Queen, “The Miracle”, 1989

Queen The Miracle immagine pubblicaNé uno dei migliori dischi dei Queen e né tanto meno un capolavoro, “The Miracle” resta però uno dei capitoli più divertenti e godibili della band inglese, ed è forse il loro album che ho più ascoltato in tutti questi anni. Registrato tra il 1988 e il 1989, durante un periodo in cui le condizioni di salute di Freddie Mercury facevano già temere che si potesse essere alle prese con l’ultimo album dei Queen, “The Miracle” è il disco che suona meno datato tra quelli realizzati dai nostri negli anni Ottanta. E non soltanto perché uscì nell’ultimo di quei discussi anni ma anche perché è molto meno sintetizzato e robotico dei precedenti, decisamente più rock e appena un po’ più grezzo di quanto ascoltato in casa Queen da “Jazz” (1978) in poi.

Questo perché la band ebbe modo di ritrovarsi compatta in studio come non succedeva da molto tempo, e di mettersi a suonare tutti e quattro insieme come non si era sentito così spesso negli album precedenti. Questa ritrovata unità di gruppo venne simboleggiata sia nella copertina dell’album e sia – ben più concretamente – nella decisione di accreditare tutte le canzoni al gruppo stesso, indipendentemente da chi fosse stato l’artefice dell’idea originale del pezzo. Tutte le canzoni di “The Miracle”, infatti, sono autorialmente accreditate come “Queen”, così come tutte quelle del successivo “Innuendo” (1991).

Passando per l’appunto alle singole canzoni contenute in “The Miracle”, si parte con la percussiva Party, seguita senza soluzione di continuità dalla rockeggiante Khashoggi’s Ship, e poi dall’ormai classica The Miracle. Si prosegue quindi con I Want It All, uno dei pezzi più famosi e rappresentativi dei Queen (qui presente in una versione sensibilmente diversa da quella edita su singolo), con The Invisible Man, altro pezzo ormai molto famoso (disponile sull’edizione in ciddì dell’album anche in quel mix esteso chiamato 12″ Version), con l’arrembante Breakthru (altro singolo di successo) e con Rain Must Fall, brano ben più pop che peraltro non brilla per originalità, come vedremo meglio tra poco.

Seguono infine l’intenso pop-rock di Scandal (altro singolo estratto… e siamo a cinque), che per quel poco che può contare è una delle mie canzoni queeniane preferite, il fumoso incedere di My Baby Does Me, con un fascino retro tutto suo, e quindi l’hard rock teatrale di Was It All Worth It, dove i Queen (e Freddie Mercury in particolare) si chiedono se sia valsa la pena d’aver fatto parte di quel baraccone che è (sempre stato) il rock ‘n’ roll.

Cinque singoli estratti da “The Miracle”, s’è detto, ben quattro dei quali vantavano sul lato B una canzone inedita: Hang On In There sul lato B di I Want It All (comunque aggiunta come bonus alla sola edizione in ciddì dell’album), Hijack My Heart sul lato B di The Invisible Man, Stealin’ sul lato B di Breakthru e infine My Life Has Been Saved sul lato B di Scandal. In quel prolifico 1989 apparve anche Chinese Torture, un breve brano strumentale aggiunto anch’esso come bonus alla sola edizione in ciddì di “The Miracle”, mentre restò purtroppo inedita una splendida rock-ballad chiamata Too Much Love Will Kill You (debuttò infine nel 1992, nell’album solista di Brian May, “Back To The Light”, mentre una versione di gruppo apparve soltanto tre anni dopo, con l’album “Made In Heaven“).

Furono appunto molto prolifiche per i Queen le sedute d’incisione per l’album “The Miracle”, anche se peccarono in quanto ad originalità: fin dalla prima volta che ho sentito l’album, nei primissimi anni Novanta, ho avuto la sensazione che i nostri avessero scopiazzato qua e là brani di altri. The Invisible Man, in particolare, mi ha sempre ricordato parecchio la celeberrima Ghostbusters di Ray Parker Jr., mentre il finale di The Miracle, ovvero la parte più movimentata della canzone, sembra riciclato dalla base ritmica di Let’s Turn It On, brano dello stesso Freddie Mercury solista datato 1985. E se tanti anni fa un mio amico mi fece ascoltare un brano dance anni Settanta che somigliava decisamente a Rain Must Fall (purtroppo non ne ricordo né il titolo e né l’interprete… cantava una donna, se la memoria non m’inganna…), non tutto quello che ho sentito in Scandal, My Baby Does Me, Hang On In There, Khashoggi’s Ship e nella stessa The Miracle mi sembra frutto dell’inventiva dei Queen.

Tutta quest’aria da “già sentito” che avverto ora come allora, tuttavia, non mi ha mai impedito di apprezzare un album come “The Miracle” per quello che è: un acusticamente divertente & professionalmente appagante album rock dei tardi anni Ottanta, con ben pochi fronzoli e ancor meno pretese.

-Mat

“All This Is Love”, un altro inedito dei Queen?

Con flemma tipicamente inglese, la pagina facebook ufficiale dei Queen ha praticamente rivelato, lo scorso 23 marzo, la presenza d’un nuovo pezzo inedito della band. Si tratta di All This Is Love, una canzone che non venne inclusa nell’album “Hot Space” (1982).

A rivelarlo è Greg Brooks, l’archivista dei Queen, ed è un qualcosa che ha sorpreso tutti i fan, giacché nessuno di loro (me incluso) ne aveva mai sentito parlare prima. In realtà è stato reso pubblico un foglietto strapazzato (vedi la foto in alto) contenente il testo scritto a mano da Freddie Mercury e riguardante, per l’appunto, una canzone intitolata All This Is Love.

Ma si tratta di una canzone in senso stretto? Nonostante la curiosità dei fan manifestatasi subito nei commenti via facebook, nessuna voce ufficiale ha voluto chiarire la situazione. Ecco perché ho atteso una settimana prima di parlarne, speravo che fosse fatta un po’ più di luce. Le cose stanno evidentemente così, con tre diverse interpretazioni: All This Love è solo un testo scritto su un foglio al quale, tuttavia, non è stato associato nessuna musica; si tratta del titolo e quindi del testo alternativo di una canzone altrimenti nota e contenuta nell’album “Hot Space”; si tratta – ed è quello che mi auguro – di una canzone vera e propria incisa dai Queen durante le sedute di registrazione di quel controverso album ma infine scartata e rimasta tuttora sconosciuta.

Al momento, per una mera questione di cronaca, provvedo ad aggiornare il post relativo a le (poche) canzoni inedite dei Queen, sperando di avere presto ulteriori informazioni sulla ghiotta scoperta.

-Mat

Queen, “Flash Gordon”, 1980

Queen Flash Gordon immagine pubblicaAttraverso la sua pagina facebook, ogni giorno Brian May propone una lista degli avvenimenti accaduti nel corso degli anni in quel preciso giorno del calendario, sia che riguardino i Queen, sia che riguardino la sua carriera solista. O anche altro. Lo scorso 11 gennaio, infatti, mi sono sorpreso a leggere sulla pagina facebook ufficiale di Brian May che in quel giorno di quattro anni prima moriva la “nostra” Mariangela Melato, l’attrice, come ricordava May, che ha partecipato nel 1980 a “Flash Gordon”, il film prodotto da Dino De Laurentiis per il quale i Queen avevano inciso la colonna sonora.

A parte il piacere nel veder ricordata quella che rimane una delle mie attrici italiane preferite, mi par di capire che il buon Brian abbia sempre mantenuto un legame speciale con quella sua prima esperienza cinematografica. Quella di realizzare la colonna sonora d’un film come “Flash Gordon”, per lui – laureato in astronomia e con la passione per la fantascienza – dev’essere stata un’esperienza fantastica. Sebbene sia stata composta ed eseguita dai Queen al gran completo, la colonna sonora di “Flash Gordon” figura in effetti Brian May come produttore (assieme a Mack, mentre i Queen sono accreditati come produttori esecutivi), oltre che principale autore. A lui, inoltre, si deve il tema ricorrente dell’intera colonna sonora, quella stessa Flash (o Flash’s Theme che dir si voglia) che risultò tanto un hit single quanto uno dei pezzi più noti dei Queen.

Senza poi contare, inoltre, che ancora nel 1992, alle prese col suo primo vero album da solista, “Back To The Light”, Brian riutilizzò – e in particolare nel brano The Dark – parte del materiale altrimenti inedito scartato dalla colonna sonora di “Flash Gordon”, così come fece tre anni più tardi in alcuni passaggi strumentali dell’album “Made In Heaven“, il primo dei Queen del dopo-Mercury. Insomma, quindici anni dopo e Brian May stava ancora a baloccarsi con le registrazioni audio di quel film non proprio riuscitissimo nel quale recitava pure Mariangela Melato, ricordata ancora con affetto da May in questo 2017.

Per i Queen dev’essere stato davvero un periodo fantastico, quello a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, se già all’indomani dell’uscita dell’album contenente la colonna sonora di “Flash Gordon” (EMI, dicembre 1980), un fin troppo entusiasta Freddie Mercury arrivò addirittura a proclamare quell’album come il migliore dei Queen. Un giudizio eccessivamente lusinghiero perché, a dirla tutta, per certi aspetti è vero proprio il contrario: “Flash Gordon” è l’album peggiore dei Queen. Se tuttavia consideriamo le cose da un altro punto di vista, e cioè che si tratta per l’appunto di una colonna sonora, nello specifico una musica prevalentemente d’ambiente, molto elettronica ma eseguita da un famigerato gruppo rock, “Flash Gordon” è un lavoro decisamente sorprendente.

Ogni singolo membro dei Queen, come s’è già detto, ha partecipato attivamente al progetto con brani di propria composizione, suonando tutti e quattro i sintetizzatori. Non mancano comunque gli strumenti tipici di ognuno: i tamburi di Roger Taylor si sentono ad esempio nella sua In The Space Capsule (Love Theme), il suono inconfondibile della chitarra suonata da John Deacon, lui che è un bassista, si sente invece nella sua Execution Of Flash, mentre l’inconfondibile voce di Freddie la troviamo in The Kiss (Aura Resurrects Flash). E la chitarra di Brian? Beh, la troviamo a tutto spiano in molte parti dell’album, soprattutto in quelle prove inconfondibilmente di gruppo come Football Fight (scritta da Mercury), The Hero (uno dei pezzi rock più strabilianti dei Queen, forse un po’ troppo sottovalutato, a mio modesto avviso), la stessa Flash (dove in pratica la sua voce duetta con quella di Freddie) e poi da solo nell’esecuzione della classica marcia nuziale di Richard Wagner.

Insomma, un lavoro eterogeneo questo “Flash Gordon”, eppure incredibilmente compatto e tutto sommato godibile, nel quale sono stati inseriti molti dialoghi ed effetti sonori del film originale. Tanto per dirne una, la voce stessa di Mariangela Melato, in un inglese scolasticissimo c’è da dire, si sente forte e chiara nella stessa Flash, un brano pulsante e vigoroso che io conoscevo già da bambino, prima ancora di saperne qualcosa sui Queen. Mi pare giusto ricordare poi anche il contributo alla musica dato dal compositore e direttore d’orchestra inglese Howard Blake, qui alle prese con le orchestrazioni del caso; la sua presenza c’è e si sente, contribuendo a rendere alcuni dei motivi dei Queen migliori di quel che siano in realtà. Come già accennato, non tutto il materiale registrato è poi finito nell’album e a farne maggiormente le spese è stato appunto il contributo di Blake.

Ecco, mi piacerebbe un domani poter ascoltare tutta la musica incisa per “Flash Gordon”, anche perché parte di quel materiale venne simultaneamente registrata con le canzoni per l’album “The Game”, che resta il maggior successo commerciale dei Queen, un album che in quel trionfale 1980 volò al primo posto in classifica su entrambe le sponde dell’Atlantico. Mi piacerebbe, che so, un progetto tipo “The Complete The Game and Flash Gordon Sessions 1979-80” o una roba del genere. Per ora mi sono dovuto accontentare di quanto distribuito nel 2011 con le riedizioni remaster degli album dei Queen in occasione del quarantennale della band (ne parlai QUI). Nello specifico, il bonus ciddì incluso nell’edizione limitata di “Flash Gordon” mi ha fatto scoprire una Early Version di The Kiss risalente al marzo ’80 nella quale Freddie canta ed esegue un interessante ibrido pianistico tra The Kiss e Football Fight, oltre a una stratosferica versione Revisited di The Hero risalente all’ottobre 1980 che forse da sola vale l’acquisto di tutto il remaster.

-Mat

Queen, “Queen II”, 1974

queen-queen-ii-immagine-pubblicaTornando ad occuparmi di Freddie Mercury e curiosando a tal proposito nei miei archivi segreti, scopro di aver dedicato all’album “Queen II” (1974) ben due post nelle precedenti edizioni di questo modesto blog: l’uno datato 24 maggio 2007 e l’altro 26 febbraio 2008, mentre nel 2011 ne pubblicai un’unica revisione completa in seguito alla ristampa con bonus track edita quell’anno dalla Universal. Siccome quanto scritto allora non mi soddisfa più, proverò con questo post a rielaborare e ricontestualizzare quanto scritto a proposito di quello che resta uno dei miei album preferiti dei Queen. Seguito dell’album “Queen” (1973), questo lavoro successivo si rivela già straordinariamente maturo, ricco d’inventiva e di grandi canzoni, con i Queen già ad introdurre quello stile epico e teatrale che perfezioneranno con gli anni a venire, fino a farne un sound inconfondibile, potente e melodico a un tempo.

Le due facciate del vinile originale di “Queen II” non erano chiamate lato A e lato B come da tradizione, bensì White Side (composto da Brian May, più una canzone di Roger Taylor) e Black Side (composto interamente da Freddie Mercury), per un totale di undici straordinari brani. Si parte dallo strumentale Procession, suonato dal solo May con una sovrapposizione progressiva di chitarra che sembra ricordare il grave suono di un’orchestra sinfonica. Basterebbe questo breve pezzo (dura poco più d’un minuto) per illustrare tutta la grandezza e la fantasia che ha sempre caratterizzato quel grande chitarrista che è Brian May.

Father To Son è invece il brano più lungo dell’album: forte di oltre sei minuti, la canzone è un’eccellente fusione fra hard rock e progressive; molto bello l’intermezzo strumentale, decisamente heavy, mentre Freddie sfoggia al meglio la sua grande voce. La prolungata e corale dissolvenza di Father To Son ci conduce al pezzo successivo, la stupenda White Queen (As It Began): canzone assai malinconica ma potente in egual misura, questo è uno dei momenti più emozionati del disco e, detto fra noi, una delle canzoni dei Queen che preferisco.

Con Some Day One Day troviamo May alla voce solista, in una canzone che inevitabilmente fa grande uso del suo strumento: ad una vivace chitarra ritmica acustica, si sovrappone infatti una (ma in alcuni punti sono due) pigra chitarra solista elettrica; il tutto costituisce un momento rilassato e piuttosto gradevole in quello che altrimenti è un disco potente e brioso.

Anche la successiva The Loser In The End è cantata dal proprio autore, Roger Taylor: meno gradevole delle altre, questa canzone è comunque una delle opere meglio riuscite – o meno irritanti, dipende da che parte si vuole stare – del Taylor anni Settanta (negli Ottanta avrà modo di maturare parecchio come autore, arrivando alle celeberrime Radio Ga Ga e A Kind Of Magic).

queen-queen-ii-copertina-interna-immagine-pubblicaI nastri che scorrono impetuosamente al contrario ci introducono al Black Side di “Queen II”, con la grandiosa Ogre Battle, un tipico brano mercuryano: hard rock epico e tirato, con l’ennesima maestosa prestazione vocale da parte di Freddie. Segue The Fairy Feller’s Master-Stroke, il brano più teatrale dell’album, a riprova della grande versatilità di questa band: è un fantasioso brano ispirato ad un quadro altrettanto immaginifico, dipinto da Richard Dadd e a quel tempo esposto alla Tate Gallery di Londra.

La deliziosa Nevermore, una ballata guidata dal piano e dal dolce timbro vocale che Mercury vi utilizza, è un brano forse troppo breve per essere apprezzato appieno. Fa meglio la successiva The March Of The Black Queen, che resta la canzone che preferisco di “Queen II”: sorta di prova generale per quella più fortunata e celebre Bohemian Rhapsody che verrà, Black Queen non ha comunque nulla da inviarle, grazie ai suoi cambi di tempo e di atmosfera, alla solita fantastica parte vocale di Freddie e alle grandiose parti di chitarra di Brian; il tutto sostenuto abilmente dal basso di John Deacon e dalla batteria di Taylor (quest’ultimo canta anche un verso solista nella superba parte veloce del brano).

E’ quindi la volta di Funny How Love Is, una scintillante canzone pop che ricorda parecchio le sonorità più riverberate e gioiose dei Beach Boys, anche se prima passa per un’introduzione decisamente rock e tipicamente Queen. Mi sembra interessante notare la somiglianza tra Funny How Love Is e I Can Hear Music, prodotte entrambe da Robin Cable: la prima canzone sembra infatti un’originale rivisitazione della seconda, che – uscita nel 1972 sotto lo pseudonimo di Larry Lurex – è effettivamente la cover d’un brano dei Beach Boys.

La conclusiva Seven Seas Of Rhye è il singolo di maggior successo estratto dall’album (10° nella classifica inglese dell’epoca): un’epica cavalcata pop-rock a metà strada tra i Beatles e i Led Zeppelin che nel 1986, durante il loro ultimo tour, i Queen ancora proponevano. Per la cronaca, un primo abbozzo di Seven Seas Of Rhye, del tutto strumentale, appare già su “Queen”, il primo album dei nostri, mentre nell’ultimo album realizzato “con” Freddie Mercury, ovvero “Made In Heaven“, la base strumentale di Seven Seas Of Rhye compare nel mix della versione rock di It’s A Beautiful Day. A quanto pare, insomma, un pezzo decisamente centrale nella mitologia queeniana.

Nella discografia dei Queen ci sono album ben più celebrati di questo – quali “A Night At The Opera” (1975), “News Of The World” (1977), “A Kind Of Magic” (1986) e “Innuendo” (1991) – ma a mio avviso “Queen II” rappresenta la band di Freddie Mercury in uno dei suoi migliori momenti creativi ed espressivi.

-Mat

L’ultimo Natale di George Michael

george-michaelIeri notte, prima di andare a letto, come faccio di consueto, ho dato un’ultima sbirciatina al canale televisivo allnews. La prima notizia che vedo è quella che per ultima avrei immaginato di leggere, soprattutto nel giorno di Natale: è morto George Michael.

Mentre mi apprestavo a scrivere questo post (che è inutile, lo so, ma proprio non riuscivo a far finta di niente), volevo mettere in sottofondo un suo disco ma mi sono accorto con una certa sorpresa di non avere proprio niente di lui. Tanti anni fa avevo una copia in ciddì di “The Final”, la prima raccolta dei Wham!, edita in quello stesso 1986 nel quale George Michael aveva dato il definitivo addio artistico ad Andrew Ridgeley per mettersi in proprio con un singolo come A Different Corner e un album come “Faith”, edito l’anno dopo. Lui che in proprio aveva già fatto tutti gli hit storici dei Wham!, pezzi che conoscono anche i sassi, come Wake Me Up Before You Go-Go, Club Tropicana, The Edge Of Heaven e soprattutto quella Last Christmas che oggi, più che mai, assume un sapore amaro, pensando a questo ultimo Natale vissuto da George Michael. Tristezza che si somma alla tristezza.

Non m’è mai piaciuto granché George Michael da solista, perché secondo me le cose migliori le aveva fatte proprio con i Wham!, in quella spensierata prima metà degli anni Ottanta, quando uscì anche il suo primo singolo a suo nome, quella Careless Whisper che forse forse è proprio la canzone più bella uscita in quel decennio controverso. Eppure aveva una voce fantastica, probabilmente la migliore della sua generazione, l’unica voce che sia riuscita a “rifare” quella di Freddie Mercury in una strepitosa versione live di Somebody To Live eseguita con gli stessi Queen orfani di Freddie. In quei primi anni Novanta si era fantasticato d’un suo possibile passaggio proprio in seno ai Queen, a occupare il posto di quel cantante scomparso poco prima e che era uno dei suoi riconosciuti punti di riferimento musicali.

Ipotesi suggestiva, ma George ha avuto il buon gusto di non provarci. Anche perché in quegli anni il nostro aveva ben altro per la testa. In primo luogo un lungo braccio di ferro con la Sony, la casa discografica madre che l’aveva acquisito all’alba degli anni Ottanta con un contratto capestro che, di fatto, lo costrinse ad anni di silenzio discografico davvero lunghi per una pop star. Diversi personaggi dello spettacolo, se non ricordo male anche un certo Steven Spielberg, accorsero in suo aiuto, finché nel 1996 non ci fu la rinascita artistica con la Virgin e l’album “Older”, grande successo di quell’anno, così come il singolo apripista Jesus To A Child. In secondo luogo c’era l’omosessualità da rivelare al mondo intero, cosa che avrebbe scioccato il suo pubblico e anche l’opinione pubblica mondiale, dato che George Michael era visto (e giustamente) come un figaccione che sicuramente (credevamo tutti noi con una certa invidia) andava a letto con una donna diversa ogni sera.

Certo i tempi erano cambiati, la seconda metà degli anni Novanta non era certo la prima metà degli anni Ottanta: se l’avesse rivelato allora, la sua omosessualità, George Michael avrebbe visto la sua carriera fatta a pezzi per sempre. Eppure ha saputo gestire il tutto con grande intelligenza, anche dopo quel famoso “incidente” nel bagno d’una discoteca di non so più quale posto in America. Una canzone (e forse anche di più il suo video) come Outside mise subito le cose nella giusta prospettiva e la carriera del nostro poté procedere con ancora più autorevolezza.

Poi, per quanto mi riguarda, quelle canzoni che George Michael continuò a proporre tra la fine degli anni Novanta fino ai tempi più recenti non riuscivano proprio a interessarmi. Quella grandissima voce alle prese con quelle canzonette danzerecce che soltanto una come Madonna non si vergogna di propinare! Mah, vabbè, contento lui, pensavo.

Ed ora eccomi qui, in un mondo senza George Michael, così come la mia collezione di dischi è senza i suoi album. Che posso dire… che mi dispiace sinceramente.

-Mat

Freddie Mercury, Montserrat Caballé, “Barcelona”, 1988

freddie-mercury-montserrat-caballe-barcelona-1988Vorrei concludere la mia serie di post dedicata al mai-dimenticato & sempre-più-rimpianto Freddie Mercury recuperando e ampliando un post che pubblicai il 24 novembre 2009, a proposito dell’album “Barcelona”. Famoso disco di duetti tra il nostro e la regina spagnola della lirica, Montserrat Caballé, “Barcelona” è un album tanto apprezzato dai fan dei Queen quanto ridicolizzato dai detrattori di Mercury & soci. Essendo io un fan duro & puro dei Queen, non posso che apprezzare un disco del genere, un disco che con gli anni, per giunta, ho finito con l’amare. Ora è chiaro che tutto si riduce a una questione di gusti: potremmo pontificare in eterno su quale sia l’album più bello del mondo, o se un artista valga più dell’altro, rafforzando magari le nostre ragioni coi pareri critici degli esperti musicali di turno. Per quanto mi riguarda, ciò che conta davvero è l’emozione: se un disco ci emoziona, e soprattutto se continua a farlo anche dopo decenni, ebbene quello è un gran disco. Non ci sarebbe altro da aggiungere. La maniera migliore per giudicare se un album (o una canzone, o anche un film o un libro) sia “bello” è se ci fa venire la pelle d’oca, se ci mette i brividi, se ci commuove. Insomma, se ci trasmette un’emozione. Nel mio personalissimo caso, “Barcelona” fa proprio questo, e quelle che seguono sono le mie personalissime impressioni. Chiunque, fra i commenti, può esternare le sue (e un blog serve anche a questo).

Spettacolare, raffinato e tuttora unico nel suo genere, “Barcelona” fonde con originalità l’universo sonoro di Freddie Mercury con gli stilemi della musica lirica, in una resa sonora che in fondo non lascia né sorpresi e né perplessi: la musica di Mercury è stata sempre melodrammatica, teatrale, epica e potente. Approntando un album come “Barcelona”, il nostro non deve aver fatto una gran fatica, o addirittura una violenza a sé stesso. Anzi, si è proprio divertito, si è appassionato e ci ha messo l’anima, come ha scritto in proposito Peter Freestone, assistente personale di Freddie, nel suo ormai noto libro di memorie: “Barcelona era la sua essenza. Siccome era un disco che voleva fare a tutti i costi, aveva deciso che avrebbe dovuto contenere il meglio che Freddie Mercury potesse offrire. Dopo tutto, avrebbe potuto essere il suo memoriale”. Freestone, nel rievocare la gestazione d’un disco tanto originale, non nasconde infatti la possibilità che Freddie già allora sapeva di essersi seriamente ammalato. Non bisogna dimenticare, tuttavia, il fondamentale contributo creativo e strumentale del pianista, tastierista e arrangiatore Mike Moran, coautore di tutte le canzoni di “Barcelona” e produttore, assieme a David Richards e allo stesso Mercury, di questo autentico capolavoro.

montserrat-caballe-freddie-mercury-barcelona-recensioneFreestone ricorda inoltre il primo incontro Mercury-Caballé, che si svolse al Ritz Hotel di Barcellona nel marzo ’87: “questa collaborazione iniziale con Mike [Moran, già al fianco del nostro per il singolo The Great Pretender / Exercises In Free Love edito a febbraio] produsse una cassetta di tre brani di base. Uno di questi diventò Exercises In Free Love che poi diventò Ensueno nell’album Barcelona. Gli altri due erano il formato di base di The Fallen Priest e Guide Me Home che Mike aveva messo insieme con Freddie usando una voce in falsetto per approssimare la parte di Montserrat”. E infatti possiamo ascoltare alcuni di questi provini fra le numerose rarità presenti in “The Solo Collection”, un monumentale cofanetto di 12 dischi dedicato a Mercury e pubblicato dalla EMI nel 2000. In quelle rivelatorie sedute di registrazione – provini casalinghi con la stessa Caballé e registrazioni di studio vere & proprie nelle quali ascoltiamo la voce del solo Freddie – possiamo così ammirare tutto il talento (e la passione) di Mercury alle prese con uno dei suoi dischi più significativi. Ma è un altro libro di memorie, scritto da Jim Hutton, l’ultimo compagno di vita di Freddie, ad offrirci un’interessante testimonianza di quelle sedute: “Qualche giorno più tardi, quella stessa settimana [della primavera ’87], quando Montsy arriviò in studio di registrazione per lavorare con Freddie, le cose non andarono precisamente come lei si aspettava. Lei pensava che per registrare con Freddie le sarebbe bastato arrivare, cantare qualche canzone seguendo lo spartito e andarsene; ma non aveva idea della singolarità del metodo di lavoro di Freddie. Lui non aveva preparato in anticipo nessuna musica per Montsy, ma invece intendeva chiederle di provare qualcosa di improvvisato e poi cominciare a lavorarci sopra fino a trovare insieme il miglior risultato. […] E così, lei accettò il suo particolare metodo di lavoro. Freddie si dimostrò un maestro esigente. In seguito, Montsy ammise che in quelle sedute di registrazione Freddie era riuscito a ottenere dalla sua voce più di quanto lei stessa riteneva di poter dare”.

montserrat-caballe-freddie-mercury-barcelona-sessionsEpica ed emozionante ballata pianistica dove la potenza delle due voci viene espressa ai massimi livelli, Barcelona, edita su singolo già nell’ottobre ’87, è di certo la canzone più famosa del disco. Il testo stesso della canzone narra delle emozioni scaturite in Freddie da questa sua agognata collaborazione. Barcelona è senza dubbio uno dei vertici artistici di Mercury, una delle canzoni più rappresentative del suo stile barocco e melodrammatico. La Japonaise è invece un brano più d’atmosfera, con Freddie che canta diverse parti in giapponese, mentre la musica – mescolando elementi della tradizione sacra con sonorità tipicamente orientali – ci accompagna in un viaggio suggestivo e suadente. Pezzo decisamente operistico, il successivo The Fallen Priest non sfigurerebbe affatto in una qualsiasi compilation di lirica: un brano di assoluta potenza e drammaticità che rappresenta uno dei duetti più riusciti della coppia Mercury-Caballé. La lenta e malinconica Ensueno (basata come sappiamo su Exercises In Free Love) è un incredibile duetto in spagnolo dove Freddie si esprime come mai si era espresso prima grazie all’uso del suo timbro naturale, ovvero un caldo baritono. Ensueno è l’unico numero in “Barcelona” dove Mercury e la Caballé hanno cantato fianco a fianco, dato che, per via dei numerosi impegni della soprano, Freddie si vide costretto ad operare da solo in studio e poi a far sovraincidere la voce alla sua partner.

The Golden Boy – pubblicata anche su singolo, in un’orrenda versione editata – figura un’interessante fusione di stili: lirica, pop e gospel, con Mercury sempre protagonista a discapito della Caballé, maggiormente a suo agio nella prima parte e nel finale della canzone, entrambe sezioni di vera musica lirica che testimoniano, inoltre, la grande versatilità della voce di Freddie. Delicata e commovente ballata sulla fragilità della condizione umana, Guide Me Home è una canzone semplicissima eppure molto emozionante, quieta e potente al tempo stesso; il finale è collegato alla successiva How Can I Go On?, il brano dall’arrangiamento più convenzionalmente pop di questo disco, tanto che al basso figura un altro componente dei Queen, John Deacon. Anche in questo caso siamo alle prese con uno dei vertici artistici di Freddie Mercury, con quell’intreccio tra la sua voce e quella della Caballé che, soprattutto nel finale, è davvero da pelle d’oca. La conclusiva Ouverture Piccante non è una canzone vera e propria, bensì un lungo mix fra alcuni degli altri brani presenti sul disco, anche se include una veloce sezione di piano del tutto inedita. Pur non memorabile, Ouverture Piccante resta se non altro un ascolto interessante: ci permette di apprezzare maggiormente l’elaborato uso delle voci sovrapposte da parte dello stesso Freddie, alcune delle quali scorrono al contrario.

“Ci furono un paio di altre idee – scrive ancora Peter Freestone nel suo libro – che a Freddie sarebbe piaciuto provare con Montserrat in quel periodo, una delle quali era l’incisione di La Barcarole tratta da The Tales Of Hoffman di Offenbach, ma a causa della limitata disponibilità di tempo di Montserrat, la cosa fu tralasciata, forse per una data successiva”. L’altra idea era invece Africa By Night, grande inedito mercuryano che non abbiamo ancora avuto il piacere d’ascoltare nella versione originaria, successivamente recuperata per quella All God’s People inserita in “Innuendo” (1991).

freddie-mercury-montserrat-caballe-barcelona-2012-cofanettoAggiungo, per finire, che nel 2012, in occasione del venticinquennale della collaborazione Mercury-Caballé, la Universal ha distribuito una interessante (anche perché piuttosto economica) edizione deluxe dell’album “Barcelona” comprendente 4 dischi: accanto all’inevitabile divuddì contenente video e interviste, troviamo infatti un compendio delle “Barcelona Sessions” apparso nel 2000 nel ben più dispendioso “The Solo Collection” (il cofanettone monografico dedicato a Mercury che abbiamo già citato sopra) e un completo remix dell’album originale a base di vera orchestra curato da Stuart Morley (in uno dei 3 ciddì se ne può ascoltare la sola versione strumentale).

Per quanto possa risultare affascinante, l’ascolto delle parti vocali che Freddie e Montserrat hanno messo su nastro tra l’87 e l’88, sovrapposte a un lavoro orchestrale del tutto nuovo ma che ricalca fedelmente la musica originale, non si traduce – almeno nel mio caso – in un valore aggiunto. E’ stato un esperimento lecito, che prima o poi andava anche fatto, ma che tuttavia non ha aggiunto niente di che al valore complessivo dell’opera, il cui vero spettacolo resta l’intreccio tra le bellissime voci dei due veri protagonisti del disco.

– Mat

George Harrison: un apprezzamento postumo 15 anni dopo

george-harrisonNon solo Miles Davis, non solo Freddie Mercury, ma anche George Harrison. Un anno come questo 2016, che ci ha portato via artisti del calibro di David Bowie, Glenn Frey, Maurice White e Prince, ci ricorda infatti anche importanti anniversari, tra cui quello della morte del celebre chitarrista solista dei Beatles, avvenuta appunto il 29 novembre del 2001.

Quindici anni fa quasi non ci feci caso, a quella morte. Mi spiego meglio: il buon George era malato da tempo, la sua lunga lotta contro il cancro sembrava già una battaglia persa in partenza, la spiritualità che lo ha sempre caratterizzato, così come quel suo senso dell’humour, tanto british quanto macabro, mettevano il tutto nella giusta prospettiva. E così, quando venni a sapere della morte di uno dei miei amati Beatles, in fondo ne restai quasi sollevato. Mi dispiaceva sì, certamente, ma almeno l’uomo aveva smesso di soffrire. E di nascondersi ai media che lo braccavano da mesi, in un circo del pettegolezzo macabro che puntualmente si ripete ad ogni illustre agonia ma che puntualmente torna a disgustarmi.

Quindici anni dopo e mi sembra ancora strano pensare che George Harrison non sia più di questo mondo, così come John Lennon, morto ventun’anni prima in circostanze ancora più tragiche. Sarà che dei Beatles si è sempre parlato molto, si parla ancora molto anche oggi, e probabilmente se ne parlerà ancora molto in futuro, che pare che siano ancora lì, vivi e vegeti tutti e quattro, eternamente giovani, col sorriso, circondati da quella musica che ha segnato tanto profondamente sia la storia del secondo dopoguerra che le vite di tutti noi, ci piacciano o meno i dischi dei Beatles. Insomma, sembra proprio che i Fab Four siano eterni, e poco importa che la metà di loro non ci sia più, e da molti anni ormai.

In questi quindici anni, per quanto mi riguarda, ho fatto una scoperta clamorosa, un qualcosa che in quel lontano 2001 non avrei mai lontanamente sospettato: i dischi da solista di George Harrison sono quelli che, tra tutti e quattro gli autori, mi piacciono di più, quelli che più ascolto, quelli che sembrano perfino più rilevanti col passare del tempo. Essì che ho sempre pensato che “All Things Must Pass” – il primo disco che il nostro ha pubblicato all’indomani dello scioglimento del Beatles, nel 1970 – sia non soltanto il disco più bello d’un Beatle solista ma anche uno che potrebbe stare sullo stesso piano dei vari “Sgt. Pepper”, “White Album” e “Abbey Road”; tuttavia in questi ultimi anni ho definitivamente apprezzato quell’unico componente dei miei amati Beatles che sembrava restarsene un po’ nell’ombra. Guardando in alto a quei giganti di Paul McCartney e John Lennon, e tutto preso dalla mia smisurata simpatia per Ringo Starr, infatti, quasi non mi ero accorto di George e della sua musica. Ci sono arrivato in anni più recenti, e per me è stato un autentico shock culturale.

Anche l’ultimo album da studio di Harrison, pubblicato per suo volere nel 2002, quando ormai se n’era già andato, non solo è perfettamente in linea con la sua produzione solistica dei tempi d’oro ma è anche uno dei più bei dischi beatlesolistici di sempre. E’ come se avessi avuto, ascoltando quegli album e informandomi di più sulla vita del nostro, un’autentica rivelazione.

Mi dispiace di essermi perso tutto questo quando George Harrison era ancora in vita. Eppure sono convinto che un grande artista abbia proprio questa caratteristica: dopo la sua morte, anche molti anni dopo il luttuoso evento, continua a far parlare di sé, mentre la sua opera continua ad appassionarci e, in casi non rari, a meravigliarci ancora.

-Mat

Freddie Mercury, 25 anni dopo: un personale ricordo

freddie-mercury-25-anni-dopo-immagine-pubblicaSono passati 25 anni esatti da quel triste giorno di novembre che ci ha portato via Freddie Mercuy e stiamo ancora qui a parlarne, a rimpiangerlo, a rabbrividire per la sua voce che esce potente dalle casse dello stereo. In effetti è proprio andata così: dopo un quarto di secolo dalla morte dell’artista, la sua musica è più rilevante che mai, la sua figura nell’immaginario collettivo è sullo stesso piano dei Beatles, di Michael Jackson, di Elvis Presley e di pochi altri – veri – miti della cosiddetta musica popolare.

Ci sarebbero molti modi, almeno per me, di ricordare quello che da 25 anni a questa parte è uno dei miei beniamini preferiti; nelle varie incarnazioni di questo modesto blog ho infatti scritto spesso & volentieri di Freddie Mercury, non solo recensioni sui suoi dischi da solo o con i Queen (parte delle quali ho riproposto negli ultimi mesi, spesso riscritta e aggiornata, vedi QUI e QUI, per esempio), ma anche post di tipo biografico. Ieri, ad esempio, in vista dell’anniversario di oggi, ho “ritrovato” un mio post pubblicato sul blog Parliamo di Musica il 5 settembre 2006, quando cadeva l’anniversario dei 60 anni della nascita di Farouk Bulsara, al secolo Freddie Mercury.

Ecco, avrei potuto ripubblicare oggi quella biografia con i dovuti aggiornamenti e considerazioni del caso, tuttavia ho pensato che fosse solo un esercizio fine a se stesso. Una biografia di Freddie Mercury, infatti, oggi potete trovarla un po’ dappertutto, oggi chiunque abbia la possibilità di scrivere di spettacolo e/o di cultura non mancherà di scrivere anche due sole righe sul venticinquennale della tragica morte del nostro. Anche la sua biografia su Wikipedia, alla quale credo di aver collaborato io stesso, tanti anni fa, è ben fatta e assolutamente degna di nota per chiunque voglia saperne di più su questo autentico mito contemporaneo che è diventato “il cantante dei Queen”. Se fate un salto in libreria, per dire, troverete tanti altri libri (più o meno interessanti, se volete ve ne consiglio io qualcuno) sulla vicenda artistica e umana di Freddie, forse più di quanti ne troverete dedicati ai Fab Four e a Michael.

E allora perché un altro post, perché anche Immagine Pubblica dovrebbe aggiungere qualcosa? Da un lato, infatti, non dovrei scrivere proprio niente, perché niente avrei da aggiungere a quanto ho scritto e/o detto su Freddie Mercury da 25 anni a questa parte, dall’altro tuttavia sento che non posso proprio far finta di niente. Scriverò allora qualche aneddoto personale, qualcosa che finora non ho mai scritto e che appartiene solo a me, perché sono le mie memorie su quegli ormai lontani eventi del 1991. Non dovrete necessariamente seguirmi (e comunque ringrazio chi lo farà), il mio è solo un piccolo omaggio a un grande personaggio. Ecco, fa pure rima.

Primavera 1991: una coppia di miei zii, di ritorno dal Brasile, ha riportato, tra i vari ciddì che aveva acquistato lì, una copia di “Innuendo”, l’album dei Queen fresco d’uscita. Io, che all’epoca avevo appena tredici anni, conoscevo già il nome del gruppo inglese: in quegli anni, la loro We Are The Champions faceva da trionfante sottofondo alla pubblicità della Lancia che celebrava i trionfali titoli mondiali rally vinti con la mitica (anch’essa…) HF Integrale. Un album dei Queen, però, non lo avevo mai avuto fra le mani, e quella copia di “Innuendo” era la prima che vidi in casa di qualcuno della mia famiglia (dove invece giravano spesso & volentieri copie dei dischi dei Pink Floyd, sia in vinile che in ciddì e cassetta). Sentendolo a casa dei miei zii, capii che “Innuendo” era un gran disco, pieno di canzoni belle & potenti, che a me mettevano la pelle d’oca.

Autunno 1991: sono davanti alla televisione, dopo aver finito i compiti per il giorno dopo, e la pubblicità trasmette con una certa frequenza lo spot di una nuova uscita discografica (sì, oggi sembra strano, ma all’epoca e almeno fino al 1996-97, le nuove uscite discografiche erano massicciamente pubblicizzate in tivù). Si trattava di “Greatest Hits II”, una raccolta che racchiudeva tutti i più grandi successi dei Queen degli ultimi dieci anni, e lo spot dai canonici trenta secondi di durata mi aveva fatto sentire frammenti di canzoni che conoscevo ma che non sapevo a chi attribuire, brani come Radio Ga-Ga e Under Pressure, la cui “pressure!” finale scandiva il termine esatto dello spot, con Freddie che faceva l’occhiolino alla telecamera. Ecco quello che voglio, mi sono detto, una bella cassetta di “Greatest Hits II” di questi Queen, che finalmente voglio sentire come si deve! A quel tempo avevo già un greatest hits in cassetta, quello dei Beatles, che avevo praticamente consumato; ebbene, quello dei Queen sarebbe stato il prossimo. Qualche settimana dopo, tornando da scuola e guardando il telegiornale mentre pranzavo, il Tg1 (o il Tg2, non ricordo bene, era comunque un tigì della Rai) dà una notizia: è morto Freddie Mercury, il trasgressivo cantante dei Queen, omosessuale, morto di AIDS a soli 45 anni dopo una vita piena di eccessi. Tra le immagini che scorrono alla tele, vedo un cantante sul palco con baffi neri, parrucca e tette finte. Il tutto, insomma, veniva rappresentato come una sorta di mostro. A tredici anni d’età ormai compiuti, una rappresentazione del genere mediata da mamma Rai aveva raffreddato abbastanza i miei entusiasmi verso la musica dei Queen. Insomma, non avevo più alcuna necessità di fare quello che stavo facendo, mettere da parte i soldi per comprarmi quella musicassetta.

Primavera 1992: gita scolastica, l’ultima che faccio con i compagni delle medie, prima di affrontare a settembre un primo anno di superiori, a Chieti, che francamente non vedevo l’ora di cominciare. Non ricordo molto di quella gita scolastica, ricordo solo che in sottofondo, sull’autobus, girava insistentemente la cassetta di “Greatest Hits II” dei Queen. Vabbene, quel tale, quel Freddie Mercury avrà anche condotto una vita spericolata, ma a me le sue canzoni piacciono da impazzire. Poco tempo dopo faccio la cresima, il mio regalo è – finalmente! – il mio primo stero. Il primo ciddì della mia vita che vado ad acquistare – accompagnato da mia madre, in un negozio di Chieti Scalo chiamato Happy Music – è “Greatest Hits II” dei Queen, per la non modicissima cifra di trentaduemila lire. In più prendiamo anche una copia in vinile di “Benvenuti In Paradiso”, l’album più recente di Antonello Venditti. Ma questa è già un’altra storia.

-Mat

Queen, “Highlander” e una colonna sonora ancora inedita

queen-a-kind-of-magic-highlanderTornando a occuparmi di Freddie Mercury, in una sorta di personale omaggio a 70 anni dalla nascita & a 25 dalla morte, vorrei dedicare questo post alla colonna sonora che i Queen scrissero, produssero ed eseguirono per il film “Highlander”, quell’ormai celebre fantasy del 1986 diretto da Russell Mulcahy e incentrato sulle vicende di Connor MacLeod, l’ultimo immortale interpretato da Christopher Lambert.

Colonna sonora che, dopo trent’anni, continua a restare ufficialmente inedita su disco. Prendendo così spunto da un mio vecchio post sull’album “A Kind Of Magic“, cercherò di contestualizzare il discorso, anche alla luce dell’interessante materiale inedito pubblicato cinque anni fa dalla Universal, in occasione della ristampa di tutti gli album dei Queen per la serie “2011 Digital Remaster”.

Russell Mulcahy, regista australiano già distintosi per alcuni videoclip dell’epoca (ne cito uno, l’inquietante Wild Boys dei Duran Duran) e fan dichiarato dei Queen, invitò proprio Freddie Mercury & soci ad occuparsi della colonna sonora del suo primo lungometraggio, “Highlander” per l’appunto. E così i Queen, rivitalizzati dal trionfo del Live Aid ottenuto sul palco di Wembley nel luglio ’85, tornarono in studio con rinnovato entusiasmo: se la richiesta iniziale di Mulcahy era di sole due nuove canzoni, i Queen ne registrarono molte di più e contribuirono attivamente anche agli stessi effetti sonori che il film necessitava. Ad esempio, c’è una scena in cui il cavallo dell’attore antagonista, il bravissimo Clancy Brown, nitrisce dalla cima di una collina; beh, quel nitrito altro non è che la chitarra di Brian May… e si sente!

queen-singolo-princes-of-the-universe-colonna-sonora-highlanderLe canzoni che si ascoltano in “Highlander” sono quindi Princes Of The Universe, One Year Of Love, Gimme The Prize, Who Wants To Live Forever, A Dozen Red Roses For My Darling, la cover di New York New York, la celeberrima A Kind Of Magic, e anche Hammer To Fall, ripescata dall’album “The Works” (1984). Molte di esse suonano notevolmente diverse dalle versioni incluse in “A Kind Of Magic”, così come riportato nelle note interne del disco stesso. I Queen decisero infatti di non voler ripetere quanto fatto sei anni prima con la colonna sonora di “Flash Gordon“: con l’aggiunta di qualche altra nuova canzone, avrebbero quindi realizzato un nuovo album vero e proprio. Da qui la pubblicazione, nel giugno ’86, di “A Kind Of Magic”, dodicesimo album da studio dei Queen che, come il precedente “The Works”, volò al 1° posto della classifica inglese. Quattro mesi dopo uscì nelle sale “Highlander”, nel quale i fan dei Queen poterono quindi ascoltare le versioni iniziali di molte delle canzoni che avevano avuto già modo di apprezzare sull’album. Vediamone adesso le differenze.

Quella che su “A Kind Of Magic” è la canzone conclusiva, Princes Of The Universe, nel film ne accompagna invece i titoli di testa. Rock potente, drammatico & epico scritto da Freddie Mercury, Princes resta una delle mie canzoni preferite dei Queen. Superbamente disinvolta la parte vocale, eccellente l’arrangiamento fra musica & cori, da antologia l’interludio di chitarra in chiave speed-metal. Il video di Princes Of The Universe, girato dallo stesso Russell Mulcahy così come quello di A Kind Of Magic, figura diverse scene del film e la partecipazione attiva di Christopher Lambert, che duella con quello che a distanza di tanti anni possiamo considerare il vero immortale, Freddie Mercury. Nel film, invece, possiamo ascoltare due parti distinte di Princes Of The Universe: la parte iniziale, in tempo medio-lento, che termina con grande effetto sulla parola “world”, riproposta con l’eco mentre viene introdotta la prima sequenza filmata; e quindi il solo interludio chitarristico, mentre i wrestler fanno finta di darsele di santa ragione. Manca quindi la parte in tempo veloce che possiamo apprezzare su “A Kind Of Magic”: chissà se originariamente quei due frammenti che si ascoltano nel film non fossero due brani distinti?

Scritta da Brian May, Gimme The Prize è la canzone più metallara dei Queen: cantando il punto di vista del Kurgan, il temibilissimo antagonista del nostro eroe scozzese, Mercury sfodera la voce più urlante e cattiva che abbia mai messo su nastro, in un brano schiacciasassi dal pesante andamento in tempo medio (che peraltro suona simile alla base di Princes Of The Universe). Nel film, tuttavia, se ne ascolta soltanto una manciata di secondi, giusto il tempo di arrivare al primo ritornello.

queen-singolo-one-year-of-love-colonna-sonora-highlanderOne Year Of Love è invece una romantica ballata scritta da John Deacon, il mite bassista del gruppo. A parte l’appassionata prestazione vocale di Mercury, degna di nota come sempre, spicca in questa canzone l’assolo di sax di Steve Gregory (lo stesso musicista che suona il celebre assolo in Careless Whisper di George Michael); assolo che, nella versione cinematografica, suona leggermente diverso rispetto alla versione inclusa su “A Kind Of Magic”.

Sinfonica ballata d’atmosfera – dove la musica dei Queen è accompagnata dall’orchestra diretta dal compianto Michael Kamen (che in effetti è il compositore dello score vero e proprio di “Highlander”) – Who Wants To Live Forever, tema centrale della narrazione, è anch’essa diversa da quanto ascoltiamo nel film e su disco: nel primo viene cantata dal solo Freddie Mercury, nel secondo l’introduzione, parte del bridge e la frase conclusiva (che peraltro mancano dalla versione filmica) sono invece cantate dal suo autore, Brian May. Canzone molto toccante, nel film accompagna forse le sue scene più belle, e il tutto – canzone dei Queen, voce inedita di Freddie, orchestra di Kamen, paesaggi scozzesi mozzafiato, struggente storia d’amora destinata a non sopravvivere ad entrambi – giustifica un po’ tutto il film e tutta la colonna sonora.

A Dozen Red Roses For My Darling, uno pseudo techno strumentale composto da quel simpaticone (si fa per dire…) del batterista Roger Taylor, è stato pubblicato sul lato B del singolo A Kind Of Magic ma non sull’omonimo album. Su quest’ultimo trova invece spazio Don’t Lose Your Head , naturale evoluzione di A Dozen Red Roses ed interessante per l’utilizzo delle parti vocali: solista e cori per Freddie, distorte per Roger e d’abbellimento per la cantante anglocaraibica Joan Armatrading. Tutto ciò però non compare affatto nel film, dove invece ascoltiamo una versione più elaborata di A Dozen Red Roses (di gruppo, mentre il B side di A Kind Of Magic suona chiaramente come un’esibizione da solista di Taylor): siamo insomma a metà strada tra l’originale A Dozen Red Roses For My Darling e Don’t Lose Your Head e per giunta, sul finale del film, il brano sfocia nella cover di New York New York, brano reso celebre da Liza Minnelli. La versione dei Queen, che sul film si sente per meno d’un minuto e che costituisce così un medley con A Dozen Red Roses, non è presente in nessuna pubblicazione discografica ufficiale dei Queen.

Resta, infine, un’ultima canzone, la più famosa, A Kind Of Magic. Scritta anch’essa da Taylor, la versione che ha il compito di musicare i titoli di coda di “Highlander” è tuttavia la canzone che più differisce al confronto film/disco: è più lenta e, sebbene sia meno rifinita nell’arrangiamento (nelle parti di chitarra, in particolare), è ben più epica del celeberrimo hit single che resta comunque uno dei pezzi più rappresentativi dei Queen. La cosiddetta Highlander Version ha finalmente debuttato (in forma integrale) nella discografia ufficiale del gruppo con l’edizione deluxe di “A Kind Of Magic” della serie “2011 Digital Remaster”.

queen-singolo-who-wants-to-live-forever-colonna-sonora-highlanderRicapitolando, in conclusione, sull’album “A Kind Of Magic” i Queen includettero nove brani: One Vision (singolo, novembre ’85, tratto dalla colonna sonora di “Aquila d’Acciaio”), A Kind Of Magic (singolo, marzo ’86, versione diversa da quella del film), One Year Of Love (leggermente diversa da quella del film), Pain Is So Close To Pleasure (anche in versione remix pubblicata come singolo in alcuni Paesi), Friends Will Be Friends (singolo, giugno ’86), Who Wants To Live Forever (singolo, settembre ’86, versione diversa da quella del film), Gimme The Prize (sembra identica a quanto si ascolta nel film), Don’t Lose Your Head (basata su A Dozen Red Roses For My Darling, la quale potrebbe esserne considerata il demo iniziale eseguito dal solo Taylor), Princes Of The Universe (singolo, marzo ’86, versione diversa da quella del film).

A trenta anni dall’uscita di quello che resta un film cult, “Highlander”, e dopo una ridondanza di ripubblicazioni e antologie della quale spesso ho fatto fatica a scorgerne un senso (money a parte, of course), resta ancora sorprendente per un fan dei Queen come me l’assenza dal mercato discografico di un disco intitolato, che so, “Original Soundtrack from the motion picture Highlander” o anche “The Complete A Kind Of Magic Sessions”. Il 2016 è agli sgoccioli: si dovrà attendere il 2026 per una “Anniversary Edition” del film e della sua colonna sonora?

– Mat

In Disordine Sparso

federico-fellini-la-voce-della-lunaSono tempi duri, sono tempi strani. Queste scosse di terremoto che non ci danno più tregua stanno diventando una triste consuetudine, e così diventa difficile anche il solo aggiornare di tanto in tanto un modesto blog come questo.

C’erano argomenti dei quali volevo parlare con voi – il nuovo disco di Sting in arrivo, le ristampe cofanettate di due album storici dei Public Image Ltd, qualche considerazione sull’ultimo film di Federico Fellini (che, fra l’altro, proprio oggi segna l’anniversario della sua morte, nel 1993), ancora qualche post sui Queen e/o su Freddie Mercury, un post sul novantennale della nascita di Miles Davis – ma in queste condizioni tutto diventa più arduo, tutto diventa insignificante.

Trovare la motivazione è il vero problema, individuare quel qualcosa che spinga ad andare avanti, nonostante tutto, nonostante tutti, è quella la più grande difficoltà. Tornerò presto, comunque, e vedremo il da farsi. Se sarà ancora il caso di parlare di dischi, film e libri come mi auguro.

-Mat