Gorillaz, “Plastic Beach”, 2010

gorillaz-plastic-beach-immagine-pubblica-blogNon ho proprio resistito: ho sborsato quattordici euro & novanta centesimi e ho comprato “Plastic Beach” dei Gorillaz! Il fatto è che il terzo album della cartoon band capitanata da Damon Albarn è uno di quei dannati dischi che migliorano un po’ di più ad ogni ascolto.

E così, dopo un po’ che mi trastullavo con insoddisfazione crescente con gli mp3 scaricati dalla rete, ho infine deciso di recarmi al vicino negozio di dischi per portarmi a casa una copia originale.

C’è da dire, inoltre, che l’inglese Damon Albarn, classe 1968, già nei Blur ma anche artefice dell’eccellente “The Good, The Bad And The Queen”, è un musicista molto eclettico che sembra diventare via via più bravo col passare degli anni. Di fatto, la sua contaminatissima musica pubblicata a nome Gorillaz mi sembra una delle cose più eccitanti uscite da dieci anni a questa parte.

E così, dopo due album interessanti come l’eponimo “Gorillaz” del 2001 e “Demon Days” del 2005, eccoci al terzo capitolo della saga, “Plastic Beach” per l’appunto. Sono stato conquistato dal recupero delle sonorità technopop anni Ottanta, miste a rap da strada, elettronica e sonorità orientaleggianti. E dai molti ospiti presenti: si va da Lou Reed a due ex componenti dei Clash, ovvero Mick Jones e Paul Simonon, passando – fra i tanti – per Bobby Womack, Mos Def, De La Soul, Snoop Dogg e Little Dragon.

“Plastic Beach” offre sedici brani in tutto, per un totale di quasi un’ora di musica. Per quanto mi riguarda, le canzoni migliori sono proprio quelle che si rifanno alle sonorità anni Ottanta, come il baldanzoso elettropop di Rhinestone Eyes, la dinamica On Melancholy Hill (che se non fosse per l’inconfondibile voce di Albarn, dolce e malinconica, si potrebbe spacciarla per un pop d’annata degli Human League o degli Yazoo), la notevole Empire Ants (divisa in due parti, la prima più meditabonda cantata da Damon e la seconda ben più movimentata affidata alla voce suadente di Yukimi Nagano, la cantante dei Little Dragon) e soprattutto Stylo, edita come singolo apripista. Senza dubbio il pezzo forte dell’album, Stylo vede intrecciarsi le voci di Mos Def, Damon Albarn e Bobby Bomack su un tappeto propulsivo meravigliosamente ‘eighties’.

Ma “Plastic Beach” offre anche molto rap, fin dalle battute iniziali, affidate a Welcome To The World Of The Plastic Beach. Nel brano, preceduto dal breve Orchestral Intro, è il noto rapper Snoop Dogg a fare la parte da protagonista, mentre l’esotica White Flag ci offre un duetto fra Bashy e Kano. Sweepstakes, altra collaborazione fra i Gorillaz e Mos Def, è invece un rap piuttosto nevrotico e ossessivo.

Accanto ad episodi più marcatamente pop (per quanto sempre molto contaminati) come Superfast Jellyfish, Some Kind Of Nature, To Binge, Plastic Beach e Pirate Jet, troviamo anche sperimentazioni elettroniche con Glitter Freeze (uno strumentale scritto ed eseguito dai Gorillaz con Mark E. Smith dei Fall) e brani più contemplativi come Broken e Cloud Of Unknowing (affidata alla voce di Womack).

In definitiva, “Plastic Beach” è un album divertente e coinvolgente, buono da ascoltare sia a casa che in macchina. Come detto, è uno di quei dischi che si fanno svelare e apprezzare di più ad ogni ascolto, per cui ogni eventuale aggiunta dei lettori fra i commenti sarà gradita.

– Mat

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Simple Minds

SIMPLE MINDS WITH JIM KERR - 1985Uno scambio di commenti con Lavinia, ieri, mi ha ricordato di parlare d’un gruppo che ascolto da una vita e del quale posseggo la maggior parte degli album, i Simple Minds. Volevo parlarne da tempo ma c’era sempre un argomento che, per un motivo o per l’altro, chiedeva precedenza. Oggi finalmente anche i Simple Minds ottengono la visibilità che meritano in Parliamo di Musica!

I nostri nascono artisticamente nel 1978, dalle ceneri di una punk band scozzese, Johnny And The Self Abusers, e debuttano nel 1979 con l’album “Life In A Day”. Dico subito che i componenti principali dei Simple Minds, quelli presenti in ogni album, sono il cantante Jim Kerr e il chitarrista Charlie Burchill; altri componenti sono andati e venuti nel corso degli anni, ma quelli più importanti sono stati senza dubbio Michael McNeil (tastiere e piano), Mel Gaynor (batteria), Malcolm Foster (basso) e Derek Forbes (al basso anch’egli).

Dopo “Life In A Day”, i Simple Minds replicano con “Reel To Real Cacophony” (sempre nel ’79) e “Empires And Dance” (1980): il genere è un mix non proprio originale tra Kraftwerk, Ultravox! e Human League… certo non mancano le belle canzoni (I Travel, tanto per dirne una, è fenomenale) ma gli stessi Simple Minds si rendono conto che possono far di meglio. E così, nel 1981, fanno uscire ben due album, “Sons And Fascination” e “Sister Feelings Call” (*1), contraddistinti da sonorità ben più rock (vedi i due bei singoli Love Song e The American), un rock epico che caratterizzerà il suono di questa band per i successivi quindici anni.

Nel 1982, dopo aver raccolto il meglio del loro primo periodo in “Celebration”, i Simple Minds ottengono il loro primo grande successo commerciale con “New Gold Dream (81/82/83/84)”, album che contiene singoli memorabili come Someone Somewhere In Summertime, Promised You A Miracle e Glittering Prize. A questo punto la band non si ferma più e dissemina il resto degli anni Ottanta di grandi album ed epiche canzoni: “Sparkle In The Rain ” nel 1983 (coi grandiosi singoli Waterfront, Speed Your Love To Me e Up On The Catwalk), l’hit internazionale Don’t You (Forget About Me) nel 1984, “Once Upon A Time” nel 1985 (con le energiche Alive & Kicking, All The Things She Said, Ghostdancing, Sanctify Yourself e Oh Jungleland), “Live-In The City Of Light” nel 1987 e “Street Fighting Years” nel 1989 (secondo me il loro capolavoro, il loro disco che ascolto più spesso, con gemme come Mandela Day, Soul Crying Out, Street Fighting Years, This Is Your Land e Belfast Child… più in là scriverò un post su questo album).

Poi nel 1990 avviene il fattaccio: Michael McNeil se ne va e la band non sarà mai più la stessa… quindi mi viene da pensare che il vero genio musicale dietro i Simple Minds sia stato proprio il buon McNeil. Nel ’91 la band torna con un album così così, “Real Life”, anche se il disco contiene una canzone bellissima, una delle migliori dei Simple Minds, See The Lights. Evidentemente anche Kerr e Burchill si rendono conto che con McNeil fuori dai ranghi la musica non è più la stessa: ne approfittano per guardarsi indietro (nel ’92 esce la bellissima raccolta “Glittering Prize 81/92” che consiglio a tutti gli interessati) e per concedersi una pausa di riflessione. Torneranno nel ’95 con un gran bel disco, “Good News From The Next World”, anticipato dal potente singolo She’s A River (album che vola al 1° posto sia in Gran Bretagna che in Italia).

Poi torna il buio… e che buio, gente… da “Néapolis” del 1998 a “Cry” del 2002 i dischi dei Simple Minds non si possono più sentire! Non aggiungo altro perché mi dispiace infierire, in fondo i Simple Minds non lo meritano. Nel 2003 stavano per uscirsene con un nuovo album, “Our Secrets Are The Same”, ma la casa discografica boccia il disco (*2) e i nostri entrano in una sorta di limbo. Io li perdo di vista per un po’… nel 2005 esce finalmente un nuovo album (che io sul momento ignoro di brutto), “Black And White 050505”, che a detta di tutti è però un gran disco. Ci credo poco e faccio orecchie da mercante al bel singolo Home. Poi, nell’estate del 2006, mio fratello mi fa un gradito regalo: proprio “Black And White 050505”. Cazzo, è un bel disco!! Eccome se lo è, addirittura è uno dei migliori album dei Simple Minds, cosa che dico in tutta sincerità. Le canzoni sono corpose e coinvolgenti, qui mi limito a citare Stay Visible, Dolphins, Different World e Underneath The Ice (forse un post tutto suo lo avrà anche questo album…).

Ora non so se questo ultimo album da studio dei Simple Minds sia un’inaspettata ma felice botta di lucidità creativa oppure l’alba di una concreta rinascita dei nostri. Spero vivamente per questa seconda ipotesi anche se di dischi belli i Simple Minds ne hanno fatti molti e poi vanno in giro dal 1979… sono ben poche le band che possono vantare tanto.

*1 > le prime stampe di “Sons And Fascination” contenevano “Sister Feelings Call” come disco omaggio (una recente ristampa in ciddì figura tutte le canzoni dei due album nello stesso disco).

*2 > “Our Secrets Are The Same” vedrà comunque la luce nel 2004, con l’inclusione delle sue canzoni nel cofanetto “Silver Box”.