Joy Division, “Unknown Pleasures”, 1979

joy-division-unknown-pleasures-immagine-pubblicaIl 18 maggio ricorre l’anniversario della tragica scomparsa di Ian Curtis, il cantante dei Joy Division. Come piccolo tributo da parte mia, oggi ripubblico una vecchia recensione (per l’occasione rivista & corretta) sul primo album della band inglese, “Unknown Pleasures”, edito dalla piccola Factory Records nel maggio del 1979.

Un vero album cult, questo “Unknown Pleasures”, un disco che di fatto ha dato vita al genere new wave, portando la musica punk verso una concezione del suono e un lirismo che all’epoca e tuttora non trova eguali. Un album intenso, oscuro, teso, viscerale ma coinvolgente e indimenticabile, costituito da dieci canzoni scritte dagli stessi Joy Division che adesso andiamo a vedere una ad una.

1) La stampa originale di “Unknown Pleasures”, quella su elleppì, non era divisa convenzionalmente in lato A e lato B, bensì in Outside e Inside. Per quanto riguarda il primo lato, Outside, si parte con Disorder, un puro brano new wave: inizia la secca e meccanica batteria di Stephen Morris, dopo sei secondi entra l’avvolgente basso di Peter Hook, a undici secondi entra il sintetizzatore, seguìto dopo sei secondi dalla tagliente chitarra – entrambi gli strumenti sono suonati da Bernard Sumner – infine, quando sono trascorsi ventotto secondi dall’inizio, ecco la voce baritonale di Ian, con quella frase indimenticabile, ‘sono stato ad aspettare una guida che venisse a prendermi per mano’. E’ una meraviglia questa Disorder, senza dubbio uno dei vertici creativi dei Joy Division.

2) Con Day Of The Lords siamo invece alle prese con un brano assai viscerale, forte d’un ossessivo ritornello nel quale Ian si chiede ‘dove andrà a finire?’. Day Of The Lords suona come se ci stessero guidando lentamente nei bassifondi della nostra coscienza. Resta un brano davvero affascinante, non c’è che dire.

3) Con una dissolvenza al contrario, ecco avanzare la notturna e riflessiva Candidate, un brano dove il baritono di Curtis fa bella mostra di sé. Candidate è il primo d’una serie di brani (fra gli altri ricordo Atmosphere, Decades e In A Lonely Place) dove i Joy Division mettono da parte le sonorità più aggressive del punk per dar sfogo ad una sensibilità più vicina alla musica ambient. Purtroppo la morte di Curtis non diede tempo alla band di approfondire quest’evoluzione sonora qui appena accennata.

4) Tornando a “Unknown Pleasures”, la canzone successiva, Insight, s’apre con un inquietante scardinamento di porte, prima che il ritmo secco & arrembante della musica entri in scena con prepotenza; elemento in primo piano è però il sintetizzatore che, oltre a regalarsi alcuni sprazzi qua e là, si ritaglia anche due brevi assoli.

5) New Dawn Fades, il brano seguente, è uno dei miei preferiti in assoluto fra quelli della scena post-punk inglese: una canzone decadente, disperata, eppure epica, potente, terribilmente magnifica. Se c’è un solo valido motivo per acquistare “Unknown Pleasures” è per potersi ascoltare New Dawn Fades a tutto volume con lo stereo!

6) La danza nevrotica di She’s Lost Control è la sonorità che inaugura il lato Inside dell’album: se la batteria di Morris tiene implacabilmente il tempo, è il basso di Hook il vero strumento melodico del pezzo, mentre Curtis ci offre una delle sue prove vocali più suggestive.

7) Con la successiva Shadowplay siamo in presenza d’un altro dei momenti migliori di questo disco, con quella che è una suprema cavalcata dark-punk: la graffiante chitarra di Sumner si prende la rivincita eseguendo memorabili assoli e riff, mentre la voce di Ian è più rabbiosa che mai.

8-9) Anche se di breve durata, Wilderness è una canzone decisamente avvolgente, una danza oscura che lascia incantati anche gli ascoltatori più smaliziati. Con Interzone si torna invece ai primi giorni dei Joy Division, quando la band si chiamava Warsaw ed eseguiva un ruvido e corrosivo punk rock: molto bello lo scambio di frasi cantate dallo stesso Ian, mixate in modo da avere una sorta di continuo controcanto.

10) Con una lunghezza prossima ai sei minuti, il brano finale, I Remember Nothing, è il pezzo più esteso dell’album: una canzone spettrale che sembra condurci lentamente in una landa desolata. E’ un brano mozzafiato, indimenticabile, che ci fa terminare l’ascolto di “Unknown Pleasures” con una punta d’inquietudine. Ma non fraintendete le mie parole… questo è semplicemente uno dei migliori dischi che la grande famiglia rock possa offrirci.

Ah, dimenticavo… di recente “Unknown Pleasures” è stato ristampato in una elegante versione deluxe con tanto di disco live aggiuntivo. La stessa operazione è stata ripetuta anche per l’album successivo, “Closer” (1980) e la compilation d’inediti e di brani live di “Still” (1981).

– Mat

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New Order

new-order-immagine-pubblicaLa storia dei New Order inizia a Manchester nella primavera del 1980, all’indomani del suicidio di Ian Curtis, cantante dei Joy Division. Sì perché i New Order sono Bernard Sumner, Peter Hook e Stephen Morris, rispettivamente chitarrista, bassista e batterista dei Joy Division, che, dopo il comprensibile smarrimento iniziale, decidono di darsi un nuovo nome e di continuare insieme.

I New Order debuttano quindi al principio del 1981 col singolo Ceremony / In A Lonely Place, entrambe canzoni dei Joy Division mai completate: la prima è un brano pop-punk formidabile (vale la pena di andarsi ad ascoltare anche la versione live dei Joy Division sull’album postumo “Still”) mentre la seconda è addirittura cantata da Ian Curtis, in quello che è uno dei pezzi più tenebrosi della band. In seguito, i New Order aggiungono stabilmente all’organico una tastierista, Gillian Gilbert (già ragazza di Stephen) con la quale reincidono completamente il singolo Ceremony / In A Lonely Place (il risultato, oltre che più pulito, è comunque migliore) e ritoccano alcune canzoni inedite dei Joy Division da inserire nel loro terzo ed ultimo album, “Still” (1981).

Sempre nel corso del 1981, inoltre, esce “Movement”, il primo album dei New Order: lo stile non si discosta poi molto da quello dei Joy Division (del resto i musicisti sono gli stessi…) ed il risultato è già strepitoso. Un disco della durata di appena 36 minuti per 8 brani che tuttavia è in perfetto equilibrio tra new-wave, punk, elettronica e dark. Due brani sono cantati da Peter, gli altri sei da Bernard: di lì a poco la band capisce che il ruolo di cantante spetta solo a quest’ultimo, il quale, pur non possedendo una gran voce ha tuttavia un timbro molto riconoscibile che ben s’incastra nel sound complessivo dei New Order. E la storia può riprendere il volo…

Nel 1983 esce il singolo Blue Monday ed è una rivoluzione: il suo ritmo disco-club sostenuto dalla drum machine, i suoi synth gelidi e la voce impassibile di Bernard che canta un testo di rivalsa ne fanno un classico istantaneo e una pietra miliare nella storia della musica. Blue Monday è il primo incrocio credibile tra rock e dance, una strada che in seguito verrà tentata da altri artisti, anche più famosi. Il brano, inoltre, può anche essere considerato un precursore di quel genere house che sarebbe esploso commercialmente sul finire del decennio.

Sempre nell’83 esce il secondo album dei New Order, “Power Corruption & Lies”, che si distacca dal suono dei Joy Division – puntando maggiormente sull’elettronica – senza però rinnegarne le origini. Davvero un gran disco, così come il successivo “Low-life” del 1985. I New Order sono sulla cresta dell’onda ed i vari manager ed intermediari vorrebbero farne delle star: i quattro di Manchester non ci stanno, l’unica concessione è l’inserimento delle loro foto (per la prima e ultima volta), in un loro disco, “Low-life” per l’appunto, distribuito in USA dall’etichetta di Quincy Jones, più noto come geniale produttore di Michael Jackson. Il fatto è che l’amarezza per la morte prematura di Curtis è un fantasma ancora molto ingombrante col quale i New Order riusciranno a convivere solo in anni recenti.

Nel 1986 esce un altro bel disco, “Brotherhood” (uno dei miei preferiti), contenente la celebre Bizarre Love Triangle (ma a me fa impazzire Angel Dust…). L’anno dopo è la volta di “Substance 1987”, una strepitosa doppia raccolta contenente lati A e B dei singoli, molti dei quali non presenti sugli album, più due inediti, le stupende 1963 e True Faith (probabilmente quest’ultima è, con Blue Monday, il brano più famoso dei New Order).

Nel gennaio ’89 i New Order volano al 1° posto della classifica inglese con l’indimenticabile album “Technique”, il mio album preferito tra quelli della banda di Manchester, lanciato da singoli innovativi come Fine Time, Run e Round And Round. Il momento di gloria si ripete l’anno dopo, con l’uscita del singolo World In Motion: scritto come inno della nazionale inglese per i mondiali di calcio, World In Motion è stata votata di recente come miglior inno scritto da un gruppo inglese per la propria nazionale calcistica.

Ma la solidità dei New Order inizia a dare i primi segni di cedimento: tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta, i membri della band formano diversi gruppi paralleli (gli Electronic per Sumner, che si unisce a Johnny Marr degli Smiths, i Revenge prima e i Monaco dopo per Hook, e gli Other Two per il duo – ormai sposato – Morris-Gilbert), mentre la casa discografica storica, la Factory Records (già distributrice dei Joy Division e in seguito di Happy Mondays e Stone Roses) è in grave crisi finanziaria. E’ proprio per tentare di salvare la Factory che dei riluttanti New Order tornano in studio per dar vita ad un nuovo album: “Republic”, che vede la luce nel ’93, quando la Factory è ormai spacciata, è forse il peggior album della band (ma non è brutto, state tranquilli…) anche se c’è la splendida Regret, con un video molto bello girato a Roma. Résisi forse conto di aver fatto un mezzo passo falso, i New Order sembrano guardare al passato: reincidono alcuni vecchi brani e li pubblicano con altri hits nella raccolta “(The Best Of) NewOrder” del 1994, poi, praticamente, la band si scioglie.

Lo scioglimento dei New Order, mai ufficializzato, termina sul finire degli anni Novanta: nel 1999 esce un brano nuovo, Brutal, per la colonna sonora del film “The Beach”, mentre la band è al lavoro sul nuovo album, che vede quindi la luce nel 2001. Così, il settimo album da studio dei New Order s’intitola “Get Ready” e con mio sommo piacere scopro che è uno dei migliori dischi del gruppo. Intanto, i New Order sono in grado di eseguire senza problemi concerti di due ore, mentre una nuova generazione di musicisti, in primis i Chemical Brothers, li inneggia come propri padri musicali.

Negli ultimi anni, una figlia della coppia Morris-Gilbert è stata gravemente malata: la mamma, per prendersene cura, ha abbandonato l’attività dei New Order, mettendo a rischio la vita stessa della band. Tuttavia, su insistenza della stessa Gilbert, i New Order sono tornati in pista con un nuovo tastierista/chitarrista, Phil Cunningham, un nuovo album, “Waiting For The Siren’s Call” (2005), e un nuovo tour.

Recentemente, dopo aver dato alle stampe un paio di raccolte, i New Order sono stati impegnati con la colonna sonora del film “Control”: girato da Anton Corbijn (storico fotografo e videomaker dei Depeche Mode), ripercorre la vita di Ian Curtis, voce dei Joy Division, e la parabola del gruppo stesso. Tuttavia quest’altro ritorno al passato non s’è tradotto nella nostalgia per il lavoro comune: nel corso del 2007 il bassista Peter Hook ha annunciato infatti la sua dipartita dai New Order e la formazione d’una nuova band, i Freebass, in compagnia di componenti degli Smiths e degli Stone Roses.

Ufficialmente i New Order non sono finiti e il sottoscritto crede che il buon Peter tornerà sui propri passi dopo essersi tolto lo sfizio di pubblicare un disco a nome Freebass. Staremo a vedere, per il momento ci possiamo accontentare delle ristampe degli album dei New Order pubblicati negli anni Ottanta, con disco aggiuntivo di materiale bonus per ogni titolo.

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