The Beatles, “Let It Be”, 1970

the-beatles-let-it-be-album-immagine-pubblicaQuando si parla degli album dei Beatles, si citano quasi sempre capolavori come “Revolver” o il “White Album“, per non dire di “Sgt. Pepper” e “Abbey Road“. Anche la prima produzione del gruppo, quella del periodo 1962-65 (in particolare l’album “Rubber Soul“), è sempre molto considerata. Un po’ meno il disco conclusivo dei Beatles, “Let It Be”, certamente un album non all’altezza di quelli che l’avevano preceduto fino a pochi anni prima ma non per questo un disco minore. Anzi.

Sarà perché contiene due fra le più belle & toccanti canzoni dei Beatles (e pure del mondo…), vale a dire le maccartiane Let It Be (anche se la versione che preferisco è quella edita su singolo) e The Long And Winding Road, questo “Let It Be” resta pur sempre uno dei miei dischi preferiti, uno degli intoccabili nella mia collezione.

La storia di quest’ultimo album dei Fab Four è arcinota agli appassionati: prevalentemente inciso in caotiche sessioni nel gennaio del 1969, prima ai Twickenham Studios e in seguito agli Apple Studios degli stessi Beatles, l’album era allora chiamato “Get Back” e doveva servire da colonna sonora per un docufilm omonimo diretto da Michael Lindsay-Hogg. Ma gli scazzi crescenti fra i quattro, nonché pressioni finanziarie e – cosa da non sottovalutare – generale stanchezza fecero sì che il progetto venisse accantonato per oltre un anno, durante il quale i Beatles ebbero modo d’incidere un altro album, quello sì l’ultimo, il superbo “Abbey Road”.

Ripescato nella primavera del 1970, dopo i vani tentativi del produttore Glyn Johns di mettere insieme una sequenza di brani che soddisfacesse i Beatles, il materiale venne infine affidato al più noto dei produttori, l’americano Phil Spector che – probabilmente ad insaputa di Paul McCartney – applicò il suo caratteristico ‘wall of sound’ alle canzoni dei nostri, editando le tracce dove secondo lui era necessario. Raddoppiò così la durata di I Me Mine, sovraincise l’orchestra su The Long And Winding Road, su Across The Universe e sulla stessa I Me Mine, e inoltre fece piccole operazioni di edit e di riverbero sonoro dove ancora secondo lui era necessario.

A quel punto, però, i Beatles erano davvero finiti: scoperto il lavoro di Spector e l’imminenza della pubblicazione dell’album (prevista per l’8 maggio 1970) che a quel punto venne chiamato “Let It Be”, Paul fece sapere a tutto il mondo di aver lasciato il gruppo. Fu così che “Let It Be”, anticipato dai singoli Get Back dell’aprile ’69 e dalla stessa Let It Be del marzo ’70, uscì praticamente postumo, coi quattro componenti del gruppo già avviati sulle rispettive strade solistiche (anche l’album “McCartney“, ad esempio, era già uscito qualche settimana prima di “Let It Be”).

Originariamente, “Let It Be” doveva rappresentare il suono dei Beatles ‘secondo natura’, senza gli abili e ormai celeberrimi stratagemmi produttivi messi in atto dai Beatles e dal loro geniale produttore George Martin negli anni precedenti. In realtà, già durante le fasi di assemblaggio di quello che doveva chiamarsi “Get Back”, le canzoni subirono diverse sovraincisioni e accorgimenti postproduttivi, che divennero la norma con la partecipazione di Phil Spector al progetto. Insomma, le dodici canzoni contenute in “Let It Be” sono sì più grezze ed essenziali di quelle registrate prima (ma anche dopo, vedi la splendida resa sonora di “Abbey Road”) ma nemmeno tanto se paragonate ad alcune di quelle contenute nell’album bianco (The Continuing Story Of Bungalow Bill, Birthday, Helter Skelter o Yer Blues, solo per fare alcuni esempi).

Dodici canzoni, dicevo, fra le quali le magnifiche ballate maccartiane di Let It Be e The Long And Winding Road, ma anche il serrato country-rock di Get Back (altra creazione di Paul), la poetica Across The Universe (in realtà incisa nel febbraio ’68 e qui riprodotta dall’immarcescibile Spector) che resta una delle più sognanti creazioni di John Lennon, la ruggente I’ve Got A Feeling, il dolce country d’apertura di Two Of Us e l’appassionata Dig A Pony. In mezzo due gradevoli composizioni di George Harrison come I Me Mine e For You Blue, il ripescaggio dall’era beat di One After 909 (incisa ad Abbey Road nel 1963 ma rimasta inedita in quella forma fino al progetto “Anthology” di metà anni Novanta) e le certamente inutili ma divertite Dig It (in realtà pochi secondi estratti da un’esibizione piuttosto lunga – dodici minuti – anche se evidentemente monotona) e Maggie Mae (breve improvvisazione basata su una canzonaccia popolare di Liverpool). Molto più defilato il buon Ringo Starr, che né presenta una sua composizione e né canta alcuna canzone; evidentemente si sentiva molto a disagio in quelle sedute e così s’è limitato ad eseguire gli ordini, tuttavia è ottima la sua prestazione batteristica in tutto l’album, soprattutto per quanto riguarda il sound compatto di Get Back.

Nonostante i ritardi di pubblicazione, le controversie legali e artistiche fra i Beatles e l’annuncio di Paul, l’album “Let It Be” riscosse comunque un grande successo commerciale, come voleva la tradizione discografica beatlesiana. E così, quello che è l’unico album dei nostri pubblicato negli anni Settanta, resta anche uno dei dischi più belli editi in quel decennio. La prima tiratura di “Let It Be” figurava una lussuosa edizione contenente, oltre al vinile, un libro fotografico con scatti tratti dal film e dalle prove in studio.

Il resto delle numerose canzoni (originali e cover di altri artisti) provinate nel corso di quelle turbolenti e caotiche sedute del gennaio ’69 hanno fatto la fortuna di numerose edizioni pirata: alcune registrazioni come la maccartiana Teddy Boy e la cover di Mailman Bring Me No More Blues sono state ripulite ed incluse in “Anthology 3” (1996) e altre su “Let It Be… Naked” (2003, una versione rivista dell’album che meriterebbe un post a sé) ma la maggior parte del materiale (qui ricordo le cover di Save The Last Dance For Me e The Walk ma anche una primordiale versione di Isn’t It A Pity di George Harrison) resta tuttora ufficialmente inedito. Sarebbe utile la pubblicazione futura d’un cofanetto intitolato “The Complete Get Back/Let It Be Sessions”. Ma magaaaari!

– Mat

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The Clash, “Combat Rock”, 1982

the-clash-combat-rock-immagine-pubblicaScrissi questo post – a metà fra una scheda tecnica & una recensione – sul blog parallelo a Parliamo di Musica, ovvero Parliamo dei Clash… durò poco, tuttavia, e così trasferii il tutto su Pdm… e ora qui!

COMBAT ROCK

CBS, 14 maggio 1982

NOTE
Quinto album da studio dei Clash, dura 46′ e 25”.

FORMAZIONE
Mick Jones (chitarra, percussioni, cori, voce), Joe Strummer (voce, cori, chitarra), Paul Simonon (basso, cori, voce), Topper Headon (batteria, percussioni, piano, basso).

ALTRI MUSICISTI
Ellen Foley (cori), Allen Ginsberg (voce, cori), Futura 2000 (rap, cori), Joe Ely (cori), Gary Barnacle (sax), Tymon Dogg (piano), Poly Mandell (tastiere), Robert De Niro (voce campionata dal film ‘Taxy Driver’).

PRODUZIONE
The Clash.

STUDIO
Electric Lady Studios, New York.

BRANI
1. Know Your Rights (The Clash) 2. Car Jamming (The Clash) 3. Should I Stay Or Should I Go? (The Clash) 4. Rock The Casbah (The Clash) 5. Red Angel Dragnet (The Clash) 6. Straight To Hell (The Clash) 7. Overpowered By Funk (The Clash) 8. Atom Tan (The Clash) 9. Sean Flynn (The Clash) 10. Ghetto Defendant (The Clash) 11. Inoculated City (The Clash) 12. Death Is A Star (The Clash)

STORIA/RECENSIONE
Nella tarda estate del 1981, dopo aver conquistato l’America con una serie di memorabili concerti al Bonds International Casino di New York, i Clash sono nuovamente in studio per dare un seguito a “Sandinista!”. La band inizia a scrivere/provare nuove canzoni in un nuovo quartier generale, gli Ear Studios, siti nella zona ovest di Londra, nei pressi di Notting Hill. Pare che comunque l’atmosfera non fosse delle migliori… Bernie Rhodes, su insistenza di Joe, aveva ripreso il suo posto di manager-ideologo nella band, cosa che irritava profondamente Mick, mentre Topper era sempre più estraniato per via della sua tossicodipendenza. E così, a metà novembre, i Clash e il loro entourage preferiscono trasferirsi nuovamente a New York, ai celebri Electric Lady Studios (li fece costruire Jimi Hendrix, poco prima di morire nel ’71). Qui la band prosegue sulla strada tracciata da “Sandinista!” ma stavolta dando più compattezza al suono complessivo: non più un calderone di stili ma delle canzoni dove potessero fondersi diverse influenze musicali. Nascono così interessanti contaminazioni, uniche nel loro genere, come Overpowered By Funk (attitudine punk applicata alla dance, all’elettronica e al rap), Car Jamming, Straight To Hell, Red Angel Dragnet, Sean Flynn e Ghetto Defendant… non mancano dei brani più diretti che sembrano riportare i Clash alle loro radici, come Know Your Rights e Should I Stay Or Should I Go?, pubblicate rispettivamente come primo e terzo singolo estratti da “Combat Rock”. Per quanto riguarda i testi, il tema dominante del disco è la disillusione e la disfatta dell’America dopo la catastrofe del Vietnam: i reduci ormai straniati ed emarginati dalla società, i ragazzi mandati a morire, la terra vietnamita martoriata dalle bombe, l’imperialismo che corrompe ogni ideale. Le registrazioni newyorkesi dei nostri proseguono fino al giorno di Capodanno, dopodiché la band torna in Inghilterra e successivamente appronta un tour che, per la prima volta, porta i Clash ad esibirsi in Estremo Oriente (in Thailandia, Pennie Smith fotografò la band per le foto di copertina e del materiale promozionale legato a “Combat Rock”). Tra febbraio e marzo 1982, nuovamente a Londra, i Clash tornano ad occuparsi del nuovo album che aveva il titolo provvisorio di “Rat Patrol From Fort Bragg”: materiale sufficiente a riempire due LP buoni che suscitò varie discussioni, piuttosto accese, tra Mick, Joe, Bernie e la casa discografica. Mick, che propendeva per un album doppio con mixaggi che privilegiassero gli aspetti danzerecci delle canzoni, viene infine messo in minoranza dagli altri. Il lavoro di editing e di remixaggio del materiale viene quindi affidato a Glyn Johns (noto produttore/tecnico del suono che annoverava lavori per Beatles, Rolling Stones e Who). Johns, sotto la supervisione di Joe, Bernie e un contrariato Mick, elimina quindi le varie introduzioni e code strumentali delle canzoni, esclude dalla scaletta ben cinque brani (la lunga Walk Evil Talk, The Beautiful People Are Ugly Too, Kill Time, Cool Confusion e First Night Back In London, anche se queste ultime due trovarono posto nei lati B dei singoli), portando la durata del disco dagli oltre settanta minuti originali a poco meno di quarantasette.

A questo punto cambia pure il titolo del lavoro: non più “Rat Patrol From Fort Bragg”, bensì “Combat Rock”, un album che adesso studieremo traccia dopo traccia.

1-2) ‘Questo è un annuncio di pubblico servizio… con la chitarra!’, urla Joe nel pezzo che apre il disco, Know Your Rights, un tirato e scanzonato rock dalle cadenze orientaleggianti. Segue Car Jamming, la storia d’un reduce del Vietnam che tornato in patria diventa un assassino (in sottofondo un ritmo tribal-percussivo irresitibile, con un grande coro a rafforzare il canto di Joe).

3-4) Should I Stay Or Should I Go? è uno dei brani più famosi dei Clash, cantato da Mick mentre Joe si diletta con lo spagnolo nei cori (il ritmo di questa canzone è un azzeccato mix fra sonorità rockabilly e punk). Pure la successiva Rock The Casbah è un altro brano molto famoso: un’atmosfera marcatamente funky-dance che però non lascia adito a dubbi… stiamo sentendo i Clash, e che Clash, gente! Il testo di questa canzone (ah, dimenticavo, la musica è quasi interamente frutto dell’inventiva di Topper) prende in giro il divieto di importare/ascoltare musica rock in alcuni Paesi arabi.

5-6) La compulsiva Red Angel Dragnet è invece cantata da Paul (con delle frasi campionate che Robert De Niro recita in “Taxy Driver”, il noto film di Martin Scorsese del 1976), alle prese con un fatto di cronaca nera. Quella che viene dopo è semplicemente una delle canzoni più belle dei Clash, Straight To Hell: Joe canta delle conseguenze disastrose della guerra nel Sudest asiatico, mentre il resto della band risponde con una grandissima base percussiva e degli effetti musicali da antologia.

7) Overpowered By Funk è invece un bel brano tirato con tanto di rap finale ad opera di Futura 2000 (un artista americano amico dei nostri, per il quale Mick produsse anche un singolo).

8-10) Atom Tan, così come la seguente Sean Flynn e poi ancora Inoculated City sono tre brani molto meno immediati: le sonorità sono più pastose, quasi confuse, come se ci si trovasse in quella giungla così ben rappresentata da un film culto come “Apocalypse Now” (che influenzò molto i Clash, vedi pure Charlie Don’t Surf in “Sandinista!”). Sinceramente sono canzoni che non amo particolarmente e per questo, complessivamente, giudico “Combat Rock” un lavoro inferiore a “London Calling” e a “Sandinista!” (anche se Straight To Hell, Rock The Casbah e Should I Stay bastano da sole a giustificare l’acquisto di questo album).

11-12) Ghetto Defendant è un piacevole brano dalla ritmica quasi reggae, nel quale Joe duetta nientedimeno che con Allen Ginsberg, uno dei massimi esponenti della Beat Generation. La conclusiva Death Is A Star è invece un brano lento, piuttosto disteso, dove Joe e Mick cantano all’unisono su una squisita base pianistica: l’atmosfera complessiva ricorda una canzone da saloon westerniano, anche se l’atmosfera è decisamente notturna.

Concludendo, c’è da dire che “Combat Rock” rappresentò infine il più grande successo di critica e di pubblico in patria: l’album volò al 2° posto della classifica, preceduto solo dal grande ritorno di Paul McCartney con “Tug Of War” (il suo primo disco dall’omicidio di John Lennon). Inoltre, grazie ad un hit trascinante come Rock The Casbah (anche il video era forte), “Combat Rock” portò per la prima volta i Clash nella Top Ten americana.

CURIOSITA’ VARIE
Il brano Sean Flynn è un omaggio al figlio di Errol Flynn (il noto attore hollywoodiano) che, recatosi in Vietnam come fotografo di guerra, risultò disperso e quindi dichiarato morto.
Durante le sessioni di “Combat Rock”, i Clash scrissero ed incisero anche il brano Midnight To Stevens, dedicato a Guy Stevens, il produttore di “London Calling”, morto nell’agosto ’81: è forse la canzone più triste e commovente dei Clash che purtroppo rimase inedita fino al 1991.

– Mat