singoli estratti da quest’album, più che una canzone è ormai un autentico classico, uno dei brani più facilmente riconoscibili di Sting. Penso che la conoscano anche i sassi! Da segnalare quell’eccellente contrappunto alla voce di Sting nel corso di tutto il pezzo che è il sax di Branford Marsalis, uno dei musicisti che più hanno collaborato col nostro.

4) Anche la successiva History Will Teach Us Nothing riconduce al tipico sound dei Police: mi ricorda un po’ le atmosfere di “Ghost In The Machine”, con Sting impegnato oltre che col consueto basso anche con la chitarra, regalandoci inoltre l’ennesima grande prova vocale.

5) Seguono gli oltre sette minuti di They Dance Alone, un epico & dolente brano che è tutto un programma. Il testo è incentrato sul dramma cileno dei desaparecidos ed è anche un’esplicita accusa al regime autoritario di Augusto Pinochet; la musica è una morbida & toccante ballata, esaltata nel finale da un’ottimistica samba. Ascolto questa canzone da oltre ventanni e la reputo uno dei vertici artistici di Sting.

6) Un vertice artistico che continua con la successiva Fragile, altra celebre canzone del nostro, probabilmente il suo brano più toccante, che ha come tema la stupidità della guerra. Un testo cantato da Sting con sincero dolore, accompagnandosi abilmente alla chitarra su un soffice tappeto sonoro lievemente latineggiante.

7) We’ll Be Together è invece il momento leggero dell’album, una canzone d’amore inconfondibilmente pop che forse poco s’addice allo stile del nostro. Tutavia è un brano divertente che nell’economia complessiva di “…Nothing Like The Sun” non stride troppo. Nella bella raccolta che Sting ha pubblicato nel 1994, “Fields Of Gold”, si può ascoltare una versione precedente di We’ll Be Togheter, con la chitarra di Eric Clapton che ne conferisce un sound decisamente più rock.

8-9) Altre due canzoni d’amore, ma dai temi ben più poetici, sono le successive Straight To My Heart – che ci riconduce anche a ritmi più esotici, stavolta decisamente caraibici – e Rock Steady, che col suo morbido ritmo funky pare condurci invece in un caldo club dalle luce soffuse.

10) Segue la notturna Sister Moon, un brano di grande atmosfera che sembra la continuazione della lugubre Moon Over Bourbon Street, tratta da “The Dream Of The Blue Turtles” (1985), il primo album solista di Sting.

11) Little Wing è invece una delle più belle cover che io abbia mai avuto il piacere d’ascoltare. Originariamente scritta e incisa da Jimi Hendrix, qui Sting si fa accompagnare da un gruppo d’eccezione, Gil Evans e la sua orchestra, formata da grossi calibri come il chitarrista Hiram Bullock e il bassista Mark Egan. Una canzone magnifica, Little Wing, una grande ballata rock da sparare a tutto volume con lo stereo, soprattutto durante il superbo assolo di Bullock. Se si chiudono gli occhi sembra di volare… magnifica, magnifica, non c’è altro da dire!

12) Alla delicata The Secret Marriage, una ballata pianistica basata su una melodia di Hans Eisler, spetta il compito di chiudere questo grande & emozionante album del quale ho cercato di scrivere alla bellemmeglio un ritratto a parole. Se non lo conoscete, andate subito ad ascoltarvi “…Nothing Like The Sun” che è meglio!

Per concludere, alcune note tecniche per i lettori più fanaticoni di questo blog: la versione originale in vinile di “…Nothing Like The Sun” uscì in doppio elleppì, con tre canzoni per ognuna delle quattro facciate complessive. Un modo un po’ scomodo per ascoltarsi quello che certamente non è un album dalla lunga durata, di sicuro però così facendo si è evitato di tagliare alcune canzoni per farle entrare tutte nelle due facciate d’un singolo elleppì. La versione italiana uscì con i testi tradotti nella nostra lingua, mentre nel 1988 Sting pubblicò per fini benefici un mini album intitolato “…Nada Como El Sol” e contenente cinque brani tratti da questo album ricantati in spagnolo e in portoghese.

– Mat

Aretha Franklin, “Soul ’69”, 1969

aretha-franklin-soul-69-immagine-pubblicaDavvero molto gradevole “Soul ’69”, forse uno degli album più sottovalutati della divina Aretha Franklin. Personalmente lo trovo divertente, elegante, caldo e sensuale, un disco fortemente intriso di jazz, una scelta stilistica che all’epoca dispiacque non poco ai fan della primora della divina.
Accompagnata da una cazzuta big band di turnisti guidati dal celebre arrangiatore/conduttore Arif Mardin, “Soul ’69” ci mostra tuttavia una Franklin straordinariamente a suo agio e dalla potenza vocale & espressiva davvero al top.

Prodotto da Jerry Wexler e da Tom Dowd (in seguito noto produttore dei successi di Rod Stewart e Eric Clapton), “Soul ’69” offre dodici grandi interpretazioni di classici vecchi e nuovi (per quei tempi) dimostrando che la divina poteva tranquillamente affrontare il jazz senza perdere nulla del suo stile, per quanto il titolo dell’album cercava di mascherare il cambio di direzione. Infatti, in seguito, Wexler disse che il titolo originale dell’album era “Aretha’s Jazz Album”.

Tutte le sedute d’incisione per “Soul ’69” si tennero negli studi dell’Atlantic di New York, a partire dal 17 aprile 1968: quel giorno, accompagnandosi al piano, la divina registrò una nuova, immensa versione di Today I Sing The Blues (l’aveva già proposta qualche anno prima), assieme al singolo The House That Jack Built (pubblicato di lì a poco), la famosa I Say A Little Prayer e The Night Time Is The Right Time (queste ultime due saranno però pubblicate sull’album da studio precedente a “Soul ’69”, ovvero “Aretha Now”). Altra seduta per il giorno dopo, con una calda & rilassata cover Tracks Of My Tears di Smokey Robinson & The Miracles, dopodiché Aretha si trasferì in Europa per effettuare il suo primo tour nel vecchio continente.

Le sessioni ripresero quindi il 23 settembre, per cinque giorni consecutivi al termine dei quali verranno messe su nastro l’elegante So Long, la rilsassata I’ll Never Be Free, l’irresistibile soul-jazz di Ramblin’, la sensuale Pitiful (il classico pezzo da jazz club cantato da una soul woman…), la suadente Gentle On My Mind, la briosa Bring It On Home To Me, l’intensa Crazy He Calls Me, la grandiosa Elusive Butterfly, la scintillante River’s Invitation e la stupenda If You Gotta Make A Fool Of Somebody. Durante queste sedute vennero incise almeno altre due canzoni, Talk To Me e I Can’t Turn You Loose, scartate però dal progetto finale.

Suonato da una schiera di musicisti comprendenti tastieristi, pianisti, organisti (fra i quali Joe Zawinul), chitarristi, bassisti, batteristi, percussionisti, sassofonisti (fra i quali King Curtis), flautisti, trombettisti, trombonisti e coriste, “Soul ’69” venne pubblicato nel gennaio 1969 riscuotendo soltanto un modesto successo e non diede vita a nessun vero hit single. Ma oggi come oggi chi se ne frega… sono passati quarantanni ma quella contenuta in “Soul ’69” resta sempre grande musica!

– Mat

Lionel Richie

lionel-richieHo sempre amato la musica nera, mi mette istintivamente felicità, mi dà coraggio, mi dà speranza e, cosa sempre gradita, mi diverte & m’emoziona. La storia della musica nera è piena di grandi personaggi, di grandi artisti, di persone importantissime & influenti che hanno avuto molto più peso di quello che il grande pubblico bianco appassionato di musica sia pronto a riconoscere. Uno di questi grandi artisti neri, uno di quelli che mi sono sempre piaciuti, è Lionel Richie, sia come cantante dei Commodores e sia come affermato solista.

Sia a nome Commodores che a nome Lionel Richie, il nostro sarà eternamente ricordato per aver dato alle stampe almeno due classici intramontabili, rispettivamente, quella stupenda ballata chiamata Easy e quell’hittone danzereccio chiamato All Night Long. E’ inoltre coautore, assieme a Michael Jackson, della ormai storicissima (e superlativa) We Are The World. Insomma, basterebbero solo queste tre canzoni per far capire chi sia Lionel Richie…

La carriera professionale del buon Lionel Brockman Richie (20 giugno 1949… 20 giugno, la mia stessa data di nascita… un altro motivo per cui lui mi sta simpatico) prende avvio al principio degli anni Settanta, come tastierista e principale cantante dei Commodores, un gruppo appartenente alla formidabile scuderia Motown (che resta una delle case discografiche più prestigiose del mondo), pensato come supporto dei Jackson 5, in quel periodo gli artisti di maggior successo della stessa Motown. In realtà i Commodores, parallelamente ai Jackson 5 (che a metà anni Settanta passano alla CBS e assumono il nome di The Jacksons), si riveleranno molto più d’una semplice band di supporto in chiave funk, bensì una macchina sforna hit melodici & indimenticabili. Ecco quindi celebri canzoni come Just To Be Close To You (1976), la già citata Easy (1977), Three Times A Lady (1978), Sail On (1979) e Still (1979), tutte firmate dal solo Lionel, che si toglie pure lo sfizio di scrivere Lady, un hit da primo posto nella classifica americana per l’artista country Kenny Rogers. Nel 1981, invece, Lionel Richie duetta con la grande Diana Ross in una canzone da lui composta, la romantica & splendida Endless Love, colonna sonora del film omonimo e altro numero uno in classifica.

Per un talento come quello di Lionel Richie, senza nulla togliere agli altri bravissimi musicisti & autori in seno ai Commodores, intraprendere la carriera solista era solo una formalità (seppur, a quanto dichiarato dal nostro, presa non proprio a cuor leggero). Ecco quindi una trilogia di album firmati Lionel Richie che faranno la sua grande fortuna nel corso degli anni Ottanta e lo porteranno sulla vetta degli artisti più famosi e di successo di quel decennio: l’omonimo “Lionel Richie” del 1982, l’ormai classico “Can’t Slow Down” del 1983 e “Dancing On The Ceiling” del 1986, tutti contenenti hit famosi e bellissimi quali Truly (1982), All Night Long (1983), Hello (1983), Running With The Night (1983), Penny Lover (1983), Say You, Say Me (1985), Dancing On The Ceiling (1986) e pure qualcun altro che ora mi sfugge.

Sono anni, gli Ottanta, dove Lionel Richie si diverte anche a collaborare con gli artisti più disparati (diversi di essi cantano/suonano proprio nei suoi pezzi): oltre al già citato Michael Jackson e all’imponente progetto di USA For Africa legato al singolo We Are The World (1985), Lionel collabora con Joe Walsh degli Eagles, con Eric Clapton, con Joni Mitchell, col bassista Nathan East, col tastierista Greg Phillinganes, col percussionista Paulinho Da Costa e con altri musicisti d’eccezione.

Con l’arrivo degli anni Novanta, Lionel si ritira maggiormente dalle scene, seppur pubblichi due album in quel decennio, “Louder The Words” (1996) e “Time” (1998), e finora tre in questo decennio, “Renaissance” (2001), “Just For You” (2004) e “Coming Home” (2006). In questa produzione più recente del nostro non mancano le collaborazioni importanti e, soprattutto, le belle canzoni… insomma, pur se Lionel Richie sia maggiormente conosciuto come un artista legato agli anni Settanta e Ottanta, non ha perso nulla della sua innata classe.

Per questo, a chi ha voglia di saperne di più, consiglio una bella doppia raccolta intitolata “The Definitive Collection”, comprendente la produzione solista e commodoriana di Lionel dal 1974 al 2002: con un po’ di fortuna, in alcuni centri commerciali la si trova anche a dieci euro… due ciddì pieni di belle canzoni, a cinque euro l’uno, mi pare proprio un ottimo affare!

– Mat