David Sylvian, un interesse per me immutato: e ritornano i vinili 1984-1991

David Sylvian 60 anni, vinili 2019Uno dei pochi autori pop che non m’annoiano, anzi, uno dei pochi a sembrarmi più rilevante col passare degli anni, David Sylvian, compirà sessantuno anni il 23 febbraio. Per l’occasione, la Universal – che già da qualche anno aveva acquisito gran parte del catalogo storico dell’artista inglese – distribuirà attorno a quella data nuove stampe in vinile degli album “Brilliant Trees” (1984), “Alchemy – An Index Of Possibilities” (1985), “Gone To Earth” (1986) e “Secrets Of The Beehive” (1987), mentre per quanto riguarda il collaborativo “Rain Tree Crow” (1991) si dovrà aspettare il 29 marzo.

Stando alla pagina facebook ufficiale di David Sylvian, e precisamente in un post dello scorso 12 dicembre, avremo delle “deluxe vinyl release” disponibili “for the first time on 180gram vinyl” e caratterizzate da una nuova e per molti aspetti inedita veste grafica. Nello specifico, per quanto riguarda “Brilliant Trees”, l’album “is now housed  in a gatefold sleeve with a printed inner bag and comes with a download card”. Per quanto riguarda invece “Alchemy – An Index Of Possibilities”, un album che la pagina in questione definisce “intermedio” e “formato da due progetti del 1985 completamente separati”, lo stesso post cita un “brand new artwork, photographs by Yuka Fujii, design by Chris Bigg, and a download card”. Questi ultimi tre aspetti, ovvero l’operato della Fujii e di Bigg e quindi il voucher per scaricarsi in mp3 il contenuto audio del vinile, valgono anche per il doppio “Gone To Earth”. Discorso leggermente diverso per “Secrets Of The Beehive”, il quale disporrà di un “new artwork based on Nigel Grierson’s original photographs, redesigned by Chris Bigg, housed in a gatefold sleeve with a printed inner bag”, oltre all’immancabile download card.

Non sappiamo ancora molto, infine, su che tipo di ristampa di “Rain Tree Crow” potremo avere fra le mani alla fine di marzo; sappiamo tuttavia che l’album “Dead Bees On A Cake” (1999), ristampato nell’ottobre 2018 e già sold out, tornerà nei negozi il 30 novembre, sempre in doppio vinile e sempre con la seguente scaletta “expanded” della quale abbiamo parlato anche QUI: Side A (1 I Surrender, 2 The Scent of Magnolia, 3 Dobro #1, 4 Midnight Sun), Side B (1 Cover Me With Flowers, 2 Krishna Blue, 3 Albuquerque (Dobro #6)), Side C (1 Thalheim, 2 Alphabet Angel, 3 God Man, 4 Café Europa, 5 Aparna and Nimisha (Dobro #5), 6 Pollen Path), Side D (1 The Shining Of Things, 2 Wanderlust, 3 All Of My Mother’s Names, 4 Praise, 5 Darkest Dreaming).

Insomma, per quanto mi riguarda, si tratta di una bella operazione di riscoperta e di rivalorizzazione del catalogo d’un grande artista, uno dei pochi personaggi “pop” a poter vantare davvero un così prestigioso appellativo. Tuttavia, contrariamente a quanto fece la EMI (il cui catalogo storico è ora nella mani della Warner Bros e della Universal) attorno il 2003, ovvero la riproposizione di tutti gli album di David Sylvian con e senza i Japan del periodo 1980-1991 in ciddì dalle edizioni deluxe con tanto di brani aggiuntivi, queste ristampe viniliche 2019 non dovrebbero contemplare brani aggiuntivi. La cosa non è però piaciuta, a giudicare dai commenti facebookiani, a diversi fan di David Sylvian, così come non tutti hanno gradito la scelta del nuovo artwork che interesserà ogni album del nostro. In un post del 14 dicembre 2018, lo stesso David Sylvian è voluto tornare su un punto evidentemente criticato dai “fans” ma che altrettanto evidentemente è invece a lui molto caro: “As the original art for my albums had been lost/destroyed on its journey from one label’s stewardship to another, I decided against scanning pristine copies of the original vinyl covers (as Universal did with the recent Japan reissues) and instead create a series that works as a ‘collection’ incorporating new photographic prints and design elements. With no budget, but access to Yuka’s archives and Chris’ design contributions, we feel we’ve created something beautifully expansive as will be evident once the set is seen in its entirety. I was fortunate enough to have retained some of Nigel Grierson’s work for ‘Beehive’ and Shinya Fujiwara provided me with whatever was missing from my personal archive for Rain Tree Crow. Gone To Earth was always going to be the cover that’d prove most contentious to meddle with but I was never personally in awe of the original plus I wanted to keep the series in a uniform monochrome. Nevertheless, if the original artwork had been available for the entire catalogue, I’d have sat this one out. To be haunted by one’s past isn’t as edifying as it might appear (?) As it was, we (mr Bigg, Yuka, myself) attempted to create a series echoing /in-keeping with the recent ‘Dead Bees’ release. We went the extra mile to give something we felt was worthy of our collective effort. It goes without saying, if you own original copies of the albums and you don’t like the approach we’ve taken, you’ve nothing to get bent out of shape about. Feels odd to remind people that purchases aren’t mandatory. As the creator of this body of work I have a personal take on what feels right to me regarding its representation. Although I’m not personally nostalgic, I do generally respect the the bond people make between image and audio (this must surely be the goal of art & design in this context). I’ve attempted to offer something that feels both contemporary whilst being true to the period in question. There’ll be no further involvement on my part in future reissues.”

E ancora: “Should Universal choose to release any of Samadhisound’s catalogue on vinyl, and I’ve requested they do, we have the artwork in place as was. (I believe requests for CD reissues will fall on deaf ears as it’s a dying medium. It would perhaps be of greater interest if hi res files were made available of the entire catalogue. Decisions of this nature fall outside my purview). We poured time and energy into creating something that’s a limited run for a minority audience. I do hope some of you get to enjoy it.”

E questo è quanto. Per ora.

-Matteo Aceto

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“All This Is Love”, un altro inedito dei Queen?

Con flemma tipicamente inglese, la pagina facebook ufficiale dei Queen ha praticamente rivelato, lo scorso 23 marzo, la presenza d’un nuovo pezzo inedito della band. Si tratta di All This Is Love, una canzone che non venne inclusa nell’album “Hot Space” (1982).

A rivelarlo è Greg Brooks, l’archivista dei Queen, ed è un qualcosa che ha sorpreso tutti i fan, giacché nessuno di loro (me incluso) ne aveva mai sentito parlare prima. In realtà è stato reso pubblico un foglietto strapazzato (vedi la foto in alto) contenente il testo scritto a mano da Freddie Mercury e riguardante, per l’appunto, una canzone intitolata All This Is Love.

Ma si tratta di una canzone in senso stretto? Nonostante la curiosità dei fan manifestatasi subito nei commenti via facebook, nessuna voce ufficiale ha voluto chiarire la situazione. Ecco perché ho atteso una settimana prima di parlarne, speravo che fosse fatta un po’ più di luce. Le cose stanno evidentemente così, con tre diverse interpretazioni: All This Love è solo un testo scritto su un foglio al quale, tuttavia, non è stato associato nessuna musica; si tratta del titolo e quindi del testo alternativo di una canzone altrimenti nota e contenuta nell’album “Hot Space”; si tratta – ed è quello che mi auguro – di una canzone vera e propria incisa dai Queen durante le sedute di registrazione di quel controverso album ma infine scartata e rimasta tuttora sconosciuta.

Al momento, per una mera questione di cronaca, provvedo ad aggiornare il post relativo a le (poche) canzoni inedite dei Queen, sperando di avere presto ulteriori informazioni sulla ghiotta scoperta.

-Matteo Aceto

Queen, “Flash Gordon”, 1980

Queen Flash Gordon immagine pubblicaAttraverso la sua pagina facebook, ogni giorno Brian May propone una lista degli avvenimenti accaduti nel corso degli anni in quel preciso giorno del calendario, sia che riguardino i Queen, sia che riguardino la sua carriera solista. O anche altro. Lo scorso 11 gennaio, infatti, mi sono sorpreso a leggere sulla pagina facebook ufficiale di Brian May che in quel giorno di quattro anni prima moriva la “nostra” Mariangela Melato, l’attrice, come ricordava May, che ha partecipato nel 1980 a “Flash Gordon”, il film prodotto da Dino De Laurentiis per il quale i Queen avevano inciso la colonna sonora.

A parte il piacere nel veder ricordata quella che rimane una delle mie attrici italiane preferite, mi par di capire che il buon Brian abbia sempre mantenuto un legame speciale con quella sua prima esperienza cinematografica. Quella di realizzare la colonna sonora d’un film come “Flash Gordon”, per lui – laureato in astronomia e con la passione per la fantascienza – dev’essere stata un’esperienza fantastica. Sebbene sia stata composta ed eseguita dai Queen al gran completo, la colonna sonora di “Flash Gordon” figura in effetti Brian May come produttore (assieme a Mack, mentre i Queen sono accreditati come produttori esecutivi), oltre che principale autore. A lui, inoltre, si deve il tema ricorrente dell’intera colonna sonora, quella stessa Flash (o Flash’s Theme che dir si voglia) che risultò tanto un hit single quanto uno dei pezzi più noti dei Queen.

Senza poi contare, inoltre, che ancora nel 1992, alle prese col suo primo vero album da solista, “Back To The Light”, Brian riutilizzò – e in particolare nel brano The Dark – parte del materiale altrimenti inedito scartato dalla colonna sonora di “Flash Gordon”, così come fece tre anni più tardi in alcuni passaggi strumentali dell’album “Made In Heaven“, il primo dei Queen del dopo-Mercury. Insomma, quindici anni dopo e Brian May stava ancora a baloccarsi con le registrazioni audio di quel film non proprio riuscitissimo nel quale recitava pure Mariangela Melato, ricordata ancora con affetto da May in questo 2017.

Per i Queen dev’essere stato davvero un periodo fantastico, quello a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, se già all’indomani dell’uscita dell’album contenente la colonna sonora di “Flash Gordon” (EMI, dicembre 1980), un fin troppo entusiasta Freddie Mercury arrivò addirittura a proclamare quell’album come il migliore dei Queen. Un giudizio eccessivamente lusinghiero perché, a dirla tutta, per certi aspetti è vero proprio il contrario: “Flash Gordon” è l’album peggiore dei Queen. Se tuttavia consideriamo le cose da un altro punto di vista, e cioè che si tratta per l’appunto di una colonna sonora, nello specifico una musica prevalentemente d’ambiente, molto elettronica ma eseguita da un famigerato gruppo rock, “Flash Gordon” è un lavoro decisamente sorprendente.

Ogni singolo membro dei Queen, come s’è già detto, ha partecipato attivamente al progetto con brani di propria composizione, suonando tutti e quattro i sintetizzatori. Non mancano comunque gli strumenti tipici di ognuno: i tamburi di Roger Taylor si sentono ad esempio nella sua In The Space Capsule (Love Theme), il suono inconfondibile della chitarra suonata da John Deacon, lui che è un bassista, si sente invece nella sua Execution Of Flash, mentre l’inconfondibile voce di Freddie la troviamo in The Kiss (Aura Resurrects Flash). E la chitarra di Brian? Beh, la troviamo a tutto spiano in molte parti dell’album, soprattutto in quelle prove inconfondibilmente di gruppo come Football Fight (scritta da Mercury), The Hero (uno dei pezzi rock più strabilianti dei Queen, forse un po’ troppo sottovalutato, a mio modesto avviso), la stessa Flash (dove in pratica la sua voce duetta con quella di Freddie) e poi da solo nell’esecuzione della classica marcia nuziale di Richard Wagner.

Insomma, un lavoro eterogeneo questo “Flash Gordon”, eppure incredibilmente compatto e tutto sommato godibile, nel quale sono stati inseriti molti dialoghi ed effetti sonori del film originale. Tanto per dirne una, la voce stessa di Mariangela Melato, in un inglese scolasticissimo c’è da dire, si sente forte e chiara nella stessa Flash, un brano pulsante e vigoroso che io conoscevo già da bambino, prima ancora di saperne qualcosa sui Queen. Mi pare giusto ricordare poi anche il contributo alla musica dato dal compositore e direttore d’orchestra inglese Howard Blake, qui alle prese con le orchestrazioni del caso; la sua presenza c’è e si sente, contribuendo a rendere alcuni dei motivi dei Queen migliori di quel che siano in realtà. Come già accennato, non tutto il materiale registrato è poi finito nell’album e a farne maggiormente le spese è stato appunto il contributo di Blake.

Ecco, mi piacerebbe un domani poter ascoltare tutta la musica incisa per “Flash Gordon”, anche perché parte di quel materiale venne simultaneamente registrata con le canzoni per l’album “The Game”, che resta il maggior successo commerciale dei Queen, un album che in quel trionfale 1980 volò al primo posto in classifica su entrambe le sponde dell’Atlantico. Mi piacerebbe, che so, un progetto tipo “The Complete The Game and Flash Gordon Sessions 1979-80” o una roba del genere. Per ora mi sono dovuto accontentare di quanto distribuito nel 2011 con le riedizioni remaster degli album dei Queen in occasione del quarantennale della band (ne parlai QUI). Nello specifico, il bonus ciddì incluso nell’edizione limitata di “Flash Gordon” mi ha fatto scoprire una Early Version di The Kiss risalente al marzo ’80 nella quale Freddie canta ed esegue un interessante ibrido pianistico tra The Kiss e Football Fight, oltre a una stratosferica versione Revisited di The Hero risalente all’ottobre 1980 che forse da sola vale l’acquisto di tutto il remaster.

-Matteo Aceto

Le (poche) canzoni inedite dei Queen

queen-canzoni-inediteDiversamente dalle canzoni (ancora) inedite dei Beatles, quelle relative ai Queen sono per lo più delle versioni inedite – a volte anche radicalmente diverse – di brani già noti. Maniaci del perfezionismo in studio, spesso i Queen lavoravano con grande intensità ad uno stesso pezzo per parecchi mesi, se non addirittura per anni, producendo quindi una serie di canzoni che, seppur accomunate dallo stesso titolo, presentavano in pratica delle notevoli differenze, frutto di ripensamenti e migliorie successivi.

Faccio un primo esempio, tanto per capirci: sull’album “Mr. Bad Guy” di Freddie Mercury, pubblicato nel 1985, compare per la prima volta una canzone intitolata There Must Be More To Life Than This. Ebbene una prima versione era stata incisa dai Queen al gran completo durante le sedute per l’album “Hot Space” (1982), mentre successivamente Mercury la provò in studio niente meno che con Michael Jackson. Ora, è vero che una There Must Be More To Life Than This tra i Queen e Jackson è stata finalmente pubblicata nel 2014 sulla raccolta “Queen Forever” ma sta di fatto che quella collaborazione è un montaggio recente tra le varie registrazioni esistenti, frutto della collaborazione tra William Orbit, Brian May, Roger Taylor e gli eredi di Michael Jackson. Restano tuttora inedite la There Must Be More To Life Than This incisa dai soli Queen nel 1982 e la There Must Be More To Life Than This incisa in duetto tra Freddie e Michael qualche tempo dopo.

Stiamo quindi parlando di una stessa canzone ma conosciuta come minimo in tre versioni alquanto diverse fra di loro; come si sarà notato, inoltre, diventa piuttosto labile il confine tra cosa può essere definita “canzone dei Queen” e cosa può invece intendersi come “canzone solista” (di Freddie Mercury, in questo caso). Esistono numerosi altri esempi in merito. Vediamo di fare un po’ di chiarezza in un territorio alquanto difficile ma davvero molto affascinante.

Il 1981 è l’anno della famosa collaborazione dei Queen con David Bowie per Under Pressure. A quanto pare, tuttavia, quel celeberrimo hit d’alta classifica non è il solo frutto della collaborazione: a parte infatti una versione di Cool Cat contenente una specie di rap da parte di Bowie (brano tuttora inedito ma piuttosto noto – e già da molti anni – nel circuito delle registrazioni clandestine), esistono almeno altri tre brani – chiamati rispettivamente Ali, It’s Alright e Knowledge – eseguiti dai cinque o da configurazioni diverse tra i cinque. Senza poi contare, infine, che la stessa Under Pressure prese avvio da un pezzo inciso dai soli Queen, un pezzo chiamato Feel Like e tuttora inedito. Ecco quindi che abbiamo già due Cool Cat (quella inserita sull’album “Hot Space” e quella inedita con David Bowie) e due Under Pressure (quella, popolarissima, pubblicata su singolo nel novembre ’81 e una precedente versione a quattro chiamata Feel Like).

Non si creda, tuttavia, che questa pratica sia stata applicata dai Queen soltanto in quei primi anni Ottanta: non solo è continuata almeno finché Freddie era in vita (come sappiamo, il celeberrimo cantante morì prematuramente il 24 novembre 1991) ma risale addirittura agli albori della storia dei Queen, quando ancora la band si chiamava Smile ed era un trio composto dai già citati May e Taylor col cantante/bassista Tim Staffel. Esistono infatti alcuni pezzi, più o meno inediti, come Doing All Right e Polar Bear registrati da entrambe le incarnazioni del gruppo, senza poi contare l’inedita Silver Salmon che, seppur sia stata scritta a quanto pare dal solo Tim Staffel, è stata registrata dai Queen con già nei ranghi il bassista John Deacon.

Anche un brano del 1974, accreditato tanto nell’esecuzione quanto nella scrittura ai quattro Queen, pare che in realtà sia stato concepito (ma non si sa se sia stato anche effettivamente registrato) ai tempi dei Wreckage, la formazione pre-Queen di Freddie Mercury. Stiamo parlando di Stone Cold Crazy, sorta di proto speed-metal inserito nell’album “Sheer Heart Attack” e ripreso negli anni Ottanta anche dai Metallica.

A quegli albori dell’epopea dei Queen, tra le nebbie degli Smile e dei Wreckage, può anche essere fatta risalire la fantomatica Hangman, suonata occasionalmente dal vivo fino a una buona prima metà degli anni Settanta ma mai apparsa in una effettiva versione da studio.

Torniamo così agli anni Ottanta: nel 1984 esce su singolo la famosa Love Kills, un brano disco accreditato al solo Freddie Mercury ma scritto e prodotto con il “nostro” Giorgio Moroder. Ebbene, non soltanto in Love Kills sono presenti gli altri membri dei Queen (è in forse Deacon a dire la verità, ma May e Taylor ci sono di sicuro) ma in anni recenti abbiamo saputo che esiste una versione ballad-rock di Love Kills eseguita dai Queen in quanto tali, e senza la partecipazione del buon Moroder. Anche questa versione è stata inclusa in “Queen Forever” ma anch’essa è un montaggio a posteriori, tra la versione strumentale della band, la voce di Mercury sul pezzo con Moroder e nuove parti sovraincise per l’occasione. Insomma, se esiste davvero una Love Kills messa su nastro dai soli Queen tra il 1983 e il 1984, essa è tuttora inedita.

Così come restato inedite quelle registrazioni di Let Me Live, Made In Heaven e Man Made Paradise effettuate circa nello stesso periodo: la prima, una collaborazione con Rod Stewart, compare notevolmente rimaneggiata sull’album “Made In Heaven” (il primo disco dei Queen post-Mercury, edito nel 1995), così come la stessa Made In Heaven, mentre una Man Made Paradise è apparsa per la prima volta nel 1985, sul già citato album solista “Mr. Bad Guy”. Un po’ di caos, vero? Beh, l’ho detto, qui il confine tra opera solistica e opera di gruppo è davvero labile. Facciamo un altro po’ di confusione?

Eccola servita: nel corso del 1984, Freddie incide come solista un brano – Love Makin’ Love – che non figurerà su “Mr. Bad Guy” ma che venne ripreso dai Queen per l’album “A Kind Of Magic“, le cui sedute d’incisione iniziarono l’anno seguente. Ora, se la Love Makin’ Love solistica fece la sua prima comparsa sul monumentale cofanetto monografico dedicato a Freddie Mercury del 2000, la versione dei Queen resta tuttora inedita. Stesso discorso potrebbe farsi per Heaven For Everyone, un pezzo di Roger Taylor provinato dai Queen durante le sedute del già citato “A Kind Of Magic” ma quindi inciso per un progetto solistico di Taylor del 1987… con tanto di voce originale di Mercury! Il tutto, infine, è stato rimaneggiato abilmente e pubblicato con grande successo nel 1995 su “Made In Heaven”. Restano inedite quelle registrazioni originali, pure, per così dire, di Heaven For Everyone di metà anni Ottanta.

Potremmo continuare così con molti altri esempi, virtualmente per ogni canzone dei Queen a noi conosciuta. Concludiamo però il discorso con quelle che effettivamente SONO delle canzoni inedite dei QueenDog With A Bone (un pezzo funky cantato in duetto tra Roger e Freddie), My Secret Fantasy (altro ibrido rock-funk, col testo appena accennato), Face It Alone (una dolente ballata rock, anch’essa più accennata che effettivamente eseguita) e Self Made Man (un pezzo piuttosto grintoso, cantato da Freddie con Brian). Sono tutte relative agli anni 1988-90, quando la band incise senza apparente soluzione di continuità le canzoni per gli album “The Miracle” (1989) e “Innuendo” (1991).

Diverse altre canzoni d’archivio erano già state pubblicate nel 2011, in occasione del quarantennale dei Queen, quando ogni album del gruppo è stato riproposto in edizione limitata con tanto di ciddì bonus contenente appunto materiale raro o effettivamente inedito. Per il resto, non dovrebbero essercene rimaste così tante nei “dossier segreti” dei Queen di canzoni realmente inedite, come hanno anche avuto modo di raccontare alcuni tra i loro più stretti collaboratori. Tuttavia, il 23 marzo 2017, la pagina facebook ufficiale dei Queen ha rivelato il titolo di una canzone risalente alle sedute di “Hot Space”: All This Is Love. Versione alternativa di una canzone altrimenti già nota o vero e proprio inedito? Speriamo di poterne sapere presto qualcosa in più [ultimo aggiornamento 31 marzo 2017].

Big Audio Dynamite

big-audio-dynamiteDopo essere stato scaricato senza troppi complimenti dai Clash nell’estate del 1983, il chitarrista, cantante e compositore Mick Jones decide immediatamente di formare un nuovo gruppo.

Inizialmente chiamata TRAC, la nuova band che Jones assembla col bassista Leo Williams e lo stesso storico batterista dei Clash, Topper Headon, debutta nel 1984 a nome Big Audio Dynamite, col singolo The Bottom Line. Della formazione fanno ora parte anche Don Letts (principale regista dei video dei Clash), Greg Roberts (che quindi ha rimpiazzato l’inaffidabile Topper) e qualche tempo dopo anche il tastierista Dan Donovan.

Nel 1985 esce il primo album dei B.A.D., “This Is Big Audio Dyanamite” (contenente il singolo E=MC^2), che entra in diretta concorrenza con “Cut The Crap”, l’album a nome Clash che Joe Strummer e Paul Simonon realizzano nello stesso anno. Da fan dei Clash, posso affermare in tutta serenità che il disco di Mick è decisamente superiore, innovativo dal punto di vista musicale, in linea col suono degli anni Ottanta, mentre la nuova musica di Strummer & soci cercava inutilmente di portare indietro le lancette dell’orologio. E’ evidente, inoltre, come Mick abbia continuato la strada che gli stessi Clash avevano intrapreso con l’album “Sandinista!” del 1980, mentre i Clash post-Jones hanno decisamente… smarrito la strada.

Nel 1986, con i Clash ufficialmente sciolti, esce “Nr. 10, Upping St.”, il secondo album dei Big Audio Dynamite. Oltre alla favolosa resa sonora, il disco contiene una grande sorpresa: è prodotto da Jones con Joe Strummer, mentre la maggior parte delle canzoni è accreditata, come ai bei tempi, a Strummer/Jones. In quel periodo si parla di una reunion dei Clash ma la cosa non avviene e i B.A.D. vanno coraggiosamente avanti.

Il terzo album di Jones & soci, “Tighten Up, Vol. 88”, esce nel 1988: anche in questo album c’è lo zampino di un altro membro dei Clash, infatti Paul Simonon disegna la vivace copertina del disco. Disco che, tuttavia, risulta inferiore ai due precedenti, penalizzato dalla consapevolezza di voler piacere a tutti i costi a discapito dalla spontaneità sonora e delle idee creative. C’è da dire che il primo singolo estratto dal nuovo album, Just Play Music!,è comunque molto piacevole.

Dopo una grave malattia che stava per portare Mick Jones all’altro mondo, nel 1989 esce il coraggioso ed innovativo “Megatop Phoenix”, un disco enormemente contaminato, un sound che già prefigura gli anni Novanta (è il migliore dei B.A.D., secondo la mia modesta opinione), nonché il canto del cigno dei Big Audio Dynamite nella loro formazione originaria.

L’anno dopo, infatti, Jones darà vita ai Big Audio Dynamite II con altri musicisti, mentre Don Letts, Leo Williams, Dan Donovan e Greg Roberts si dedicheranno ad altri progetti musicali. Tempo qualche anno e Mick formerà un nuovo gruppo, i Big Audio, che pubblicheranno soltanto un album, il debole “Higher Power” del 1994 (a dispetto del titolo, a ben vedere… non pochi fecero notare con sarcasmo come i Big Audio fossero privi di… Dynamite), prima di resuscitare, seppur per poco tempo, il nome storico dei Big Audio Dynamite.

Ad ogni modo, in seguito al successo della riedizione deluxe da due ciddì del primo album, “This Is Big Audio Dynamite”, edito dalla Legacy/Sony nell’autunno del 2010, i B.A.D. si sono brevemente riformati al principio del 2011, con tanto di tour celebrativo. C’è da dire, purtroppo, che il tour ha interessato soltanto la nativa Gran Bretagna, anche se la band ha partecipato ad alcuni importanti festival internazionali come quello di Coachella e il celebre Lollapalooza. Dal 2011 ad oggi, tuttavia, non si sono viste ulteriori ristampe del catalogo storico della band, né Jones o Letts hanno espresso l’intenzione di tornare in pista con qualcosa di nuovo. Il profilo facebook dei B.A.D., se non altro, resta ancora attivo, con aggiornamenti sporadici di tanto in tanto, uno dei quali, nell’agosto 2016, ricordava il giorno che avrebbe segnato il sessantaquattresimo compleanno di Joe Strummer. A parte tutto, è un piacere sapere che qualcosina all’interno dell’universo Clash, per piccola che sia, continua a muoversi. (

-Matteo Aceto