Donald Fagen, “The Nightfly”, 1982

Donald Fagen The Nightfly immagine pubblicaSì, lo so che oggi ricorre il cinquantesimo anniversario di “Sgt. Pepper”, e che forse avrei dovuto scrivere qualcosa in proposito. Penso però di aver già scritto abbastanza sul capolavoro dei Beatles (vedi QUI per tutto ciò che c’è da sapere sulle nuove ristampe e QUI per una recensione sul disco in quanto tale), per cui non avrei fatto altro che ripetermi. E poi c’è da dire che, in verità, avevo già pronto da qualche giorno tutt’altro post, che per pura coincidenza mi sono deciso a pubblicare proprio oggi. Vediamo un po’ di che si tratta.

Capolavoro da solista per Donald Fagen, uscito la bellezza di trentacinque anni fa, “The Nightfly” è uno di quei dischi dei quali avrei voluto parlare molti post fa. E’ un album che in effetti conosco ormai da una vita, almeno fin da quando ho iniziato a comprare musica con regolarità, al principio degli anni Novanta. E’ una sorta di concept album, visto che i testi delle sue otto canzoni riflettono i sogni e le speranze di un teenager di provincia americano a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, quando cioè gli Stati Uniti viaggiavano verso quella “nuova frontiera” così bene espressa da John Fitzgerald Kennedy durante la sua vittoriosa campagna presidenziale del 1960. Un teenager di provincia che ovviamente altri non è che il nostro Donald Jay Fagen, nato in New Jersey nel gennaio del 1948.

Musicalmente parlando, “The Nightfly” vanta invece un sound professionale e corposo, eppure caldo e divertente, fin da quelle prime, saltellanti e inconfondibili note con le quali inizia la prima canzone in programma, quella I.G.Y. che può essere considerata la canzone più rappresentativa del Fagen solista. E’ un lungo brano di sei minuti all’interno d’un disco che di minuti ne dura quaranta scarsi; un brano magnifico, prodotto, cantato e suonato meravigliosamente bene, e che forse da solo giustifica l’acquisto dell’intero disco.

Tra le altre canzoni di “The Nightfly” che più apprezzo metto senz’altro Maxine, una suadente ballata intrisa di soul e con una spruzzatina di doo-wop, e quindi la vivace e swingante Walk Between The Raindrops, posta a chiusura del disco e forse fin troppo breve. Il resto dell’album figura la funky Green Flower Street, la festaiola Ruby Baby (che è l’unico brano non originale, e non scritto da Fagen, tra quelli in programma), la serrata New Frontier, la caraibica The Goodbye Look, e quindi l’omonima The Nightfly, che forse è il brano qui presente che più ricorda lo stile degli Steely Dan.

Prodotto da quello stesso Gary Katz che aveva già partecipato a tutti gli album degli Steely Dan incisi in precedenza, “The Nightfly” vede la partecipazione di tutta una serie di musicisti turnisti di prim’ordine, tra i quali ricordo i chitarristi Hugh McCracken, Larry Carlton e Dean Parks, i bassisti Chuck Rainey e Marcus Miller, i batteristi Steve Jordan e Jeff Porcaro, i pianisti/tastieristi Michael Omartian e Greg Phillinganes, il trombettista Randy Brecker e quindi i sassofonisti Michael Brecker e David Tofani.

Parlando d’un album come “The Nightfly”, infine, non si può non menzionarne anche la caratteristica copertina: rigorosamente in bianco e nero, con Donald Fagen che interpreta il deejay alle prese – alle ore piccole del mattino – con quel “jazz & conversation” a cui fa riferimento nella stessa The Nightfly.

-Mat

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Stevie Wonder, “Songs In The Key Of Life”, 1976

Stevie Wonder Songs In The Key Of LifeDopo aver dedicato un post a un capolavoro della Motown come “What’s Going On” di Marvin Gaye, mi sembra opportuno citare anche un altro discone edito dalla stessa etichetta in quegli stessi anni Settanta, ovvero “Songs In The Key Of Life” di Stevie Wonder. Semplicemente tra i dischi più belli che io abbia mai sentito, “Songs In The Key Of Life” venne originariamente pubblicato nel 1976 in doppio vinile con tanto di 45 giri aggiuntivo da quattro canzoni. Insomma, ventuno brani complessivi per un’opera d’arte mastodontica, giustamente considerata da molti critici e appassionati come il miglior atto della longeva discografia di Stevie Wonder.

“Songs In The Key Of Life” è un lavoro caldo, professionale, melodico, coinvolgente, ricco d’inventiva, con bei testi (soprattutto amore, disuguaglianza sociale e diritti civili), bei cori ma soprattutto… belle canzoni a volontà! Alcune sono diventate dei grandi successi, altre hanno acquisito maggior fama negli anni a venire perché riproposte da altri artisti: ecco quindi gli straordinari singoli Sir Duke (un omaggio a Duke Ellington), l’irresistibile I Wish, la strafamosa Isn’t She Lovely e la festaiola Another Star; e ancora, la suadente Pastime Paradise (riproposta negli anni Novanta da una meteora, Coolio, che ne ha fatto una famosa versione rap), la melodica & coralissima As (riproposta da George Michael con Mary J. Blige, sempre nei Novanta) e una serie di brani che in un modo o nell’altro mi sembra di conoscere da sempre, come la magnifica Love’s In Need Of Love Today, la ballatona soul di Joy Inside My Tears, la maccartiana Ebony Eyes (sarà forse un caso che qualche anno dopo Stevie Wonder e Paul McCartney abbiano duettato in una splendida canzone chiamata Ebony & Ivory?) e la sintetica ma melodicissima Saturn. Un’altra perla, secondo me, è Ngiculela-Es Una Historia-I Am Singing dove il nostro non solo si cimenta con tre lingue differenti ma sfodera una prestazione vocale suprema.

Veramente da applausi sbucciamani le altre ballate, vale a dire Knocks Me Off My Feet, Summer Soft, la prima parte di Ordinary Pain (la seconda, affidata ad una voce femminile, è irresistibilmente funky) e If It’s Magic. Molto interessanti, e incredibilmente all’avanguardia per il sound dell’epoca, i pezzi più funk e soul: oltre alla già citata I Wish, la lunga e complessa Black Man, ad esempio, sembra anticipare le sonorità breakdance e rap degli anni Ottanta. Notevole il tocco fusion d’uno strumentale coi fiocchi, la vivace Contusion, mentre deliziosamente consolante suona il secondo pezzo strumentale in programma, il conclusivo Easy Goin’ Evening (My Mama’s Call), affidato all’inconfondibile armonica a bocca del nostro.

A proposito, qui il buon Stevie non si risparmia mai, suonando con grande padronanza e disinvoltura un po’ tutto quello che gli capita fra le mani: tastiere, sintetizzatori, pianoforte, basso, percussioni, armonica, effetti vari, oltre che una serie incredibile di cori da supporto alla sua stessa voce. Per il resto (e che resto!), il nostro si affida a preziosi collaboratori: i chitarristi Mike Sembello (quello che negli anni Ottanta riscosse una notevole popolarità col singolo Maniac, tratto dal film “Flashdance”) e il più celebre George Benson, il bassista Nathan Watts, i tastieristi Greg Phillinganes e Herbie Hancock, il sassofonista Jim Horn e tanti altri che contribuiscono con ottoni vari, percussioni assortite, arpe, organi, cori maschili e femminili.

Insomma, un album grande da qualsiasi punto di vista lo si osservi, questo “Songs In The Key Of Life”, un altro di quei titoli che non possono assolutamente mancare nella collezione d’un qualsiasi appassionato di musica. Recentemente, in occasione dei quaranta anni di “Songs In The Key Of Life”, Stevie Wonder si è lanciato in un tour internazionale dove vengono riproposte dal vivo tutte le canzoni originali del disco; chissà se ne seguirà anche una specifica riedizione celebrativa. Nel caso, avremo sicuramente modo di riparlarne.

-Mat (originariamente pubblicato il 15 gennaio 2008)

Lionel Richie

lionel-richieHo sempre amato la musica nera, mi mette istintivamente felicità, mi dà coraggio, mi dà speranza e, cosa sempre gradita, mi diverte & m’emoziona. La storia della musica nera è piena di grandi personaggi, di grandi artisti, di persone importantissime & influenti che hanno avuto molto più peso di quello che il grande pubblico bianco appassionato di musica sia pronto a riconoscere. Uno di questi grandi artisti neri, uno di quelli che mi sono sempre piaciuti, è Lionel Richie, sia come cantante dei Commodores e sia come affermato solista.

Sia a nome Commodores che a nome Lionel Richie, il nostro sarà eternamente ricordato per aver dato alle stampe almeno due classici intramontabili, rispettivamente, quella stupenda ballata chiamata Easy e quell’hittone danzereccio chiamato All Night Long. E’ inoltre coautore, assieme a Michael Jackson, della ormai storicissima (e superlativa) We Are The World. Insomma, basterebbero solo queste tre canzoni per far capire chi sia Lionel Richie…

La carriera professionale del buon Lionel Brockman Richie (20 giugno 1949… 20 giugno, la mia stessa data di nascita… un altro motivo per cui lui mi sta simpatico) prende avvio al principio degli anni Settanta, come tastierista e principale cantante dei Commodores, un gruppo appartenente alla formidabile scuderia Motown (che resta una delle case discografiche più prestigiose del mondo), pensato come supporto dei Jackson 5, in quel periodo gli artisti di maggior successo della stessa Motown. In realtà i Commodores, parallelamente ai Jackson 5 (che a metà anni Settanta passano alla CBS e assumono il nome di The Jacksons), si riveleranno molto più d’una semplice band di supporto in chiave funk, bensì una macchina sforna hit melodici & indimenticabili. Ecco quindi celebri canzoni come Just To Be Close To You (1976), la già citata Easy (1977), Three Times A Lady (1978), Sail On (1979) e Still (1979), tutte firmate dal solo Lionel, che si toglie pure lo sfizio di scrivere Lady, un hit da primo posto nella classifica americana per l’artista country Kenny Rogers. Nel 1981, invece, Lionel Richie duetta con la grande Diana Ross in una canzone da lui composta, la romantica & splendida Endless Love, colonna sonora del film omonimo e altro numero uno in classifica.

Per un talento come quello di Lionel Richie, senza nulla togliere agli altri bravissimi musicisti & autori in seno ai Commodores, intraprendere la carriera solista era solo una formalità (seppur, a quanto dichiarato dal nostro, presa non proprio a cuor leggero). Ecco quindi una trilogia di album firmati Lionel Richie che faranno la sua grande fortuna nel corso degli anni Ottanta e lo porteranno sulla vetta degli artisti più famosi e di successo di quel decennio: l’omonimo “Lionel Richie” del 1982, l’ormai classico “Can’t Slow Down” del 1983 e “Dancing On The Ceiling” del 1986, tutti contenenti hit famosi e bellissimi quali Truly (1982), All Night Long (1983), Hello (1983), Running With The Night (1983), Penny Lover (1983), Say You, Say Me (1985), Dancing On The Ceiling (1986) e pure qualcun altro che ora mi sfugge.

Sono anni, gli Ottanta, dove Lionel Richie si diverte anche a collaborare con gli artisti più disparati (diversi di essi cantano/suonano proprio nei suoi pezzi): oltre al già citato Michael Jackson e all’imponente progetto di USA For Africa legato al singolo We Are The World (1985), Lionel collabora con Joe Walsh degli Eagles, con Eric Clapton, con Joni Mitchell, col bassista Nathan East, col tastierista Greg Phillinganes, col percussionista Paulinho Da Costa e con altri musicisti d’eccezione.

Con l’arrivo degli anni Novanta, Lionel si ritira maggiormente dalle scene, seppur pubblichi due album in quel decennio, “Louder The Words” (1996) e “Time” (1998), e finora tre in questo decennio, “Renaissance” (2001), “Just For You” (2004) e “Coming Home” (2006). In questa produzione più recente del nostro non mancano le collaborazioni importanti e, soprattutto, le belle canzoni… insomma, pur se Lionel Richie sia maggiormente conosciuto come un artista legato agli anni Settanta e Ottanta, non ha perso nulla della sua innata classe.

Per questo, a chi ha voglia di saperne di più, consiglio una bella doppia raccolta intitolata “The Definitive Collection”, comprendente la produzione solista e commodoriana di Lionel dal 1974 al 2002: con un po’ di fortuna, in alcuni centri commerciali la si trova anche a dieci euro… due ciddì pieni di belle canzoni, a cinque euro l’uno, mi pare proprio un ottimo affare!

– Mat

Michael Jackson, “HIStory”, 1995

michael-jackson-history-immagine-pubblicaMi è sempre piaciuto Michael Jackson e, per quanto riguarda la sua smerdata vita privata, ho sempre provato il più grande disinteresse. Piaccia o no, nessuno può negare che Michael è un grandissimo professionista ed un abile uomo di spettacolo, che possiede una delle voci più belle che si siano mai sentite, che è uno strepitoso ballerino e che ha realizzato alcune delle canzoni più divertenti e coinvolgenti che siano mai state registrate. Senza contare, infine, che con la sua arte, Michael Jackson ha pesantemente influenzato il corso della musica moderna.

Fatta questa premessa, passo a recensire quello che è l’album multiplo più venduto della storia, vale a dire”HIStory”, edito dalla Sony nel 1995: una raccolta di quindici successi solisti del periodo ’79-’91 ed un nuovo album, composto anch’esso da quindici canzoni.

1) “HIStory Begins”, il primo ciddì, comincia subito alla grande, con quella che è forse la migliore canzone di Michael Jackson, cioé Billie Jean, tratta dal celeberrimo album “Thriller” (1982). Mi vergogno quasi a recensirla perché è strafamosa… comunque Billie Jean è un’eccellente fusione di ritmi pop e funk, con un’atmosfera leggermente notturna, felpata e carica di mistero, forte d’un ritornello assolutamente memorabile.

2-3) Segue un’altra canzone ben nota, The Way You Make Me Feel, tratta dall’album “Bad” (1987): un’irresistibile cavalcata pop con un ritmo che, nonostante il suo essere sintetico, conserva tutto l’innato calore della musica nera. Poi è la volta del primo singolo estratto dall’album “Dangerous” (1991), vale a dire Black Or White: fusione di stili quali rock, pop e rap, questa leggera canzone rivela ad un attento ascolto diversi piani di lettura sonora.

4-5) Segue il brano migliore tratto dall’album “Off The Wall” (1979), il contagioso disco-funk di Rock With You, a mio avviso una delle migliori canzoni mai proposte dal nostro. Le fa seguito un’altra selezione da “Off The Wall”, la delicata e struggente She’s Out Of My Life, una malinconica e minimale ballata, con Michael che si prodiga in un canto molto commovente.

6-7) Il sentimentalismo viene però spazzato dall’incalzante ritmo d’un altro pezzo strafamoso, Bad, tratto dall’album omonimo: anche qui, alzi la mano chi non conosce questo tirato brano pop-funk. Segue un’altra canzone estratta da “Bad”, la splendida I Just Can’t Stop Loving You, arcinota ballata che vede il nostro duettare con Siedah Garrett, sua collaboratrice in quel periodo.

8-9) Ancora una canzone presa da “Bad”, ancora una delle mie preferite, Man In The Mirror: un brano dall’atmosfera straordinaria, con Michael che ci regala una prestazione vocale da brividi… il finale del pezzo, poi, col suo intenso gospel, è assai emozionante. Segue un’altra famosissima canzone, la danzereccia Thriller, tratta ovviamente dall’album omonimo: anche qui, chi è che non se la ricorda… anche nel video, con il nostro che ballava attorniato dagli zombi? Da antologia il rap orrorifico eseguito dall’attore Vincent Price, con tanto di diabolica risata finale.

10-11) Altri due estratti da “Thriller” in sequenza: il primo è quel fantastico connubio fra pop e rock che è Beat It, i cui ritmo & melodia indimenticabili, impreziositi dall’assolo chitarristico di Eddie Van Halen, fanno di questa canzone uno dei vertici artistici di Michael Jackson. Il secondo è The Girl Is Mine, un divertente e divertito duetto col mitico Paul McCartney. Ho sempre trovato deliziosa The Girl Is Mine e il fatto che sia cantata da due degli artisti che più apprezzo me la rende ancora più piacevole.

12-13) Ecco sopraggiungere il ritmo campionato di Remember The Time, tanto secco quanto avvolgente: questa canzone è sempre stata la mia preferita fra quelle contenute nell’album “Dangerous”. Altro classico, stavolta un classico disco, con Don’t Stop ‘Til You Get Enough, tratta da “Off The Wall”: un chiaro invito a ballare che sembra rubato da Michael ai suoi fratelli, The Jacksons. E’ una bella canzone Don’t Stop, dove il nostro canta perlopiù in falsetto, anche se forse è un po’ troppo estesa per un ascolto al di fuori d’una pista da ballo.

14) Le fa seguito un altro numero danzereccio, Wanna Be Startin’ Something, che è il brano d’apertura di “Thriller”: un po’ troppo ripetitivo e dal suono breakdance irrimediabilmente datato (la voce di Michael è però al top), Wanne Be è comunque un brano divertente, cavallo di battaglia negli spettacoli dal vivo del nostro.

15) Chiude questa entusiasmante carrellata nel passato musicale di Michael Jackson una splendida ballata guidata dalla chitarra acustica, Heal The World: probabilmente il brano più apprezzato dell’album “Dangerous”, questa è un’altra di quelle strafamose canzoni che caratterizzano la storia artistica di Jackson… inutile recensirla più di tanto!

16) Ed ora passiamo al secondo ciddì, chiamato appropriatamente “HIStory Continues”, che costituisce in pratica il quarto album solista del Michael Jackson adulto. Si parte col selvaggio pop-funk di Scream, un duetto del nostro con la sorella Janet Jackson: primo singolo estratto da “HIStory”, la canzone è una dura accusa a tutti coloro che (a torto o a ragione questo non lo so) hanno tormentato la vita privata di Michael. Scream è comunque interesante per la tessitura sonora che la forma: diversi elementi campionati fanno di questo pezzo qualcosa che va ben oltre la semplice canzonetta R ‘n’ B di turno.

17-18) Segue un altro singolo, la scarna e percussiva They Don’t Care About Us: è forse l’ultimo vero grande singolo proposto finora da Michael Jackson, accompagnato da un videoclip altrettanto potente. Poi troviamo finalmente una canzone più delicata, l’atmosferica Stranger In Moscow, anch’essa edita come singolo, dove la morbida voce cantilenante di Michael ritrova tutta la sua dimensione.

19) I ritmi più duramente funky tornano a marcare con la successiva This Time Around, dove Michael riadotta uno stile vocale più serrato ed arrabbiato. Lo supporta, a metà del pezzo, il rap di Notorious B.I.G. (che di lì a poco verrà assassinato), mentre il ritornello alquanto corale si segnala come uno dei più coinvolgenti di questa seconda parte dell’album.

20-21) Segue un altro singolo estratto da questo monumentale progetto, l’ambientalistica Earth Song: si tratta d’una potente ballata che ha qualche reminiscenza di Man In The Mirror… è un brano che tuttavia mi è sempre piaciuto poco. Si ritorna alle sonorità più funky con la secca D.S., altro interessante crossover fra musica nera e rock, grazie alla partecipazione di Slash, a quel tempo ai suoi ultimi giorni nei Guns N’ Roses.

22-23) Ancora funk, sebbene dai toni più morbidi, con la successiva Money, dove il canto di Michael si districa agevolmente fra più tonalità. Poi è la volta di Come Together, nota canzone dei Beatles che il nostro aveva già proposto nella colonna sonora del film “Moonwalker” (1988): è una cover pregevole che vede un Jackson perfettamente a suo agio.

24-25) Segue la romantica You Are Not Alone, scritta da R.Kelly ed edita anch’essa come singolo. A mio avviso è una delle migliori ballate di Michael Jackson e, non so perché, mi sembra un perfetto tema natalizio; da segnalare, comunque, la grande performance vocale del nostro su questo pezzo. Segue a sua volta la commovente Childhood, presente anche nella colonna sonora del film “Free Willy 2”: fanno riflettere le parole di questa delicata ballata, scritta da Michael stesso… ‘hai mai visto la mia infanzia?’… ‘prima di giudicarmi prova ad amarmi’… Non aggiungo nulla.

26-27) Successivamente troviamo un’altra accusa di Michael contro i suoi detrattori, stavolta quelli della carta stampata, con un pezzo intitolato appropriatamente Tabloid Junkie: addirittura il nostro campiona alcuni spezzoni di servizi giornalistici televisivi, quali la nota leggenda che ‘il cantante Michael Jackson dorme in una camera ossigenata’ (una camera iperbarica). Musicalmente parlando, Tabloid Junkie è un’altra sortita verso la musica funk, così come la successiva 2 Bad, un pezzo teso dove ha una particina rap il noto campione di basket (almeno a quel tempo, oggi non so…) Shaquille O’Neal.

28-29-30) Chiudono il tutto tre canzoni che, per un motivo o per l’altro, non ho mai ascoltato abbastanza, ovvero, in sequenza, HIStory, Little Susie e Smile. Se quest’ultima è un tributo a Charlie Chaplin (la musica di questa lenta e gentile ballata è sua), la prima è un confuso crossover fra pop epico – con tanto di campionamento d’un lavoro di Modeste Mussorgsky – e funk tirato, Little Susie è un brano tetro e teatrale che sfrutta anch’esso (specie nella lunga introduzione) campionamenti tratti da varie fonti audio.

Spero che questo lungo excursus nella musica di Michael Jackson possa contribuire un pochino a rivalutare un grande protagonista dei nostri tempi che negli ultimi anni è stato messo in ombra dai tanti scandali che hanno costellato la sua vita.
Nota conclusiva, per i più fanatici e per quelli che, come me, vanno a leggersi la lista di tutti i musicisti coinvolti nel disco. E’ davvero imponente la mole di quelli presenti sui due cd di “HIStory”… oltre ai nomi già citati sopra, troviamo infatti: lo storico produttore Quincy Jones, i tastieristi James Ingram, David Paich, Greg Phillinganes, Steve Porcaro, Jimmy Jam, Terry Lewis (questi ultimi due sono anche dei celebri produttori) e Glen Ballard, i chitarristi Steve Lukather, Tim Pierce, Nile Rodgers e Michael Thompson, i bassisti Louis Johnson, Nathan East e Guy Pratt, i batteristi Jeff Porcaro, Omar Hakim e Steve Ferrone, il percussionista Paulinho Da Costa e i fiatisti Jerry Hey e Larry Williams.

– Mat